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13 ottobre 2008

Certo che fa bene...


Poesia. Oggi, ieri, domani, ho bisogno della poesia.
Oggi torno alla poesia e attingerò non da me stessa, ma da altre parole incontrate che, con tocchi di pennello, delinenano immagini.

Senza poesia il mondo è grigio. Si spegne la speranza, si inaridisce il cuore, i suoni trovano il vuoto del nulla.

“Coltivare lo spirito poetico nella nostra vita
significa nutrire di speranza il futuro della Terra”
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)


Estratto da: “Il cuore è una piazza” - di Gianna Mazzini

Poesia.
Non è solo il modo in cui si accostano le parole, o in cui si costruiscono i versi a commuovere. Non è mai solo la metrica, il ritmo, la rarefazione delle parole nello spazio bianco.
È piuttosto il modo di guardare alle cose. Lo spirito poetico è un modo di guardare alle cose libero, sganciato da ogni schema.
Spirito poetico è parlare con un muro o con la luna sapendo che ascoltano.
Oppure dire dell'alba che è ansiosa, dare il buongiorno alla mezzanotte, desiderare il tramonto in una tazza. Quando vive lo spirito poetico, sono possibili tutti i discorsi, tutti i pensieri e tutti gli interlocutori.


I bambini sono poeti per natura. Perché guardano con meraviglia e si domandano tanti perché e hanno tutti un senso. Non ha ancora prevalso quella griglia rigida che divide quello che è sensato da quello che non lo è. Per i bambini non esiste solo quello che è ragionevolmente possibile. Per questo il cielo può essere di tutti i colori, nei disegni, e le case possono avere porte ovunque o da nessuna parte.
Bisognerebbe fare in modo che questo "spirito poetico" duri più a lungo possibile, che non sparisca quando si cresce, né quando qualcosa o qualcuno ci delude.
Perché lo spirito poetico aiuta ogni impresa umana.
Quando la poesia sta negli occhi di chi fa scienza, aiuta a scoprire cose mai viste prima; quando sta nel cuore di chi combatte un'ingiustizia risveglia e aumenta la possibilità di farcela.
È uno sguardo capace di legare quello che è fuori a quello che è dentro.
Capace di creare ponti fra le sensazioni e gli oggetti, di riempire lo spazio fra il buio e il "non so", tra il piccolo e il grande. Fa usare l'immaginazione come fosse calce e mattoni, per costruire il pezzo che manca. Porta conforto e incoraggia.
Non è mai una cosa di lusso, né dovrebbe essere privilegio di pochi; perché è piuttosto una cosa come il pane o l'acqua, un bene che si rivela necessario quando non c'è più altro, qualcosa che serve proprio nei momenti più difficili.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)



Estratto da: “Parlando di verità invisibili” - di Manuela Vigorita

Quello che credo è che le parole della poesia siano in grado di portare con sé la gioia di esistere. Che possano portarla in giro per il tempo e nei luoghi e nei cuori. Che sappiano ricordarla, ricordare quanto vale. Come le note, o una danza, un'armonia di colori.
In fondo anche oggi che sono sole in un libro e prendono vita solo se qualcuno le legge, anche oggi ci sono parole che portano con sé la memoria tutta.
Ti ricordano che esistere è qualcosa di più profondo del possesso, del successo, dell'avidità con cui spesso la vita si divora. Va al di là dei confini giuridici, spaziali, di razze o religioni. È la memoria della nostra umanità che sa vedere e abbracciare. Ogni essere, ogni persona, ogni cosa. Che sa far risuonare il particolare, persino il nulla. Sa riconoscere quando la vita canta felice ed è protetta e curata, quando gli errori fanno stragi di ricchezze e di popolazioni. Sa cosa dire.
Per questo ho sempre provato tanta gratitudine per chi scrive, chi dipinge, chi suona, chi dedica una vita a raccontarti qualcosa. Non perché siano sempre persone speciali.
Sono persone.
Coi loro difetti, i loro errori.
Ho però gratitudine per la loro ostinazione, per il loro cercare su di una strada infinita. Perché non si sono arresi. Per il dono che lasciano e che non sempre trova ascolto, non sempre trova fortuna o amore.
Perché mi ricordano che non c'è galera non c'è prigione in cui possa rinchiudersi la meraviglia dell'essere umano.


Ecco. Per me la poesia è uno di quei miracoli che mi fanno amare l'essere umano. Che mi ricordano quanta meraviglia possa esistere dentro ognuno di noi, uno per uno. Mi ricorda che non sono nata per fare guerre, accumulare beni, dettare leggi agli altri, inquinare i mari e le terre di arroganza con la mia cecità. Né per odiare chi mi è diverso, per cercare il potere o sostenerlo. Non sono nata per distruggere speranze, togliere orizzonti agli sguardi, far finta di niente di fronte al dolore. Non sono nata neppure per contare i miei beni come se fossero miei, né per tacere. Né per chiudere gli occhi o morire.

Sono nata per partecipare, con gioia. Per ricordarmi di essere insieme nella gioia della vita. Per sostenerla, farle omaggio e onore. Per arricchire gli altri di quel poco o quel tanto che ho.

Forse, come tutti, sono nata per continuare a cercare quella bellezza che ogni poeta, ogni musicista, ogni scultore, ogni artista, ogni persona che cerca davvero con tutta se stessa mi giura. Mi giura che c'è.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)




Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile restare incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e voler cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.


