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08 dicembre 2008

"Pietruzze miliari sulla strada dell'infinito"


Tra vapori e profumi che inondavano l’aria della cucina mi muovevo lesta, ritmata dalle successione dei gesti da compiere.
Non mi piace cucinare.
La dedicazione del tempo che non ho e che occorre per comporre con amore cibi da gustare, è fra le principali motivazioni. Ma il cinque dicembre è stato un giorno speciale, e per l’occasione mi sono lasciata coinvolgere dalla mia stessa emotività nel trasporto di cosa preparare, della spesa per gli ingredienti, e d’una libertà priva di gravità per le sconosciute ore di preparazione.

So che di solito tendo a scelte escludenti. Stavolta invece un sotterraneo entusiamo mi ha condotta nell’immaginazione verso una completezza che superava una crostata, includeva un rustico e persino un’abbondante pasta al forno.
Quante persone sarebbero venute? Un esiguo gruppetto o la maggior parte di quelle a cui avevo rivolto l’invito? Invito a coloro che avevano popolato il passato, a coloro che erano nel presente e a coloro che ci saranno per una parte del futuro.

Inaspettatamente è diventato un gioco. Un gioco con me stessa…

Un’improvvisa letizia mi sale nell’animo mentre impasto farina, zucchero e uova per la crostata, ho voglia di musica intorno, e mentre spalmo marmellata, arrotolo pezzi di pasta frolla dando forma alle listarelle per la superficie a grata, i fianchi inarrestabili seguono il ritmo d’ogni nuova canzone.
Revival, e il ritmo si fa più vibrante nel sangue. I fornelli accesi, il sugo che bolle, la besciamella da girare, il forno che dora la crostata, e il mio perpetuo freddo che si scioglie come neve al sole. Via il maglione. La musica più alta, le note sono le mie onde, e mentre taglio a tocchetti mozzarella e formaggio, via anche la felpa. Fa caldo nel mio antro culinario.
Gli spinaci per il rustico sono pronti, la ricotta, le uova, il sale, la noce moscata… i piedi impovvisano scalzi passi di danza. Abbandono coltello, provola e speck e piroettando volo ballando felice e ricca di ritmo allo specchio, le gambe s’alzano in ampie falcate, salto, giro, torno al tavolo, taglio e riparto. La musica riempie la stanza e mi sento felice, allegra, contenta di cucinare come stessi dipingendo un quadro! I profumi s’intrecciano, io corro qua e là, mai sentito tanto caldo con termosifoni spenti e bufera all’esterno!


È un giorno speciale il cinque dicembre…
Improvvisamente sorge coscienza di ciò.
Solo una settimana prima il pensiero vi si era soffermato dando valore a una data, passaggio che poteva restare un numero di calendario, uguale al ricordo d’onomastici, o scivolata qualsiasi d’ulteriori ventiquattr’ore d’un 2008 che volge al suo termine.
Invece ecco che decido di fissarlo, come foto sull’album, nel dirlo a quanti possano condividerlo con me.


Era il 5 dicembre di dieci anni fa quando, con una breve cerimonia al centro culturale buddista, ricevetti una pergamena in carta di riso simboleggiante la sacralità dell’esistenza.
Allegoria in caratteri sanscriti per raccontare l’infinito potenziale racchiuso in ogni singolo essere umano. Pergamena che vive custodita nella mia casa, dalla mia vita, e che giorno per giorno, attimo dopo attimo è stato il motore di risveglio della mia natura più profonda e celata.

È stata una scelta quella di dieci anni fa, non un caso, non un capriccio, o un effimero stato d’animo.

Reduce da una tempesta che aveva lasciato relitti galleggianti, devastazione e dinanzi a me il vuoto d’una direzione da cui ripartire, incontrai un’amica, funzione dell’illuminato che fornisce una pallida lucerna per fendere il buio.
Afferrai la lucerna senza sapere cosa farne e come usarla. Iniziai a sfregarla come sapevo aveva fatto Aladino con la sua lampada. Esprimi i desideri. Ma il Genio non si materializzava.
Nonostante ciò a qualcosa servì. Imparai a dar forma immaginativa ai miei ormai ammutoliti obbiettivi. A estrarli dal pozzo oscuro dell’impotenza.
E il desiderio è un seme che cade nella terra e apre sentieri.


Era finita una storia d’amore e di famiglia. Avevo una casa a cui tornare, ma ogni via per poterla raggiungere sembrava impedita da impossibilità insormontabili.
Sfregai la lampada esprimendo desideri che non si realizzavano, finchè…
Finchè la tenacia dell’invisibile bersaglio coltivato non maturò così tanta forza da spingermi a sfidare l’impossibile decidendo che sarei tornata comunque alla mia dimora.
Le determinazione è il propulsore per accendere di movimento ogni circostanza.
La fabbrica delle idee prese a lavorare, e come una pennellata di densa tempera ne richiama un’altra accanto aggiungendo tinte sempre più vivaci e piene, così si compose il quadro e la strada s’aprì.
Un anno dopo, a partire dall’attimo d’incontro con la fioca lanterna, ero nella mia casa.

Ero riuscita a giungere dove mai avrei immaginato se mi fossi fermata alla base della cruda realtà di mancanze, difficoltà, ostacoli pratici, e inattuabilità.
Mi guardavo attorno estasiata e incredula.
Ogni parete aveva un colore diverso, rosa, azzurro, blu, verde, giallo, celeste. L’angolo cottura con i suoi pensili scelti a intuito e ora in perfetto incastro, il muretto divisorio con la mensola di legno chiaro, una stanza per ciascuno, nei settanta metri quadrati che avevo lasciato da duo per tornarvi in trio.


Dopo il trasloco e le casse svuotate, i libri allineati sulla libreria adesso montata, ogni oggetto nel luogo dove l’immaginazione l’aveva collocato nell’immateriale composizione disegnata, decisi che lì, nel cuore di quelle pareti che erano il mio rifugio e prezioso terreno su cui poter muovere passi d’indipendenza e rinnovata costruzione, lì, desideravo nascessero le radici del nuovo percorso intrapreso.
Era la scelta d’un profondo cambiamento, il sorgere del credo verso l’infinito potenziale che custodiamo ma a cui fino ad allora avevo temuto di prestar fiducia.

Decisi di aprire la vita, decisi che non volevo più perdermi per amore, pur volendo amare.

Le decisioni sono fari che illuminano la navigazione umana.

Il 5 dicembre 1998 ero emozionata, confusa, stordita.
Ricevetti fra le dita fredde e tremanti lo scatolino che conteneva la pergamena arrotolata. Lo ricevetti dalle mani d’una donna il cui soprannome assomiglia –gioco del fato- al mio attuale: Dadina.
Un personaggio storico del buddismo in Italia, colei che ha tradotto dal giapponese in italiano la maggior parte degli scritti di studio sul Sutra del Loto. Una donna che vive nel cuore di molti sebbene non lei non sia più qui.

