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27 maggio 2009

"Che bocca grande hai nonna..." / "...E' per mangiarti meglio!"

La Repubblica riporta una domanda di Franceschini:

"Fareste educare i figli da uno come Silvio Berlusconi?"

SAVONA - "Alle italiane e agli italiani vorrei rivolgere una semplice domanda: fareste educare i vostri figli da quest'uomo? Chi guida un paese ha il dovere di dare il buon esempio, di trasmettere valori positivi".
Dario Franceschini torna ad attaccare il premier, provocando l'immediata replica del Pdl: "Se il modello di educazione e di civismo è quello rappresentato da questo becero e indegno modo di condurre la campagna elettorale da parte del poco onorevole Franceschini - dice il coordinatore Denis Verdini - allora scegliamo milioni di volte Berlusconi".

(27 maggio 2009)

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Commento di danDapit:
Non si tratta di campagna elettorale, ma di semplice riflessione.
Valori.
I figli sono il futuro.
E ciascuno di noi è figlio dell'Italia,
ciascuno contribuisce a costruirla
con i propri valori.
Se esistono.
Silvio Berlusconi è il Premier dell'Italia,
è a capo del Governo italiano,
già è qui,
già da un anno sta guidando il paese.
Non è campagna elettorale,
è realtà attuale.
La riflessione di Franceschini è legittima.
Coda di paglia?
Coscienza sporca?

14 luglio 2008

“Felicità è vera soltanto se condivisa”

«Non dovremmo negare […] che l’essere nomade ci ha sempre riempiti di gioia.
Nella nostra mente è associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta, e la strada ha sempre portato a Ovest.»
Wallace Stegner


Mia madre racconta che quando ero piccola piangevo ogni notte, ed era mio padre che si alzava per cullarmi, per lei era impossibile decurtare il sonno. Come d’incanto, poi, quando nacque mio fratello smisi di piangere e iniziai a dormire.
Avevo tre anni quando mio fratello venne alla luce.
Non ho memoria del mio pianto, ma ricordo che vedevo ombre che s’allungavano sulle pareti e m’incutevano paura.
Quando nacque mio fratello ero eccitata per la novità, e seppure non potevo esserne cosciente, la gioia sconosciuta nel profondo era quella di non essere più sola. Ho un’immagine ben nitida, nonostante avessi solo 3 anni, l’immagine di quando di soppiatto mi fecero entrare in clinica, luogo del parto, e di quando mi nascosero dietro ad un paravento per non farmi scoprire dal medico in visita nella stanza. Silenziosa e acquattata, da lì sbirciavo tra gli spazi aperti della stoffa plissetata, curiosa d’ogni movimento. L’emozione per la novità della nascita persisteva, mi sentivo elettrizzata per l’evento e per l’altrui euforia che percepivo sulla mia pelle e con naturalezza condividevo d’infantile spontaneità.
Ricordo che temevano che come primogenita fossi gelosa, mentre io ero felice. E se qualcuno ora me ne chiedesse il motivo, non saprei rispondere con le parole e le emozioni di quella bambina. Posso rispondere solo attraverso la conoscenza che ho maturato di me stessa.
Ero felice perché condividere è nella mia natura. È essenziale.
Il mio pianto notturno che improvvisamente cessò, anche se mia madre ne parla come fatto misterioso, ha il senso profondo della mia peculiare sensibilità.
Con mio fratello giocai volentieri e contenta finchè non iniziai a sentire che la sua presenza mi veniva imposta e che avevo l’obbligo -come sorella maggiore- d’occuparmene. Il disturbo per tale imposizione, che ebbe l’effetto di forgiare nel mio fratellino un carattere prepotente, finì per trasfomare la mia disposizione e il nostro stesso rapporto.


Ho pubblicato il post precedente definendolo solo una premessa.
«Felicità è vera soltanto se condivisa»

Quelle parole furono appuntate da Christopher McCandless su di un libro dopo la sua fuga dal mondo attuale, deformato dalla malattia di possedere, dalla corsa al benessere e al consumismo, da relazioni malate perché basate su dinamiche di conflitti e competizioni piuttosto che di coraggio affettivo; furono appuntate con le poche forze rimastegli a causa della denutrizione forzata, e nel momento di massima amarezza per aver compreso che il suo isolamento lo stava conducendo alla morte, non all’elevazione spirituale che lui aveva cercato attraverso il suo estremismo.

«Da due anni cammina per il mondo. Niente telefono, niente biliardo, niente animali, niente sigarette. Il massimo della libertà. Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada. Scappato da Atlanta. Mai dovrai fare ritorno, perché the west is the best. E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia climatica per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale. Dieci giorni e dieci notti di treni merci e autostop lo hanno portato fino al grande bianco del Nord. Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta.»
Alexander Supertramp maggio 1992

Christopher, 21enne nel ‘90, laureato a pieni voti, fugge da tutto: regala i suoi soldi, abbandona l’auto, cambia identità per non farsi trovare, si dà nome Alexander Supertramp. Viaggia per due anni lungo l’America, fino a realizzare il suo sogno. Vivere di niente e di natura nelle terre selvagge dell’Alaska.

Una storia vera, quanto gli appunti di Chris durante i suoi due anni di vagabondaggio e i mesi di permamenza nelle foreste dell’Alaska. Una storia che fa male ma che apre a molte riflessioni, e che ha evocato in me una parte che esistite, anche se non prepotente e selvaggia quanto quella di Chris.

«…C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...
... Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...»
Stralcio d’una lettera di Chris diretta a una persona conosciuta durante il suo vagabondare.