(“Certo che fa male” Karin Boye/1990-1941)

14 luglio 2008

“Felicità è vera soltanto se condivisa”

«Non dovremmo negare […] che l’essere nomade ci ha sempre riempiti di gioia.
Nella nostra mente è associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta, e la strada ha sempre portato a Ovest.»
Wallace Stegner


Mia madre racconta che quando ero piccola piangevo ogni notte, ed era mio padre che si alzava per cullarmi, per lei era impossibile decurtare il sonno. Come d’incanto, poi, quando nacque mio fratello smisi di piangere e iniziai a dormire.
Avevo tre anni quando mio fratello venne alla luce.
Non ho memoria del mio pianto, ma ricordo che vedevo ombre che s’allungavano sulle pareti e m’incutevano paura.
Quando nacque mio fratello ero eccitata per la novità, e seppure non potevo esserne cosciente, la gioia sconosciuta nel profondo era quella di non essere più sola. Ho un’immagine ben nitida, nonostante avessi solo 3 anni, l’immagine di quando di soppiatto mi fecero entrare in clinica, luogo del parto, e di quando mi nascosero dietro ad un paravento per non farmi scoprire dal medico in visita nella stanza. Silenziosa e acquattata, da lì sbirciavo tra gli spazi aperti della stoffa plissetata, curiosa d’ogni movimento. L’emozione per la novità della nascita persisteva, mi sentivo elettrizzata per l’evento e per l’altrui euforia che percepivo sulla mia pelle e con naturalezza condividevo d’infantile spontaneità.
Ricordo che temevano che come primogenita fossi gelosa, mentre io ero felice. E se qualcuno ora me ne chiedesse il motivo, non saprei rispondere con le parole e le emozioni di quella bambina. Posso rispondere solo attraverso la conoscenza che ho maturato di me stessa.
Ero felice perché condividere è nella mia natura. È essenziale.
Il mio pianto notturno che improvvisamente cessò, anche se mia madre ne parla come fatto misterioso, ha il senso profondo della mia peculiare sensibilità.
Con mio fratello giocai volentieri e contenta finchè non iniziai a sentire che la sua presenza mi veniva imposta e che avevo l’obbligo -come sorella maggiore- d’occuparmene. Il disturbo per tale imposizione, che ebbe l’effetto di forgiare nel mio fratellino un carattere prepotente, finì per trasfomare la mia disposizione e il nostro stesso rapporto.


Ho pubblicato il post precedente definendolo solo una premessa.
«Felicità è vera soltanto se condivisa»

Quelle parole furono appuntate da Christopher McCandless su di un libro dopo la sua fuga dal mondo attuale, deformato dalla malattia di possedere, dalla corsa al benessere e al consumismo, da relazioni malate perché basate su dinamiche di conflitti e competizioni piuttosto che di coraggio affettivo; furono appuntate con le poche forze rimastegli a causa della denutrizione forzata, e nel momento di massima amarezza per aver compreso che il suo isolamento lo stava conducendo alla morte, non all’elevazione spirituale che lui aveva cercato attraverso il suo estremismo.

«Da due anni cammina per il mondo. Niente telefono, niente biliardo, niente animali, niente sigarette. Il massimo della libertà. Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada. Scappato da Atlanta. Mai dovrai fare ritorno, perché the west is the best. E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia climatica per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale. Dieci giorni e dieci notti di treni merci e autostop lo hanno portato fino al grande bianco del Nord. Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta.»
Alexander Supertramp maggio 1992

Christopher, 21enne nel ‘90, laureato a pieni voti, fugge da tutto: regala i suoi soldi, abbandona l’auto, cambia identità per non farsi trovare, si dà nome Alexander Supertramp. Viaggia per due anni lungo l’America, fino a realizzare il suo sogno. Vivere di niente e di natura nelle terre selvagge dell’Alaska.

Una storia vera, quanto gli appunti di Chris durante i suoi due anni di vagabondaggio e i mesi di permamenza nelle foreste dell’Alaska. Una storia che fa male ma che apre a molte riflessioni, e che ha evocato in me una parte che esistite, anche se non prepotente e selvaggia quanto quella di Chris.

«…C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...
... Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...»
Stralcio d’una lettera di Chris diretta a una persona conosciuta durante il suo vagabondare.

«Non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...»
Per il mio desiderio di libertà, di vita, di scoperte sempre nuove, questa è una verità. Un motto. Eppure non riuscirei a iniziare un’avventura da sola, necessito della condivisione.
Condividere tramonti, idee, sogni, e nuove tappe, condividere poesie della natura, sorrisi o silenzio.
Per condividere non occorre necessariamente essere stanziali, ovvero costruire famiglia, case, accumulare beni, avere un lavoro fisso…
E soprattutto: come si può basare la propria felicità unicamente sul proprio orticello tirato a lucido? Siamo veramente felici dopo aver raggiunto dei traguardi non condivisibili?

Le idee si susseguono, e questo post si riempie di pensieri che si muovono come nuvole, addensandosi per poi andare ciascuna per la sua strada sospinta dai venti.
Panta rei. Tutto scorre.



Ora in Italia condividiamo un grande disagio. Parlare di tramonti e sorrisi, di poesie e cambiamenti, d’un sole sempre diverso, e di riflessioni sulla felicità sembra un argomentare astratto, quasi da struzzi alieni della realtà che circonda.
Ho vissuto mesi difficili a causa di gravità condominiali. Situazione che non ha ancora visto esito. Improvvisamente mi salta agli occhi il parallelo tra il Condominio, microcosmo della società in cui la nostra vita respira, si muove, mangia, dorme, lavora, e l’Italia. Il nostro paese, il microcosmo del pianeta Terra.