«Praticavate davanti al muro? Va beh, adesso potete praticare davanti al Gohonzon, fa lo stesso!», esordì quel giorno con fare pragmatico e burlesco, quale era la sua simpatica indole.


Sono trascorsi dieci anni, e guardandomi indietro sento che ho attraversato, aprendo infiniti sentieri col macete della fiducia e d’una fede sconosciuta, una densa e intricata selva nel mio entroterra d’esistenza.
Quando ero bambina, concluso un ciclo scolastico, mi piaceva fare lo stesso. Guardarmi indietro per comprendere e vedere.
Stupendomi m’accorgevo che dalla prima alla quinta elementare il mio mondo s’era trasformato e io avevo scoperto e raggiunto nuovi orizzonti, non ero più quella timida piccina che a mala pena sapeva leggere e scrivere.
E quando finii le medie, e quando terminai il liceo… E quando… Ogni volta lo sguardo si voltava oltre le spalle per osservare cosa avevo tracciato, chi ero, meravigliandomene. Quante cose potevano esser contenute in soli cinque anni!

Oggi una tappa importante.
Dieci anni in cui apparentemente nulla è cambiato.
Non c’è la trasformazione da bambina a adolescente, da adolescente a donna, non sono neppure diventata madre, nè mi sono sposata o divorziata. Sono sempre nella stessa casa. Persone sono entrate e poi uscite. Ho amato e ho smesso d’amare. Ho conosciuto e perso. Ho cavalcato destrieri imbizzarriti ma sono rimasta in sella. Onde impetuose sembravano inghiottirmi, ma sono rimasta illesa. Sono diventata più forte.
Ho conosciuto me stessa, mi sto amando. E amo cose nella mia vita che una volta non riuscivo ad apprezzare.
Non è accaduto nulla, ma la rivoluzione interiore sta creando la metamorfosi, come il bozzolo di seta contiene una leggiadra farfalla variopinta.

E senza sfregar più la lampada cercando il Genio d'una fiaba a cui commissionar desideri, ora esploro la sincerità del dialogo col Genio che è in me.
Ho ascoltato il suo suggerimento, perciò ho brindato insieme alle persone più vicine nello spirito e nel cuore, per condividere il significato e la comprensione d’un passaggio.
La consapevolezza e la gioia d'oggi hanno sostituito lo stordimento e l’emozione confusa del primo incedere.

Invisibile la matita ha imparato a tracciar disegni, la mente compone gli accordi.
Importante è saper dar valore.

13 ottobre 2008

Certo che fa bene...


Poesia. Oggi, ieri, domani, ho bisogno della poesia.
Oggi torno alla poesia e attingerò non da me stessa, ma da altre parole incontrate che, con tocchi di pennello, delinenano immagini.

Senza poesia il mondo è grigio. Si spegne la speranza, si inaridisce il cuore, i suoni trovano il vuoto del nulla.

“Coltivare lo spirito poetico nella nostra vita
significa nutrire di speranza il futuro della Terra”
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)


Estratto da: “Il cuore è una piazza” - di Gianna Mazzini

Poesia.
Non è solo il modo in cui si accostano le parole, o in cui si costruiscono i versi a commuovere. Non è mai solo la metrica, il ritmo, la rarefazione delle parole nello spazio bianco.
È piuttosto il modo di guardare alle cose. Lo spirito poetico è un modo di guardare alle cose libero, sganciato da ogni schema.
Spirito poetico è parlare con un muro o con la luna sapendo che ascoltano.
Oppure dire dell'alba che è ansiosa, dare il buongiorno alla mezzanotte, desiderare il tramonto in una tazza. Quando vive lo spirito poetico, sono possibili tutti i discorsi, tutti i pensieri e tutti gli interlocutori.


I bambini sono poeti per natura. Perché guardano con meraviglia e si domandano tanti perché e hanno tutti un senso. Non ha ancora prevalso quella griglia rigida che divide quello che è sensato da quello che non lo è. Per i bambini non esiste solo quello che è ragionevolmente possibile. Per questo il cielo può essere di tutti i colori, nei disegni, e le case possono avere porte ovunque o da nessuna parte.
Bisognerebbe fare in modo che questo "spirito poetico" duri più a lungo possibile, che non sparisca quando si cresce, né quando qualcosa o qualcuno ci delude.
Perché lo spirito poetico aiuta ogni impresa umana.
Quando la poesia sta negli occhi di chi fa scienza, aiuta a scoprire cose mai viste prima; quando sta nel cuore di chi combatte un'ingiustizia risveglia e aumenta la possibilità di farcela.
È uno sguardo capace di legare quello che è fuori a quello che è dentro.
Capace di creare ponti fra le sensazioni e gli oggetti, di riempire lo spazio fra il buio e il "non so", tra il piccolo e il grande. Fa usare l'immaginazione come fosse calce e mattoni, per costruire il pezzo che manca. Porta conforto e incoraggia.
Non è mai una cosa di lusso, né dovrebbe essere privilegio di pochi; perché è piuttosto una cosa come il pane o l'acqua, un bene che si rivela necessario quando non c'è più altro, qualcosa che serve proprio nei momenti più difficili.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)



Estratto da: “Parlando di verità invisibili” - di Manuela Vigorita

Quello che credo è che le parole della poesia siano in grado di portare con sé la gioia di esistere. Che possano portarla in giro per il tempo e nei luoghi e nei cuori. Che sappiano ricordarla, ricordare quanto vale. Come le note, o una danza, un'armonia di colori.
In fondo anche oggi che sono sole in un libro e prendono vita solo se qualcuno le legge, anche oggi ci sono parole che portano con sé la memoria tutta.
Ti ricordano che esistere è qualcosa di più profondo del possesso, del successo, dell'avidità con cui spesso la vita si divora. Va al di là dei confini giuridici, spaziali, di razze o religioni. È la memoria della nostra umanità che sa vedere e abbracciare. Ogni essere, ogni persona, ogni cosa. Che sa far risuonare il particolare, persino il nulla. Sa riconoscere quando la vita canta felice ed è protetta e curata, quando gli errori fanno stragi di ricchezze e di popolazioni. Sa cosa dire.
Per questo ho sempre provato tanta gratitudine per chi scrive, chi dipinge, chi suona, chi dedica una vita a raccontarti qualcosa. Non perché siano sempre persone speciali.
Sono persone.
Coi loro difetti, i loro errori.
Ho però gratitudine per la loro ostinazione, per il loro cercare su di una strada infinita. Perché non si sono arresi. Per il dono che lasciano e che non sempre trova ascolto, non sempre trova fortuna o amore.
Perché mi ricordano che non c'è galera non c'è prigione in cui possa rinchiudersi la meraviglia dell'essere umano.


