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19 novembre 2009

La dignità delle donne, oggi?

L'incontro sabato 21 alla Casa internazionale delle donne
Un'occasione per riflettere sulla molteplicità delle esperienze femminili
Forum delle Donne della realtà
Basta agli stereotipi dei media

ROMA - Dove sono finite le donne "vere", quelle che popolano la realtà, e non le loro sosia che dominano giornali e televisioni? Parte da questa domanda il prossimo incontro organizzato dal gruppo "Donne della realtà" presso la Casa internazionale delle donne a Roma, in via della Lungara 19.

Il punto di partenza delle organizzatrici è ben sintetizzato dal nome che il gruppo ha scelto di darsi: "Donne della realtà", in contrapposizione con i finti stereotipi proposti dal sistema mediatico. Sui giornali e nei media italiani, sempre più spesso il modello femminile dominante è quello di una donna che sembra avere come unico obiettivo la seduzione del maschio più ricco e potente possibile. Così facendo, si perdono di vista le donne "reali", che hanno ben altro in testa rispetto a "sposare il figlio del Premier".

Il forum pubblico, previsto per sabato 21 novembre dalle ore 17, ha l'obiettivo di parlare delle "altre donne", per interrogarsi su come i media possano ridare visibilità alla molteplicità delle esperienze femminili e recuperare un ruolo di analisi e critica nei confronti dei fatti di cronaca. Si tratta del secondo incontro delle "Donne della realtà", dopo quello che si è svolto a Milano il 5 ottobre scorso con la presenza di oltre 200 persone.

All'incontro di sabato aderiranno molte giornaliste e personalità del mondo della cultura. Si inizierà con una relazione introduttiva di Chiara Volpato, docente di Psicologia sociale alla Bicocca di Milano, e della filosofa Michela Marzano, firmataria insieme a Nadia Urbinati e Barbara Spinelli dell'appello di Repubblica per la dignità delle donne. Nel corso del forum verranno proiettate anche alcune gallerie fotografiche delle donne "offese dal Premier" che hanno inviato i loro scatti al nostro sito.

Tra le altre, sono invitate all'incontro il direttore del Tg3, Bianca Berlinguer, il presidente del Pd, Rosy Bindi, il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso, il direttore dell'Unità, Concita De Gregorio, il direttore dell'Espresso, Daniela Hamaui, il direttore del Secolo d'Italia, Flavia Perina, il segretario generale della Ugl, Renata Polverini, la scrittrice Lidia Ravera, il presidente della Cpo della Fnsi, Lucia Visca.

(19 novembre 2009)

30 ottobre 2009

Una favola per combattere

Il nuovo romanzo di Silvana De Mari, chirurgo e scrittrice
"Finché esiste la mutilazione sessuale non ci si può occupare d'altro"
Il Gatto dagli occhi d'oro che combatte l'infibulazione
di SILVANA MAZZOCCHI


E' STATA medico chirurgo e oggi si occupa di psicoterapia, ma è anche autrice apprezzata di letteratura fantastica dedicata ai ragazzi, per poter affrontare (con leggerezza) il male del mondo e per parlar loro d'amore, speranza e valori positivi. Silvana De Mari, ha vinto in passato premi prestigiosi e torna ora con un nuovo romanzo che racconta agli adolescenti gli orrori dell'infibulazione inflitta ancora oggi a tante bambine e a tante donne in omaggio a religione o cultura, ma all'unico scopo di privarle di ogni piacere.

Una storia scritta perché, sottolinea de Mari, "finché esiste l'infibulazione, non ci si può occupare d'altro". Così combattere tanta atrocità è diventata la sua battaglia e la scrittura la sua arma. A lei, che è stata medico volontario in Etiopia, è capitato di dover curare donne sfregiate, uccise dal dolore e Il gatto dagli occhi d'oro, dedicato ad Ayaan, "bambina torturata, regina guerriera", è il tributo con cui la scrittrice-medico intende preservare la memoria e aprire una nuova stagione d'impegno contro ogni mutilazione sessuale.

Libro sull'infibiluazione, ma non solo, Il gatto dagli occhi d'oro, da qualche giorno in libreria per Fanucci , è un romanzo che è sorprendentemente "leggero", magico, quasi una favola perfetta per i ragazzi, ma anche per gli adulti perché racconta la realtà senza sconti, e lo fa attraverso la lente del fantastico, schiudendo una porta alla speranza.

E' la storia di Leila, ragazzina italiana, povera , solare e intelligente che, con curiosità, ironia, e perfino con allegria, vive la sua vita quotidiana. Abita con la madre in una baracca, nei pressi di una palude; frequenta però una scuola borghese dove, fin dal primo giorno, viene emarginata e umiliata. Ma lei ha voglia di imparare , è ottimista e non si fa piegare: accoglie un cane trovatello che si rivelerà la sua fortuna e legge tutti i libri che le passa Fiamma, la prima della classe a cui è legata da sincera simpatia, per poi girarli ai suoi amici delle paludi, soprattutto a Maryam, la sua amica del cuore, musulmana e povera come lei.

Ed è proprio Maryam che un giorno la madre e le sorelle immobilizzano, per sottoporla allo sciagurato rito dell'infibulazione.... finché, come favola insegna, l'amicizia e la solidarietà avranno la meglio e salveranno la piccola musulmana dal suo destino, rendendo migliore la vita di tutti. Un libro da regalare ai figli, ai fratelli, ma anche una buona lettura per gli adulti perché Il gatto dagli occhi d'oro tocca il cuore e parla d'integrazione, d'amore e di solidarietà con una semplicità che incanta. Il che, di questi tempi, non è poco.

Lei è medico chirurgo, ha lavorato in Etiopia, e scrive libri per ragazzi. Perché?
"Perché la narrativa per ragazzi è appunto per ragazzi e i ragazzi sono straordinari. Gli adulti non sempre, non tutti, qualcuno si è un po' ammaccato lungo la via, ha perso lo smalto o si è dimenticato di averne. E' una narrativa epica, l'unica che vada per i massimi sistemi, l'unica che osi porsi interrogativi su Dio e sulla Morte, e osi addirittura dare risposte. È in realtà, sempre, narrativa "anche" per ragazzi, perché un libro che è buono a dodici anni è buono anche a sessanta, mentre non è sempre valido il contrario. Perché i libri per ragazzi devono avere imperativamente due caratteristiche, velocità del ritmo e fede nella vita, la coscienza che qualsiasi cosa succeda, la vita è sorprendente ed essere vivi e un dono. Non tutti possono fare lo scrittore di libri per ragazzi, come non tutti possono fare il giardiniere o il pasticciere. E poi ci sono un altro paio di pregi nell'essere un autore per persone molto giovani. Il libro che abbiamo letto a dieci anni, ci resta dentro, va a far parte delle fondamenta del sistema cognitivo e le fondamenta sono quello che resta sempre, lo ricordiamo tutta la vita e, infine, c'è un quantitativo di affetto e di tenerezza enormi che abbiamo solo noi. Io ho un armadio pieno di disegni con i personaggi dei miei libri che mi sono stati regalati, e qualcuno è arrivato dall'altra parte del mondo. Ogni tanto li tiro fuori e li guardo. Sono perfetti in quelle giornate un po' sospese, quando il raffreddore o il 38 di febbre mi rinchiudono a casa. Uno scrittore "per adulti " , o, meglio, solo per adulti, l'armadio di disegni, se lo sogna, e per il 38 di febbre ha solo l'aspirina".

Il Gatto dagli occhi d'oro racconta l'atrocità dell'infibulazione ...
"Come facciamo ad occuparci di altro fino a che l'infibulazione esiste? Il fantasma dell'infibulazione c'era già ne Gli Ultimi incantesimi, nascosto dentro l'incantesimo dell'idrargirio. Ho visto per la prima volta un'infibulazione all'ospedale di Bushulo, in Etiopia, un posto bellissimo sulle rive di un lago circondato da canneti. Le sale operatorie erano sale operatorie african style, vale a dire un unico stanzone con quattro lettini e grandi finestre chiuse da zanzariere. A causa della infibulazione rifatta dopo il parto, una giovane donna non riusciva più ad espellere il sangue mestruale. Era stato lasciato un orifizio, ma la suppurazione che era seguita aveva causato un edema, in altre parole un gonfiore ai tessuti, e l'edema aveva chiuso l'orifizio. Il sangue mestruale non potendo defluire era rimasto a stagnare trasformando la vagina in una sacca piena di sangue, che a causa della presenza di batteri era "marcito", la vagina era diventata una boccia che premendo sulla vescia le impediva di svuotarsi e la vescica era diventata enorme. Io dovevo svuotare la vagina, riaprendo per l'ennesima volta la vulva di quella povera donna. Era uscito il sangue, nerastro, infetto, con un odore nauseabondo e a quel punto gli avvoltoi attirati dall'odore di morte erano venuti a sbattere contro le zanzariere. La donna sarebbe morta da lì a poco per infezioni urinarie ricorrenti e insufficienza renale. Mentre cercavo di evacuare il più possibile di quella roba nerastra, mentre gli avvoltoi alle mie spalle si avventavano contro le zanzariere, pazzi per quell'odore di morto, di putrefatto, che invece veniva da ventre vivo di una donna, io ho giurato che avrei combattuto per le donne e le bambine. La mia battaglia comincia oggi, con questo libro, e non si fermerà fino a quando le mutilazioni sessuali esisteranno. È una battaglia per il sorriso: a ogni donna deve essere garantito il diritto inalienabile di sorridere".

Quale tipo di letteratura è utile per far conoscere ai ragazzi la parte oscura del mondo?
"La narrativa fantastica, sempre, da sempre, per sempre è quella che contiene i mostri. Quando qualcosa è troppo atroce per guardarlo in faccia, lo mettiamo nella narrativa fantastica. Una caratteristica della letteratura fantastica è contenere elementi fiabeschi, qualche scintilla di magia. In realtà la magia, non è infantile. La magia sostituisce in campo letterario un'altra parola che comincia per m, cioè miracolo, e altro non esprime che il nostro struggente desiderio di poter contare su una provvidenza che vegli su di noi, e che di tanto in tanto violi le leggi della natura per darci una mano. Questo ci permette di parlare di qualsiasi argomento, qualsiasi, con un tono di leggerezza, parola incantevole, che non ha niente a che vedere con superficialità. L'incantevole fiaba di Pelle d'Asino parla dell'incesto, Hansel e Gretel e Pollicino del cannibalismo: durante le grandi carestie, nella guerra dei trent'anni i Germania, in Ucraina nel 32 sotto Stalin, prima di morire di fame, la gente , mangiava i cadaveri. Il cannibalismo è un tabù assoluto, non è stato raccontato, è stato negato, ma è rimasto incastonato nelle fiabe. Le grandi fiabe classiche contengono la persecuzione del bambino, l'indicibile, ne Il Piccolo Principe e in Peter Pan, c'è l'insopportabile, la morte del bambino, la morte del figlio. Il Fantasy contiene una paura recenteissima, la paura della fine del mondo dovuta al formarsi di totalitarismi mai visti prima. Nella letteratura fantastica noi mettiamo i mostri che non osiamo guardare in faccia, perché una volta coperti di polverina d'oro e di colore, smettono di terrorizzarci e noi impariamo a fronteggiarli. È per questo che madre natura (Dio?) ha messo dentro ad un'area specifica del nostro cervello questa curiosa capacità, provare piacere, un piacere basato sulle endorfine, nell'ascoltare una storia che non è mai successa. Noi dobbiamo credere nella fiabe, perché dicono la verità: dicono che gli orchi esistono e che possono essere battuti. Dicono che gli orchi esistono e possono essere salvati".

Silvana De Mari
Il gatto dagli occhi d'oro
Fanucci editore

© Riproduzione riservata: La Repubblica
(30 ottobre 2009)

Ricatto non fu

L'INCHIESTA.

Nella Procura di Roma si valuterà pure la ricettazione
L'irruzione avviene il 3 luglio, e già l'11 il filamto viene messo in vendita
Per troppo tempo quel video di Marrazzo
custodito nelle stanze di Berlusconi

di GIUSEPPE D'AVANZO


Ricatto a Marrazzo. La fonte vicina all'inchiesta non ci gira intorno: "Non c'è alcun altro politico di destra o di sinistra, ministro in carica, ministro uscente, professionista celebre o ignoto, "Chiappe d'oro" o d'argento nella nostra indagine". Forse salteranno fuori domani o forse mai. Per intanto, si deve dire che il vivamaria di indiscrezioni e nomi sussurrati che avvelenano o eccitano il Palazzo appare soltanto un efficace lavoro per confondere l'affaire. Che ha due capitoli. Il primo è noto. All'unisono tutti - una volta tanto - chiedono che sia chiuso con le dimissioni di Marrazzo. Riguarda le debolezze private del governatore, la leggerezza di un uomo pubblico che, ricattato, non denuncia il ricatto e, scoperto il ricatto, mente o dissimula nella scriteriata speranza di salvare il collo e la reputazione. Ma fu vero ricatto o Marrazzo può avere qualche ragione se ha creduto, per quasi quattro mesi, di essere stato vittima di una rapina e non di un'estorsione?