«Non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...»
Per il mio desiderio di libertà, di vita, di scoperte sempre nuove, questa è una verità. Un motto. Eppure non riuscirei a iniziare un’avventura da sola, necessito della condivisione.
Condividere tramonti, idee, sogni, e nuove tappe, condividere poesie della natura, sorrisi o silenzio.
Per condividere non occorre necessariamente essere stanziali, ovvero costruire famiglia, case, accumulare beni, avere un lavoro fisso…
E soprattutto: come si può basare la propria felicità unicamente sul proprio orticello tirato a lucido? Siamo veramente felici dopo aver raggiunto dei traguardi non condivisibili?

Le idee si susseguono, e questo post si riempie di pensieri che si muovono come nuvole, addensandosi per poi andare ciascuna per la sua strada sospinta dai venti.
Panta rei. Tutto scorre.



Ora in Italia condividiamo un grande disagio. Parlare di tramonti e sorrisi, di poesie e cambiamenti, d’un sole sempre diverso, e di riflessioni sulla felicità sembra un argomentare astratto, quasi da struzzi alieni della realtà che circonda.
Ho vissuto mesi difficili a causa di gravità condominiali. Situazione che non ha ancora visto esito. Improvvisamente mi salta agli occhi il parallelo tra il Condominio, microcosmo della società in cui la nostra vita respira, si muove, mangia, dorme, lavora, e l’Italia. Il nostro paese, il microcosmo del pianeta Terra.

Da giorni penso al post da scrivere.
Ieri ho vagato su qualche blog. Da Assu ho scoperto una lettera per Morgan. Da Morgan una lettera per Laura.
Leggendo della risoluzione di Morgan, delle sue difficoltà per vivere a Roma, ho pensato: “ma allora non accade solo a me!”
(stralcio del post di Morgan) «[…] Vedi, senza tanti giri di parole, quelle 400 o 500 euro al mese in più ti cambiano la vita, dall’andare al cinema […] dal fare un piccolo regalo ad un amico all’acquistare un libro voluminoso che osservi nelle librerie da mesi. E non mi metto neppure a raccontarti se lo scooter si rompe […] o al dente che ti fa male e devi recarti dal dentista. Per fortuna “risparmi” con un enorme fatica quelle trecento euro e te le spari tutte in un viaggio di quattro giorni, come è ovvio low cost dall’aereo all’ostello, tanto la carie può aspettare, altrimenti vai in depressione se non stacchi la spina.
I conti sono semplici: fra affitto di una stanza e bollette partono di certo 350-400 euro al mese, devi anche mangiare e acquistare i prodotti per le pulizie della casa ad esempio, 150-200 euro volano con grande facilità, paga la benzina o l’abbonamento ai tram, prendi una pizza e una bottiglia di vino per una cena fra amici e tutto diventa più chiaro. Ogni mese 550-600 euro al mese sono dilapidati e sono stato ottimista o comunque considerando una persona al minimo delle spese. Lavori per guadagnare meno di 1000 euro al mese o giù di lì […], da quella ingente somma devi fare uscire il vestiario (di bassa qualità evidentemente), […] uno sfizio al supermercato e non al discount, un libro, una ricarica al telefono cellulare e poco altro. Senza imprevisti, ovviamente, altrimenti è un dramma.
Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte.»

Ecco, condivido! Condivido ogni singola parola e difficoltà espressa. Non ho trent’anni come Morgan, né un lavoro precario, eppure mi servo dal discount per la spesa da quando la moneta corrente era ancora la Lira; non viaggio, non compro neppure vestiario (neanche quello a basso costo)! E sono anni che procedo a base di finanziamenti con restituzioni rateizzate.
«Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte». Si possono fare pogetti in un paese che è precario dalle sue radici politiche ai suoi debiti internazionali?

Sono adulta e le responsabilità non si contano, seppure ogni tanto ho bisogno di dimenticarle... Non posso fuggire, eppure lo farei molto volentieri.
Fuggirei dalla situazione del mio Condominio, dal mio posto di lavoro, e non dall’Italia che è meravigliosa, ma da questo Governo che ci sta massacrando come l’amministratrice sbagliata nel mio condominio.


Post-Macedonia.
L’8 luglio non ero al “No Cav Day” a piazza Navona, perché avevo staccato la spina a mio modo per prendermi una giornata di vacanza in bici per Roma (fino alla galleria Nazionale d’arte Moderna alla mostra di Schifano).
Ora ho recuperato i vari YouTube con il discorso di Sabina Guzzanti, di cui si fa un gran parlare.
Caspita! Violenta?
No! ci voleva! Ma si può continuare con Vizi Privati e Pubbliche Virtù? Finchè le cose non vengono pronunciate da un palco, in una pubblica piazza, da una singola persona –il cantastorie di turno- circolano comunque, e di battute, sarcasmo, e grevità ne scorrono a fiumi. Ma quando sono urlate e in argomentazioni che possono formare un quadro sintetico della situazione, come accade con quei giochini della Settimana Enigmistica in cui bisogna congiungere vari puntini formando il disegno, allora sono violente?
Nel momento in cui ho sentito pronunciare determinate cose sono rimasta stupita dal coraggio, mentre simultaneamente sorridevo divertita. Ma la risata non era per la satira. Quale satira? Godevo della verità finalmente dichiarata, realtà quotidiana taciuta, di come vanno le cose fra uomini e donne. E per la forza d’urto di quelle parole. Quando ho riascoltato una seconda volta mi sono accorta, guardando le immagini sulla folla, che gli uomini restavano seri, ma le donne, con volti divertiti e illuminati, ridevano!
(Citazione da "Krejcerova Sonata" di Tolstoj: «La schiavitù della donna consiste soltanto in ciò che gli uomini desiderano e credono onesto usare di lei come istrumento di piacere»)