Da giorni penso al post da scrivere.
Ieri ho vagato su qualche blog. Da Assu ho scoperto una lettera per Morgan. Da Morgan una lettera per Laura.
Leggendo della risoluzione di Morgan, delle sue difficoltà per vivere a Roma, ho pensato: “ma allora non accade solo a me!”
(stralcio del post di Morgan) «[…] Vedi, senza tanti giri di parole, quelle 400 o 500 euro al mese in più ti cambiano la vita, dall’andare al cinema […] dal fare un piccolo regalo ad un amico all’acquistare un libro voluminoso che osservi nelle librerie da mesi. E non mi metto neppure a raccontarti se lo scooter si rompe […] o al dente che ti fa male e devi recarti dal dentista. Per fortuna “risparmi” con un enorme fatica quelle trecento euro e te le spari tutte in un viaggio di quattro giorni, come è ovvio low cost dall’aereo all’ostello, tanto la carie può aspettare, altrimenti vai in depressione se non stacchi la spina.
I conti sono semplici: fra affitto di una stanza e bollette partono di certo 350-400 euro al mese, devi anche mangiare e acquistare i prodotti per le pulizie della casa ad esempio, 150-200 euro volano con grande facilità, paga la benzina o l’abbonamento ai tram, prendi una pizza e una bottiglia di vino per una cena fra amici e tutto diventa più chiaro. Ogni mese 550-600 euro al mese sono dilapidati e sono stato ottimista o comunque considerando una persona al minimo delle spese. Lavori per guadagnare meno di 1000 euro al mese o giù di lì […], da quella ingente somma devi fare uscire il vestiario (di bassa qualità evidentemente), […] uno sfizio al supermercato e non al discount, un libro, una ricarica al telefono cellulare e poco altro. Senza imprevisti, ovviamente, altrimenti è un dramma.
Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte.»

Ecco, condivido! Condivido ogni singola parola e difficoltà espressa. Non ho trent’anni come Morgan, né un lavoro precario, eppure mi servo dal discount per la spesa da quando la moneta corrente era ancora la Lira; non viaggio, non compro neppure vestiario (neanche quello a basso costo)! E sono anni che procedo a base di finanziamenti con restituzioni rateizzate.
«Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte». Si possono fare pogetti in un paese che è precario dalle sue radici politiche ai suoi debiti internazionali?

Sono adulta e le responsabilità non si contano, seppure ogni tanto ho bisogno di dimenticarle... Non posso fuggire, eppure lo farei molto volentieri.
Fuggirei dalla situazione del mio Condominio, dal mio posto di lavoro, e non dall’Italia che è meravigliosa, ma da questo Governo che ci sta massacrando come l’amministratrice sbagliata nel mio condominio.


Post-Macedonia.
L’8 luglio non ero al “No Cav Day” a piazza Navona, perché avevo staccato la spina a mio modo per prendermi una giornata di vacanza in bici per Roma (fino alla galleria Nazionale d’arte Moderna alla mostra di Schifano).
Ora ho recuperato i vari YouTube con il discorso di Sabina Guzzanti, di cui si fa un gran parlare.
Caspita! Violenta?
No! ci voleva! Ma si può continuare con Vizi Privati e Pubbliche Virtù? Finchè le cose non vengono pronunciate da un palco, in una pubblica piazza, da una singola persona –il cantastorie di turno- circolano comunque, e di battute, sarcasmo, e grevità ne scorrono a fiumi. Ma quando sono urlate e in argomentazioni che possono formare un quadro sintetico della situazione, come accade con quei giochini della Settimana Enigmistica in cui bisogna congiungere vari puntini formando il disegno, allora sono violente?
Nel momento in cui ho sentito pronunciare determinate cose sono rimasta stupita dal coraggio, mentre simultaneamente sorridevo divertita. Ma la risata non era per la satira. Quale satira? Godevo della verità finalmente dichiarata, realtà quotidiana taciuta, di come vanno le cose fra uomini e donne. E per la forza d’urto di quelle parole. Quando ho riascoltato una seconda volta mi sono accorta, guardando le immagini sulla folla, che gli uomini restavano seri, ma le donne, con volti divertiti e illuminati, ridevano!
(Citazione da "Krejcerova Sonata" di Tolstoj: «La schiavitù della donna consiste soltanto in ciò che gli uomini desiderano e credono onesto usare di lei come istrumento di piacere»)


Estratto da "Viaggio nel Silenzio/Chiare Lettere Blog", di Vania Lucia Gaito:
«La volgarità (ma si tratta davvero di volgarità?) di quella piazza era probabilmente non casuale, ma voluta. Serviva ad attirare l'attenzione, in un Paese come il nostro, vittima delle tecniche di comunicazione (si è sempre vittima di quello che non si conosce e non si sa utilizzare) usate da pochi per strumentalizzare i molti. Quella volgarità aveva la stessa valenza di uno schiaffo durante una crisi isterica: era terapeutica. Serviva a risvegliare una coscienza in coma.»
E ancora:
«Essere “pesante”, usando quelle parole “volgari” che poi tutti usano nella quotidianità fingendo di scandalizzarsi pubblicamente (scagli la prima pietra il fariseo che non ha mai urlato, detto o sussurrato un vaffanculo), è strumentale. E' l'unico modo per risvegliare l'interesse in questo ipocrita Paese. L'unico modo perchè il riflettore dei media si puntasse sugli avvenimenti di piazza Navona era proprio quello di “estremizzare” la forma. Così il comune cittadino, che normalmente usa internet per chattare e collegarsi ai siti hot (ma rigorosamente in privato, scandalizzandosi in pubblico per una parolaccia), informato dai giornali e dai TG delle volgarità in piazza, una volta tanto lo usa anche per informarsi. Perchè è inutile negarlo, la curiosità la vince. Cosa avrà detto la Guzzanti di così terribile? Vediamo, vediamo se lo trovo su youtube...»

Infatti, per me è andata proprio così.
E condivido. Condivido il modus di Sabina Guzzanti.

Condivido l’esasperazione.

Condivido la preoccupazione del vivere attuale e d’un futuro che mi dà ansia.