Bisogna allora leggere il secondo capitolo della storia dove la trama degli eventi è sconnessa, la successione contraddittoria, le volontà e le azioni senza senso. Tre carabinieri, tre tipi sinistri, con la complicità di un pusher tossicomane (Gianguarino Cafasso), penetrano con la forza in un appartamento dove il governatore è in compagnia di un viado. Lo sbattono contro un muro. Lo obbligano a sfilarsi i pantaloni (è l'ultima versione di Marrazzo). Sistemano un palcoscenico con trans scollacciato, denaro, cocaina, tessera dell'"Associazione nazionale esercenti cinema" con foto. Riprendono la scena con un cellulare. Gli svuotano il portafoglio (2.000 euro). Lo obbligano a firmare tre assegni per 20 mila euro (che non incassano). Se ne vanno. È il 3 luglio, venerdì. Già qualche giorno dopo, l'11 luglio, il pusher tossicomane contatta, attraverso il suo avvocato, la redazione di Libero (diretto da Vittorio Feltri). È bizzarro un ricatto con i ricattatori che non provano nemmeno a spillare denaro alla vittima, ma si preoccupano subito di rendere inutilizzabile l'arma minacciosa che si sono procurati. Perché? La ragione ce l'abbiamo sotto gli occhi: Piero Marrazzo non è stato mai ricattato dai carabinieri. Quelle canaglie non ci hanno mai pensato. Avrebbero dovuto comportarsi in un altro modo. Hanno il governatore nelle loro mani, troppo terrorizzato per denunciarli. Possono mettersi comodi e spremerlo per bene, e a lungo, ottenendo denaro e favori. Con tutta evidenza, non è questa la loro missione. Non chiedono niente, non vogliono niente, non si fanno mai vivi per batter cassa. Il lavoro sporco che devono sbrigare è un altro: incastrare il governatore e "sputtanarlo". Ecco perché cercano di vendere subito il video. L'iniziativa, a tutta prima, appare stupida, incomprensibile, se parliamo di estorsione. Si rivolgono all'agenzia PhotoMasi di Milano. Non ha torto Carmen Masi a chiedersi oggi: "Quale ricattatore cerca di rendere pubblico l'oggetto del ricatto? È assurdo". Infatti, lo è. Hai un bottino che può durare nel tempo e lo trasformi in un piatto di lenticchie mangiato una volta e per sempre?
Chi sono allora questi furfanti vestiti da carabinieri? Bisogna chiederlo alla fonte vicina all'inchiesta. Quello si gratta la testa e dice: "Ce ne occuperemo a tempo debito. Ora si possono fare solo tre ipotesi. 1. Sono tre pezzenti. 2. Sono "comandati". 3. Sono eterodiretti". La prima ipotesi è la più improbabile". Per dare un senso a una storia che non sta in piedi, si deve accantonare il ricatto che non c'è, che non c'è mai stato, ed esplorare la strada che imbocca il video. Chi lo vede? Chi lo possiede?

È, dunque, l'11 luglio. Un avvocato, per conto del pusher tossicomane, contatta la redazione di Libero. Due giornaliste, tre giorni dopo (il 15), incontrano Gianguarino Cafasso che mostra loro, in una stamberga della Cassia, il filmato con Marrazzo. È Cafasso a parlare di "politici e trans, di cui sa tutto" e di quello chiamato "Chiappe d'oro". Vuole 500mila euro (che nel tempo si riducono a 90 mila) per le immagini del governatore: "così chiudo con questa vita". Le giornaliste non sono convinte. I tre minuti del video sembrano taroccati. Chiedono di rivederlo. Niente da fare. Un paio di giorni per decidere o non se ne fa niente, dice Cafasso. Le giornaliste informano Vittorio Feltri che decide di lasciar perdere. Il video si muove ancora. Prima di ferragosto viene proposto ad Oggi (gruppo Rizzoli). Un inviato del settimanale lo visiona il 1 settembre a Roma. Gli appare taroccato. Vuole verificarne l'attendibilità. Gli viene impedito. La direzione di Oggi (Andrea Monti. Umberto Brindani), qualche giorno dopo, chiude la trattativa con la PhotoMasi, incaricata di commercializzare il video da un quarto carabiniere della banda. Il dischetto continua a girare per vie misteriose che vanno oltre i contatti dell'agenzia milanese. Non è più Cafasso a muoverlo. Stroncato dai suoi vizi e dal diabete, è morto in una stanza d'albergo. In settembre sente parlare del video Maurizio Belpietro, diventato direttore di Libero. Riesce a farselo mostrare, anche se non ne entra in possesso, il 12 ottobre. Anche lui s'impiomba dinanzi a quelle immagini troppo confuse che ipotizza false, ma ormai negli ambienti del governo e del centro-destra molti sanno che quel video esiste e che, prima o poi, si troverà il modo per mostrarlo a tutti. C'è chi storce la bocca per il disgusto e lascia filtrare da fine settembre la notizia del "filmatino", rifiutato da Feltri e Belpietro. Sono i primi giorni di ottobre, ormai, e il lavoro sporco dei carabinieri, forse "comandati", forse eterodiretti, mostra la corda. Nessuno vuole il video nelle testate che avrebbero avuto l'interesse politico - Cafasso è esplicito con le croniste di Libero - a pubblicarlo. Feltri l'ha rifiutato. Belpietro non l'ha voluto. A Mario Giordano, direttore del Giornale fino a luglio, non è stato nemmeno proposto.

Bisogna ricominciare daccapo, cambiando qualcosa nella procedura. Quando Carmen Masi contatta Alfonso Signorini, direttore di Chi (Mondadori), ottiene materialmente il video (l'agenzia non l'ha mai posseduto) e viene autorizzata finalmente dai quattro furfanti a lasciarlo in visione al possibile acquirente. È il cinque ottobre, Signorini riceve il dischetto, firma una ricevuta. Copia le immagini. Ora è decisivo sapere che cosa accade tra la Mondadori, Palazzo Grazioli, Villa San Martino, tra il 5 e il 19 ottobre, quando Berlusconi chiama Marrazzo per dirgli che c'è un video compromettente e che farebbe meglio a ricomprarselo dall'agenzia mentre gli detta il numero di telefono di Carmen Masi e di un possibile mediatore. Nella nebbia, c'è qualche punto fermo. Signorini decide di non pubblicare. È certo che non restituisce il dischetto. È certo che informa il presidente della Mondadori (Marina Berlusconi) e l'amministratore delegato (Maurizio Costa). È certo che Silvio Berlusconi ha modo di vedere il video che Signorini ha consegnato a Marina. I tempi diventano determinanti. Quando il direttore di Chi consegna le immagini a Marina? Quando Marina le mostra al padre? Quanto tempo Silvio Berlusconi si rigira tra le mani il dischetto prima di telefonare a Marrazzo?

I tempi sono determinanti perché, in quelle ore, il diavolo ci metta la coda. Le cose vanno così. Un pubblico ministero di una procura italiana sta dietro a una banda di trafficanti di droga che sta combinando "un affare molto, molto grosso". Telefoni sotto controllo. "Cimici" ambientali. Pedinamenti. Insomma, l'ambaradam di questi casi. Nella "rete" resta impigliato uno dei carabinieri canaglia che ha aggredito Marrazzo. L'"ascolto" si allarga ai suoi telefoni. Quello parla con uno della combriccola in divisa e si sente dire: "... il video del presidente...".
Il video del presidente. Il pubblico ministero a chi può pensare? Non è romano, non è laziale. L'ultima persona che gli può venire in mente è Marrazzo. Pensa a quel presidente, a Berlusconi. Si dispera. È di fronte a un'alternativa del diavolo. Sa di dover intervenire subito per proteggere il capo del governo da chissà che cosa ed è consapevole che, se lo fa, gli va per aria l'inchiesta. Decide di liberarsi della patata bollente. Intorno al 9 ottobre chiama il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Cataldo, e gli spiega l'impiccio: occupatevene voi, vi mando le carte, voi mettete le mani sul video, ammesso che esista, io salvo la mia inchiesta, voi salvate Berlusconi. Così sarà. Il 14 ottobre un'informativa del Ros mette in moto la procura di Roma.

A questo punto, si deve immaginare Berlusconi. Da un lato, come presidente del consiglio, il 19 viene informato che magistrati e carabinieri sono sulle tracce di "un video del presidente" che potrebbe coinvolgerlo. Dall'altro, come proprietario della Mondadori, quel mattino ha sul tavolo il video che magistrati e carabinieri stanno cercando. Non devono essere state ore serene. Se non si muove, se non fa qualcosa, chi toglie dalla testa dell'opinione pubblica che il presidente del consiglio - protetto da uno straordinario conflitto di interessi - governi una "macchina del fango", nel tempo sbattuta contro la reputazione di Dino Boffo (direttore dell'Avvenire), Gianfranco Fini (presidente della Camera), Raimondo Mesiano (giudice responsabile di avergli dato torto in una causa civile)? Chi azzittirà le grida della "solita sinistra" e dei "comunisti" persi dietro al cattivo pensiero che quel video - né pubblicato né restituito né consegnato alla magistratura - sia custodito in attesa di tempi migliori, magari elettorali? Berlusconi decide d'impulso, come sempre. Vuole uscire dall'angolo, ribaltare la scena. Chiama il governatore: "Non mi potranno dire che non sono stato un gentiluomo". Gli dice di muoversi. Spera che Marrazzo faccia in fretta. Compri il video, lo distrugga cancellando un lavoro malfatto che può essere molto pericoloso. Come si sa, il governatore si muove lento, i carabinieri veloci. Quel che rimane è storia di questi giorni e annuncia un terzo capitolo ancora non scritto.

Ora le rogne sono tutte della procura di Roma perché quel che è avvenuto è chiaro alla luce del codice penale. Articolo 640, ricettazione. "Chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve o occulta cose provenienti da un qualsiasi delitto o comunque s'intromette nel farli acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due a otto anni". È indubbio che Signorini, Marina Berlusconi e Maurizio Costa, per procurarsi un profitto, hanno ricevuto quel video palesemente ottenuto con un delitto (con la violenza e la violazione del domicilio). È indubbio che Silvio Berlusconi si sia intromesso per far acquistare, prima, e occultare, poi, quella "cosa proveniente da un delitto". Se la legge è uguale per tutti, è ragionevole pensare che la procura di Roma cercherà di capire chi ha "pilotato" i falsi ricattatori mentre invierà a Milano, per competenza, le carte di una ipotetica ricettazione.

© Riproduzione riservata: La Repubblica
(30 ottobre 2009)

28 ottobre 2009

Il cuore batte a sinistra

In un momento storico/politico/sociale come l'attuale, le mie parole si lascerebbero trascinare dall'emotività.
Leggo articoli di giornalisti che riescono a esprimere al meglio ciò penso e sento. Quindi copio e incollo, senza alcuna creatività.
Solo un album in cui riporto ciò che stimo. E lo riporto perchè per me "quell'articolo" è importante.
Come questa analisi di Mario Pirani su Repubblica.

Il potere, il sesso e le menzogne
perché s'indigna il popolo di sinistra

L'ANALISI di MARIO PIRANI


Le dimissioni di Piero Marrazzo hanno un valore, prima che politico, purificatorio. Non sono la risposta alle richieste interessate della maggioranza di governo ma allo sconforto del popolo di sinistra.

Con questo gesto l'uomo politico si è spogliato della sua veste pubblica e da questo punto di vista la vicenda è chiusa. Resta un dramma privato, aperto all'umana pietas di chi ha sofferto per Marrazzo o anche si è scandalizzato per le debolezze di un individuo.