Ecco. Per me la poesia è uno di quei miracoli che mi fanno amare l'essere umano. Che mi ricordano quanta meraviglia possa esistere dentro ognuno di noi, uno per uno. Mi ricorda che non sono nata per fare guerre, accumulare beni, dettare leggi agli altri, inquinare i mari e le terre di arroganza con la mia cecità. Né per odiare chi mi è diverso, per cercare il potere o sostenerlo. Non sono nata per distruggere speranze, togliere orizzonti agli sguardi, far finta di niente di fronte al dolore. Non sono nata neppure per contare i miei beni come se fossero miei, né per tacere. Né per chiudere gli occhi o morire.

Sono nata per partecipare, con gioia. Per ricordarmi di essere insieme nella gioia della vita. Per sostenerla, farle omaggio e onore. Per arricchire gli altri di quel poco o quel tanto che ho.

Forse, come tutti, sono nata per continuare a cercare quella bellezza che ogni poeta, ogni musicista, ogni scultore, ogni artista, ogni persona che cerca davvero con tutta se stessa mi giura. Mi giura che c'è.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)




Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile restare incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e voler cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.


(“Certo che fa male” Karin Boye/1990-1941)

09 marzo 2007

"Per cambiare l’odio io comincio da me" - Intervista a Mariane Pearl

Come omaggio al coraggio delle donne, in coda ad un 8 marzo appena trascorso, posto un'intervista alla giornalista regista Mariane Pearl, condotta e scritta da Monica Piccini nel 2004, e pubblicata sulla rivista bimestrale "Buddismo e Società" (n.103 marzo aprile 2004), da cui l'ho tratta.
Data la sua lunghezza non la riporto integralmente, ma le parti tagliate sono minime.

Scrive Monica Piccini:


"Mariane Pearl è la vedova del giornalista del Wall Street Journal decapitato dagli integralisti islamici nel gennaio 2002 in Pakistan. Pratica il Buddismo da circa venti anni. Due anni fa, al momento del sequestro del marito, rivolse un appello in mondovisione ai rapitori in un tono così pacato da attirare l’attenzione di molti. Quella tragica esperienza è raccontata in prima persona in un libro:
"Un cuore grande" (Sonzogno editore, pp. 319, 17 euro).

Il racconto prende le mosse dal pomeriggio del 23 gennaio 2002 quando, davanti al ristorante Village Garden di Karachi, Daniel Pearl sale su un’auto che dovrebbe portarlo a incontrare Mubarak Ali Shah Gilani, capo di un gruppo islamico iscritto dall’FBI nella lista delle organizzazioni terroristiche.
Pearl sta indagando sull’ispiratore di Richard Reid, l’uomo che voleva farsi saltare sul volo di linea Parigi-Miami con le scarpe imbottite d’esplosivo.
La sera stessa Mariane, incinta di cinque mesi, l’aspetta per cena a casa di amici.
Danny non arriverà mai.
Viene invece condotto in una casa colonica in un sobborgo della capitale pakistana, dove sarà tenuto prigioniero otto giorni.
Il 31 gennaio gli integralisti islamici lo decapiteranno.
Un video con le sue ultime parole («Mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo») e i dettagli dell’esecuzione verrà recapitato al consolato americano di Karachi il 22 febbraio.
Quasi tre mesi dopo, il 17 maggio, il suo corpo mutilato in dieci pezzi sarà ritrovato sotto un metro di terra.
A fine maggio Mariane mette al mondo Adam, un nome importante, il nome del primo uomo sulla terra per il bambino che secondo suo padre avrebbe contribuito a far sì che «durante la sua vita ci fossero più persone pronte a dare la vita per la pace che non per l’odio nel loro cuore».

Mariane, praticante buddista da vent’anni, nei giorni che seguono il rapimento del marito dà il via a un’operazione di antiterrorismo vera e propria cui partecipano la polizia pakistana, i servizi segreti americani e le forze diplomatiche di entrambi i paesi. Una convivenza forzata che ha cambiato profondamente la vita di tutte le persone chiamate in causa, a cominciare dal Capitano, il poliziotto pakistano – musulmano osservante – che all’inizio delle indagini aveva assicurato di portare a casa Daniel sano e salvo e che per primo invece dà a Mariane la notizia del terribile verdetto."


-L'intervista-


Com’è la tua vita adesso, a due anni di distanza dalla morte di Daniel?

La situazione è ancora surreale. Le cose non hanno ancora ripreso un andamento normale. Ho perso la nozione, non tanto della normalità, quanto della continuità, perché la mia vita negli ultimi dieci anni è cambiata molte volte e sempre in maniera radicale. Al momento la mia vita consiste soprattutto nel parlare di questo libro, uscito in diciotto differenti paesi, tra cui il Giappone, e di argomenti inerenti alla vicenda di mio marito. Cerco di comunicare il più possibile la sua convinzione che per cambiare l’odio nei cuori delle persone bisogna cominciare da se stessi, e nel caso di un giornalista, nel dar voce alle persone oppresse. Parlo molto con la stampa, a volte scrivo anch’io articoli (Mariane, anch’essa giornalista, è una pluripremiata regista di documentari) e poi cerco anche di costruire una vita stabile per mio figlio Adam. Finora abbiamo viaggiato molto. Da qualche mese abitiamo a New York, perché gli Stati Uniti per me in questo momento rappresentano il futuro, anche professionale.

Qual è per te il messaggio più importante di questa terribile vicenda?

La cosa essenziale è la responsabilità individuale, rendersi conto che ognuno di noi ha uguale responsabilità nel contribuire all’evoluzione della società, in particolar modo nell’ambito di questi nuovi conflitti, tutt’altro che risolti. Sono guerre destabilizzanti per l’intera pace mondiale, perché non hanno niente a che fare con le guerre tradizionali e per come le abbiamo conosciute finora. Ormai si è rivelata falsa anche la sicurezza di cui abbiamo goduto per tanti anni in Europa, convinti che la guerra fosse altrove. Adesso realizziamo che non è più così. Per quanto riguarda il terrorismo, per esempio, sappiamo che si sviluppa in occidente (Omar Sheik processato in primo grado per l’uccisione di Pearl è un inglese di buona famiglia, laureato alla London School of Economics, folgorato alla causa islamica dopo un viaggio in Bosnia). È un fenomeno multisfaccettato, che si avvale di molte cellule disseminate un po’ dovunque e, come al solito, le vittime di queste violenze sono persone normali. Scrivendo un libro su ognuno di loro chiunque si renderebbe conto di quanto la guerra è assurda. Non si parla di simboli, ma di persone. Per trovare una soluzione all’odio integralista esistono varie prospettive. È vero, la politica ha il suo compito, la repressione poliziesca ha il suo peso, però fondamentalmente si tratta di una riforma individuale. È necessario rieducare le persone, secondo un lavoro lungo e difficile. La vera posta in gioco adesso è il mantenimento del dialogo, l’unica risposta da dare ad Al Qaeda che fanaticamente vuole questo clash (scontro) tra le civiltà.

Come si esprimeva la responsabilità di Daniel nel suo lavoro?