I parlamentari sono diventati la nobiltà da noi mantenuta. Da noi, popolino italiano, che non abbiamo più monete per arrivare alla fine del mese, che ci arrabbattiamo nel sopravvivere, tirando la cinghia ogni mese ed anno che passa, dallo scandalo di Tangentopoli che ha fatto saltare i castelli di carte, ad oggi, in cui la nostra Polis è un intreccio d’interessi e d’affari sporchi alla luce del sole.

Come ha detto Sabina Guzzanti:
“La rivoluzione non si fa al Centro Commerciale”.

(Citazione da Tolstoj: “Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima”)

Anche la Rivoluzione è da condividere.

Concludo tornando da dove sono partita.
Le parole di Tolstoj che fecero decidere a Chris di lasciare il suo isolamento erano sul libro “La felicità familiare”:
«Soltanto ora capivo perché egli diceva che la vera felicità sta solo nel vivere per gli altri. […]»

Sul libro “Il Dottor Zivago”, accanto a «Si accorsero allora che solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è vera felicità. […] Era questo che amareggiava più di ogni altra cosa», Chris scrisse:
“Felicità è vera soltanto se condivisa”.

25 novembre 2007

/|\ \|/ Passeggiando ...direzione -> CREATIVITA' \|/ /|\


Sbuffando aveva afferrato la rivista e si era gettato sulla poltrona sprofondandovi.
«Sempre le solite storie!», rimuginava fra sé, seccato per l’ultima discussione mentre sentiva nell’altra stanza Manuela sbattere gli oggetti che le capitavano per le mani.
Sfogliò le pagine con lo sguardo torvo, e l’attenzione fu subito catturata dal titolo di alcuni articoli:
«Una relazione creativa».
«Amo amare».
«Per esprimermi senza offenderti»
… Restò perplesso e richiuse la rivista per guardarne il sottotitolo. “Numero Speciale. Il Dialogo”. (*)
Spalancò gli occhi per la sorpresa. Una coincidenza?
Riaprì iniziando a leggere le prime righe:

«Dialogare non è una cosa semplice. È più facile parlare e dire agli altri in cosa stanno sbagliando, cosa dovrebbero fare. Giudicare e puntare il dito su errori e difetti. È più facile anche aderire tacitamente, seguendo le indicazioni di una persona di cui mi fido o che temo, mettendo via il mio pensiero, le ricchezze della mia esperienza umana, lasciandomi passivamente convincere.
Quando si discute in genere qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto. Qualcuno vince e qualcuno perde, ma non per la giustezza di ciò che si dice. Spesso vince il fatto di alzare la voce, e a perdere è la paura, silenziosa, di esistere. La paura delle conseguenze. Si può vincere grazie a prepotenza e cocciutaggine, e perdere per pigrizia, per la non voglia di tirare fuori da sé l’energia necessaria a una discussione. Ma questo non è dialogo. È usare le parole o scegliere di non usarle, all’interno di giochi di potere, calcolando tornaconti personali. Non è malafede, ma abitudini malate. L’abitudine a pensarsi soli. O superiori. O inferiori. O incomprensibili al mondo. Incapaci di emergere dalla mancanza di coraggio.
Per dialogare non bastano le parole. Non sempre chi parla è in grado di far nascere un dialogo vero tra le persone. Serve altro. Serve un desiderio aperto, pulito, potente – non autoritario. Un desiderio che costringa la voglia di sopraffare a tacere, e la paura di dire a esporsi.
Amo amare, e scelgo di farlo perché questo mi fa sentire libertà e vita, mi fa guardare avanti. E tornano le parole, tornano i silenzi, quelli dell’ascolto, quelli necessari per lasciare spazio agli altri di esporsi.

Dialogare è una sfida, ma non contro qualcuno. È una sfida contro la propria resistenza ad aprirsi agli altri, donarsi senza avarizia o secondi fini, con attenzione, parole, tenacia, desiderio. Non significa simulare pace né pretendere di essere ascoltati. Ma donare tutto quanto si ha: punti di vista, esperienze, tempo, ascolto. Mettere tutto in circolazione con la fiducia che ogni cosa viaggerà, anche se le risposte non saranno immediatamente belle o pacifiche, anche se le risposte possono mettere in crisi le certezze.»

- Manuela! …Manuela? Dove sei? Voglio leggerti delle cose interessanti!
- Uffa, Enrico! Sono in bagno… Sto lavandomi i capelli, non dobbiamo uscire?
- Allora mentre tu fai lo shampoo, io leggo. Va bene?
- E quando accenderò il fon?
- Manu, dai! …Intanto inizio a leggerti qualcosa, no?
- Ok…
- L'argomento è il “dialogo”. Un articolo io l'ho già letto, proseguo con te… Ascolta…
«Un dialogo è qualcosa in cui si capita, in cui si viene coinvolti, dal quale non si sa mai prima cosa “salterà fuori”, e che si interrompe non senza violenza, perché c’è sempre ancora altro da dire... Ogni parola ne desidera una successiva; anche la cosiddetta ultima parola, che in verità non esiste».
Che ne dici? Non è interessante? …Continuo:
«Questa recente affermazione del filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer esprime quella che, in una parola, è la caratteristica principale del dialogo: l’imprevedibilità.