Estratto da "Viaggio nel Silenzio/Chiare Lettere Blog", di Vania Lucia Gaito:
«La volgarità (ma si tratta davvero di volgarità?) di quella piazza era probabilmente non casuale, ma voluta. Serviva ad attirare l'attenzione, in un Paese come il nostro, vittima delle tecniche di comunicazione (si è sempre vittima di quello che non si conosce e non si sa utilizzare) usate da pochi per strumentalizzare i molti. Quella volgarità aveva la stessa valenza di uno schiaffo durante una crisi isterica: era terapeutica. Serviva a risvegliare una coscienza in coma.»
E ancora:
«Essere “pesante”, usando quelle parole “volgari” che poi tutti usano nella quotidianità fingendo di scandalizzarsi pubblicamente (scagli la prima pietra il fariseo che non ha mai urlato, detto o sussurrato un vaffanculo), è strumentale. E' l'unico modo per risvegliare l'interesse in questo ipocrita Paese. L'unico modo perchè il riflettore dei media si puntasse sugli avvenimenti di piazza Navona era proprio quello di “estremizzare” la forma. Così il comune cittadino, che normalmente usa internet per chattare e collegarsi ai siti hot (ma rigorosamente in privato, scandalizzandosi in pubblico per una parolaccia), informato dai giornali e dai TG delle volgarità in piazza, una volta tanto lo usa anche per informarsi. Perchè è inutile negarlo, la curiosità la vince. Cosa avrà detto la Guzzanti di così terribile? Vediamo, vediamo se lo trovo su youtube...»

Infatti, per me è andata proprio così.
E condivido. Condivido il modus di Sabina Guzzanti.

Condivido l’esasperazione.

Condivido la preoccupazione del vivere attuale e d’un futuro che mi dà ansia.

I parlamentari sono diventati la nobiltà da noi mantenuta. Da noi, popolino italiano, che non abbiamo più monete per arrivare alla fine del mese, che ci arrabbattiamo nel sopravvivere, tirando la cinghia ogni mese ed anno che passa, dallo scandalo di Tangentopoli che ha fatto saltare i castelli di carte, ad oggi, in cui la nostra Polis è un intreccio d’interessi e d’affari sporchi alla luce del sole.

Come ha detto Sabina Guzzanti:
“La rivoluzione non si fa al Centro Commerciale”.

(Citazione da Tolstoj: “Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima”)

Anche la Rivoluzione è da condividere.

Concludo tornando da dove sono partita.
Le parole di Tolstoj che fecero decidere a Chris di lasciare il suo isolamento erano sul libro “La felicità familiare”:
«Soltanto ora capivo perché egli diceva che la vera felicità sta solo nel vivere per gli altri. […]»

Sul libro “Il Dottor Zivago”, accanto a «Si accorsero allora che solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è vera felicità. […] Era questo che amareggiava più di ogni altra cosa», Chris scrisse:
“Felicità è vera soltanto se condivisa”.

09 giugno 2008

Buona giornata!


La mia lunga assenza dal mondo blogger mi rende ora difficile il ritorno...
Come ogni cosa della vita a cui si tiene: Mai mollare!
Riprendere è difficile.

Muovo i primi passi verso un ritorno, mentre preparo la voce per intonare ancora nuovi post.

Così per ora vi lascio delle parole non mie che ho incontrato stamattina, le sento incoraggianti e qui le appunto per tutti coloro che transitano!


Buona giornata!

"Jesse Owens, che vinse quattro medaglie d'oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, qualche tempo dopo affermò che la vita interiore di un individuo è la vera Olimpiade. La vita in sè è un'Olimpiade in cui lottiamo ogni giorno per migliorare i nostri record personali".

[di Daisaku Ikeda, da "Giorno per giorno", ed. Esperia]

20 gennaio 2008

La Torre di Babele


Mia madre usava dire: «Prima il dovere poi il piacere!», e aveva ragione, è esattamente così.