Alcune riflessioni, però, si impongono. Nel giorno delle primarie il popolo di sinistra era andato a votare con l'animo percosso da una catastrofe dell'anima, scatenata appunto dal caso Marrazzo. Lo choc non può essere neppure oggi superato confortandosi con il parallelo, che viene spontaneo a tutti, tra come si è conclusa la vicenda che ha travolto il presidente della Regione Lazio e i fatti, ben più gravi per la commistione tra pubblico e privato, che "non" hanno provocato le dimissioni del premier. Non avrebbe, peraltro, alcun costrutto abbandonarsi ad una valutazione ponderata del grado di accettabilità delle propensioni sessuali dell'uno e dell'altro personaggio. Serve, piuttosto, porsi altri problemi e, in primo luogo, interrogarsi sul perché le reazioni dei due elettorati siano state e siano così divergenti, quasi da delineare una cortina di ferro antropologica tra "popolo di destra" e "popolo di sinistra".

Il primo, quello berlusconiano, tranne qualche frangia cattolica osservante e la ristretta élite finiana, in fondo non solo accetta ma si compiace di ciò che Giuliano Ferrara derubrica a "inviti a cena e in villa e sesso un po' a casaccio, con una instancabilità privata divenuta favola pubblica". Bastava, del resto, fare attenzione a cosa diceva in questi mesi e dice ancor oggi la "gente", per cogliere l'assonanza tra le brave madri di famiglia che ce l'hanno con Veronica perché "non lava in famiglia i panni sporchi" e i "machi" di borgata o dei Parioli, fieri delle scopate del loro leader, quasi potessero anche loro replicarle per interposta persona. Il tutto condito dallo schifiltoso ritrarsi dal giudizio dei tanti pseudo liberali, dimentichi della differenza tra ruolo pubblico e vita privata e adontati con "Repubblica" perché ha raccontato tutte queste sconcezze, senza rispettare il sacrosanto diritto alla privacy. Per altri ancora è bastato voltarsi dall'altra parte, distogliere l'attenzione, dirsi che gli uni e gli altri si equivalgono, non farsi coinvolgere dalla evidenza di un'etica pubblica, gettata alle ortiche. Infine, alle brutte, se qualche ambascia li coglieva, prendersela con la sinistra che non c'è.

Per contro il "popolo di sinistra" nel suo assieme e i singoli individui, uomini e donne, che ne fanno parte hanno sofferto amarezza profonda, se non disperazione. Quasi ognuno di loro si ritenesse personalmente offeso da un gesto giudicato insopportabile. Né vale dirsi e ripetersi che Piero Marrazzo ha fatto del male in primo luogo a se stesso e alla sua famiglia e ha cercato di coltivare le sue propensioni sessuali in segreto, senza coinvolgere l'istituzione che dirigeva con accertata dedizione. No, queste cose non potevano lenire un lutto morale che solo le dimissioni permettono ora di elaborare. È, infatti, il nucleo più profondo dell'animo collettivo e individuale della sinistra che è stato leso. Dalla caduta del Muro ad oggi quell'animo è stato sottoposto a una cura terapeutica che, se lo ha disintossicato dall'ideologia e dalla sua proiezione pratica più deleteria - lo stalinismo in tutte le sue forme - , lo ha anche spogliato da illusioni, utopie, speranze troppo avanzate di riscatto economico. La globalizzazione ha smantellato le sue strutture sociali di difesa, i suoi partiti si son fatti sempre più fragili, ognor mutevoli, anche di nome. In questa deriva una sola certezza è rimasta come valore di auto identificazione: l'essere dalla parte - ed essere parte - della gente onesta, per bene; di quelli che non hanno nulla da nascondere, che rispettano la legge, contano sulla Costituzione, pagano le tasse, magari perché ritenute con la paga, conservano qualche traccia di solidarietà.

Per questo aborrono Berlusconi che, per contro, ha legittimato i vizi storici degli italiani, gli altri italiani, che son forse la maggioranza. Che con la scesa in campo del Cavaliere hanno finalmente trovato qualcuno che non li faceva vergognare della vocazione nazionale ad "arrangiarsi", magari con qualche imbroglio piccolo o grande, eludendo il fisco, lavorando in nero, armeggiando per una violazione edilizia. E soprattutto vivendo la legge, le regole e sotto sotto anche qualcuno dei 10 Comandamenti, figuriamoci la Costituzione, come malevoli impedimenti al libero esplicitarsi di tutto ciò che bisogna fare per sopravvivere. Per questo amano e si identificano con Berlusconi che ha suonato la campana del "liberi tutti" (l'altro giorno, persino, dall'obbligo di pagare il canone Rai). Cosa gliene importa del conflitto d'interessi, della suddivisione dei poteri, del ludibrio gettato sulla Magistratura? Anzi, la condotta scandalosa, pubblicamente esibita, la degradazione dei palazzi del potere in luoghi di privato piacere, la promozione delle veline di turno, danno a tanti diseredati, ai rampanti in lista di attesa, agli infiniti aspiranti alle innumerevoli "isole dei famosi", il placet "che tutto se po' fa", la versione plebea dello "Yes, we can".

Il "popolo di sinistra" questo lo sente e lo soffre. Lo consola il fatto di poter raccontare se stesso in modo specularmente opposto, anche se non riesce più ad inverarsi nella orgogliosa "diversità" berlingueriana. Immagina che il suo partito di riferimento faccia proprio questo valore, smentisca nei fatti quel ritornello che lo offende ma anche genera dubbi: "In fondo sono tutti eguali". Per questo il "peccato" di Piero Marrazzo è stato patito come "mortale". Perché avvalora il dubbio, soprattutto nei confronti di vertici, dotati solo di buona volontà ma non del carisma da cui nasce la fiducia.

Di qui l'esigenza di una franca, profonda riflessione in seno a quello che formalmente si chiama gruppo dirigente. Perché maturi la consapevolezza che il germe velenoso dell'omologazione subliminale con l'avversario può proliferare grazie a comportamenti similari: designando candidati dotati solo di immagine, siano annunciatori televisivi o giovani il cui curriculum si esaurisce nel certificato di nascita, senza più alcuna verifica delle competenze e della coerenza morale tra pensiero e azione; manifestando in mille occasioni un'arroganza del potere e una sicumera che nulla hanno da invidiare ai loro colleghi dell'altra sponda politica; abbandonando, come finora hanno fatto non il "controllo del territorio", secondo la formuletta che amano ripetere, ma il contatto continuo, fraterno, comprensivo col loro elettorato.

Da questo elettorato è venuta una volta di più, con i tre milioni di voti delle primarie, la prova niente affatto scontata che il popolo di sinistra ancora c'è, "ci crede" e ha conservato nel cuore un credito di fiducia, una qualche speranza. Esso seguita ad esprimere una "etica popolare" che si contrappone al cinismo amorale berlusconiano. Non è detto che la dirigenza di centro-sinistra sia capace di leggere in profondità le esigenze di buon governo, sia del partito che del Paese che da questo popolo provengono ancora.

Una prima prova la si avrà con la scelta del candidato destinato a concorrere al posto di Marrazzo, quando si svolgeranno le elezioni regionali. Guai se comincerà la solita diatriba tra le mezze cartucce vogliose di fare carriera, più che di vincere. Per questo mi permetto di concludere con una proposta personale. Nelle ultime settimane un personaggio è emerso o, meglio, si è innalzato al di sopra della media, per aver saputo rintuzzare davanti a milioni di telespettatori, le volgarità insultanti del presidente del Consiglio, tanto da diventare simbolo di una riscossa femminile, Rosy Bindi. Sarebbe il caso di sceglierla per acclamazione.

© Riproduzione riservata: La Repubblica
(28 ottobre 2009)

27 ottobre 2009

"Denunciare il ricatto all'autorità giudiziaria? Nemmeno per sogno!"

CRONACA

La macchina del fango
IL COMMENTO di GIUSEPPE D'AVANZO


Berlusconi si cucina da solo i suoi guai. Distrugge, di giorno, i muri che i suoi consiglieri fabbricano, di notte, per difenderlo. Quelli si erano appena rimboccati le maniche, con buona volontà, per riproporre - complici, le debolezze di Piero Marrazzo - la separatezza e l'inviolabilità della sfera privata dalla funzione pubblica (ancora!).

Salta fuori che l'Egoarca ha avvertito per tempo il governatore: "C'è in giro un video contro di te". Frammento superbo della nostra vita pubblica. Merita di essere analizzato, e con cura. Viene comodo farlo in quattro quadri.

Nel primo quadro, bisogna riscrivere con parole più adatte quel che sappiamo. Non il signor Silvio Berlusconi, ma il presidente del consiglio - proprietario del maggior gruppo editoriale del Paese - allerta il governatore "di sinistra" che il direttore di una sua gazzetta di pettegolezzi (Chi) ha in mano un video che lo compromette. Glielo ha detto la figlia (Marina, presidente di Mondadori). A questo punto, il capo del governo potrebbe consigliare all'altro uomo di governo di non perdere un minuto e di denunciare il ricatto all'autorità giudiziaria. Nemmeno per sogno. Il presidente del Consiglio indica all'altro attraverso chi passa il ricatto, ne fornisce indirizzo e numero di telefono: che il governatore si aggiusti le cose da solo mettendo mano al portafoglio e "ritirando la merce dal mercato", come pare si dica in questi casi. È la pratica di uomini che governano senza credere né alla legge né allo Stato, né in se stessi né nella loro responsabilità. In una democrazia rispettabile, l'argomento potrebbe essere definitivo. Nell'"Italia gobba", la legalità è opzione, mai dovere, e quindi l'argomento diventa trascurabile. Trascuriamolo (per un attimo solo) e immaginiamo che Marrazzo riesca nell'impresa di ricomprarsi quel video.

È il secondo quadro. Vediamo che cosa accade a questo punto. Piero Marrazzo annuncia la sua seconda candidatura al governatorato. Si vota in marzo. Il candidato "di sinistra" è consapevole che il suo destino politico e personale è nelle mani del leader della coalizione "di destra". In qualsiasi momento, quello può tirare la corda e rompergli il collo. A quel punto, a chi appartiene la vita di Piero Marrazzo? A se stesso, alle sue decisioni politiche, ai suoi comportamenti privati o alla volontà e alle strategie dell'antagonista? È una condizione di vulnerabilità politica che dovrebbe consigliargli la piena trasparenza a meno di non voler diventare un burattino. Al contrario, Marrazzo tace e tira avanti. Scoppia lo scandalo e mente ("È una bufala", "Non c'è alcun video"). Lo scandalo diventa insostenibile e ancora rifiuta la responsabilità della verità: non dice dell'avvertimento di Berlusconi; non dice come si procura il denaro che gli occorre per le sue scapestrate avventure. (Sono buone ragioni per chiedergli di nuovo le dimissioni perché non è sufficiente l'ipocrita impostura dell'autosospensione). Quel che accade al governatore ci mostra in piena luce come funziona "una macchina".

È il terzo quadro. Al centro della scena, i direttori delle testate di proprietà del presidente del Consiglio (o da lui influenzate). In questo caso, Alfonso Signorini, direttore di Chi, già convocato d'urgenza da una vacanza alle Maldive per confondere, con una manipolazione sublunare della realtà, il legame del premier con una minorenne.

Signorini spiega come vanno le cose in casa dell'Egoarca, premier e tycoon. Direttamente con le redazioni o, indirettamente, da strutture esterne o da chi vuole qualche euro facile - i direttori raccolgono fango adatto a un rito di degradazione. Una volta messa al sicuro la poltiglia del disonore (autentica o farlocca, a costoro non importa), il direttore avverte i vertici del gruppo, l'amministratore delegato e il presidente. Che si incaricano di informare l'Egoarca. A questo punto, il premier è padrone del gioco. Pollice giù, e scatta l'aggressione. Pollice su, e il malvisto finisce in uno stato di minorità civile. Accade al giudice Mesiano, spiato dalle telecamere di Canale5.

Berlusconi addirittura annuncia l'imboscata: "Presto, ne vedremo delle belle". Accade al direttore dell'Avvenire, Dino Boffo, colpevole di aver dato voce all'imbarazzo delle parrocchie per la vita disonorevole del premier. Accade al presidente della Camera, Gianfranco Fini, responsabile di un cauto e motivato dissenso politico. Accade a Veronica Lario, moglie ribelle. A ben vedere, accade oggi al ministro dell'Economia che può intuire sul giornale del premier qualche avvertimento. Suona così: "Tremonti in bilico"; "Se Tremonti va, Draghi arriva". C'è da chiedersi: quanti attori del discorso pubblico sono oggi nella condizione di sottomissione che anche Marrazzo era disposto ad accettare?