Il dialogo è una questione di cuore, non di strategia. Dialogare non è convincere, comandare o insegnare, forme di comunicazione a senso unico, che puntano a ottenere “quel” preciso risultato. È l’opposto dello scambio basato sui rapporti gerarchici, e sull’oppressione. In un dialogo nessuno ha il monopolio della verità e non ci sono criteri di verità assoluti. Dialogare significa lavorare sui fraintendimenti, significa mutualità, condivisione e reciprocità. Il dialogo nasce quando c’è l’accettazione dell’altro/altra, il riconoscimento di una pari dignità delle persone senza pretesa di certezze e verità assolute a favore della relazione intersoggettiva.
Entrare in un dialogo significa entrare nell’incertezza di un gioco il cui risultato finale non è prevedibile dall’inizio. In un vero dialogo, non possiamo controllare l’altro, le domande che ci porrà, le domande implicite che le sue risposte faranno sorgere in noi e modificheranno di continuo il rapporto con i nostri pregiudizi e quindi il nostro orizzonte del presente».
- Sì, interessante… Ora devo accendere il fon, finiamo dopo?
- Manu, solo due righe ancora, poi lo finisco da solo… Ci vuole un attimo, senti:
«Il dialogo è una relazione creativa.»
… Pensa Manuela, ci vuole creatività per dialogare! E poi:
«È il modo del filosofare, per Socrate, la via lungo la quale si sviluppa la ricerca. È libertà, apertura di nuovi orizzonti, di nuove idee, un processo in continua evoluzione. La creatività fiorisce se si aprono il cuore e la mente: comprendendo le motivazioni di ciascuno, si scoprono nuovi spazi di confronto e si cercano nuovi punti di contatto.»
…Quindi è ricerca, è ampliamento, arricchimento! Non è voler convincere l’altro del proprio modo di pensare e quindi limitarlo entro i propri confini mentali!
- Enricuccio? Se tu non vuoi che facciamo tardi per uscire, adesso devo accendere il fon! ...Certo, però! ...Effettivamente... che caso quest'articolo subito dopo la nostra discussione, eh!
- Perciò volevo leggerlo con te!
- Va bene, lo concludiamo dopo… Tu sei pronto?
- Sì, sì… Ah, senti qui, parla della lotta nonviolenta portata avanti da Gandhi:
«C’è una fondamentale peculiarità nella nonviolenza: puntare sulle qualità e non sui difetti dell’avversario. Parlare e agire non per provocare sofferenza bensì riflessione.»

- Accendo il fon, ma ti voglio molto bene. Sloggia!
Enrico sorrise e tornò alla poltrona. Gli occhi scorsero ancora alcune righe sull’articolo che aveva interrotto.

«…Presupposto fondamentale del dialogo è l’empatia, che è la capacità che hanno gli esseri umani di capire il mondo dall’esperienza soggettiva dell’altro. Essere in grado di ascoltarlo e di capire il suo mondo soggettivo, comprendere il suo punto di vista mettendoci da parte, cercando cioè di non filtrarlo attraverso il nostro modo di vedere le cose. Il colloquio tra due individui a cui manca il senso dell’altro potrebbe apparire un dialogo, ma in realtà è un semplice scambio di dichiarazioni unilaterali. Viene a mancare inevitabilmente la comunicazione».
- Enrico? … Io sono pronta! Andiamo?
- Un secondo, senti…
- Eh, no! Infilati le scarpe ora! …Dà qui, dove sei arrivato? Hai usato anche l’evidenziatore? ...Deduco che sia dal punto ancora in bianco!
Allora:
«Secondo il filosofo Giuliano Pontara, una caratteristica di una personalità aperta al dialogo è il “fallibilismo”, un atteggiamento spirituale mutuato dall’ambito scientifico secondo cui un individuo che vuole veramente dialogare deve essere sempre disponibile a mettersi in discussione.» …Questo sei tu, no? Infatti sei sempre pronto a metterti in discussione!
- Manuela? Stai provocandomi? …Ho le scarpe, possiamo andare. Porta la rivista, la leggiamo in auto.
- Sì, finisco il rigo, lo avevo interrotto:
«L’opposto del fallibilismo è il dogmatismo.»
- Andiamo, scendiamo in garage. …Io non sono dogmatico!
- Ah, no? Non vuoi mai nulla fuori posto, secondo te la vita è solamente come la intendi tu... Vuoi il matrimonio, per esempio, mentre per me si può convivere senza contratto!
- Manuela…manca molto alla fine dell’articolo? Dai, leggi mentre guido, per piacere!
- Ok. Leggo. …
«Base di partenza per parlare con gli altri è la capacità di parlare con noi stessi, per comprendere profondamente le motivazioni che ci spingono a sostenere quella o questa posizione. Essendo consapevoli che il nostro linguaggio, il nostro bagaglio esperienziale e le nostre strutture mentali non sono assoluti, ma legati alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.»
…Incredibile! Si conclude così! …Stavamo appunto parlando del valore che tu dai al matrimonio…
- Ah, Manuela, se riuscissimo a trasformare questa lettura in qualcosa di concreto fra noi!
- Già! ...Se tu vuoi il matrimonio e io no, quale può essere la soluzione arricchente che prende in considerazione i nostri diversi punti di vista senza scontri?
- Facciamo una cosa, Manu... Godiamoci la serata, poi quando torneremo a casa faremo l’amore! Vedrai che ci verrà un’ispirazione!
- Molto spiritoso e costruttivo!
- Come sei bella! Non ti avevo ancora guardata…
- Gradevole questo dialogo, continua pure…
- In effetti, perché vivere secondo delle regole? È così bello inventare…
- Enrico? Attento, le calze si possono smagliare…
- Che importa? Andiamo a cena con le calze smagliate, perché essere tutti perfetti? Lasciati accarezzare!
- Ti adoro quando molli gli ormeggi…


(*)
Gli articoli riportati sono stati estratti dalla rivista "Buddismo e Società" (dal Numero Speciale sul Dialogo, anno 2002) =


Il post qui sotto è un articolo (2006) quasi integrale che segue lo stesso argomento:

""" Per Esprimermi Senza Offenderti """


Giornalismo di Pace.
Intervista a Pat Patfoort, antropologa e dottoressa in biologia umana.