Per lui il giornalismo era etica, etica pura. Era molto minuzioso, secondo lui bisognava fare sempre un miglio in più. Non l’ho mai visto fare compromessi con la verità, indipendentemente dal prezzo che ci fosse da pagare. Daniel era mosso da una profonda esigenza nei confronti di se stesso. A un certo momento, in quanto individuo, devi decidere come vuoi vivere, stabilire delle soglie entro le quali muoverti liberamente. Lui viveva in base a questa sua etica. Questa è la responsabilità individuale. Non è una questione solo di idee, è anche legata all’azione. La questione è essere all’altezza di questa visione nel quotidiano, indipendentemente dal mestiere che uno fa e dal paese in cui vive. Bisogna riuscire a capire fino a che punto un individuo lotta per essere quella persona che ha deciso di essere.

Chi è stato a uccidere Daniel?

L’esecutore materiale della sua morte si chiama Khalid Sheik Mohammed, un cittadino yemenita detto anche l’architetto di Al Qaeda. Una sorta di ingegnere del male, lo stesso che ha ideato l’attentato alle Torri Gemelle l’11 settembre.
Secondo la Casa Bianca, quando gli americani l’hanno catturato – non so se sia vero o meno – ha confessato di aver impugnato lui l’arma che ha ucciso Danny. Al Qaeda è una specie di assemblaggio temporaneo di alcune organizzazioni fondamentaliste, tenute insieme solo dalla disperazione. Le persone reclutate sono molto spesso prive di ogni formazione, non hanno speranza, sono completamente accecate dalla rabbia. E questo è il risultato della storia. In Pakistan e in Afghanistan si arruolano ad Al Qaeda i figli dei mujahiddin che in passato hanno combattuto prima i russi e poi gli americani. E tutti quanti trovano la loro collocazione in quest’organizzazione priva di ogni forma d’ideologia. Non esiste un programma, delle proposte, non c’è nulla, è distruzione allo stato puro.


Hai guardato negli occhi gli assassini?

No, al momento del processo di uno dei mandanti, Omar Sheik, ero ormai incinta di nove mesi. Ero a Parigi e non potevo più viaggiare.

Però confesso che ho esitato quando mi hanno riferito che lui voleva vedermi. Non so per dirmi cosa. Il problema era sapere se effettivamente mi volesse parlare e soprattutto se anch’io avessi voglia di parlargli. Per dirci cosa? Ho cercato di capire per quale motivo avrei voluto vederlo. L’unico motivo valido era fargli confessare che stava mentendo. Perché una persona che recluta dei giovani attraverso una promessa del tipo «se partecipi alla jihad andrai in paradiso» sta mentendo. Non ci crede neanche lui a ciò che va dicendo. Lo so perché, prima del processo, aveva il terrore di essere estradato negli Stati Uniti sapendo che sarebbe stato condannato a morte. All’idea di morire non ha certo pensato che ad accoglierlo ci sarebbe stato il paradiso. Eppure era ciò che raccontava agli altri. In Pakistan l’hanno condannato all’impiccagione, ma difficilmente eseguiranno la condanna.

Qual è per te il senso della morte di Danny, se c’è?

C’è un senso profondo, altrimenti sarebbe morto nell’anonimato. Posso dimostrarlo perché nelle lettere che ho ricevuto, e che lo riguardavano, la gente ha capito delle cose essenziali della propria vita, come per esempio a cosa dedicarla e perché conservarla. Quando Danny è morto io e migliaia di sconosciuti abbiamo deciso di spingere l’impegno ancora più a fondo. In questo senso è diventato un simbolo. È un po’ come se la sua morte avesse convalidato tutti i valori che aveva scelto durante la vita. Questo è importante e non è una banalità. Se ci si pensa bene, è raro morire per qualcosa, comunque. Quindi, indipendentemente dall’aspetto affettivo che ci lega, Danny ha coronato con successo la sua vita. Forse non avrebbe avuto lo stesso impatto sulle persone vivendo fino a novant’anni, non lo so. Il significato profondo della sua morte è l’influenza che ha esercitato su tutti. Questo non è avvenuto, ad esempio, per le vittime delle Torri Gemelle, anche se è esattamente lo stesso atto di violenza compiuto dagli stessi fanatici. La sua morte forse è riuscita a dare un volto umano al conflitto che viviamo. Perché molte persone hanno capito che tutti possiamo essere coinvolti, Daniel poteva essere loro figlio, padre, marito. È diventato un membro della loro famiglia. Ecco a cosa è servito. Una specie di esempio di uomo universale.

Quando dici che è morto indomito intendi questo?

Ci sono vari motivi per cui lo dico. Da un lato è stata una persona a cui hanno legato realmente le mani (in una delle foto divulgate dai sequestratori ha entrambe le mani incatenate ed è vestito con una tuta bicolore, di quelle che non avrebbe mai indossato), e che pur non potendo più parlare né scrivere, è riuscita comunque a comunicare su scala mondiale chi era veramente. Se in qualche modo avesse ceduto a ciò che gli imponevano i suoi carcerieri, non avrebbe avuto lo stesso impatto sulle persone. All’ultimo momento è stata evidente la vittoria della sua mente su quella dei suoi assassini. Il secondo motivo per cui lo dico è per via della dichiarazione che Danny ha rilasciato nel video prima di essere decapitato. Svela un dettaglio (dice che in una città israeliana c’è una strada che porta il nome di un suo avo) che nessuno poteva sapere, e che equivale a dire: «Ecco io sono quello che sono, andate al diavolo».

Una sorta di messaggio cifrato per la sua famiglia, la sola che avrebbe capito, per farci sapere come, persino davanti alla morte imminente, non aveva rinnegato se stesso. In quei giorni Danny ha fatto di tutto per comunicare il suo spirito indomito: dalla foto, con il dito medio alzato, a quando, a capo chino con la pistola piantata alla tempia, sorride. Il terzo motivo per cui lo dico è per me stessa. Perché non sarei riuscita a risalire la china se lui non avesse avuto quest’atteggiamento fino alla fine.

Perché?

Siamo stati sempre molto vicini, anche in quest’esperienza. E se avessi capito che non era stato in grado di resistere spiritualmente, che qualcuno aveva avuto la meglio sul suo spirito, non avrei reagito così come sto facendo oggi.


Qual è stata per te la lezione più difficile da imparare?

Inizialmente tutte le energie mi servivano per trovare Danny. Ero un po’ come un poliziotto. Per far questo però dovevo essere in grado di controllare la paura. Sapevo che l’unica cosa che queste persone volevano provocare in me era il panico. Quindi mi sono messa nella condizione mentale di difendermi, allo stesso modo di Danny. Se qualcuno ti punta una pistola in faccia e ti rapisce, la prima cosa che ti viene in mente, appunto, è come non perdere la calma. Dal canto mio sapevo che se cominciavo a farmi prendere dall’angoscia anche lui, e le persone intorno a me, si sarebbero fatte soggiogare dalla paura. Poiché io non mi facevo sopraffare dall’angoscia tutti gli altri continuavano ad agire. Poi, quando ho saputo che era morto, non ho avuto più paura. Ero arrivata in un punto in cui non avevo più paura. Paura di che cosa? Se lo sai non hai più paura.


Come hai fatto a gestire la paura?

Bisogna cercare di calarsi nel contesto quando si fa una lotta del genere, in cui non si dorme, si mangia a stento e si ha un solo obiettivo: ritrovare chi è stato rapito. Per cinque settimane non abbiamo fatto altro che cercarlo. La paura ti viene quando non agisci, mentre io, mettendo in campo tutte le mie forze, stavo guardando in faccia la realtà. Quando arrivi in fondo a una situazione, per quanto terribile, niente ti fa più paura. Danny era immobile fisicamente però anche lui – ne sono convinta – dedicava tutta la sua energia a non farsi prendere dal panico. La paura è una specie di bestia selvatica che può essere addomesticata. Non è un’emozione assoluta che non può essere vissuta diversamente. Nella sfida il terrore spariva. Se pensi: «Forse mi attaccheranno, oppure non mi attaccheranno, boh», allora lì si può aver paura. Però una volta che hai di fronte il nemico allora si fa come fa Danny, li si manda al diavolo. Mi rendo conto che è difficile da spiegare…


Hai recitato Daimoku in quei momenti?


Durante le prime due settimane lavoravamo ininterrottamente notte e giorno, però dopo l’arresto di Omar Sheik la situazione si è fatta molto più difficile, perché lui continuava a contraddirsi. Diceva che Danny era vivo, e dopo poco che in realtà era già morto. Lì ho recitato Daimoku molto di più. L’ho fatto per salvarlo, certo. Però ero già arrivata a un punto di consapevolezza abbastanza estremo. Non sapevo se Danny sarebbe morto o si sarebbe salvato. A quel punto della battaglia la cosa più importante era: «Non ci prenderanno», nel senso di «non ci domeranno». Io sapevo che se avessi avuto paura della morte quello sarebbe stato il mio limite, e quindi dovevo superarlo. La cosa più importante era diventata questa sfida nei confronti di chi voleva uccidere Danny per distruggere il suo modo di pensare. È un po’ come quando ti trovi di fronte a delle persone che ti vogliono ammazzare a causa di quello che realmente sei. In quel momento la cosa più importante diventa: «Difendo quello che sono» e non tanto: «Farò di tutto per cercar di vivere». Mi rendo conto che è una situazione abbastanza estrema, che travalica una qualsiasi esperienza di normalità.

Per quale motivo hai cominciato a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin?

«Perché no?», mi domandai quando vent’anni fa, ormai, presi parte a una riunione di buddisti a Parigi, la città dove sono cresciuta. Rimasi colpita nel vedere la diversità delle persone che erano lì riunite. Mi chiesi quale fosse il denominatore comune tra persone così diverse e ciò che mi colpì di più era che quelle persone non volevano assolutamente assomigliarsi. Erano completamente diverse, ma il Buddismo sembrava funzionare ugualmente per tutti. Avevo diciassette anni. Qualche tempo prima avevo messo il giubbotto di mio fratello e avevo trovato in tasca il libretto di Gongyo dicendomi: «Oddio appartiene a una setta». Mi ero presa anche paura e così decisi di andare a una riunione della Soka Gakkai. Ho iniziato così.


Ti è stato utile praticare il Buddismo in questa vicenda?

Assolutamente sì. È stato anche un vero termometro, perché ho sempre fatto affidamento sul Buddismo da quando lo pratico. Però tre anni fa non sarei stata in grado di dire se questa pratica mi avrebbe consentito di attraversare un’esperienza così estrema. Oggi l’ho verificato e sono totalmente convinta che recitando Nam-myoho-renge-kyo non ci sono ostacoli che non si possano superare.


Pensi che le persone che incontri capiscano il tuo messaggio?

Molti sì. Altri, quelli che non vogliono sentire, no. Ma non importa, ci sarà sempre qualcuno che è pronto per questo tipo di messaggio. Però mi sembra incredibile come molte persone che hanno dei figli possano non interrogarsi su questioni del genere. Non mi sembra che quello che dico sia incomprensibile, per lo meno spero.

Come hai superato la mancanza di Danny?

Come qualsiasi lutto. Non è facile. La sua assenza è difficile e crudele. Ma è il prezzo da pagare. È il senso dell’obiettivo superiore rispetto all’elemento emotivo. Quando faccio delle cose che hanno un significato profondo so che vanno a vantaggio anche di Daniel. Quando invece permetto che le emozioni mi sommergano sento di prendere una strada senza via d’uscita. È normale, quando sei triste lo esprimi, ma poi ti rialzi e vai avanti. Con l’arrivo della morte non puoi più far nulla, non puoi più agire. Questa è la differenza tra la vita e la morte. Finché sei vivo devi fare quante più cose possibili perché la vita ha un termine. L’esistenza è come un grande libro in cui ognuno di noi ha una pagina da riempire, con un inizio e una fine. Se non hai voglia di scrivere nulla non scrivi nulla, però un bel giorno non potrai più farlo. Dipende da te. Questa è la crudeltà dell’esistenza. Finché si è vivi bisogna fare delle cose, e possibilmente non solo per se stessi. Perché se scrivi solo per te, e gli altri fanno lo stesso, la tua pagina non avrà nessun interesse per gli altri e non contribuirà al romanzo nel suo complesso. Adesso Danny non può più fare nulla. Se non agisco io che senso ha essere una coppia?



22 febbraio 2007

le CoiNCiDenZe SoNo Le CicATriCi dEl DEsTinO _ vol II°

L'ispirazione a sviluppare tale tematica è nata, come già accennato, da un post di Pier: "Giri di Vite"; partendo da una sua poesia, sono emerse riflessioni che si sono via via dipanate nei commenti...

Nel "vol. I°" ho fatto solo una breve premessa, e sono andata direttamente ad un racconto.
Ora faccio un passo indietro, e parto dalle origini.
La bella poesia di Pier, e un riepilogo sullo scambio nei commenti.