Che piacere c’è nella vita se non si adempie al proprio dovere?
Ho sempre fatto ogni cosa in modo regolare, ordinato. Il mio lavoro, la mia casa. Tratto con educazione le persone e mi guadagno lo stipendio che ricevo. Ho quasi sessant’anni, e guarda come sono in forma! Ciò è frutto del mio autocontrollo, del seguire le regole.
Ogni mattina arrivo molto presto in ufficio. Alle otto inizio il mio lavoro, alle undici faccio la pausa col caffè e una sigaretta, all’una smetto di lavorare, mangio, una sigarettuccia, e il giornale. Alle tre vado via. Il dovere per lo stipendio che ricevo è stato portato a termine. Ci sono altri doveri.
Il piacere è un gustoso pranzo con gli amici, le sigarette al momento opportuno, e qualche digressione su argomenti vari.
Mi piace la precisione. Rispetto le norme e stimo le persone che ne tengono conto. Se nella vita non ci fossero dei binari precisi da seguire, dove si andrebbe a finire?
E cosa doveva improvvisamente succedermi? Che il mio viaggiare con ritmi discreti ma certi s’è ritrovato minato. Per carità, tolleranza innanzi tutto! Un ufficio non è casa propria, se giunge una nuova collega devi farle spazio… ma che diamine di sfortuna m'è capitata con quell’Antonia! Caotica, distratta, menefreghista. Arriva in ufficio alle dieci ogni mattina, è disordinata e non fa che perdersi le cose con la testa fra le nuvole. È sempre assente, sempre malata o in ferie. Ecco, anche le ferie. Io ne usufruisco ad agosto, l'intero mese e via. Regolare. Lei no! Avvisa a sorpresa, e all’ultimo istante prende un giorno di ferie. Inammissibile.
Insopportabile è pure che la chiamino al telefono e lo tenga occupato un’ora intera. L’apparecchio telefonico in ufficio non serve per chiacchierare. Io non lo uso mai. Fra l’altro se qualcuno dovesse comunicare con me? Troverebbe occupato.
È talmente anarchica, che non mangia mai.
Le squilla il cellulare ed esce sul balcone, capace di restare a parlare là fuori per un tempo interminabile. Ma quando lavora? Meno male che non se ne va in giro come tante altre colleghe che escono! Sono certa che fa solo finta di lavorare. Sta nascosta dietro a quel computer senza portare avanti nulla. Scrive. Cosa scrive? Prima, quando si andava a prendere il caffè alla macchinetta almeno veniva con noi, si scambiavano due parole, ora va da sola. Se ne sta per fatti suoi. E non fa che lamentarsi del freddo. Possibile che si ammali in continuazione? Assenze su assenze, non c’è giornata che non faccia tardi, non lavora, e occupa il telefono per ore. L’ho detto alla direttrice, eh, non si può mica andare avanti così. E poi alza il riscaldamento con la scusa che sente freddo. Io così sto male, ma che gliene importa? Si soffoca dal caldo qua dentro. Lei insiste che ha freddo! Se mangiasse, invece di digiunare, forse sentirebbe meno freddo. Guarda come sono precisa io, ogni giorno alle tredici in punto mi fermo, tiro fuori il mio pranzetto, e dico: “Buon appetito!”.
Eh, ma non è l’unica irregolare, anche le altre non mangiano mai alla stessa ora. Noto tutto, io. E riconosco i passi sul corridoio. Quelli di Giulia, quelli di Valeria, anche quelli felpati di Sergio.
I passi di Antonia, che veloci percorrono il corridoio alle dieci di mattina, sono un indelebile timbro per le mie orecchie.
Le abitudini sono piacevoli, scandiscono il ritmo della vita. A mezzogiorno e mezza d'ogni dì rientra nella stanza il carrrello con i libri. Un orario che mi dà serenità, quello delle dodici e trenta, il pranzo è ormai prossimo, ne pregusto l’idea mentre il carrello fa il suo ingresso e io lo saluto con la mia solita battuta:
“Ohh, ecco il pupo che torna!”.
Difatti quelle rotelle che girano, spinte dalle mani dei colleghi, mi ricordano una carrozzina che rientra dalla sua passeggiata quando è l’ora della pappa da dare al bambino. È il mio modo di scherzare, il segnale felice della giornata lavorativa che si sta per concludere.

Non parlo di me. Cosa c’è da dire? C’è già tanta cronaca di cui parlare… e ho sempre opinioni da aggiungere sui fatti del mondo. Osservo. Osservo ogni cosa. E Antonia è arrogante, irrispettosa, egoista. Chi crede di essere? È l’ultima arrivata e si comporta da padrona.


Anche stamattina ho fatto tardi, appena varcherò la soglia della stanza il silenzio sarà esauriente. Assenza di verbo che satura lo spazio senza pronunciarsi. Che strazio, vorrei non avere questo rumore di tacchi affrettati, Giovanna è lì, con le orecchie tese verso il mio arrivo. I primi tempi si vantava di riconoscere i miei passi. Adesso tace. Non alza lo sguardo, finge nonchalance. Sarà china sulla scrivania intenta al lavoro, diligente e precisa già da due ore.

- Ciao Giovanna
- Buongiorno Antonia
Sono una peccatrice, una ritardataria cronica.
Soliti gesti, dissimulo il disagio regalando teatralità alle azioni che mi conducono alla scrivania. Tolgo la giacca, sfilo la sciarpa, accendo il pc, sistemo la borsa, estraggo gli occhiali.

Mamma mia, se ripenso a quando sono arrivata qua! Un nuovo ufficio, un nuovo ambiente, un nuovo lavoro, temevo le incognite da affrontare… come d’incanto, invece, l’impatto con la diversa realtà ha attutito e sfumato i suoi toni in un rapimento improvviso. Solo due sere prima l’uscita con un’amica ha prodotto l’inaspettato col sopraggiungere d’un ragazzo. Simpatico lui, intraprendente, bel tipo, ma guarda! Mi corteggiava, e… poteva non accadere? Due calamite! E che calamite! Ah, che storia! Sono seguite notti quasi insonni! Mi viene da ridere ora se ripenso al primo giorno qui! Tre ore avevo dormito, e le palpebre traditrici volevano scendere. Era il mio segreto. Il segreto davanti a colleghe e colleghi appena conosciuti.
Un segreto felice nel soffio dell’estate. Sorriso interiore col sonno da mascherare. Che spensierata bellezza! Si dormiva insieme, e la mattina arrivavo tardi pensando fosse tutta colpa sua. Ero convinta che passato quel periodo non avrei più ritardato. Invece adesso lui non c’è, ed io persevero colpevole e mancante. Che peccato! Almeno prima, dietro al timbrare fuori orario il cartellino, si celava il ritemprarsi del corpo e dello spirito!
Un piacere!
Com’è quel detto? «Prima il dovere poi il piacere!».
Ecco, per me valeva il contrario: «Prima il piacere, poi il dovere!». Sì, mi viene da ridere a ripensarci. Che bello prendere la vita così.

Vediamo un po’ le mail…chi mi ha scritto? Devo mettermi al lavoro, va bene, inizio fra cinque minuti. Tanto sono nascosta dietro al pc, Giovanna non vede lo schermo, non sa che faccio. Ma l’aria è pesante, come se il suo sguardo e il suo pensiero mi penetrassero.
Stamattina c’è un’atmosfera particolare, eh, già! È qualche giorno che non vengo, sicuramente si è lamentata dietro le mie spalle che sono una lavativa. Mamma mia che freddo fa qui! Non posso però aumentare il riscaldamento, che scherziamo? Anche la porta spalancata, senti che corrente… Fortunatamente all’ora di pranzo la chiude. La mattina sempre spalancata, come se fosse buona educazione tenerla aperta. All’una s’alza dalla sua postazione, spegne il riscaldamento e chiude la porta. Precisamente così ogni giorno, ritmato come le lancette d’un orologio, come una poesia recitata a memoria, come gli orari d’un convento, come i treni svizzeri, la sicurezza della metodicità. Sicurezza. Ed io non faccio che perdermi la chiavetta del distributore del caffè! E quando sto al telefono sento l’aria che si fa tesa, tesa, tesa… Le dà proprio fastidio. Il silenzio d’una cripta sotto controllo mentre l’aria si rarefà. Quando si consumerà, ci sarà lo scoppio?