Secondo la sua teoria, la nonviolenza e la violenza hanno origine da situazioni in cui sono presenti punti di partenza (caratteristiche, comportamenti, opinioni, punti di vista di due persone o gruppi di persone) diversi che, se si lasciassero coesistere l'uno accanto all'altro senza associare loro giudizi di valore, non rappresenterebbero un problema.
Purtroppo, come mostra Pat e come è facile osservare e sperimentare nella quotidianità, il modo solito e diffuso di affrontare questi fattori o punti di partenza diversi è il modello Maggiore-minore o modello M-m: ciascuno cerca di presentare il suo punto di vista, o comportamento, o caratteristica, come migliore di quello dell'altro. Ognuno cerca di porsi nella posizione M e di porre l'altro nella posizione m.
Nel modello M-m si usano argomentazioni che hanno la funzione di mettere se stessi dalla parte della ragione, e che è possibile raggruppare in tre tipi:

  • 1. argomentazioni positive: si cercano aspetti positivi del proprio punto di vista per dargli valore;
  • 2. argomentazioni negative: si citano aspetti negativi del punto di vista dell'altro per sminuirlo;
  • 3. argomentazioni distruttive: si cercano aspetti negativi dell'altro per sminuire la persona.
Attraverso tali argomentazioni ciascuno cerca di rafforzare il proprio punto di vista in opposizione all'altro, con l'obiettivo di prevalere.
Il modello M-m è così alla base della violenza, alla sua radice. È certamente naturale volersi difendere, voler sopravvivere, ma ciò può avvenire non necessariamente ponendo l'altro in posizione di inferiorità. Il modello M-m è solo uno dei modi possibili e forse il più facile. È però così comune e diffuso che si ha l'impressione che sia l'unico o quello più naturale.

Un altro modo di affrontare una situazione di partenza con due punti di vista diversi è il modello dell'Equivalenza o E. Questo è il modello che sta alla base della nonviolenza. Esso fa sì che ci si possa difendere ma non a spese di altri, contro qualcuno o in modo offensivo, come nel modello M-m.
Con il modello E ci si concentra sui fondamenti, che sono i fattori che soggiacciono ai vari punti di vista: motivazioni, bisogni, interessi, obiettivi, valori. Elementi sia emotivi, sia razionali. Ci si preoccupa di far emergere ed esplicitare i fondamenti, che spesso non sono espressi e di cui le persone non sono neppure consapevoli, e li si considerano tutti sullo stesso piano, senza dare giudizi di valore.
Per adottare un atteggiamento equivalente (E) verso gli altri, infatti, è indispensabile valutare i fondamenti di entrambe le parti: da una parte esprimere i propri in modo chiaro, dall'altra aprirsi a quelli dell'altra persona, ascoltarla, accettarla. A partire dalla raccolta di tutti i fondamenti è possibile trovare soluzioni che soddisfino entrambe le parti.

A seconda che si segua il modello M-m o il modello E, la soluzione di una divergenza di opinioni è completamente diversa: nel primo caso si tratta di un sistema bidimensionale in cui ci sono solo due possibilità, ha ragione uno o l'altro, nel secondo ci sono tante soluzioni che si creano sulla base della raccolta di tutti i fondamenti presenti nel conflitto, sia di una parte sia dell'altra.

Pat Patfoort si è avvicinata alla nonviolenza e ha elaborato il metodo dell'equivalenza partendo dalla sua storia personale e dal suo ruolo di madre.

L'abbiamo incontrata a Torino i primi di dicembre dello scorso anno in occasione del convegno "La mediazione: dal livello interpersonale al livello internazionale" organizzato dal Centro Studi Sereno Regis, e l'abbiamo intervistata.
Quali sono i momenti salienti che l'hanno condotta all'esperienza attuale di mediazione dei conflitti?
Tutto è partito dalla mia educazione: non ho mai tollerato il fatto che ci fosse incoerenza tra ciò che gli adulti chiedevano di fare ai bambini e ciò che essi stessi facevano, e ho desiderato fin da bambina di non riprodurre lo stesso comportamento, quando fossi stata a mia volta madre. Volevo trovare delle risposte per fare altrimenti.
Ho inoltre vissuto un dramma familiare quando avevo diciannove anni: mio padre se ne è andato con una donna della mia età e non è mai più tornato a casa. La mia relazione con lui non si è interrotta ma, visto che mia madre soffriva moltissimo, per anni ho considerato lei una vittima e mio padre un mostro. Solo successivamente ho capito che le cose erano molto più complesse rispetto a come le avevo interpretate inizialmente e che piuttosto che una vittima e un carnefice entrambi erano vittime, vittime di una certa educazione, vittime di un certo modo di comunicare...
Mi sono preparata alla nascita dei miei figli da tutti i punti di vista: biologici, psicologici ed educativi, ho approfondito le mie intuizioni con studi teorici, ma ho anche riflettuto sulla mia esperienza, aprendomi all'influenza di altre culture e cercando di mettere in relazione tutto ciò che avevo imparato in Occidente e in Africa.
La mia famiglia d'origine mi ha sempre scoraggiato rispetto al modo in cui intendevo educare i miei figli, mi dicevano che non era possibile ciò che invece ho poi sperimentato come normalità in Africa Occidentale, Mauritania, Burkina Faso, Senegal, dove ho vissuto per alcuni anni con mio marito e dove sono nati i miei figli.
Può spiegarci concretamente come funziona il metodo dell'equivalenza?
Ecco un esempio.
Scuola materna, in classe. Stefano e Giulio stanno litigando per una macchinina rossa.