Quarto e ultimo quadro, allora. Non viviamo nel migliore dei mondi. La personalizzazione della politica ha cambiato ovunque le regole del gioco e il fattore decisivo di ogni competizione è la proiezione negativa o positiva dell'uomo politico - e della sua affidabilità - nella mente degli elettori. È la ragione che fa del "killeraggio politico - scrive Manuel Castells (Comunicazione e potere) - l'arma più potente nella politica mediatica". I metodi sono noti. Si mette in dubbio l'integrità dell'avversario, nella vita pubblica e in quella privata. Ricordate che cosa accade a McCain e Kerry? Si ricordano agli elettori, "in modo esplicito o subliminale", gli stereotipi negativi associati alla personalità del politico, per esempio essere nero e musulmano in America. È la lezione che affronta Barack Obama. Si distorcono le dichiarazioni o le posizioni politiche. Si denunciano corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti che sostengono il politico. Naturalmente, le informazioni distruttive si possono raccogliere, se ci sono; distorcerle, se appaiono dubbie o controverse; fabbricarle, se non ci sono. È uno sporco lavoro, che ha creato negli Stati Uniti, dei professionisti. Uno di loro, Stephen Marks, consulente dei repubblicani, ha raccontato in un libro (Confessions of a Political Hitman, Confessioni di un killer politico) il suo modus operandi. È interessante riassumerlo: "Passo I, il killer politico raccoglie il fango. Passo II, il fango viene messo in mano ai sondaggisti che determinano quale parte del fango arreca maggior danno politico. Passo III, i sondaggisti passano i risultati a quelli che si occupano di pubblicità, che passano i due o tre elementi più dannosi su Tv, radio e giornali con l'intento di fare a pezzi l'avversario politico. Il terzo passo è il più notevole. Mi lascia a bocca aperta l'incredibile talento degli addetti ai media... quando tutto è finito, l'avversario ha subito un serio colpo, da cui non riesce più a riprendersi". Qui, quel che conta è la segmentazione del lavoro e soprattutto "l'incredibile talento degli addetti ai media" perché devono essere i più abili e i più convincenti. I media, negli Stati Uniti, non sono a disposizione della politica e per muoverli occorre "provocare fughe di notizie rimanendo al di fuori della mischia", offrire "merce" che regga a una verifica, a un controllo, che sia significativa e in apparenza corretta anche quando è manipolata.

In Italia, non esiste questo scarto. Non c'è questa fatica da fare perché non c'è alcuna segmentazione della politica mediatica. Uno stesso soggetto ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di "paesi amici e non alleati". Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la "meccanica" che abbiano sotto gli occhi e bisogna scorgere - della "macchina" - la spaventosa pericolosità e l'assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d'interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che mette freddo alle ossa, che minaccia l'indipendenza delle persone, l'autonomia del loro pensiero e delle loro parole. I più onesti, dovunque siano, dovrebbero riconoscerlo: non parliamo più di trasparenza della responsabilità pubblica, di vulnerabilità, di pubblico/privato. Più semplicemente, discutiamo oggi della libertà di chi dissente o di chi si oppone. O di chi potrebbe sentirsi intimidito a dissentire o a opporsi all'Egoarca.

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(27 ottobre 2009)

14 ottobre 2009

C.U.N. - Canone Unico (Nazionale) di bellezza -

Dopo il caso Bindi: L’emergenza estetica nell’Italia maschilista
Per le donne in politica e in tv vige il Cun, il canone unico di bellezza

Allarme. Massima attenzione. Al­tro che emergenza democratica. Il Pa­ese sta attraversando un’emergenza estetica. Sulle nostre reti tv circolano ancora donne non corrispondenti al Canone Unico Nazionale (Cun) di gio­ventù e bellezza. Appena una settima­na fa, a Porta a Porta , il premier ha stanato Rosy Bindi. Non è bastato, an­zi: col suo «lei è più bella che intelli­gente », Berlusconi ha fatto imbestiali­re molte donne, chiaramente brutte e/o vecchie. Hanno molto protestato online; e tuttora, a giorni di distanza, frange estremiste di diversamente belle si aggirano per la penisola of­frendo le loro foto alla stampa estera e danneggiando l’immagine dell’Ita­lia. No, per carità, stavamo scherzan­do. L’ultima notizia non è vera. Le al­tre sì.

E il Cun c’è sul serio, sottotraccia, da anni. Per anni non ci abbiamo fat­to caso; magari convinte di essere avanzate e spiritose. Non eravamo co­me le americane, che per un battuto­ne sul lavoro minacciano cause da ot­tocento milioni di dollari. Noi ne ri­diamo. Né come le tedesche, con quelle scarpe comode ma orrende. Noi anche in ufficio arranchiamo sui tacchi. Né come le norvegesi, che per legge occupano la metà dei posti nei consigli di amministrazione. Iddio ci protegga dalle quote rosa; ci bastano le nostre scarse e molto rosee coopta­zioni. E via così. Oltretutto: gli uomi­ni italiani eterosessuali sono abituati benissimo. Possono tornare a casa, non cucinare, rilassarsi su vari canali guardando ragazze poco impegnati­ve e seminude. Per informarsi posso­no cliccare sui siti di news e distrar­si con parate di bellezze esotiche in tanga. Quando i soliti stranieri mole­sti ci chiedono «Non vi dà fasti­dio? », noi italiane rispondiamo «Non tanto»; più che altro per assue­fazione. Perché siamo parecchio assuefat­te, ed è un guaio collettivo.

Chi scri­ve l’ha detto e noiosamente lo ripe­te: cari connazionali, che senso di sé avreste se da quando siete piccoli fo­ste stati bombardati da immagini di fanciulli muti e discinti che affianca­no anziane signore petu­lanti? Se i pettorali e i glu­tei maschili venissero usa­ti per pubblicizzare qua­lunque cosa? Se aveste ri­petutamente visto rispet­tabili signori in età discu­tere e subito venire zittiti perché — a parere dell’in­terlocutrice — sono brut­ti? Non vi sentireste, for­se, tanto bene. Bè, la me­dia donna italiana è cre­sciuta così. E, in caso si sia temprata e si sia dedi­cata a migliorare le capaci­tà professionali invece dei muscoli addominali, nien­te sconti: lavorerà, ma in sala macchine. Ad appari­re saranno le belle, giova­ni e toniche. In tv come in politica. Dove il principale partito di opposizione ha inseguito il leader della maggioranza con trucchet­ti di immagine un po’ patetici (due capolista attraenti e ventenni alle ele­zioni 2008); e il leader della maggio­ranza ha scelto deputate e ministre di grandi doti anche estetiche. Alcu­ne sarebbero perfette in tv. Anzi, vengono dalla tv, come Mara Carfa­gna. E’ ministro delle Pari opportuni­tà, non ha detto una parola sugli in­sulti a Bindi. In effetti, a parte casi unici come Giorgia Meloni, le donne Pdl non hanno detto una parola su­gli insulti a Bindi. Sono lontani i tem­pi in cui le parlamentari, da An a Ri­fondazione, lavoravano insieme a leggi per le donne. E manifestavano insieme, in jeans, davanti a Monteci­torio, perché la Cassazione aveva de­ciso che se una ragazza porta i panta­loni stretti non è stupro.

Anche oggi ci sarebbero battaglie comuni da fare: contro un maschili­smo prepolitico-prevalente nella po­litica e nei media. E ora una minoran­za in aumento sta, come si diceva una volta, prendendo coscienza. Si soffre guardando documentari co­me Il corpo delle donne di Lorella Za­nardo, scaricabile online; si protesta via Web quando la dignità delle don­ne viene offesa; si rimbeccano i ma­schi che ti danno della strega inacidi­ta e ti dicono «non ti lamentare, stai benissimo, protesta invece per le donne islamiche» (sacrosanto; ma quelli che dicono così ricordano tan­to le nonne che gemevano «finisci la fettina, pensa agli indiani che muoio­no di fame», e non si capiva in che modo il nostro ingozzarsi avrebbe portato vantaggi agli indiani; delle donne senza potere non possono aiu­tare le donne senza diritti, oltretut­to). E si conta sui ragazzi, spesso più avanzati dei padri (o dei nonni; l’at­tuale emergenza misogina è in gran parte provocata da persone anziane; da rispettare, se rispettano noi; e poi speriamo, non si può non farlo).

Maria Laura Rodotà
14 ottobre 2009

11 ottobre 2009

A "denudare il re" non sono le solite femministe arrabbiate ma "donne molto diverse"

Dopo il caso Bindi, dibattito su sesso, potere e denaro alla Casa delle Donne di Roma
"A rivelare il machismo di Berlusconi sono figure come Veronica e la D'Addario"

La sfida delle femministe al premier "Cultura sessista, smascheriamolo"
di ALESSANDRA LONGO


ROMA - Che ne è della sessualità maschile? Che ne è della politica degli uomini e delle donne in questo scorcio di stagione dominato dalla volgarità, dagli insulti, dal "disordine" nel rapporto tra i sessi? Le femministe tornano a interrogarsi. In centinaia affollano la Casa internazionale delle donne di Roma per l'incontro convocato da cinque voci storiche: Maria Luisa Boccia, Ida Dominijanni, Tamar Pitch, Bianca Pomeranzi e Grazia Zuffa. Aula stracolma, gente in piedi (su 400 presenze una disciplinata decina di uomini, tra cui Valentino Parlato, direttore del "manifesto") e saletta d'ascolto aggiuntiva allestita all'ultimo minuto. La chiamata a raccolta, organizzata da tempo, arriva all'indomani delle offese a Rosy Bindi che riceve lunghi applausi "per quel che ha subito, per come ha reagito e per l'immagine che ha dato di sé".

Sesso, potere e denaro: si va al cuore del problema ed è un altro modo di affrontare "il degrado della cosa pubblica, l'uso privato delle istituzioni". "Nel silenzio plumbeo degli uomini, anche di quelli dell'opposizione" (Boccia), i comportamenti di Berlusconi certificano il cambio di scenario. Siamo in pieno "post-patriarcato", ci dicono le femministe, costrette a ricominciare l'analisi da dove l'avevano lasciata: "Il conflitto tra i sessi non è risolto, ha assunto una diversa configurazione". Il post-patriarca è un uomo sessualmente in crisi, "senza autorità e autorevolezza", ed esercita il suo potere sulle donne, trattandole come "corpi", cui non è chiesto, ovviamente, di esprimere pensieri, meno che meno dissonanti. Il post-patriarca può contare su connivenze maschili trasversali, fida nella "colonizzazione" delle menti alimentata da certa televisione, sfrutta (finora) il silenzio di un certo mondo femminile indignato al punto di praticare l'estraneità (è la tesi di Gabriella Bonacchi).

Ma il post-patriarca, che sia Berlusconi o i tanti emuli, trova sulla sua strada chi lo smaschera. E la sorpresa è che a "denudare il re" non sono le solite femministe arrabbiate ma " donne molto diverse", per estrazione, ruolo, cultura. Leggi Veronica Lario e Patrizia D'Addario. I loro nomi risuonano nella saletta affollata, pronunciati senza spocchia o imbarazzo: "Non abbiamo più paura di mescolarci, non siamo più costrette a dividerci tra sante e puttane". Ed è questo il retaggio liberatorio del femminismo anni Settanta.
Un femminismo che ha bisogno di perdere gli eccessi di autoreferenzialità verbale, qua e là emersi negli interventi, di aggiornarsi, di ripensarsi, di fronte "al mondo intero che cambia e, con esso, il rapporto tra i sessi" (Luisa Muraro). Ci si indigna, durante questo convegno: per "la fiction del femminile allestita dal regime tele-politico berlusconiano", e ripresa da certa carta stampata, "per la sinistra che non c'è, come fossimo all'anno zero della politica italiana" (così Cecilia D'Elia, Sinistra e Libertà, vicepresidente della Provincia di Roma). C'è delusione: "E' la sinistra che ci deve venire a cercare", sibila Muraro, teorica del pensiero della differenza. C'è rabbia fredda: "Il comportamento delle donne nei partiti è stato scandalosamente inutile, insignificante" (Alessandra Bocchetti).

Groviglio di analisi e sentimenti, sensazione di un terreno che, dopo le grandi battaglie del passato, sta franando sotto i piedi per troppe complicità maschili e troppe timidezze aristocratiche femminili: "Rischiamo di perdere due generazioni di donne", è l'allarme che viene dalla Casa di Roma. E allora ci si interroga su come arginare "la disperazione" violenta del post-patriarcato, di come forare l'insopportabile "opacità" della politica (Bianca Pomeranzi)", di come far arrivare sui media "le donne reali" e non la loro caricatura. Tutto buttato lì, con passione e concitazione, in una mattina di sabato, senza nemmeno la pausa pranzo, con la fretta di ricominciare un dialogo interrotto.

© Riproduzione riservata (11 ottobre 2009)

24 settembre 2009

Ecosistema: solo animali di peluche!