- Antonia, eh, no! Non possiamo stare con il riscaldamento acceso e la porta chiusa. Così io mi sento male. Le altre colleghe pure dicono che qui dentro si soffoca!

- Sì, è vero si scoppia…

- Occorre trovare una soluzione. Dobbiamo parlarne con la direttrice. Non si può andare avanti in questo modo! Puoi spostarti nell’altra stanza con Valeria e Giulia.

- Dove non c'è l’attacco per questo pc?

- Ci sono i pc di Valeria e di Giulia, no? Potrai usare a turno uno dei loro.

- Giusto. Hai ragione, in fondo sono l’ultima arrivata, che pretendo?

- Non ho detto questo.

- È vero. Non l’hai detto. Tu non parli.

- Non capisco a cosa vuoi arrivare, io vado al concreto.

- Ne sono certa, sono io a non essere concreta. Ho una soluzione migliore, però. Mi licenzio!

- Sì, come no! Una barzelletta, vero?

- No, sono seria. Mi licenzio! Sono incompatibile col lavoro d’ufficio!

- Ah, certo! E cosa farai?

- Non so… ancora non lo so. Qualcosa m'inventerò! …chissà, potrei fare come Irina Palm!

- Irina Palm?

- Esatto. Irina Palm era molto ligia sul lavoro, chissà lo potrei diventare anch’io…










nota - racconto di fantasia. Fatti e persone senza riferimenti reali.

26 dicembre 2007

« C'era ora, c'è una volta... »


C’era una volta…
C’era una volta, e c’è ancora, ciò che eravamo da bimbi.
Siamo cresciuti, ma vi è una dimensione che resta intatta interiormente.
L’identità bambina, quale era, è.
È un nucleo senza tempo, con emozioni, odori e immagini eterne catturate dal nostro intimo mentre eravamo piccini, figli, e d’ingenua innocenza in un mondo di Grandi.

Dicembre, la frenesia all’acquisto, gli addobbi, i negozi, i pacchetti, le cene, i pranzi. Il traffico sulle strade nelle grandi città, clacson, file serrate di fanali in pomeriggi bui, sirene che ululano incastrate tra gli ingorghi. Le persone nervose, agitate, stressate. Chi è depresso. E chi, con disponibilità economica, si dà da fare a comprare per fare la sua parte al momento dello scarto. Il 25. In fondo al mese, alla fine del mese. Natale.


Stavolta, più che mai, mi sono chiesta perchè in tale periodo sono triste e di pessimo umore.
Di solito do per scontato di detestare Natale, aspetto che passi; con insofferenza o pazienza, con sorriso sarcastico e cinica sufficienza, o cercando di proiettare nell’aria attorno a me non inferno, ma il sorriso per guardare il mondo con altri occhi!

Il Natale è dei bambini, per loro è come andare a Disneyland, o come i giorni del Carnevale quando ci si può vestire di un’altra vita, d’un personaggio, d’una fiaba. Stacco senza tempo, volo della fantasia…

Mi sono calata nei ricordi, in sensazioni di me bambina. Non sono così lontane quelle sensazioni, basta allungare una mano e le tocco. La bimba è intatta, è ancora qui.

Alla vigilia si andava dalla nonna paterna.
A pranzo del 25 invece venivano tutti da noi. La tavolata era grande, si era in tanti… Minimo quattordici, ma anche di più. Dopo pranzo arrivavano gli altri per giocare a tombola e al Mercante in fiera. Mi piaceva giocare a tombola perché vincevo.
Il giorno della vigilia, prima del cenone da nonna, aiutavo mia madre a cucinare il pranzo. Si faceva la pasta in casa per preparare “il pasticcio”, così chiamato in idioma veneto. In realtà erano lasagne condite con ragù e besciamella.
Mia madre diceva: «Quest’anno facciamo il pasticcio verde», e nell’impasto metteva gli spinaci, così le sfoglie si coloravano di verde scuro. Era un pasticcio all’italiana: verde, bianco e rosso!
L’aiutavo. Infilavo l'informe ammasso semi-molle nell'impastatrice e giravo la manovella (non usavamo il mattarello, eravamo moderne!), rimestavo nel pentolino gli ingredienti della besciamella attenta che non si formassero grumi. Tagliavo la frutta per la macedonia in una terrina gigante, e spremevo arance e limoni. Infine grattavo fino alla pelle dei polpastrelli il parmigiano sulla grattugia.
Ma il 25 non c’erano regali. Arrivavano il 6 gennaio con la Befana, poi il 7 si andava a scuola, che fregatura!

Tutto però era magico. Non so perché, lo era. C’era aria che profumava di zucchero e festa, facce serene e sorridenti verso noi bambini, mentre la casa si riempiva di zii, nonni, prozie, volti allegri e vestiti eleganti.