«È mia!» urla Stefano. Afferra la macchinina con la mano e sta sulle punte dei piedi per tenerla più in alto possibile in modo che Giulio non possa toccarla.
«No, bugiardo! È mia!» ribatte Giulio, urlando mentre tira i capelli a Stefano.
La maestra può intervenire in diversi modi. Consideriamo quelli che ci sono più familiari:
  • 1. la maestra interrompe il litigio fra i bambini sottraendo a entrambi la macchinina finché non sarà chiarito a chi appartiene;
  • 2. la maestra intima ai due di non litigare e allontana fisicamente l'uno dall'altro, dando loro compiti in luoghi diversi della classe;
  • 3. la maestra sanziona Giulio per il fatto che sta tirando i capelli a Stefano.
In tutti e tre i casi la maestra affronta il conflitto con l'approccio M-m e in questo modo non lo affronta veramente, non lavora verso la soluzione. Si pone come obiettivo l'interruzione della lite, allontana i due compagni l'uno dall'altro o dà la colpa a una delle due parti. Nel primo e nel secondo caso entrambi si sentono in posizione m, nel terzo una delle due parti. Questo condurrà a ulteriori escalation o catene della violenza.

Nell'approccio E, invece, la maestra non cerca di tacitare il problema il più rapidamente possibile fin dall'inizio, allontanando i bambini l'uno dall'altro o togliendo l'oggetto del contendere dalla situazione. Non cerca neanche di dare la colpa a qualcuno, né di mettere qualcuno in posizione di minore nei confronti dell'altro. Al contrario si sforza di introdurre e sostenere l'Equivalenza fra i due bambini. Quindi parla a entrambi insieme, non solo a uno dei due, chiede a entrambi cos'è successo e non focalizza l'attenzione solo sull'ultima parte del litigio.
Ascolta i due bambini allo stesso modo, e considera le spiegazioni di entrambi, i loro fondamenti, anche se inizialmente non combaciano. Poi cerca di metterli insieme e, magari si può scoprire che entrambi hanno detto la verità e non che uno dei due ha mentito (come sarebbe pensabile di primo acchito) in quanto entrambi hanno ricevuto in regalo la stessa macchinina ed entrambi l'hanno portata a scuola. Si aprirà lo spazio per cercare la macchinina mancante e ricomporre la relazione tra i due. Se la maestra non avesse seguito il processo dell'equivalenza, ma avesse validato la versione dei fatti che le sembrava più convincente, avrebbe accusato ingiustamente qualcuno dei due di mentire o, altrettanto ingiustamente, lo avrebbe punito.
Quanto spesso accade questo?

E quanto spesso i conflitti, a tutti i livelli, vengono negati, fuggiti o "risolti" velocemente?
Stare nel conflitto è certamente difficile e richiede l'impiego di tempo ed energia, ma i frutti dal punto di vista della sanità delle relazioni sono assicurati.

Il punto forte del suo modello sembra essere quello di offrire un'alternativa, e i suoi workshop, le sue mediazioni sono delle occasioni per praticarla. Vuole dire qualcos'altro?
È importante per me dare un messaggio di speranza. Quando lavoro, soprattutto con i giovani, spesso mi dicono che è impossibile per loro comportarsi in un modo diverso da quello che hanno sperimentato fino a quel momento. È terribile che i giovani non abbiano la speranza di poter vivere diversamente, di poter comunicare in un altro modo, la speranza di uscire dai ruoli conosciuti.
Vorrei che le persone potessero dire: «Il sole esiste ancora!», sperimentare che c'è qualcuno che dà loro rispetto, che si comporta in un'altra maniera; vorrei che pensassero che anche loro possono fare la stessa cosa.

È chiaro che comportarsi sempre in modo equivalente non è ancora possibile, ma ciò non vuol dire che sia impossibile.

Si tratta di fare esercizi per sperimentarsi nell'equivalenza. La cosa importante è riconoscere i meccanismi della violenza, ricaderci è normale perché siamo stati educati in questo modo. Ma rendersene conto e capire che stiamo facendo un errore è il primo passo, si tratta poi di fare tanti esercizi per non sbagliare più.
(da: "Buddismo e Società", gen/feb 2006)


  • Bibliografia:

22 novembre 2006

"ci sarebbe stato un muro di colore blu"

A volte le parole non servono nel loro significato.
A volte servono solo per il loro suono.
Per creare evocazioni.
Per non dire, ma lasciare.
Forse sono incomprensibili.
Sono solo emozioni che ti scavano dentro.
A volte preferisco i suoni ai significati.
Un grido.
Ma anche un gesto. Uno sguardo.
I segreti dell’intimo che nessuna parola può dare.

Ho ripensato ai libri della Duras.
Il primo per me,
“Occhi blu
capelli neri”,
mi fu regalato da un ragazzo.
Al suo interno dei foglietti a righe
ormai ingialliti,
dove aveva scritto pensieri per me.
Scrittura volante da una mano
che inseguiva il tempo che marcia…
Scrittura dal sapore
delle scolpenti parole
di Marguerite Duras.
“occhi blu
capelli neri”

“Si sdraia vicino a lei. Provano una felicità che non hanno mai conosciuto, così profonda, ne sono terrorizzati.
[…]
Lui dice che si è sbagliato, che non è il giorno che spunta, è il crepuscolo, vanno verso un’altra notte e bisognerà che passi tutta per arrivare al giorno, si sono sbagliati circa il passare delle ore. Lei gli chiede il colore del mare. Non lo ricorda.
La sente che piange. Le chiede di cosa pianga. Non aspetta risposta. Le chiede che colore dovrebbe avere, il mare. Lei dice che il mare prende il colore da quello del cielo – che non si tratta di un colore quanto di uno stato di luce.
Lei dice che forse hanno cominciato a morire.
Lui dice di non saper niente sulla morte, è un uomo che non sa quando ha amato, quando ama, quando muore. Nella sua voce vi sono ancora grida, ma lontane, intrise di pianto.
Tuttavia le dice che anche lui, adesso, crede che fra di loro ci sia quello che diceva lei nei primi giorni della loro storia. Lei nasconde il volto contro il pavimento, piange.