Giri di vite

Un addio è una lettera
Strappata senza esser letta
È un bacio senza labbra
È il destino che non aspetta
Terra senz’acqua
Trapassata dal vento
Incapace di crescere
O di cogliere il momento
Sole senza luce
Velato dalla stessa foschia
Un abbraccio al suo silenzio
Che tutto mette via


I Commenti

danDapit: "E' bella! una negazione in poesia, una negazione dipinta, una negazione che riesce a suonare...va letta, e poi riletta...e assaporata......non fa male, è una verità dipinta, uno spegnersi raccontato con delicatezza..."
Pier: "E' solo un pò di sangue che esce da una ferita e la sutura.
Mi piace molto quando usi il termine negazione associandolo a qualcosa di vivo (una poesia, un dipinto, un suono... una verità)."
danDapit: "Un addio è una Negazione. Fra le tue righe la Negazione è viva...e tu hai saputo dipingerla...Di solito il dolore annichilisce, qui ha donato immagini! ...Con pochi tocchi leggeri dai la globalità di una realtà!"
Lucia: "Parole come pennellate a tinte forti e tu, come un espressionista tedesco, hai tracciato le linee di una fine con la giusta tonalità. In quesi giorni penso spesso all'addio. Che coincidenza!"
Pier: "dandapit, hai ragione, una negazione è comunque una cosa viva, non è indifferenza e quindi ha i suoi colori, seppure a tinte dolorosamente forti. Chi se ne va che male fa, cantava (credo) la Vanoni...
Lucia, ho letto che un espressionista tende a privilegiare il lato emotivo della realtà piuttosto che quello oggettivo, e in questo senso il tuo commento mi fa molto piacere, perchè di fatto quella era la mia intenzione quando ho scritto, di getto, queste righe. L'addio è evidente solo nella prima riga, poi si confonde con altre immagini e alla fine sembra sparire pure lui. Ma voglio ancora sperare che un addio a qualcosa coincida con un benvenuto a qualcos'altro...

...Le coincidenze invece sono le cicatrici del destino, no?
Sai bene anche tu che niente accade per caso...Aspetto comunque i prossimi giorni per conoscere la tua idea sulla frase che ho riportato (tratta da "l'ombra del vento")... "
danDapit: "Pier...Non riesco a tacere circa ciò che vi state chiedendo te e Lucia, ho voglia di dire ciò che sento riguardo a quella frase:
4le coincidenze sono le cicatrici del destino3.
Per me sì, è così!
Ovvero: ANCHE così! "Cicatrici" in quanto desideri che non si sono realizzati? Delusioni? Dolcezze in amarezze?
I desideri sono "semi" dentro la nostra vita...Le "coincidenze" sono quei semi che "prima o poi" germogliano!"
Pier: "Penso che la coincidenza sia proprio il passaggio del destino in un punto (la cicatrice) dove aveva lasciato il suo segno precedentemente. Ma non è detto che si tratti per forza di una delusione o di un evento spiacevole; in fondo, per quanto possa tornare, il destino non lo fa mai allo stesso modo...Mi piace molto (e concordo) col fatto che le coincidenze siano semi che possono germogliare!"
danDapit: "Pier...non mi ritrovo molto...aspetta, dunque...
Non vedo il destino come un passaggio che determina la coincidenza, vedo che la "coincidenza" è dentro il destino, ne fa parte! perchè è un seme interno, e quindi è ciò che forma anche il "destino"...che non è qualcosa, per me, di fermo e scritto!
Ho parlato di eventi spiacevoli in quanto "cicatrici": la cicatrice nasce dove prima c'era una ferita!
Quindi la coincidenza è una cicatrice (seme) del destino, perchè "coincide" con un desiderio (seme) lasciato cadere nella nostra vita, e come seme, o cicatrice, determina "la coincidenza", ovvero: l'evento.
Questo è quello che sento, volevo spiegare meglio il mio punto di vista...sorry!"

Pier: "Il tuo punto di vista è molto suggestivo, ed anche condivisibile; il trasporto con cui ne parli sembra che questo argomento tu l'abbia vissuto in prima persona.
In effetti hai perfettamente ragione quando dici che una cicatrice nasce dove prima c'era una ferita, avrei dovuto essere più preciso nel dire che a volte una cicatrice compare anche quando si asporta qualcosa di negativo (anche solo un neo) dalla nostra pelle.
Io quella frase l'avevo percepita in modo diverso ma sono contento di conoscere la tua idea e di confrontarmi con te. Mi piace l'immagine (se ho capito giusto) che hai di un seme del destino che provoca una ferita per far germogliare qualcosa: questo dà senso anche al dolore che spesso si prova ma che può diventare l'embrione di una nuova felicità.
Grazie per le tue osservazioni e "contesta" quanto e quando vuoi!
danDapit: "Grazie Pier... Sono molto contenta dell'epilogo della tua riflessione...In effetti non pensavo esattamente ciò che hai espresso tu, eppure il tuo epilogo diventa la sintesi che "conosco" anch'io...
Mi sa che da questo "seme" nascerà un mio post futuro..."

Qui la nascita.
Il tema mi ha catturato perchè molte eco sono risuonate dentro di me.
Daniela (Odelance) tempo fa aveva parlato della Sincronicità sul suo blog, io commentando, avevo accennato che avrei avuto qualcosa da raccontare a quel proposito.
Pier in aggiunta, ha richiamato in modo profondo "principi" contenuti nella filosofia buddista, e per me era impossibile lasciare cadere tutto ciò senza nota.
Pier non è buddista.
E' stato un caso!
Lui ha espresso ciò che sentiva.
La vita è un bene prezioso, e questa è una verità assoluta: partendo da un punto comune a tutti, proverò ad accennare un modo di guardare alla vita da cui sono partite le mie riflessioni lasciate a Pier, e a cui si ricollega il racconto del "vol.I°" su Bert e Jenny.

Nel buddismo "il destino" si può chiamare "karma".
"Karma" significa "azione compiuta".
Ovvero il destino sono le "azioni compiute" nelle vite precedenti, e anche nella presente;
ancora più profondamente il "karma" o "destino" si forma attraverso: "Pensieri, parole ed azioni".
Ogni pensiero, ogni parola, ogni azione, è un seme.
E' una scelta.
Noi possiamo scegliere se pensare bene o male, se dare parole cattive o buone, se agire in pace o con rabbia.
Possiamo scegliere!
A volte, nella foga emotiva, ci sembra di non aver scelta.
In realtà niente e nessuno ci costringe ad usare un pensiero, una parola, o un'azione al posto di un'altra.
Spesso si tratta di abitudini, di indole,
e di emotività più o meno trasportante.
Se i pensieri sono "semi", ovviamente i desideri anche!
Il desiderio è un pensiero: è un pensiero ricorrente, un pensiero che anima passione, un pensiero che induce a fantasticare, o che porta sofferenza.
Più frequentemente lo stesso pensiero (alias: desiderio) occupa la nostra vita, più semi poniamo in quella direzione nella nostra vita.
A volte ci crediamo dentro di noi.
A volte invece ci affidiamo agli accadimenti esterni per fortificare e riuscire a credere in quel desiderio/pensiero, oppure, per indurci a sopprimerlo perchè ci sembra un'irraggiungibile chimera.
Eppure, qualsiasi sia il desiderio, esso è un seme che cade nella nostra vita.
E i semi prima o poi germogliano.
Forse non nei tempi che desideriamo noi, ma prima o poi, accade.
E questo nella mia vita è accaduto!
Sorprendentemente è accaduto più volte, e da quando ho conosciuto la filosofia buddista ho iniziato a notarlo con attenzione, ho imparato a leggere gli eventi, che prima mi scorrevano sotto al naso lasciandomi indifferente e pessimista.
Il destino quindi è un contenitore di "semi".
"Semi" o "Cause".
Ad ogni seme corrisponde la nascita di un frutto.
Ad ogni Causa corrisponde l'emergere di un Effetto.
Le coincidenze, a questo punto, ci lasciano sorpresi, basiti, a volte a bocca aperta come dei bimbi davanti ad un'inaspettata realizzazione fantastica!
Ci appaiono come "coincidenze", eppure hanno forti richiami, echi.
Sappiamo di aver desiderato qualcosa che riguardava quella "coincidenza", e ci troviamo lì davanti un fatto concreto: una persona che sta parlando di ciò a cui era rivolta la nostra attenzione, oppure una persona a cui pensavamo che ci si palesa improvvisamente davanti...Una persona amata 10 anni prima, che improvvisamente spunta di nuovo nella nostra vita, per vivere ciò che 10 anni prima non era accaduto!

Il racconto di Bert e Jenny mi è servito per poter parlare di questo.
Non era un racconto di scrittura creativa. E non potevo poeticizzarlo.
L'ho lasciato nella sua struttura più povera e scarna, con tratti semplici e basilari, uno schema lineare, da "diario di bordo".
























I personaggi:
la prima Mary, potevo definirla "A"-
la seconda Mary, potevo definirla "B"-
Nick, poteva essere "C"-
Sara, poteva essere "D"-
Bert era una pancia all'8° mese.
Jenny una pancia al 7° mese.

Così abbiamo un personaggio "A" collegato ad un personaggio "C" entrambi collegati ad un personaggio "B": questo nei fatti della realtà visibile.

In ciò che si muove nell'invisibile struttura del vivere, mosso da pensieri, desideri, da vite passate che nella vita presente mantengono il loro legame dall'eterno passato (scusate il linguaggio mistico, ma non posso farne a meno!), abbiamo un personaggio "D", apparentemente scollegato, che ha i suoi desideri nel cassetto, e che per puro caso si trova a parlarne con "B", e solo per questo si unisce a "C" in un desiderio comune; per scoprire poi nel tempo, che la sua vita -in qualche misterioso modo- è sicuramente legata ad "A", e lo confermano segni straordinari.

La storia di Mary, Nick, e Sara, che ha dato la vita a Bert e Jenny, è realmente accaduta, non è invenzione.

E le due Mary hanno veramente lo stesso nome!

C'è solo una cosa che non ho aggiunto al racconto, un particolare che è parte della realtà ma che ho omesso per semplificare la struttura e per non renderla un "condotto religioso".
Desidero inserirlo in questo passaggio, in cui, parlando di coincidenze, ho introddotto alcuni principi della filosofia buddista.

La particolarità è che "A" (Mary) incontrò la pratica buddista nel periodo in cui si stava lasciando con "C" (Nick).

Quando fra "C" (Nick) e "D" (Sara) iniziò la crisi nella loro relazione, anche "D" per caso incontrò la pratica buddista, di cui aveva sentito parlare da anni, ma che aveva sempre rifiutato.

"D" iniziò a conoscere il buddismo, a frequentare delle riunioni; esse però erano lontane dalla propria abitazione, quindi si informò per un luogo di riunione più vicino; vi fu accompagnata da una sconosciuta, e solo mentre era seduta in mezzo a tante altre persone, si accorse che accanto a lei c'era "A", anzi, che si trovava proprio a casa sua!

Nella vita non solo i pensieri sono realmente "semi" che restano "in latenza" finché non divengono "Effetti", ma un'altra legge indiscutibile è quella dell'impermanenza.
La vita è in continuo fluire, la dinamica del tempo è velocissima: il presente dura la frazione di un millesimo di secondo e diventa già passato. Il futuro, ignoto e sconosciuto, è davanti a noi molto prima di ciò che immaginiamo.

La vita e la morte sono le due facce della stessa medaglia.

L'impermanenza, il continuo e incessante fluire in avanti, ci dà una meravigliosa possibilità: quella di trasformare!

Dal momento che tutto è impermanente, è proprio attraverso i nostri pensieri e desideri che abbiamo la possibilità e capacità di trasformare.
La sofferenza non è condannata a restare tale, e la gioia va coltivata, valorizzata, affinché non svanisca in un attimo, e non diventi già passato.

Per me, la ormai celebre frase citata da Pier, "Le coincidenze sono le cicatrici del destino" significa che ciò che non si è realizzato, e che ha lasciato il suo segno, ha la possibilità di realizzarsi: non è una caso, una banale coincidenza,
E' la coincidenza: il coincidere del nostro seme con l'effetto nel reale.

Tutto è collegato, ed esiste una metafora che lo spiega bene: il posarsi di una farfalla su di un fiore qui, può scatenare un terremoto dall'altra parte della terra....

16 febbraio 2007

Le CoinCiDenze SonO Le CICAtRiCi dEl DeStiNo _vol. I°_

Questo post è dedicato a Pier.
E, visto che il piano dell'opera prevede vari volumi, anche ciò che seguirà a lui sarà dedicato !

Ho sommato degli stimoli interiori, a stimoli ricevuti da Pier nei suoi due ultimi post (
1°/giri di vite e 2°/Lettera al padre), e ricevuti da Daniela (Odelance) nel suo post sulla Sincronicità.
Ne sono scaturite varie ispirazioni, che cercherò di salvare dal caos interiore trasformandole -qua- in un racconto.

Seguiranno parole per sciogliere l'argomentazione che vi sottende.
Per adesso però sarà solo il racconto a parlare.

Protagonisti di questa storia sono Bert e Jenny.

Eccoli qui.

Ma i bimbi non nascono sotto le foglie di cavolo!
E per giungere a loro c'è un percorso.
C'è un seme che deve trovare la sua terra perchè la vita prenda a far battere la miniatura d'un nuovo cuore...

Il racconto ha inizio da una ragazza che si chiama Mary.
Mary ha vent'anni: si innamora, va a vivere insieme al suo ragazzo per la durata che sarà la loro storia d'amore.
Il legame si incrina, l'affetto segue a valanga un precipizio.
Mary e Nick si lasciano.
In seguito si ricercano.
Infine si rilasciano...
Le storie d'amore hanno a volte agonie lunghe!

Passa del tempo, Mary non cerca ormai più Nick.
Ha conosciuto un altro uomo, si è innamorata di nuovo.
Nick, scottato dalla sua esperienza con Mary, amareggiato per averla persa, non ha avuto ancora occasioni d'innamorarsi nuovamente.

Per caso un giorno Mary e Nick si incontrano per la strada, si salutano scambiandosi sommarie novità sulla loro vita.
Mary felice e radiosa dà a Nick notizia del suo imminente matrimonio.
Nick sorride, le fa gli auguri.
A Mary non sfugge però un turbamento sul viso di Nick, un'ombra che sa d'amarezza tradisce un celato dispiacere.
Dentro di sè desidera che anche lui sia felice nella sua vita...

Nello stesso istante... a pochissimi chilometri di distanza, misurabili in poche migliaia di metri... O forse in quei giorni, -ma l'esatto attimo di un tempo coincidente non possiamo conoscerlo- un'altra ragazza, Sara, sta iniziando a parlare con una collega dell'ufficio, con la quale fino ad allora si erano scambiate semplici saluti e sorrisi lungo i corridoi.
Si trovano insieme in una sala dell'Istituto in cui lavorano, scelte come Segretarie per presiedere a delle elezioni interne.
La collega di Sara si chiama anche lei Mary, hanno entrambe la stessa età. Sono annoiate e ridono per quella situazione che le accomuna.
Decidono di uscire a prendere un caffè, e nell'affabilità del momento scivolano, come leggeri voli di farfalle, in facile confidenza.
Sara, infilando parole e pensieri, finisce col raccontare a Mary uno dei suoi sogni nel cassetto: andare a vivere in un casale,
in campagna, avviando un agriturismo.

Solitamente Sara era riservata su questa sua fantasia, temeva l'opinione troppo raziociniante

dell'ascoltatore, ma la loquacità di Mary, la spontaneità del loro ritrovarsi a discorrere, fanno sì che lei dischiuda il cassetto per lasciar uscire il suo sogno ben riposto e celato.
Mary sorride e si unisce a questa fantasia aggiungendo che anche un suo caro amico ha lo stesso sogno, seppure non gli è facile trovare altri compagni d'avventura.
Sara sente d'aver appoggiato la sua orma laddove la sabbia, cedevole, svela il nascondiglio d'un tesoro sepolto...

Con passi cauti, pause, riflessioni, discorsi che cambiano, per poi tornare incalzanti, chiede dell'amico, di quale sia la sua intenzione...
Le chiede di fargli sapere del proprio sogno nel cassetto, domanda se sia possibile organizzare un incontro...
Mary sorride tranquilla, sa che è possibile.

Seguono altri argomenti. Silenzi. Pensieri.
Sara sorridendo torna a chiedere con sguardo curioso anche di quale segno zodiacale sia lui, quanti anni abbia...
Mary risponde mentre la scruta divertita.
Audacemente Sara infila un'ultima domanda, e indaga se sia libero sentimentalmente!
Ogni risposta che riceve corrisponde al suo desiderio... Perfino quella finale!

Sara desiderava incontrare esattamente una persona così!
Una persona con cui costruire il sogno nel cassetto, e di cui potersi innamorare.

L'incontro avviene una sera, dopo quasi un mese.
Escono Sara, Mary e Nick.
E' la fine di giugno, bevono delle birre seduti sotto agli alberi del Gianicolo.
Nick, dopo aver ricevuto la telefonata della sua amica Mary, era andato all'appuntamento sperando segretamente che la Sara da incontrare lo affascinasse.
Sara era andata all'appuntamento col cuore in gola, sperando di trovarsi davanti un ragazzo che le piacesse.
Mary sembrava l'arbitro d'un match segreto, vestita sportiva, secondo il suo stile abituale: jeans e T-shirt, come un maschiaccio impenitente.

Arrivava oltre l'orario dell'appuntamento Sara, correndo, una camicetta annodata che lasciava la vita scoperta, una minigonna a balze, scarpe chanel con tacchi alti. Salutò Nick quasi di fretta, scusandosi del ritardo con entrambi.
Lui, sorriso divertito sotto un paio di baffi neri, era un bel ragazzo dai capelli scuri e ricci, carnagione cotta dal sole, occhi nocciola grandi e profondi, e, alto, si stagliava nel buio di quella notte di giugno, con la sua camicia terribilmente arancione, mentre il resto si perdeva nell'oscurità e nell'emozione.

Si incontrarono un'altra volta ancora, quando Sara andò con Mary a trovarlo in campagna,
nel terreno che lui coltivava -bizzarro gioco della sorte- nello stesso paese dove erano nati e cresciuti i nonni di Sara!

La terza volta uscirono da soli, a cena, per parlare della loro idea chiusa nel cassetto.
Il cameriere avvicinandosi al tavolo per prendere le ordinazioni, finì quasi a scusarsi per importunarli.

Quella sera il destino iniziò con l'indice a seguire, rigo per rigo, ciò che era scritto sulle sue pagine.
Bianche? già scritte? Si stavano scrivendo?
I semi venivano da lontano, forse da altre vite, e lì si riunivano: nel desiderio della prima Mary che voleva la felicità di Nick; nell'invisibile legame alla seconda Mary, amica di Nick e della prima Mary; nel desiderio che Sara aveva sfoderato dal cassetto nel momento giusto, quello in cui il destino risuonava per un segnale preciso.


Sara e Nick in pochi giorni decisero di andare a vivere insieme. Nella casa dove Nick aveva vissuto precedentemente con Mary.
Sara sapeva di Mary, dagli svariati racconti di Nick.

Un paio di anni dopo, mentre Nick e Sara erano insieme al mercato, una voce che salutava Nick risuonò alle loro spalle.
Sara conobbe così Mary.
Eccola, in quell'occasione le veniva presentata .
Si salutarono, si sorrisero, si osservarono: entrambe aspettavano un bambino.
Mary all'8° mese, Sara al 7°.

Anche la storia fra Nick e Sara ebbe un epilogo fallimentare, e proprio nel momento della sua crisi più profonda, una sera, per puro caso e senza immaginarlo, Sara si trovò a casa di Mary.
Si riconobbero.

Diventeranno amiche.
I loro bambini giocheranno insieme, cresceranno insieme.
Parlando scopriranno cosa era successo nell'etere a loro insaputa. Attraverso dei desideri, che sono semi. Semi di frutti che poi nasceranno.
Parlando scopriranno altre cose che le uniscono, legami che la vita tramanda da una vita all'altra, nell'eternità di un'esistenza infinita.
Un otto, che non ha punto di inizio, nè punto di fine.


Scopriranno che la loro nascita, non solo il passaggio di un destino con lo stesso compagno, è unita.
La nascita richiama la loro unione attraverso dei numeri che si ripetono.
Scopriranno di essere nate nello stesso anno: Mary diciannove giorni prima di Sara.
I loro figli: Bert, figlio di Mary, e Jenny, figlia di Sara, hanno la stessa differenza di età, nello stesso ordine delle madri.
Bert ha diciannove giorni più di Jenny.
L'anno di nascita di Mary e Sara, capovolgendo le cifre, è l'anno di nascita dei loro figli.

Le coincidenze sono i semi del destino.
I semi, possono essere anche delle cicatrici. Cicatrici viste come un desiderio irrealizzato che ha lasciato una ferita;
rimarginata, essa lascia un segno, è un seme nella vita, che prima o poi, prima o poi: nasce.