Ad un certo punto, non ricordo quando, fu Gesù Bambino a portare i regali.
Allora la mattina mi alzavo, e per l’emozione mi battevano i denti! Mio padre si arrabbiava perché ero scalza e senza vestaglia. Ma non avevo freddo, ero emozionata! E vedevo pacchetti e pacchetti intorno all’albero, quanti!
So che l’emozione era così tanta perché la notte avevo faticato a prender sonno, s'erano sentiti rumori nel buio col rischio di scoprire Babbo Natale…o Gesù Bambino? Che confusione!
Babbo Natale era una figura spuntata non so bene da dove e quando... forse nei film o nei cartoni animati? Nel frattempo mi chiedevo come facesse Gesù Bambino, appena nato, a portare i regali, forse per questo se ne occupava Babbo Natale!

Ero però una bimba leale e, pur cogliendo i rumori, non avevo spiato! Anzi, m'ero chiusa nelle spalle e nascosta ben ben sotto le coperte, con gli occhi strizzati per non guardare!

Frammenti d’immagini.


Giunge l’amaro col ricordo che tramuta divenendo adolescente. Il Natale cominciò ad annoiarmi. I parenti ripetevano: «Come sei cresciuta!» scrutandomi e osservando ciò che facevo e dicevo, giudicando e sentenziando. Durante la tombola arrivava la pesantezza del sonno e della digestione affaticata, e nell’età che cresceva, aumentava il desiderio di poter stare con gli amici.
Ogni anno un girone d’inferno si aggiungeva.

Non riesco più a dissociare il Natale dalla tristezza. Sembra una recita grottesca che di anno in anno va in scena, e mentre il tempo passa, i volti invecchiano, i bimbi diventano adolescenti e gli adolescenti adulti, comunque a Natale ognuno deve riprendere il suo posto e giocare eternamente il suo ruolo.

Forse la bimba dentro di me strepita e scalcia. Non ci sta.
Eppure, anche se vorrei estraniarmi da questo gioco infernale, intorno a me tutti continuano a giocarlo.
I negozianti, le strade addobbate, gli amici catturati dalla frenesia dei regali, i film della catena natalizia dalle sequenze affollate di ricconi annoiati, le persone che non senti da tempo che improvvisamente ti chiamano, le strade intasate, il rumore del traffico impazzito, la corsa e la folla ovunque, e i genitori che ti aspettano…almeno a Natale!


Sono nata cattolica, fui battezzata, feci comunione e cresima, poi mia madre si scoprì atea, e mio padre qualunquista. Mio fratello un agnostico integralista.
Dieci anni fa ho conosciuto il buddismo e ora … sono Nam Myo-ho Renge Kyo.


Festeggio l’inizio dell’anno nuovo come rinascita d'un nuovo ciclo, ma detesto trovarmi inghiottita dal marasma collettivo di dicembre, che forse è unicamente un modo per anestetizzarsi da ricordi infantili che fanno male! Fanno male evocati così, come copioni fermi nel tempo in uno scenario che si reitera a dispetto d’ogni scorrimento e trasformazione di volti, corpi, e di ciò che ci circonda.
Via di scampo: acquistare e fare regali, mangiare, giocare, sorridere.

Negli anni ’60, nel condensato valore dell'unione familiare, nel boom economico con lutti, povertà, fame appena dietro le spalle, il Natale forse era un momento sincero per ritrovarsi...

Oggi vorrei sapere cosa è.



Questionario aperto agli amici bloggers:

  • Vi piace il Natale?
  • Cosa vi piace del Natale?
  • Lo spirito religioso lo sentite?
  • Quanto della vostra infanzia è racchiuso nel vostro modo di festeggiarlo?
  • Siete felici a Natale?
  • Siete tristi?
  • Lo sopportate, aspettando che passi, o per voi è un momento come un altro?
  • È un momento dell’anno che vi rende gioiosi e uniti al mondo e alle persone che amate?
  • Sentite più amore? O vi sentite più romantici?
  • Siete felici sempre e quindi anche a Natale?

17 dicembre 2007

No Title


Qualcuno mi ha chiesto: «come mai hai chiuso il blog?»
In effetti non era mia intenzione chiuderlo, l’intenzione era «Una Pausa».
Un fermo, per poi ripartire.
Ma è inverno, forse non è un buon momento fermarsi… «chi si ferma è perduto»!
Sì, è inverno, le giornate sono buie, fa freddo, le energie sono poche, c’è tanta voglia di andare in letargo, come gli animali… E chiusura richiama chiusura in un circolo vizioso da cui non intravedo spiraglio. Già, sembra che il desiderio di ritornare ad affacciarmi, a pubblicare post, a dire ancora qualcosa, si stia rimpicciolendo fino a sparire…

Ora la spinta a spezzare questo silenzio richiede veramente uno sforzo!


Inizio da qui.
Ore 7,30 della mattina. Squilla il telefono in casa, vengo svegliata da passi agitati e una porta che si spalanca: «Corri! C. deve andare in ospedale, ha perso le acque!»
Velocissima, dopo mezz’ora ero sotto casa di C., irrequieta, citofono, salgo, mi accollo le borse. E via, si parte, accompagnandola dall’altro lato di Roma all’ospedale da lei scelto.
Il tempo finiva il 25 dicembre, ma il bimbo ha deciso di bucare il sacco!
L’ostetrico ridendo l’aveva ammonita: «Non partorire il 17 e il 18 ché non ci sono!»
Puntuale il 17 alle ore 5 del mattino il bimbo bussa al portone d’uscita.

Questo evento emoziona tutti, C. è la Principessa del Nord di cui ho raccontato alla fine di agosto.
Il suo bambino è pronto per venire al mondo, e fra le donne a lei vicine scorre il tam tam dell’emozione, della solidarietà.
Le contrazioni hanno taciuto, “la Principessa del Nord” è in ospedale da stamattina, ma chissà, forse in questo momento, mentre io scrivo, iniziano, si infittiscono, e durante la notte N. nascerà…

Ieri le avevo promesso che oggi l’avrei accompagnata a comprare il fasciatoio e il bagnetto, ma stamattina è accaduto altro.