È l’ultima notte, dice l’attore.
[…]
L’ultima notte, annuncia l’attore.
[…]
Quella sera della sesta notte, lo sguardo di lui si sarebbe distolto da quello della donna, e lei, al suo avvicinarsi, si sarebbe ricoperta con il lenzuolo bianco.
[…]
Un’ultima frase, dice l’attore, sarebbe forse stata detta prima del silenzio. Presumibilmente sarebbe stata detta da lei, per lui, durante l’ultima notte del loro amore. Si sarebbe riferita all’emozione che si prova a volte nel riconoscere ciò che non si conosce ancora, all’impaccio in cui ci si trova nel non poter esprimere questo impaccio a causa della sproporzione delle parole, della loro povertà davanti all’enormità del dolore.
[…]
Di fronte al teatro, dice l’attore, ci sarebbe stato un muro di colore blu.
[…]
Quando c’era burrasca, certe notti, si sentiva chiaramente l’assalto delle onde contro il muro della camera e il loro frangersi attraverso le parole.”
da "Occhi blu capelli neri"-
(sui foglietti a righe, infilati nel libro:)
non passano frasi significanti
ho solo parole uniche
che hanno un senso
solo se suonate insieme
non ho una penna
da scrittore
ma odori forti
che rimangono impigliati
in foglietti prossimi
alla mia mente
ti chiedo di ascoltare
la musica
ascoltala con le pause
e la lentezza
che usi nel guardare
le mie mani
si rivolgono
a momenti passati
dimenticati
ma sparsi in luoghi comuni
troppo
da non poter essere
notati
ho molta paura
e di notte dormo
sollevato dal letto
con un’aria
disinteressata
eppure
non ho scampo
sento forti odori
di stanza vuota
come passi abbandonati
sento grida assordanti
di bambole
con ambizioni di vita
o fotografie
di momenti mai vissuti
o finiti di vivere
non c’è nulla che non dica
di essere già stato
o di non esserlo mai
tutto questo
è finito
o non ha mai potuto esserlo
spesso credo
di muovermi
per dimostrare
che ieri era solo
un sogno
ma non è sufficiente
per raggiungere
il senso della mia vita
anzi
l’odore della carne andata a male
mi impaurisce
come quello
delle donne comete
o dei pensieri passati
si tratta di
morte
ed è un senso
più concreto
e più raggiungibile
temerariamente
completo
indissolubile
così come ogni
azione
frazione
frammentazione
che
non avrebbe senso
senza
una fine
non è un problema
di
paura
solo di
convivenza
ossimoro perenne
capacità astrattiva
vivo con o senza
vita
non c’è nulla che
posso negare
o affermare
in questo incredibile
e dissennato
volo di pensieri
volevo essere
volevo essere
mi dispiace
ma i cornetti sono terminati
ed il tempo
da lei rappresentato
non ci piace
usi il favore
di portare via
questa puzzolente
e retorica
ansia
e la confusa
e antica
angoscia
come occhi al buio
senza speranza
di lanterne
ecco
ora solo
capisco
che
tutto quello che
ho scritto
deve
finire

link per il libro: su titolo post

23 settembre 2006

XXXX .sull'amore. XXXX


da: L’arte della Gioia.

ambientazione:
Catania 1921
(dialogo)


- No! È inutile che mi sfuggi.
- Io non sfuggo, Carlo!
- Mi sfuggi! Invece dobbiamo parlare visto che prima hai voluto parlare tanto, invece di amarmi come io ti amavo.
- E come dovevo amarti, Carlo? In silenzio, lasciandomi adorare come una statua?
- Ma l’amore è mistero, silenzio. In silenzio io ti veneravo. Mi bastava guardarti per essere felice giorni e giorni. Non avevo bisogno di parlare. L’amore è un miracolo e come tale…
- L’amore non è un miracolo, Carlo, è un’arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro. Come suonare uno strumento, ballare, costruire un tavolo.
- Tu intendi dire il sesso.
- Ma non è amore il sesso? L’amore e il sesso sono figli l’uno dell’altro. L’amore senza sesso che cosa è? Una venerazione di statue, di madonne. Il sesso senza l’amore che cosa è? Una battaglia di organi genitali e basta.
- Ma tu allora neghi la sostanza immateriale dell’amore? Neghi la sua spontaneità, e il fatto che più nasce spontaneo, più è autentico, puro, miracoloso.
- Ma Carlo, anche tu come i tuoi compagni a Catania: “L’ascetismo del popolo russo, la sacralità della classe operaia, il martirologio del proletariato, la natura come Dio, l’artista come Dio”. Come è possibile?
- Che c’entra tutto questo?
- C’entra invece, perché fra i tuoi compagni ho trovato soltanto malcelata aspirazione alla santità e vocazione al martirio. O la ferocia del dogma per nascondere la paura della ricerca, della sperimentazione, della scoperta, della fluidità della vita. Se lo vuoi sapere, non ho trovato nulla che assomigliasse alla libertà del materialismo. E sono fuggita via, sì, perché non avevo intenzione di cadere in un tranello forse peggiore della chiesa alla quale sono sfuggita.

28 agosto 2006

^^^^ IL Gioco degli Specchi ^^^^


"Se avrò coraggio mi lascerò andare, perduta.
Ma ho paura di quel che è nuovo e ho paura di vivere quel che non capisco -voglio sempre avere la garanzia di pensare che capisco, incapace come sono di abbandonarmi al disorientamento. Come spiegare che la mia paura più grande è proprio: Essere? E tuttavia è l'unica strada.
Come spiegare che la mia paura più grande è proprio quella di andar vivendo ciò che dovrà essere? Come spiegare che io non sopporto di vedere, solo perchè la vita non è quel che pensavo, bensì altro- Come se prima avessi saputo di cosa si trattava!
Perchè vedere è una tale disorganizzazione?"

Clarice Lispector: "La Passione secondo G.H."