SCIENZE/ANIMALI

"Panda troppo costosi, lasciamoli estinguere"
Provocazione da Londra. Chris Packham, conduttore di programmi sulla natura della Bbc, lancia la sua proposta: "Sono in un cul de sac evolutivo, stacchiamo la spina"
di FLAMINIA FESTUCCIA

LASCIATE che i panda si estinguano dignitosamente. Un singolare appello contro l' "accanimento terapeutico" che arriva dalla Gran Bretagna, per voce di Chris Packham, famoso naturalista e conduttore di programmi sugli animali. Che ha fatto insorgere gli animalisti.

Nella sua intervista alla rivista Radio Times, Chris Packham non è stato tenero con i grandi orsi bianchi e neri simbolo del Wwf: "I soldi spesi per la conservazione di questa specie potrebbero essere impiegati meglio, i panda sono entrati volontariamente in un cul de sac evolutivo". Da qui la proposta di "staccare la spina". Anche perché, ha aggiunto il naturalista britannico, "è inutile continuare a farli riprodurre in cattività se poi l'habitat dove reinserirli non esiste più".

La dieta. Morbidi, pigri, goffi, i panda sono animali davanti ai quali nessuno nasconde un moto di tenerezza. Eppure le parole di Packham hanno un fondamento. Il panda, infatti, appartiene alla stessa famiglia degli orsi, e come quelli tecnicamente sarebbe onnivoro. Anzi, il suo apparato digerente sarebbe quello di un carnivoro, ma da tempo la specie si è adeguata a una dieta composta quasi esclusivamente di bambù. Proprio per le difficoltà di assimilazione delle foglie, il panda ne deve mangiare circa 40 chili al giorno, e la lunga digestione gli conferisce quell'aspetto assonnato da orsacchiotto di peluche.

La riproduzione. Il panda è pigro anche in amore: raggiunge la maturità sessuale molto lentamente, e il periodo fertile di una femmina dura solo due giorni all'anno. Dato che si tratta di un animale solitario, poi, l'incontro tra i sessi non è sempre garantito, e per di più anche dopo l'accoppiamento solo una femmina su tre riesce a portare a termine la gravidanza. In ogni cucciolata possono nascere uno o due piccoli, ma la madre, sia in cattività che in natura, ne alleva sempre e solo uno, abbandonando l'altro. Ma nonostante concentri tutte le sue cure su un figlio solo, la mortalità infantile è comunque elevatissima.

In natura sopravvivono circa 1600 panda, secondo le stime del Wwf, minacciati dalla scomparsa del loro
habitat per mano dell'uomo. Ma sono molti, soprattutto in Cina, i centri dove si tenta la riproduzione in cattività. Addirittura si sperimenta una tecnica per cui la madre viene "ingannata" scambiando continuamente i cuccioli, in modo che li accetti e li allevi entrambi. Ma il problema sta anche a monte: per favorire l'accoppiamento tra gli animali impigriti e privi di interesse per l'altro sesso, si prova di tutto: dai feromoni ai "video a luci rosse", sperando che la vista di altri panda beatamente intenti alla riproduzione possa far riaffiorare gli istinti sopiti.

Le proteste. Il panda però è e rimane un animale simbolo della lotta per la protezione delle specie, e l'idea di "staccare la spina" ha fatto inorridire molti. "Chris ha detto una cosa sciocca, da irresponsabile", ha dichiarato Mark Wright, studioso di scienza della conservazione e consigliere del Wwf, che ha aggiunto: "I panda si sono perfettamente adattati al luogo dove vivono. Le montagne costituiscono il loro habitat e lì hanno a disposizione tutto il bambù che vogliono". Ma Chris Packham ha rincarato la dose, gettando ombre anche sul futuro delle tigri: "Difendere un animale che vale più da morto che da vivo sarà molto difficile, non credo che le tigri possano vivere altri 15 anni".

Tesi logicamente ineccepibili, quelle del conduttore britannico. Che di certo avrebbero suscitato molte meno polemiche se si fosse trattato di zanzare o pipistrelli. Ma pensando ai danni fatti dall'uomo all'habitat di tante specie, agli animali che si sono estinti, ripensiamo ai panda. Per quanto inadatti, inutili e costosi possano essere, siamo davvero pronti a lasciarli andare via per sempre?

(24 settembre 2009)

13 settembre 2009

Dal fango nasce il fiore di loto, dal letame nascono i fiori, ministro Brunetta, lo sapeva?

Placido querela Brunetta: "Indignato per le sue parole"

L'attore e regista annuncia in una lettera la denuncia contro il ministro, che ieri aveva detto che al Lido "c'è un pezzo d'Italia molto placida e leggermente schifosa"

VENEZIA - Michele Placido ha deciso di querelare il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che ieri da Gubbio aveva detto che al Lido c'è "un pezzo d'Italia molto rappresentata, molto 'placida', e quest'Italia è leggermente schifosa". "Sono indignato, anzi indignati siamo io e i miei familiari perché ha usato il mio nome", dice il regista presente in concorso alla Mostra con il film Il grande sogno.

Con una lettera aperta, Placido dice al ministro Brunetta: "Ha sbagliato persona per questo io la denuncio alla giustizia italiana. Questo signore che lei chiama Placido, leggermente schifoso, lavora per il comune di Roma Teatro Tor Bellamonaca gratis da cinque anni, teatro di periferia signor Brunetta e sempre gratis con le risorse di pochi ha creato un teatro in Calabria per bambini in un posto di sangue e di 'ndrangheta".

Placido prosegue: "Per quanto riguarda il regista di cinema, i miei ultimi tre film, a proposito di sovvenzioni non ne hanno avute e hanno incassato 14 milioni di euro più le vendite all'estero. Non voglio dilungarmi sulla mia lunga carriera come attore con premi internazionali e lavori con Monicelli, Rosi, Tornatore, Albertazzi, Strehler, Ronconi: fannulloni anche loro? Molti film da me interpretati sono stati candidati all'Oscar, la serie La Piovra premiata e venduta nel mondo ha fatto incassare alla Rai miliardi di lire sul mercato estero. Non chiedo una percentuale, ma rispetto. Ho lavorato anche con Mediaset nel rispetto dell'azienda così come ho sempre lavorato lealmente con i funzionari dello spettacolo anche di questo governo. In Francia sarei un pezzo della cultura francese, qui invece sono un pezzo come ha detto lei leggermente schifoso. La denuncio per questo, ma forse vengo ingiuriato da lei, perchè ho dichiarato che non ho mai votato per il presidente Berlusconi?".

"Ho sempre cercato di servire lo Stato pensando che cinema e teatro hanno una funzione civile importante, forse è questa una colpa? - conclude Placido - Ho fatto anche l'elogio degli uomini di destra quando era il caso, vedere la storia di Ambrosoli nel film Un eroe borghese. Insomma anche io credo che in Italia bisogna lavorare e fare la propria parte con onestà, come lei. Ma lei la denuncio - prosegue Placido nella lettera aperta - perché offende il mio nome, la mia dignità e non distingue come non ha distinto 40 anni di lavoro, per questo ci vedremo in tribunale".

La lettera, per la quale Placido questa mattina si è consultato con il proprio legale, si conclude con un post scriptum. "Il mio prossimo film è prodotto dalla Fox e l'anno prossimo mi trasferisco con la famiglia in Francia per un contratto come regista già firmato con la Pathè cine, una delle maggiori società in Europa. Le voglio ricordare il titolo del film Miserere! e non è una battuta".

(12 settembre 2009)

11 settembre 2009

El Pais commenta l'intervista al Premier italiano

L'EDITORIALE DEL PAIS

Meglio non frequentarlo

Al termine di un incontro con Zapatero, Berlusconi esibisce la sua confusione tra pubblico e privato

Silvio Berlusconi è ormai una compagnia poco raccomandabile. Lo ha potuto verificare ieri Zapatero, che ha dovuto sopportare, insieme a numerosi ministri dei due Paesi, le deliranti e mortificanti spiegazioni sul reclutamento di giovani donne per le liste elettorali del Popolo della libertà, sulle sue riunioni e feste con decine di donne dedite alla prostituzione e sulle sue accuse screditanti nei confronti di El Pais e di quella stampa italiana ancora al riparo dalla sua voracità di proprietario di media e dai suoi sforzi per limitare la libertà d'espressione.

Quello che sta trasformando Berlusconi in un personaggio inadeguato a un Paese serio e a un governo presentabile, togliendogli qualunque capacità di dialogare con autorevolezza con i suoi omologhi, non è la sua vita privata, ma proprio la confusione delirante fra pubblico e privato con cui ha organizzato la vita politica italiana.

La conferenza stampa al termine del vertice bilaterale fra i ministri è la migliore dimostrazione di questa esecrabile mescolanza di generi, che si produce perfino al momento di fornire le spiegazioni che i giornalisti legittimamente gli chiedono. Quasi dieci minuti sono durate le sue prolisse spiegazioni, condìte di egolatria e di umorismo maschilista e rissoso, sempre più complicate mano a mano che tra i presenti, spagnoli e italiani, si diffondeva l'imbarazzo.

Su Berlusconi in questo momento ricade il sospetto di usare il suo potere personale nella designazione di alte cariche dello Stato e nella formazione delle liste elettorali per ottenere favori sessuali. Lui stesso ha documentato e ieri ha perfino esibito come imbarazzante spiegazione sulla sua vita sessuale la propria vulnerabilità di uomo pubblico a cui può capitare di vedersi presentare delle belle ragazze, che naturalmente gli cadono ai piedi sedotte dal suo fascino, per ottenere in cambio favori politici o economici. Nulla si può dire della vita privata di chi sa preservarla, ma nel suo caso è stato lui stesso, i suoi stessi mezzi di comunicazione e la sua ex moglie che hanno scoperchiato tutto quanto, nel caso di quest'ultima segnalando il suo rapporto malato con ragazze minorenni, qualcosa che certo non potrà essere oggetto di incriminazione giudiziaria in Italia a causa della corazza legale che lui stesso si è costruito intorno.

Frequentare Berlusconi, il cui Paese fa parte del G8, è diventato un problema politico in più nella complessità delle relazioni internazionali. Ma quello che lo squalifica come governante è la sua vulnerabilità di fronte a qualunque pressione occulta, frutto delle circostanze che lui accetta per appagare la propria vanità e il proprio ego. La Chiesa, profondamente infastidita dai suoi comportamenti e oggetto dei suoi attacchi, ha deciso di trarre profitto dalla sua debolezza politica ottenendo interventi giuridici proprio nel campo della morale. Ed è chiaro che molti altri possono seguire la stessa strada.

(Questo articolo è stato pubblicato oggi su El Pais. Traduzione di Fabio Galimberti)

(11 settembre 2009)

27 agosto 2009

siamo al Regime, shhh...che non si sappia!

LA POLEMICA

I direttori di Tg3 e RaiTre sono ritenuti da tutti ottimi professionisti ma non piacciono a Berlusconi: per questo ha dato l'ordine di farli fuori

L'assalto finale al fortino di RaiTre
di CURZIO MALTESE


GLI attuali direttori di Tg3 e RaiTre, Antonio Di Bella e Paolo Ruffini, sono ritenuti da tutti ottimi professionisti, fra i migliori della Rai. Hanno ottenuto del resto, sia in qualità che in quantità d'ascolti, molti eccellenti risultati. Tranne l'unico che conti nell'Italia di oggi: piacere a Berlusconi. Per questo il sultano ha dato ai vertici di viale Mazzini l'ordine di farli fuori, trovando una scusa. Compito non facile, perché di ragioni davvero non ce ne sono. Ma quando non esistono spiegazioni logiche, di solito basta inventarsi un complotto e un colpevole.

I vertici Rai, che invece non brillano né per doti professionali né per fantasia, hanno infine convenuto d'indicare all'opinione pubblica il colpevole più banale: la sinistra. È ormai come dire che l'assassino è il maggiordomo, ma funziona sempre. Sarebbe il Pd a volere il caos della terza rete per poter lottizzare dopo il congresso, secondo il volere del vincitore. L'ipotesi sembra troppo cretina perfino per gli elevati standard di autolesionismo del centrosinistra. Ma Antonio Di Pietro, per esempio, ci crede e dà una mano ad addossare alla sinistra la colpa dell'epurazione voluta da Berlusconi.

Naturalmente ai tre candidati alla segreteria del Pd, Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino, basterebbero dieci minuti per smontare la vicenda. Il tempo di prendersi un caffè insieme e annunciare il via libera alle nomine di RaiTre. Ma evidentemente i tre non sono in grado di prendere insieme neppure un caffè, oppure non capiscono la portata della minaccia.