Così ritorno al blog con una cicogna da condividere. Il mistero della nascita. Il suo fascino.
Paura e felicità, incognita e concretezza materiale.
Coraggio, ci vuole coraggio per affrontare alcuni passaggi della vita, e un bimbo da portare al mondo come ha scelto lei, mi ricorda quei Cavalieri delle favole che affrontano il Drago Sputafuoco! Le prove che la vita offre, sì, offre! Oltrepassate le quali, sarai un altro.
In questo caso: un’altra.

Sul blog ho sempre giocato con le immagini, racconti correlati da fotografie, come libri per bambini ricchi di illustrazioni.
Prima di scrivere queste righe, ancora senza sapere cosa avrei scritto, ho cercato immagini.
Punto di partenza sono loro, le lascio parlare, più delle parole. E oggi getterò come coriandoli le figurine catturate dal web, per festeggiare la maternità, la nascita, l’evento che si sta per compiere e che ho seguito in questi mesi, e ora mi emoziona come vita nella mia vita!

Tornerò a scrivere sul blog rinascendo insieme a N., e a alla sua neo-mamma C., la bella Principessa del Nord?

































































«Il vero viaggio accade dentro,
a riabbracciar noi stessi»

[Daniele Passerini, “22 passi d’amore” A&B Editrice (Bonanno Editore)]














25 novembre 2007

/|\ \|/ Passeggiando ...direzione -> CREATIVITA' \|/ /|\


Sbuffando aveva afferrato la rivista e si era gettato sulla poltrona sprofondandovi.
«Sempre le solite storie!», rimuginava fra sé, seccato per l’ultima discussione mentre sentiva nell’altra stanza Manuela sbattere gli oggetti che le capitavano per le mani.
Sfogliò le pagine con lo sguardo torvo, e l’attenzione fu subito catturata dal titolo di alcuni articoli:
«Una relazione creativa».
«Amo amare».
«Per esprimermi senza offenderti»
… Restò perplesso e richiuse la rivista per guardarne il sottotitolo. “Numero Speciale. Il Dialogo”. (*)
Spalancò gli occhi per la sorpresa. Una coincidenza?
Riaprì iniziando a leggere le prime righe:

«Dialogare non è una cosa semplice. È più facile parlare e dire agli altri in cosa stanno sbagliando, cosa dovrebbero fare. Giudicare e puntare il dito su errori e difetti. È più facile anche aderire tacitamente, seguendo le indicazioni di una persona di cui mi fido o che temo, mettendo via il mio pensiero, le ricchezze della mia esperienza umana, lasciandomi passivamente convincere.
Quando si discute in genere qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto. Qualcuno vince e qualcuno perde, ma non per la giustezza di ciò che si dice. Spesso vince il fatto di alzare la voce, e a perdere è la paura, silenziosa, di esistere. La paura delle conseguenze. Si può vincere grazie a prepotenza e cocciutaggine, e perdere per pigrizia, per la non voglia di tirare fuori da sé l’energia necessaria a una discussione. Ma questo non è dialogo. È usare le parole o scegliere di non usarle, all’interno di giochi di potere, calcolando tornaconti personali. Non è malafede, ma abitudini malate. L’abitudine a pensarsi soli. O superiori. O inferiori. O incomprensibili al mondo. Incapaci di emergere dalla mancanza di coraggio.
Per dialogare non bastano le parole. Non sempre chi parla è in grado di far nascere un dialogo vero tra le persone. Serve altro. Serve un desiderio aperto, pulito, potente – non autoritario. Un desiderio che costringa la voglia di sopraffare a tacere, e la paura di dire a esporsi.
Amo amare, e scelgo di farlo perché questo mi fa sentire libertà e vita, mi fa guardare avanti. E tornano le parole, tornano i silenzi, quelli dell’ascolto, quelli necessari per lasciare spazio agli altri di esporsi.

Dialogare è una sfida, ma non contro qualcuno. È una sfida contro la propria resistenza ad aprirsi agli altri, donarsi senza avarizia o secondi fini, con attenzione, parole, tenacia, desiderio. Non significa simulare pace né pretendere di essere ascoltati. Ma donare tutto quanto si ha: punti di vista, esperienze, tempo, ascolto. Mettere tutto in circolazione con la fiducia che ogni cosa viaggerà, anche se le risposte non saranno immediatamente belle o pacifiche, anche se le risposte possono mettere in crisi le certezze.»

- Manuela! …Manuela? Dove sei? Voglio leggerti delle cose interessanti!
- Uffa, Enrico! Sono in bagno… Sto lavandomi i capelli, non dobbiamo uscire?
- Allora mentre tu fai lo shampoo, io leggo. Va bene?
- E quando accenderò il fon?
- Manu, dai! …Intanto inizio a leggerti qualcosa, no?
- Ok…
- L'argomento è il “dialogo”. Un articolo io l'ho già letto, proseguo con te… Ascolta…
«Un dialogo è qualcosa in cui si capita, in cui si viene coinvolti, dal quale non si sa mai prima cosa “salterà fuori”, e che si interrompe non senza violenza, perché c’è sempre ancora altro da dire... Ogni parola ne desidera una successiva; anche la cosiddetta ultima parola, che in verità non esiste».
Che ne dici? Non è interessante? …Continuo:
«Questa recente affermazione del filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer esprime quella che, in una parola, è la caratteristica principale del dialogo: l’imprevedibilità.