Nel mirino di Berlusconi non ci sono tanto questa o quella poltrona Rai, le ha già quasi tutte. Se così fosse, non varrebbe neppure la pena di parlarne. Ma al premier interessa piuttosto eliminare un gruppo di programmi amati e, per lui, pericolosi. Si tratta anzitutto di "Che tempo che fa" di Fabio Fazio e di "Report" di Milena Gabanelli, fiori all'occhiello della rete, quindi dei salotti di Serena Dandini e di Daria Bignardi, "Parla con me" e "L'era glaciale".

Un bouquet di trasmissioni che ha molti meriti o demeriti, dipende dai punti di vista. Riescono a coniugare qualità e popolarità, danno un senso al concetto di servizio pubblico e tengono attaccato alla Rai un pezzo d'Italia moderna e intelligente, assai ambita dai pubblicitari, la quale altrimenti sarebbe già del tutto emigrata sul satellite. L'obiettivo del premier e padrone di Mediaset è di cancellarli. Stavolta con calma, senza editti, lavorando di cesello sul palinsesto e tagliando i fondi.

Il direttore Ruffini, degno erede di Angelo Guglielmi, non accetterebbe mai di sottoscrivere una simile sterilizzazione della rete. Occorre dunque uno spaventapasseri di sinistra disposto alla bisogna, in cambio della poltrona. Se ne trovano a mazzi, basta fare un fischio e si forma la coda davanti a Palazzo Grazioli. I nuovi direttori di Tg3 e RaiTre faranno tanti complimenti a Fazio e Gabanelli, Littizzetto e Dandini, ma diranno che è venuto il tempo di cambiare, innovare. In peggio, aggiungiamo pure.

Può stupire che Berlusconi, con tutto il potere di cui dispone, si concentri su questa battaglia. Ma il risultato alle elezioni europee di giugno l'ha ormai convinto che anche le riserve indiane debbano essere bonificate e gli ultimi professionisti della comunicazione vadano sostituiti con burattini pubblicitari manovrati da Palazzo Chigi.

Il piano d'assalto all'ultima roccaforte indipendente dall'egemonia berlusconiana è astuto e probabilmente andrà in porto. A meno che Franceschini, Bersani e Marino non trovino quei dieci minuti per disinnescarlo. Ma sono troppo impegnati a discutere sulla forma del partito e il suo radicamento nel territorio. L'ipotesi che l'attuale RaiTre sia ormai il principale radicamento nel territorio della cultura progressista in Italia sopraggiungerà soltanto fra qualche anno, come si dice in questi casi: a babbo morto.

(27 agosto 2009)

01 agosto 2009

La strada che porta ai Bavagli

IL CASO
La campagna d'autunno del Cavaliere azzoppato
di GIUSEPPE D'AVANZO


Il Cavaliere, per levarsi dai guai degli scandali politici e sessuali in cui s'è cacciato da solo, ci ha provato - prima - con una comunicazione sovrabbondante, ipertrofica. Televisione, interviste, maquillage familiare con foto a colori del Figlio Marito Padre Nonno così amorevole, così italiano. Non ha funzionato. Le menzogne erano così assordanti che gli sono scoppiate in mano. Cilecca. Dunque, cambio di marcia e di strategia. Il flusso verbale, le patetiche e quotidiane battute sulle minorenni, le grottesche vanterie da "santo puttaniere" sono state archiviate e sostituite dal silenzio, autoimposto e imposto. Gioco comodo perché, come ha scritto il Financial Times ieri, "Berlusconi guida un regime costruito sul suo impero mediatico che include il controllo delle televisioni nella quasi totalità e di buona parte della stampa scritta. Anche la Rai, la tv di Stato, ha evitato di seguire in maniera adeguata il caso di Patrizia D'Addario sul suo canale principale". Ora anche la strategia del silenzio appare inadeguata. E' utile a nascondere all'opinione pubblica domestica quanto siano disonorevoli le sue condotte private e vulnerabile il suo agire pubblico.
Oscura la catastrofe della sua reputazione all'estero, che finisce col travolgere anche la credibilità del Paese tutto intero, ma non muta di un'acca uno stato delle cose che - Berlusconi sa - peggiorerà in autunno.

Ecco perché, prima di dileguarsi per una decina di giorni chi lo sa dove e chi lo sa perché, il premier sta organizzando truppe, generali e piani per la "campagna di autunno". Oggi la crisi di Berlusconi la si può ricostruire così: il capo del governo, nell'Occidente euroamericano, è un'anatra zoppa. L'establishment internazionale attende la sua uscita di scena, prima o poi. Nel cortile di casa non va meglio, nonostante l'opposizione se ne stia in un angolo a guardarsi l'ombelico. I comportamenti di Berlusconi hanno pregiudicato molto seriamente la sua influenza nel mondo cattolico e i buoni rapporti con le gerarchie ecclesiastiche. Anche il Papa ha mostrato di condividere le severe critiche dell'Avvenire e dei vescovi piovute sul capo del premier.

In autunno, questa scena può diventare ancora più avversa di quanto lo sia oggi. Cominciamo dall'economia reale. È vero, ci sono micro-segnali di ripresa, ma come spiegano osservatori e protagonisti, "si stanno accumulando gli effetti di una recessione lunga e i prossimi mesi saranno inevitabilmente critici" (Corrado Passera). Molte piccole imprese, a settembre, saranno scomparse e con loro decine di migliaia di posti di lavoro. Dal punto di vista personale, per Berlusconi, non va meglio. In settembre, le inchieste di Bari su prostituzione e droga che vedono imputato Gianpaolo Tarantini, il giovane amico del presidente, potrebbero trovare una prima discovery. Potrebbero essere rese pubbliche le conversazioni tra il Cavaliere e il suo ruffiano (anche dieci al giorno). La Consulta potrebbe dichiarare incostituzionale la legge che lo rende immune e consegnarlo di nuovo ai giudici di Milano per la corruzione del testimone David Mills. La nuova legge sulle intercettazioni potrebbe svelare agli italiani come il capo del governo svenda la sicurezza di tutti per proteggere se stesso e i traffici del ceto dirigente legando le mani alla magistratura e imbavagliando la stampa.

Il tableau giustifica le preoccupazioni del Cavaliere. Come scrive Slavoj Zizek, Berlusconi avrà anche "la maschera da pagliaccio" ma solo per nascondere "un potere spietatamente efficiente" (London Review of Books e Internazionale, 24 luglio). È l'efficienza di una macchina di potere che il premier vuole mettere a punto prima dell'autunno. A cominciare da quel segmento che, nella sua avventura politica, è sempre stato decisivo, vitale: la comunicazione. È tutto quel che gli serve, in fondo. Con una comunicazione manipolata e truccata, Berlusconi elimina la verità effettuale delle cose (la crisi economica, l'immobilismo del governo); incuba le paure del Paese ("immigrati", "complotto eversivo", "comunisti"); trasforma l'ordinario in "miracolo" e ogni difficoltà o stallo in "emergenza nazionale"; sommerge il Paese di parole inutili e immagini ludiche; tiene gli italiani in uno stato di minorità che impedisce loro di andare, con qualche spirito critico e consapevolezza, oltre le emozioni e l'immaginazione. È questa difesa mediatica, è questo "miracolismo mediatico" che il capo del governo, protetto dal suo conflitto di interessi, vuole consolidare, rendere aggressivo e dominante, più di quanto oggi non lo sia, in attesa di isolare e colpire i suoi avversari o i non conformi con leggi ah hoc, manovre di potere, e magari le mosse di burocrazie sottomesse (Murdoch è soltanto il primo della lista degli "ostili", selezionata nelle riunioni segrete di questi giorni).

Il Cavaliere militarizza subito il fronte della comunicazione, quindi. Via Mario Giordano, il povero direttore del Giornale assoggettato quanto basta, ma senza alcun peso specifico. Che arrivi Vittorio Feltri da Libero, un "peso massimo". Che Clemente Mimun, direttore del Tg5, si adegui alla bisogna e all'esempio di Augusto Minzolini, direttore del Tg1. E se non se la sente, che lasci la seggiola a Maurizio Belpietro, quello sì che sa il fatto suo quando si tratta di menar le mani che poi a Panorama si troverà un altro "picchiatore" per dirigerlo. È con questo "pacchetto di mischia" (Minzolini, Feltri, Belpietro, Mimun) che il capo del governo vuole "militarizzare" la comunicazione e deformare il racconto della realtà. Può farlo certo in casa sua in assenza di una legge sul conflitto di interessi, ma è legittimo che lo faccia anche in quella casa di tutti che è il servizio pubblico radiotelevisivo? Può farlo senza che gli organi di garanzia tecnici, politici e istituzionali muovano un ciglio e trovino la forza di profferire parola? Sappiamo che Paolo Garimberti è in Viale Mazzini come "presidente di garanzia", meno si comprende che cosa e chi stia garantendo. Non certo il telespettatore italiano che non ha saputo nulla e nulla saprà di quanto in Italia e all'estero accade al capo del governo. Sappiamo naturalmente che esiste una "Commissione parlamentare per l'indirizzo e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi", presieduta da Sergio Zavoli, meno si può dire del suo lavoro di vigilanza, ieri passiva dinanzi alla lottizzazione, oggi taciturna e impotente dinanzi alla "militarizzazione" della Rai.

Siamo così oltre il livello di guardia per un'ordinata democrazia che forse anche il presidente della Repubblica dovrebbe guardare in questi affari. A meno di non volersi rassegnare, già dall'autunno, a quella che appare a Mario Perniola la migliore definizione di comunicazione: a tale told by an idiot, full of sound and fury, signifying nothing, "una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa niente" (Macbeth).

(1 agosto 2009)

30 luglio 2009

"Le donne belle vanno sempre con gli uomini ricchi e potenti"


LA POLEMICA
Cosa ne è delle donne ai tempi del Cavaliere
di MICHELA MARZANO


CENE, balli, barzellette, "ragazze-immagine" in abiti neri e trucco leggero, bellissime escort i cui volti si sovrappongono fino a sfumare l'uno nell'altro... No, non si tratta del copione di un film di serie B, ma di un rituale che, in questi ultimi anni, si è banalizzato in Italia, ripetendosi in modo ossessivo nel cuore stesso del potere, a Palazzo Grazioli come a Villa Certosa, eco di un mondo in cui le donne non sono più che delle controfigure sbiadite.

"Casting", "fashion", "book": le donne, ormai, nell'Italia di Berlusconi, non sembrano più contare per quello che fanno o sanno fare, per le loro competenze professionali, per la loro preparazione o per la loro storia (dolorosa, a volte; difficile, sempre), ma per il ruolo che giocano, per come appaiono, per ciò che non esprimono. Le donne sono sempre più corpi e volti ritoccati per sottomettersi tutti ad un'unica ingiunzione: sii bella e seducimi! "Io sono una bambola" afferma con fierezza una show girl alla televisione, credendo così di essere irresistibile. "Le donne belle vanno sempre con gli uomini ricchi e potenti", sembra confermare Vittorio Sgarbi in una recente intervista telefonica tirando fuori la carta ormai usata e abusata dell'apologia dell'italiano "scopatore".
Ma cosa dicono questi corpi sottomessi (alle diete, alla chirurgia plastica, allo sport, allo sguardo dell'uomo), il cui volto rifatto ha ormai perso ogni segno di singolarità e di vulnerabilità? Che tipo di relazione con l'altro possono stabilire? Si può ancora parlare di relazione e di desiderio quando l'alterità (l'irriducibile alterità dell'altro, come direbbe Levinas) scompare sotto la maschera di un oggetto di piacere e di pulsione intercambiabile? Quale donna si rivolgerebbe oggi al truccatore che vuole nasconderle le occhiaie come fece Anna Magnani, che "ci aveva messo degli anni per farsele e non voleva nasconderle"?
"Ad un volto", scriveva Deleuze, "possiamo porre due generi di domande, a seconda delle circostanze: a cosa pensi? Oppure: cosa ti succede, che cos'hai, che cosa senti o che cosa provi?". È attraverso il viso che ognuno di noi può esprimere la propria singolarità e la propria specificità: un viso non è mai "un" viso in generale, ma sempre "il" viso di qualcuno che porta su di sé i segni del tempo che passa, delle emozioni vissute, dei dolori, delle gioie. Cosa accade allora quando "il" viso diventa "un" viso, uno qualsiasi tra i tanti, conforme alle norme in vigore, ma inespressivo: un "volto angelico" di una ragazza, il cui nome può essere Noemi, ma anche Roberta, Barbara, Patrizia, Lucia?
Perché in fondo poco importano nome e viso di queste ragazze. Si tratta quasi sempre di giovani donne sorridenti e sognanti. E quando non sono più tanto giovani, tutte continuano a avere le labbra formose, il naso rifatto, le rughe cancellate, l'abito nero, il trucco leggero... per continuare a occupare la scena di una vetrina luccicante, per non smettere mai di sedurre i maschi, per incarnare l'immagine della donna perfetta che continua a guardarsi nello specchio deformante del piacere virile.

Perché allora così poche persone insorgono contro questa mascherata tutta italiana che da anni cancella "il" viso delle donne, per ridurle al ruolo subalterno e umiliante della semplice comparsa teatrale, come se, per continuare a esistere, le donne fossero ormai costrette a interpretare sempre lo stesso personaggio? Perché tante donne credono che il solo modo per emergere dalla massa informe dell'anonimato sia quello di ridursi a oggetti di pulsioni, contemplate per il corpo-feticcio che incarnano, e ridicolizzate - senza per questo scomporsi - per la loro incompetenza professionale davanti alla telecamera?

Non si tratta di criticare le scelte personali di alcune donne. In fondo, ogni persona è libera di fare quello che vuole della propria vita. Perché non diventare una velina? La questione, qui, riguarda la libertà. Quale libertà resta oggi alle donne in un paese in cui il potere in carica propone loro un modello unico di riuscita e di comportamento? Quale libertà resta quando si fa loro credere che il desiderio non sia altro che pulsione? Il desiderio, che è il sale della vita, e che spinge ognuno di noi ad andare verso l'altro, non può ridursi alla voglia frenetica di "consumare" corpi seducenti e impeccabili; il desiderio emerge e si sviluppa solo quando l'altro, l'oggetto del nostro desiderio, resta giustamente "altro": colui o colei che è ciò che io non sono, che ha ciò che io non ho e che, nonostante tutto, al di là della seduzione e dei rapporti sessuali, rimane irraggiungibile. A differenza di un pezzo di pane o di un bicchiere d'acqua che si consumano quando si ha fame o sete, la donna non è un semplice oggetto che può essere consumato a proprio piacimento. E non per ragioni morali (la "moralina", direbbe Nietzsche). Ma perché, molto più semplicemente, in ogni relazione umana c'è un "resto", qualcosa dell'altro che non si può distruggere perché l'altra persona sfugge sempre alla "presa" e, in quanto persona, resiste alla volontà dell'altro di assimilarla a sé. È in questo "resto" che risiede la sua specificità e la sua umanità. Un volto che dice "no" e che si oppone all'onnipotenza del potere, della ricchezza, della violenza.

Solo nei film pornografici il volto scompare e non esprime più nulla, producendo un sistema nel quale gli uomini e le donne non sono altro che due polarità complementari: l'attività e la passività, il potere e la disponibilità. Tutto si riduce a ripetizione, accumulazione e moltiplicazione: la ripetizione ossessiva degli stessi gesti; l'accumulazione delle donne come trofei di caccia; la moltiplicazione delle conquiste... Fino a che non emerge un mondo in cui, guardando o essendo guardati, tutti restano intrappolati nella ripetizione di un atto che simula il sesso senza più nessun riferimento all'incontro sessuale, come mostra magistralmente Kubrick nella scena dell'orgia del suo ultimo film, Eyes Wide Shut. Un mondo che, in fondo, altro non è che il vecchio sistema patriarcale in cui gli uomini amano delle donne che non desiderano e desiderano delle donne che non amano, come diceva Freud, e in cui le donne sono costrette a scegliere a quale gruppo appartenere: le "madonne" o le "puttane".

Con il 1968 e la rivoluzione sessuale degli anni Settanta, questo sistema era stato rimesso in discussione: la libertà per le donne di disporre finalmente del proprio corpo aveva come finalità principale il raggiungimento di un'uguaglianza a livello di diritti che doveva permettere a tutti di diventare soggetti della propria vita. Uomini e donne uguali. Uomini e donne capaci di costruire la propria vita, di lottare per affermarsi, di mostrare il proprio valore e le proprie competenze. Che cosa resta, nell'Italia di oggi, di questa rivoluzione? Che messaggio dà alle adolescenti di oggi un paese il cui presidente del consiglio è fiero del proprio machismo? Un paese in cui un personaggio pubblico celebre può dichiarare senza vergogna che "chi scopa bene, governa bene"?
Guardando quello che accade negli altri paesi europei, l'Italia "liberista e moderna" sfigura, presentandosi come l'emblema stesso del ritorno all'atavico machismo dei paesi mediterranei. È questo che stupisce e scoraggia quando ci si rende conto che l'unico modello femminile valorizzato oggi in Italia è quello della bambola impeccabile la cui sola preoccupazione è l'immagine del proprio corpo e la seduzione maschile. Non perché non ci si debba occupare del proprio corpo, ma perché quando il corpo non è altro che un oggetto di consumo, la donna perde la possibilità di esprimersi indipendentemente dallo sguardo degli uomini.

Facciamo, allora, in modo che il ventunesimo secolo, col pretesto di essere "alla moda", non sia la tomba di tutte le conquiste femminili del secolo scorso.

(30 luglio 2009)

24 luglio 2009

"sono una Donna, non sono una Santa..." - Rosanna Fratello come il Premier!

L'ANALISI
La sindrome del maschio
di CHIARA SARACENO


"Non sono un santo", ha dichiarato Berlusconi, meritandosi i titoli di apertura di tutti i giornali. È davvero una ammissione di colpevolezza, una assunzione di responsabilità rispetto al pericolo serio in cui ha messo la sicurezza dello stato con i suoi comportamenti a dir poco sventati, e rispetto alle menzogne profuse con generosità al paese?

Persino gli ambienti della Santa Sede sembrano aver accolto con benevolo favore questa ammissione, mostrando ancora una volta quanta real politik ci sia nell'atteggiamento della gerarchia cattolica nei confronti dei politici italiani. Pronta a chiudere non uno, ma due occhi di fronte alle nefandezze comportamentali, purché (verrebbe da dire, in cambio) sia assicurato il mantenimento e l'approvazione delle norme che le stanno a cuore, anche se contro il principio di sovranità dello stato e di rispetto della libertà dei cittadini. Viceversa pronta ad attaccare violentemente i politici, specie se cattolici, che tentano di trovare ragionevoli equilibri normativi tra le diverse opzioni valoriali. Ne sanno qualche cosa Prodi e Bindi.

In realtà a me sembra che, con la solita furbizia e tempismo, Berlusconi abbia semplicemente detto, strizzando l'occhio alla platea di cittadini maschi, ma anche di un bel po' di donne: sono uno come voi, solo più fortunato e più potente. Sono un "maschio vero", e per questo potenzialmente incontenibile e incontinente. A differenza di voi, mi posso permettere tutte le donne giovani e carine (e disponibili) che voglio, perché le posso pagare sia direttamente sia utilizzando risorse pubbliche (posti di lavoro, candidature in parlamento, ministeri). Per questo ci sono schiere di "belle figliole", anche non necessariamente già professioniste del ramo, disposte ad accettare un mio invito, anche con il consenso dei genitori.

Questo tipo specifico di "non santità", in effetti, è la realizzazione dei sogni più o meno inconfessati di molti maschi italiani (anche russi, a leggere la Komsomolskaia Pravda) - a prescindere dal colore politico. E lusinga tutte quelle donne giovani e meno giovani che perdono la testa per gli uomini forti e potenti. E sono disponibili, come le mamme degli stupratori, a trovare loro ogni tipo di scusante, compresa la cattiveria femminile. O le donne che, più cinicamente, hanno deciso di fare del proprio corpo e della propria sessualità il proprio strumento di lavoro, o di accesso al lavoro, in una società dove abbondano i maschi guardoni e segretamente mandrilli.

Una società che sembra avere della sessualità una concezione sfruttatoria, coattiva e ripetitiva, svincolata da ogni dimensione relazionale, mortalmente triste. Molte donne italiane sono soffocate e umiliate da questa situazione e si ribellano. Ma non si sentono uomini ribellarsi a questa immagine della maschilità e dei rapporti uomo-donna che suggerisce.

E' questa complicità sotterranea di una parte grande della società italiana che permette a Berlusconi la sfrontatezza che conosciamo e a cui si è rivolto con quella banale, ma furba, ammissione. Una complicità, verrebbe da dire, a tutto campo, che riguarda le sue imprese sessuali con corollario di scambio sesso-potere, ma anche i vari conflitti di interesse e le imprese finanziarie non sempre limpide. Del resto, che cosa ci si può aspettare in un paese che approva solennemente codici etici quando basterebbe fare rispettare il codice civile e penale? Ovvero dove non imbrogliare assurge a dimensione etica alta e non è il normale atteggiamento che ci si deve attendere nei rapporti commerciali e non? Se Berlusconi è un problema per la nostra democrazia, lo è ancora di più la complicità di larga parte della società civile, con il benevolo silenzio-assenso della gerarchia cattolica.

(24 luglio 2009)

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IL COMMENTO
L'autunno del patriarca
di GIUSEPPE D'AVANZO


I documenti sonori resi pubblici dall'Espresso dicono che Patrizia D'Addario, prostituta, ha detto la verità e Silvio Berlusconi, capo del governo, ha mentito.

È giunto allora il momento di tirare qualche (temporanea) conclusione sull'affare che, nel "carnevale permanente" dell'Italia di oggi, rischia di uscirne sfigurato e invece ha un solo, ostinatissimo punto fermo: Silvio Berlusconi è costretto o a tacere o a mentire perché non è nelle condizioni di rispondere ad alcuna domanda.
Non è che il Cavaliere non abbia provato a dare qualche risposta. Ci ha provato ripetutamente, confusamente, animatamente, affannosamente e sempre in condizioni protette (giornali di sua proprietà, il servile servizio pubblico della Rai), mai riuscendo nell'impresa di non contraddirsi. Di non ingannare. Di non smentire se stesso. Di non dover ammettere a collo torto quel che aveva già pubblicamente negato.
Oggi, nel mondo rovesciato che lo protegge, frulla qualche argomento buffo: in difficoltà dovrebbe essere chi chiede la verità e non chi, impossibilitato a raccontarla ai pensanti, vive sotto tutela, in fuga da se stesso e dalla sua vita, nascosto anche al suo amatissimo pubblico al quale sempre chiede che lo applauda e gli voglia bene. È il mondo della verità rovesciata. Sono i prodigi di un'Italia con malattie organiche, impavidamente adulatoria, pronta a proclamare presto Berlusconi anche "correttore di terremoti, delle eclissi, degli anni bisestili e degli altri errori di Dio".

La scena diventa farsa se soltanto si ricorda che, nel corso del tempo, il lavoro giornalistico (non solo di questo giornale e di questo gruppo editoriale) ha sempre meglio definito il "sistema di scambio sesso-danaro-potere" inaugurato da Berlusconi (Dominijanni, Manifesto, 14 luglio).

Si dice: non ci sono più spine che pungono il Cavaliere, magari un po' ammaccato, Berlusconi l'ha fatta franca anche questa volta, ed è tutto un vivamaria. Come se si potessero dimenticare le "storie" note. È vero che "la memoria politica ha delle sincopi" (Franco Cordero), ma in questo caso i ricordi non sono ancora deperiti. Conviene riproporli in bell'ordine: Berlusconi premia con candidature al Parlamento le giovani donne che sono state gentili con lui a Palazzo o in Villa. Berlusconi frequenta minorenni, ne lusinga una (Noemi) sbirciando un portfolio procuratogli da Emilio Fede, le promette un futuro nello spettacolo o, in alternativa, a Montecitorio. Berlusconi fa sesso con prostitute che affollano le sue feste, qualcuna (come Patrizia d'Addario) diventa candidata.
La politica può assuefarsi a questo varietà che disonora le istituzioni e le rende vulnerabilissime come osservano anche le teste meno ammobiliate che, mentre gridano "che schifo!", non si accorgono di aver detto che "il governo è ricattato da succhiatrici di capezzoli"?
Può essere considerata ordinaria, nel mondo evoluto, una così smaccata debolezza di un premier all'estorsione, al ricatto?
È un aspetto rilevante della storia perché quel che non mancano in quest'affare sono le testimoni, e quindi gli attori di una possibile coercizione delle volontà del capo del governo. Sono decine e decine le amanti senza amore, ricompensate bene o mediocremente, che si sono succedute nel serraglio del capo del governo. Festa dopo festino. Orgia dopo orgia. Nel taccuino del pubblico ministero di Bari ci sono diciannove nomi di giovani donne che hanno partecipato alle feste di Palazzo Grazioli o di Villa Certosa.
Il pubblico ministero deve dimostrare che un ruffiano ha favorito la prostituzione. Ne sono state sufficienti quattro, di quelle diciannove giovani donne, per chiudere il cerchio. Il loro racconto è stato univoco: sono state pagate dal ruffiano, amico di Berlusconi, per andare a Palazzo e, in qualche caso, per fare sesso con il "sultano" o infilarsi in formazioni - diciamo - più eclettiche e animate nel "letto grande", dono stravagante (o intenzionale) di Vladimir Putin. Il ruffiano le ha pagate per le loro prestazioni e quattro fonti di prova sono sufficienti per il processo, pensa il pubblico ministero. Che mette punto. Non vuole scandali. Vuole un processo.

Si sa come Berlusconi si scrolla di dosso la polvere: è vero, ho fatto sesso con Patrizia D'Addario, ma non sapevo che fosse una prostituta, ho invitato in casa un'ospite sbagliato, tutto qui. L'argomento del "sultano" è degno di Friedrich Durrenmatt: "Il caso è stato interpretato come intenzione, la sventatezza come proposito deliberato". In questa storia - è un domino, Veline, Noemi, D'Addario - affiora dunque una nuova tessera da vagliare: caso o intenzione, sventatezza o programma, la presenza di zambràccole nel "letto grande"?

I documenti sonori dell'Espresso sono la risposta inoppugnabile all'interrogativo. Berlusconi sa che Patrizia è una prostituta (lo sa perché deve pagarla "con una busta"), lo sa per i giochi multipli che propone alla signora. È una realtà così caparbia che non lascia margini all'avvocato del presidente (quello dell'utilizzatore finale). Nicolò Ghedini deve negare alla radice che quella realtà ci sia; deve dire che è inventata nella pretesa - si potrebbe dire totalitaria - di eliminare in un colpo solo ragione, memoria e finanche l'udito.

A quasi tre mesi dal viaggio a Casoria per i diciotto anni di Noemi, un provvisorio rendiconto deve concludere che Silvio Berlusconi ha in questi mesi attraversato, senza pudicizia, tutta intera la fenomenologia della menzogna.

Nella sua classificazione, Vladimir Jankélévitch distingue la menzogna in base al rapporto che intrattiene con la verità.
E dunque c'è la dissimulazione, quando ci si limita a nascondere la verità (Berlusconi ha detto: "Non ho mai voluto candidare veline, non frequento minorenni").
L'alterazione, quando si modifica la natura del vero (Berlusconi ha detto: "Non sapevo che Patrizia fosse una prostituta").
La deformazione, quando se ne ingrandisce o se ne rimpicciolisce il formato (Berlusconi ha detto: "Ho visto tre, quattro volte Noemi e sempre con i genitori").
L'antegoria, quando si dice l'assoluto contrario (Berlusconi ha detto: "Non ho mai pagato una prostituta").
La fabulazione, quando invece di mascherare la verità, la si inventa di sana pianta (Berlusconi ha detto: "C'è un progetto eversivo contro di me").

Verità e menzogna. Etica pubblica. Fiducia tra eletto ed elettori. Tra i pifferi e le grancasse di un'Italia ingaglioffita o pavida, di questo ci parla uno scandalo, da cui il capo del governo non riesce a venir fuori.

Non c'è bisogno di ripetere quanto hanno scritto qui Carlo Galli (L'etica della democrazia, 22 giugno), Stefano Rodotà (L'etica pubblica perduta, 10 luglio; Il dovere della chiarezza, 13 luglio), Edmondo Berselli (Verità finte e bugie vere, 15 luglio). Dovrebbe essere ormai chiaro che "chi mente - non importa su che cosa - è un pericolo per la libertà e la democrazia" e diventano "parole al vento" gli "assennati appelli alla concordia e al dialogo senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità" (Gustavo Zagrebelsky, Quando il potere teme la verità, 17 luglio).
A meno di non voler pensare, come il patriarca di Marquez: "Non importa che una cosa non sia vera, che cazzo, lo diventerà col tempo".

Quel tempo non arriverà fino a quando rifiuteremo di credere vero ciò che sappiamo falso, fino a quando continueremo a chiedere al patriarca di turno di rendere disponibile la verità in un dibattito pubblico. Finanche Berlusconi, all'alba della sua avventura politica, era d'accordo: "La gente deve fidarsi solo di chi dice la verità" (2 marzo 1994). E dunque, presidente, adesso che è al suo autunno, come ci si può fidare di lei?

(21 luglio 2009)

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Quando il potere teme la verità
di GUSTAVO ZAGREBELSKY


SONO venute a galla, finalmente, due questioni che riguardano, l'una, la verità e, l'altra, la moralità nella vita pubblica. Sono questioni che oggi particolarmente toccano un uomo alle prese con l'affannosa gestione davanti alla pubblica opinione di uno sdoppiamento, tra la realtà di ciò che effettivamente egli è e fa e la rappresentazione fittizia che ne dà, a uso del suo pubblico. Siamo di fronte a una novità? Possiamo credere sia un caso isolato? Via! La menzogna e l'ipocrisia, alla fine la schizofrenia, sono sempre state compagne del potere.

Questa constatazione realistica può chiudere il discorso solo per i nichilisti, i quali pensano a un eterno nudo potere, che volta a volta, si presenta in forme esteriori diverse, ma sempre e solo per coprire la sua immutabile, disgustosa, realtà. Per gli altri, quelli che credono che il potere non necessariamente sia sempre solo quella cosa lì, ma che si possa agire, oltre che per conquistarlo, anche per cambiarlo; per quelli, in breve, che credono che vi siano diversi possibili modi di concepire e gestire le relazioni politiche, verità e menzogna, moralità e ipocrisia sono dilemmi su cui si può e si deve prendere posizione.

Vizi e virtù cambiano, anzi si scambiano le vesti, a seconda di quali siano le concezioni del vivere comune. I vizi possono diventare virtù e le virtù, vizi. Onde possiamo dire che da come li si concepisce capiamo che idea abbiamo della nostra convivenza. C'è qui una spia che permette di guardare nello strato profondo, magari inconscio, delle nostre concezioni politiche.

Nelle Istorie fiorentine (III, 13), Machiavelli dice che i mezzi del potere sono "frode e forza" e che "quelli che per poca prudenza o per troppa sciocchezza, fuggono questi modi, nella servitù sempre e nella povertà affogano; perché i fedeli servi sempre sono servi, e gli uomini buoni sempre sono poveri; né mai escono di servitù se non gli infedeli e audaci, e di povertà se non i rapaci e fraudolenti". Buone massime di comportamento, ma per il Principe in società di servi e padroni: qui davvero le virtù diventano vizi e i vizi, virtù.

La verità, il rispetto dei "bruti fatti", è la virtù di coloro che si intendono e vogliono intendersi tra loro; al contrario, quando il proposito non è l'intesa ma la sopraffazione, la virtù non è più la verità ma è la menzogna, la simulazione di quel che è e la dissimulazione di quel che non è.

La verità predispone al dialogo in cui ciascuno onestamente fa valere i propri punti di vista; la menzogna prepara inganni e, in risposta, giustifica altre simulazioni e dissimulazioni (Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta - 1641), come arma di legittima difesa. Ne vengono società di maschere, mascheramenti e mascherate che nascondono violenza, come erano le società di cortigiani, venefici e tradimenti del 5 e '600 in cui l'elogio della malafede dei governanti ha trovato il suo terreno di coltura.

Gesù di Nazareth impartisce ai discepoli due comandamenti, all'apparenza contraddittori: "Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno" (Mt 5, 36) e "siate avveduti (phronimòi) come serpenti" (Mt 10, 16). Da un lato, dunque, rispecchiare la verità, né più né meno; dall'altro, usare la lingua biforcuta del "più astuto tra tutti gli animali" (Gn 3, 1).

Come si scioglie la contraddizione? In un modo molto interessante per la nostra questione. Il primo comandamento vale nei rapporti tra leali appartenenti alla stessa cerchia, in quel caso i credenti nella medesima parola di Dio ("avete inteso che fu detto ..., ma io vi dico"). Il secondo vale quando le pecore (i discepoli) sono inviati in mezzo ai lupi, gli uomini dai quali devono "guardarsi" con accortezza.
Ecco, dunque. La verità vale tra amici; tra nemici è dissennatezza. Se riteniamo di non essere vincolati alla mutua obbligazione al vero, se riteniamo legittima la frode, la menzogna, l'inganno è perché viviamo nell'ostilità e i regimi dell'ostilità sono quelli inclini alla sopraffazione.

Noi comprendiamo perciò lo scandalo che, purtroppo in altri Paesi e non nel nostro, dà l'uomo pubblico che è scoperto avere mentito, per questo solo fatto, magari su una questioncella da niente: uno scandalo non di natura morale o moralistica ma politico, che può portare alla rovina d'una carriera.
Chi mente, non importa su che cosa, è un pericolo per la libertà e la democrazia.
Oggi, da noi, si moltiplicano assennati appelli alla concordia e al dialogo, ma senza il parallelo, anzi preliminare, appello alla chiarezza della verità, sono parole destinate al vento.
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Anche la questione della moralità conduce a un problema politico di democrazia. Si dice: il giudizio morale non deve influire sul giudizio politico. La politica si giudica con criteri politici; la moralità, con criteri morali. Un ottimo uomo pubblico può essere un pessimo individuo nel privato, col quale non si vorrebbe avere nulla da spartire. O viceversa: una persona dabbene può essere un pessimo politico, cui non vorremmo affidate responsabilità pubbliche. Gli ambiti sono diversi e devono essere tenuti separati. Lo Stato moderno è il prodotto della scissione dell'ufficio pubblico dalla persona fisica che lo ricopre. Il funzionario è, come tale, soggetto a particolari e stringenti doveri di moralità pubblica, della cui osservanza risponde pubblicamente. Ma la stessa persona, nel momento in cui è spogliato della sua funzione ritorna a essere uno come tutti, ha il diritto di essere lasciato in pace come un qualunque altro cittadino. La sua moralità è in questione solo di fronte alla sua coscienza, a Dio o al confessore.
Tutto questo è chiaro ma troppo semplice. I punti di interferenza sono numerosi, in un senso e nell'altro. Quando c'è interferenza, non si può negare l'esigenza di verità. Può accadere che la posizione pubblica sia spesa nella vita privata, oppure che i comportamenti privati si riverberino sulla posizione pubblica. Talora queste commistioni hanno rilievo per il codice penale. Ma molto spesso no. Non per questo non hanno rilievo politico. Esempio del primo tipo: la strumentalizzazione del "fascino del potere" per ottenere vantaggi nella vita privata. I favori sessuali attengono certamente alla vita privata. Ma altrettanto certamente ciò non basta a escludere il diritto dell'opinione pubblica di sapere se questi si ottengono facendo balenare o distribuendo favori, come solo chi occupa posizioni di pubblico potere può fare. Oppure, esempio del secondo tipo, lo stile di vita personale attiene certamente all'ambito privato che chiunque ha il diritto di definire come vuole. Ma
se questo stile di vita contraddice i valori sociali e politici che si professano pubblicamente e si vogliono imporre agli altri, possiamo dire che questa ipocrisia sia irrilevante per un giudizio politico da parte dell'opinione pubblica?
Non è affatto questione di moralismo. Nessuno, meno che mai quella cosa che si denomina opinione pubblica, ha diritto di pronunciare sentenze morali, condannare peccati e peccatori. Chi mai gradirebbe un giudizio di questo genere sulle piazze o sui giornali? Non è questo il punto. Il punto è che in democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere chi sono i propri rappresentanti, perché questi, senza che nessuno li obblighi, chiedono ai primi un voto e instaurano con loro un rapporto che vuol essere di fiducia. Devono poterli conoscere sotto tutti i profili rilevanti in questo rapporto.

Ora, entrambe le interferenze tra pubblico e privato di cui si è detto convergono nel creare divisioni castali in cui la disponibilità del potere crea disuguaglianze, privilegi e immunità, perfino codici morali diversi, che discriminano chi sta su da chi sta giù. E questo non ha a che vedere con la democrazia? Non deve entrare nel dibattito pubblico? Così siamo ritornati al punto di partenza, il rapporto verità menzogna.
Che questa immoralità tema la verità è naturale ed evidente. Anzi, proprio il rifiuto ostinato di renderla disponibile a tutti in un pubblico dibattito, motivato dalle temute ripercussioni sul rapporto di fiducia tra l'eletto e gli elettori, è la riprova che questa è materia di etica politica, non (solo) di moralità privata; è questione che tocca tutti, non (solo) famigliari, famigli, amici, clienti.

(17 luglio 2009)