Il dialogo è una questione di cuore, non di strategia. Dialogare non è convincere, comandare o insegnare, forme di comunicazione a senso unico, che puntano a ottenere “quel” preciso risultato. È l’opposto dello scambio basato sui rapporti gerarchici, e sull’oppressione. In un dialogo nessuno ha il monopolio della verità e non ci sono criteri di verità assoluti. Dialogare significa lavorare sui fraintendimenti, significa mutualità, condivisione e reciprocità. Il dialogo nasce quando c’è l’accettazione dell’altro/altra, il riconoscimento di una pari dignità delle persone senza pretesa di certezze e verità assolute a favore della relazione intersoggettiva.
Entrare in un dialogo significa entrare nell’incertezza di un gioco il cui risultato finale non è prevedibile dall’inizio. In un vero dialogo, non possiamo controllare l’altro, le domande che ci porrà, le domande implicite che le sue risposte faranno sorgere in noi e modificheranno di continuo il rapporto con i nostri pregiudizi e quindi il nostro orizzonte del presente».
- Sì, interessante… Ora devo accendere il fon, finiamo dopo?
- Manu, solo due righe ancora, poi lo finisco da solo… Ci vuole un attimo, senti:
«Il dialogo è una relazione creativa.»
… Pensa Manuela, ci vuole creatività per dialogare! E poi:
«È il modo del filosofare, per Socrate, la via lungo la quale si sviluppa la ricerca. È libertà, apertura di nuovi orizzonti, di nuove idee, un processo in continua evoluzione. La creatività fiorisce se si aprono il cuore e la mente: comprendendo le motivazioni di ciascuno, si scoprono nuovi spazi di confronto e si cercano nuovi punti di contatto.»
…Quindi è ricerca, è ampliamento, arricchimento! Non è voler convincere l’altro del proprio modo di pensare e quindi limitarlo entro i propri confini mentali!
- Enricuccio? Se tu non vuoi che facciamo tardi per uscire, adesso devo accendere il fon! ...Certo, però! ...Effettivamente... che caso quest'articolo subito dopo la nostra discussione, eh!
- Perciò volevo leggerlo con te!
- Va bene, lo concludiamo dopo… Tu sei pronto?
- Sì, sì… Ah, senti qui, parla della lotta nonviolenta portata avanti da Gandhi:
«C’è una fondamentale peculiarità nella nonviolenza: puntare sulle qualità e non sui difetti dell’avversario. Parlare e agire non per provocare sofferenza bensì riflessione.»

- Accendo il fon, ma ti voglio molto bene. Sloggia!
Enrico sorrise e tornò alla poltrona. Gli occhi scorsero ancora alcune righe sull’articolo che aveva interrotto.

«…Presupposto fondamentale del dialogo è l’empatia, che è la capacità che hanno gli esseri umani di capire il mondo dall’esperienza soggettiva dell’altro. Essere in grado di ascoltarlo e di capire il suo mondo soggettivo, comprendere il suo punto di vista mettendoci da parte, cercando cioè di non filtrarlo attraverso il nostro modo di vedere le cose. Il colloquio tra due individui a cui manca il senso dell’altro potrebbe apparire un dialogo, ma in realtà è un semplice scambio di dichiarazioni unilaterali. Viene a mancare inevitabilmente la comunicazione».
- Enrico? … Io sono pronta! Andiamo?
- Un secondo, senti…
- Eh, no! Infilati le scarpe ora! …Dà qui, dove sei arrivato? Hai usato anche l’evidenziatore? ...Deduco che sia dal punto ancora in bianco!
Allora:
«Secondo il filosofo Giuliano Pontara, una caratteristica di una personalità aperta al dialogo è il “fallibilismo”, un atteggiamento spirituale mutuato dall’ambito scientifico secondo cui un individuo che vuole veramente dialogare deve essere sempre disponibile a mettersi in discussione.» …Questo sei tu, no? Infatti sei sempre pronto a metterti in discussione!
- Manuela? Stai provocandomi? …Ho le scarpe, possiamo andare. Porta la rivista, la leggiamo in auto.
- Sì, finisco il rigo, lo avevo interrotto:
«L’opposto del fallibilismo è il dogmatismo.»
- Andiamo, scendiamo in garage. …Io non sono dogmatico!
- Ah, no? Non vuoi mai nulla fuori posto, secondo te la vita è solamente come la intendi tu... Vuoi il matrimonio, per esempio, mentre per me si può convivere senza contratto!
- Manuela…manca molto alla fine dell’articolo? Dai, leggi mentre guido, per piacere!
- Ok. Leggo. …
«Base di partenza per parlare con gli altri è la capacità di parlare con noi stessi, per comprendere profondamente le motivazioni che ci spingono a sostenere quella o questa posizione. Essendo consapevoli che il nostro linguaggio, il nostro bagaglio esperienziale e le nostre strutture mentali non sono assoluti, ma legati alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.»
…Incredibile! Si conclude così! …Stavamo appunto parlando del valore che tu dai al matrimonio…
- Ah, Manuela, se riuscissimo a trasformare questa lettura in qualcosa di concreto fra noi!
- Già! ...Se tu vuoi il matrimonio e io no, quale può essere la soluzione arricchente che prende in considerazione i nostri diversi punti di vista senza scontri?
- Facciamo una cosa, Manu... Godiamoci la serata, poi quando torneremo a casa faremo l’amore! Vedrai che ci verrà un’ispirazione!
- Molto spiritoso e costruttivo!
- Come sei bella! Non ti avevo ancora guardata…
- Gradevole questo dialogo, continua pure…
- In effetti, perché vivere secondo delle regole? È così bello inventare…
- Enrico? Attento, le calze si possono smagliare…
- Che importa? Andiamo a cena con le calze smagliate, perché essere tutti perfetti? Lasciati accarezzare!
- Ti adoro quando molli gli ormeggi…


(*)
Gli articoli riportati sono stati estratti dalla rivista "Buddismo e Società" (dal Numero Speciale sul Dialogo, anno 2002) =


Il post qui sotto è un articolo (2006) quasi integrale che segue lo stesso argomento: