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21 novembre 2009

"BRENDA"

IL RACCONTO/Dalla trans versioni contrastanti sulla sua frequentazione di Marrazzo. Ma alla fine ammette: c'era un video con noi due e un'altra trans, l'ho distrutto
Una vita tra alcol, droga e farmaci
la superteste che fa tremare Roma

di CARLO BONINI

ROMA - Quando e dove la seppellirano, scriveranno che il suo ultimo giorno da viva è stato il 20 novembre 2009. Ma Wendell Mendez Paes, 32 anni che avrebbe compiuto tra sette giorni, brasiliano di Belem Para, "Brenda" per amiche (poche) e clienti (molti), ha cominciato a morire almeno un mese prima. In una sera di pioggia dell'ultima decade di ottobre. Quando un'auto civetta dei carabinieri del Ros iniziò la sua spola tra via Gradoli 98 e via due Ponti 180. Quando investiti dall'urto del "caso Marrazzo", i segreti di una comunità trans costretta in condomini ridotti a favelas smisero di essere tali. Quando qualcuno cominciò a parlare e molti cominciarono ad avere paura.

La conoscevano tutti "la Brendona". "Quella con due tette così", disse Natalì, la "favorita" di Piero Marrazzo, prima ai cronisti e quindi ai carabinieri, indicandola come la trans che le aveva conteso il Governatore e che prima di tutti lo aveva "ricattato". "Con un video erotico girato insieme a un'altra trans", aggiunse. Simile a quello che i carabinieri della stazione Trionfale avevano rubato la mattina del 3 luglio in via Gradoli. Ma più lungo, articolato. E finito chissà dove.

Provò a nascondersi, Brenda, ma senza fortuna. La sera del 24 ottobre, il falansterio mangiato da ruggine e incuria di via due Ponti 180, dove lei viveva come un topo in un seminterrato soppalcato di scarsi dieci metri quadri, si consegnò ai suoi assedianti, sbirri e giornalisti, mostrando la sua preda. Una trans che si presentò come "China" e che per le cronache diventerà, senza esserlo mai stata, la convivente di Brenda, la indicò ai fotografi e alle telecamere, invitando a mollare finalmente la presa. Brenda, fasciata in una maglietta bianco panna, si mostrò per quel che era. Un donnone da un metro e 90, il corpo esile e le braccia lunghe e muscolose, con mani grandi quasi quanto il suo seno da cartoni Manga che le era costato una fortuna.

Parlava un ottimo italiano e aprì il suo "appartamento" dove, disse, almeno una volta era venuta a trovarla "Piero". E che sarebbe diventato la sua tomba. In un angolo, due fuochi e un lavandino che perdeva. Al centro un divano letto coperto da un foulard leopardato. Un piccolo armadio a due ante. Un soppalco dove infilarsi rannicchiati. Quella sera, Brenda ammise che quel secondo video dell'ex governatore del Lazio effettivamente esisteva. Che lo aveva girato nella primavera di quest'anno con una tale "Michelle", trans che lei sapeva ormai a Parigi. Ma che la sua copia, lei, l'aveva distrutta. Subito dopo l'arresto dei carabinieri del Trionfale. Subito dopo che la faccia di Piero aveva preso a occupare lo schermo tv per lo scandalo che lo aveva travolto.

Il 30 ottobre, i carabinieri del Ros provarono a farle ripetere quella storia. Ma non ci fu verso. Brenda non ne voleva sapere. "Non conosco Marrazzo - si legge nel verbale redatto quel giorno negli uffici dell'Anticrimine dell'Arma - È vero, vivevo con una tale Michelle, ma lei è partita e Natalì ci accusa di cose non vere. Non ho mai subito né rapine, né minacce dai carabinieri. Metto a disposizione il mio cellulare, specificando che se avessi avuto qualcosa da nascondere lo avrei già distrutto". Non era una tipa semplice, Brenda. E i carabinieri lo avevano imparato subito. Fumava a catena e beveva in modo smodato, compulsivo. Fino a tre, quattro bottiglie di whisky scozzese "Ballantine's" al giorno, allungandolo quando capitava con "Red Bull" o sciogliendo nel bicchiere gocce di "Minias" (potente sonnifero e ansiolitico).

La pressione per Marrazzo la attacca, se possibile, ancora di più alla bottiglia. Ma la convince, l'1 novembre, a raccontare al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo quello che ha taciuto ai carabinieri. "È vero - ammette a verbale - l'ex governatore è stato un mio cliente. Ho girato io il video che ci ritraeva insieme a Michelle. Ma l'ho distrutto. Durante i nostri incontri, facevamo uso di cocaina e la droga me la forniva Gianguarino Cafasso (il pappone che con i carabinieri organizza la trappola del 3 luglio in via Gradoli, che proverà a vendere il video del Governatore e verrà trovato morto per overdose in un albergo sulla via Salaria a metà settembre). Esistono anche delle foto con Marrazzo. Le scattammo in una casa con piscina". L'ex governatore, interrogato neppure ventiquattro ore dopo, confermerà quelle circostanze. Di Brenda storpia il nome ("una tale Blenda"), minimizza la frequentazione ("un paio di incontri"), ricorda l'uso di cocaina. E per Brenda (cui per altro, sebbene smentite da fonti inquirenti, si attribuiscono anche telefonate sull'utenza della segreteria del governatore negli uffici della Regione), evidentemente, comincia la fine. È diventata un problema. Per tutti e anche con se stessa.

Da quel giorno, i carabinieri non la cercano più. Ma per tutti Brenda è ormai la "trans che parla". La "fuori di testa" che verosimilmente custodisce segreti capaci di gettare nel fango altri nomi che contano. Se qualcuno si sente minacciato, il suo nome è ormai un'ossessione. Lei, in realtà, tace. Non alimenta "l'indovina chi" della sua clientela. Ha bisogno di soldi e si rimette sul marciapiede come sempre. Anche se, nella notte tra l'8 e il 9 novembre, dei romeni la aggrediscono rubandole il cellulare. La reazione è di furore e follia. Aggredisce la pattuglia dei carabinieri che le presta soccorso e prende a battere la testa sul marciapiede. Le sue amiche raccontano che torna a farsi di "Minias" per dormire.

Come la notte di giovedì, quando bussa a Veronica, perché le sue di gocce le ha finite. E' l'ultima richiesta. Intorno alle 4, Brenda si infila nel buco di via due Ponti 180 da cui non uscirà più.

© Riproduzione riservata / La Repubblica
(21 novembre 2009)
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LE INDAGINI/Dopo il pestaggio la trans aveva paura, ma è stata lasciata sola
Se l'assassino le chiavi aveva tutto il tempo di portar via il pc e distruggerlo
Quei misteri e quei segreti
del computer di Brenda

di GIUSEPPE D'AVANZO


C'È di certo che Brenda è morta distesa nel soppalco, asfissiata (forse) dai fumi di un incendio che si è sviluppato nei venti metri quadrati del suo minuscolo appartamento della Cassia. Si può escludere il suicidio. Troppo macchinoso per chi, come Brenda, era facile a gesti autolesionistici: si è tagliata braccia e vene appena qualche settimana fa. Due le ipotesi che sono in piedi. Omicidio o incidente domestico.

Brenda, come sempre, ha bevuto troppo whisky e ha buttato giù troppi psicofarmaci (ne ha comprati mercoledì sera e ne ha chiesto in giro, alle sue amiche, giovedì). Si addormenta. Nel "tugurio", come viene definito l'alloggio da chi l'ha visto, nasce un incendio lento. Il fumo la uccide nel sonno. L'ipotesi è sostenuta da qualche circostanza. La porta è chiusa a doppia mandata. Nessun segno di colluttazione. Nessuna traccia di violenza sul corpo del viado.

Le stesse circostanze, a sentire qualche voce di dentro in Procura, possono convincere, al contrario, per l'omicidio. L'assassino, gli assassini hanno le chiavi di casa e non hanno bisogno di manomettere la serratura. Attendono che Brenda si addormenti con calma e appiccano il fuoco. Si allontanano dopo aver infilato il computer sotto l'acqua del lavabo per cancellarne le immagini e i testi memorizzati. Proprio il computer potrebbe essere il grimaldello per scombinare l'ipotesi.

Se l'assassino, gli assassini avevano le chiavi - e Brenda già si è assopita - hanno tutto il tempo per frugare nell'appartamento, trovato in ordine, e portar via il computer per poi distruggerlo con calma altrove, senza lasciarlo in quella casa presumendo che l'acqua ne rovini la memoria (e non è così, i tecnici delle polizie sono in grado di recuperarne i contenuti).

Perché lo abbandonano allora, in bella mostra, sulla scena del "delitto"? Giusto per farlo ritrovare - un po' a mollo, è vero - ma ancora in grado di liberare tutti i veleni che potrebbe contenere o contiene?

Comunque, queste sono tutte storie perché la pasticciona procura di Roma (due procuratori aggiunti e due sostituti sul luogo del delitto, ognuno con le sue opinioni e suggestioni, ognuno con i suoi orientamenti e indicazioni, tanto per fare maggiore confusione in un caso già ambiguissimo) apre un'inchiesta per "omicidio volontario". Una mossa tattica e consueta, va detto. Consente a chi indaga un'invasività investigativa che altre imputazioni non permetterebbero. E tuttavia un'accusa che oggi farà parlare, a buon diritto, di un omicidio nell'affaire Marrazzo - forse il secondo, dopo la "misteriosa morte" di Giangavino Cafasso, pusher, ruffiano, primo spacciatore alla stampa del video del governatore in compagnia del viado Natalie, "scoppiato" forse per overdose, forse per diabete, forse per mano assassina, in un albergo di Roma il 12 settembre.

Quale sarà l'esito dell'inchiesta, omicidio o incidente domestico, cambia poco - e si scuserà il cinismo - perché non è la morte di Brenda l'essenziale di questo nuovo capitolo dell'affaire Marrazzo.

Brenda era una vita alla deriva, una persona che nessuno ha saputo e voluto sostenere nel più difficile passaggio della sua vita già difficile. In queste settimane, nell'indifferenza di tutti, è stata minacciata, brutalmente picchiata, derubata del suo cellulare. Forse, il vero obiettivo del pestaggio. Brenda aveva paura. Lo diceva, lo gridava. Nessuno l'ha ascoltata o aiutata e chi oggi la piange ha lacrime di coccodrillo.

Quel che, alla fine, conterà in questa storia è quel che Brenda si lascia dietro: il computer. È, appunto, la memoria di quel computer, ora umido d'acqua, il nuovo centro della storia. Se assassini ci sono, forse, hanno ucciso non per cancellare tracce e prove, ma per far sì che tracce e prove siano trovate. Quel computer custodisce immagini e video che possono compromettere la congrega di nomi illustri o eccellenti che frequentavano il viado? Un fatto è certo. Brenda, approfittando della debolezza dei suoi ospiti o l'istupidimento provocato dalla cocaina che sniffavano con lei, "rubava" immagini di quegli incontri.

Nel caso di Piero Marrazzo, lo ha ammesso. Protagonisti del video: Brenda; un altro viado, Michelle; il governatore. Dice Brenda ai carabinieri nei primi giorni di novembre: "Certo, avevo quel video, lo custodivo nel mio pc ma l'ho distrutto perché avevo paura". È il video - "Marrazzo, con due viado, che sniffa cocaina" - di cui molto si parla nei circoli politici e giornalistici della Capitale, nell'ultima settimana di settembre. È una circostanza che, seppure confusamente, conferma anche Piero Marrazzo, il 2 novembre: "Ho avuto incontri con un'altra persona, un certo Blenda. Nell'occasione di un incontro con Blenda, ricordo che è passato anche un altro trans di cui non rammento il nome. Mi sembra che ho avuto solo due incontri con Blenda. Né Blenda o Natalie mi hanno mai chiesto del denaro o ricattato in relazione a foto o video che mi ritraevano. Non sono a conoscenza di video o foto scattate da Blenda in occasione di questi incontri, ma il mio stato confusionale, dovuto all'assunzione occasionale di cocaina, non mi mette in condizione di saperlo".

Si può distruggere una persona, anche senza torcerle un capello. La si può "assassinare" con un'immagine che può essere più minacciosa e mortale di un cappio o di un colpo di pistola. Il computer di Brenda, sia morta per omicidio o incidente domestico, potrà rivelarsi nei prossimi giorni e settimane un devastante arsenale di sopraffazione morale, alimentato dal sesso e dalle immagini catalogate in un computer.

Ogni delitto è sempre una catastrofe e ogni catastrofe ci svela sempre che è accaduto qualcosa che non capiamo perché quel che conta sapere - per capire davvero - non ci viene detto e non lo conosciamo. Ma, in questa storia di Piero Marrazzo e ora di Brenda, qualcosa si è già compreso o intuito: le abitudini private di un ceto politico, amministrativo, professionale, imprenditoriale sono state, sono e possono diventare gli strumenti di ricatti spietati e distruttivi, utili a modificare equilibri, risolvere conflitti; in qualche caso, adatti a "muovere le cose", concludere affari o farli saltare. Brenda, quale che sia la ragione della sua morte, si è trovata al centro di questo gorgo fangoso, attrice consapevole di una tragedia scritta e diretta da altri.

© Riproduzione riservata / La Repubblica
(21 novembre 2009)

12 agosto 2009

Vite che lottano in un paese in cui calunnie e falsità costruiscono imperi: "devastante attività di disinformazione promossa dai poteri criminali"

CULTURA

Saviano: "La verità è che ora odio gomorra"
"Se vedo il libro in vetrina guardo da un'altra parte"

di SIMONETTA FIORI

Il racconto dell'autore in un articolo scritto per "The Times"


"I hate Gomorra, I abhor it". Odio Gomorra, lo detesto con tutto il cuore. Roberto Saviano ha scelto un giornale inglese per confessare una verità semplice, ma finora indicibile: lo scrittore odia il suo capolavoro, liquidato come "libro maledetto", "eterna spina nel fianco". Gomorra l'ha condannato all'esilio, a un'esistenza spezzata, spogliata di affetti e di libertà, della meravigliosa routine quotidiana, del mare e della neve, di una casa normale, di una pizza la sera con gli amici. Una "vita di merda", scrive Saviano. Un sentimento legittimo - quello espresso dallo scrittore da tre anni costretto a muoversi sotto scorta - ma finora sottaciuto per non deludere le pletore di adoratori, alla ricerca di martiri ed eroi. "Ora sono maturi i tempi", scrive sul Times, "e rivendico il diritto di rivelare il mio rimpianto, pensando con nostalgia a quando ero un uomo libero". Io odio Gomorra.

E' la prima volta che Saviano si lascia andare con tale amarezza su quel suo libro che gli ha procurato fama e successo (traduzioni in quaranta paesi), ma anche una esistenza d'inferno. I due milioni di copie vendute? "C'è poco da festeggiare". Sottile la descrizione della macchina mediatica, ansiosa nella ricerca di eroi, ma non sempre compatta nel difenderli.

E' anche per non deludere i suoi lettori, gli zelanti intervistatori che gli domandano "Ti sei pentito d'averlo scritto?", che Saviano finora se l'è cavata con una risposta ambivalente. "Mi sono pentito come uomo, non certo come scrittore", ama ripetere nei suoi incontri pubblici. "Rispondo in questo modo per dimostrare che mi è rimasto un brandello di responsabilità civile", ci spiega ora dalle colonne del Times. Ma la verità è un'altra. "Quando passo davanti a una libreria e vedo Gomorra in vetrina, mi volto da un'altra parte". Odio e basta.

Questo Saviano finora non l'ha potuto dire, per timore di un rifiuto, di "facce mortificate e colme di disappunto". Lo scrittore sentiva il dovere di difendere l'immagine del combattente granitico, capace di "sopportare il sacrificio in silenzio", pronto nonostante tutto a riscrivere mille volte quel suo "dannato" capolavoro. Invece la verità è più semplice, quella di un ragazzo non ancora trentenne che aspira a una vita normale, a guardare il mare o a provare l'ebbrezza di vagabondare senza meta. Ti sei pentito? La risposta è un secco sì. Se avesse saputo a cosa andava incontro, Saviano un libro come Gomorra non l'avrebbe mai scritto. "Ma rimane il fatto che l'ho scritto, e ora ne pago il prezzo per ogni giorno della mia vita".

Una vita in fuga, ogni minuto sotto sorveglianza, spesso in appartamenti bui, soffocanti, senza balconi né verande, il più delle volte relegati in periferia. Impensabile una collocazione in centro, con due automobili blindate e cinque uomini della scorta. "Da tre anni la mia casa è solo una valigia", scrive Saviano, "e una borsa con libri e computer". Unico sollievo, la solidarietà dei suoi lettori. E di scrittori perseguitati come Salman Rushdie, prodigo di suggerimenti su come difendersi dall'intolleranza di chi per paura non vuole condividere neppure un volo in aereo. "Chiama il giornale più importante di quella città e denuncia la compagnia aerea che ti respinge: subito saranno ai tuoi piedi". Consiglio seguito con successo.

Figlio di mamma meridionale, premurosa e soccorrevole come vuole tradizione, lo scrittore confessa i suoi esordi impacciati nelle faccende di casa, stiro e naturalmente cucina. Evoca con tenerezza una donna che a Napoli aveva preso l'abitudine di suonare alla sua porta per consegnargli pietanze prelibate, "del genere di quelle cucinate dalle madri per i figli soldati". Uova con parmigiano, costolette di agnello, talvolta mozzarella di buffala o dolci fatti in casa. "Soltanto guardare quei piatti mi faceva sentire a casa". Un incanto culinario bruscamente interrotto dall'ordine di partire per altra destinazione.

Severo è il giudizio sul paese in cui gli è toccato in sorte di nascere, "dove la verità ha cessato di esistere". Più della morte, Saviano teme la devastante attività di disinformazione promossa dai poteri criminali. In particolare dalla camorra, che è già all'opera per infangarne il nome, per insozzarne la credibilità e tutto quello per cui finora ha vissuto. Una campagna diffamatoria che ha già avuto le sue vittime in Peppino Diana, Federico Del Prete, Salvatore Nuvoletta. Una cascata di fango che rischia di ottundere anche gli organi di informazione. "Non appena la stampa nazionale ti mostra attenzione, cominciano a circolare sul tuo conto pettegolezzi e storie equivoche. Il fatto è che sei colpevole finché non dimostri il contrario. Allora i media si tirano indietro, come lumache nel loro guscio". Il suo incubo è questo, non una pallottola criminale: essere sporcato dalla camorra, non essere più capace di difendersi, "difendere soprattutto le mie parole".

(12 agosto 2009)
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Saviano: perché Pecorella infanga don Peppe Diana?
di ROBERTO SAVIANO
(1 agosto 2009)


MI è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.

L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.

Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace.

(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)
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Lo scrittore dopo la polemica scatenata dal presidente della commissione ecomafie "Sarebbe bello che il paese proteggesse la sua memoria senza divisioni"

"L'Italia difenda don Diana"
"Scout, cattolici e tutti i partiti lo ricordino come nemico dei clan"


di ALBERTO CUSTODERO


ROMA - "Sarebbe bello se il Paese difendesse la memoria di don Diana, senza divisioni". Lo scrittore Roberto Saviano lanciando un appello interviene nella polemica divampata dopo che Gaetano Pecorella, presidente della commissione Ecomafie (ed ex legale, 12 anni fa, di Nunzio De Falco, condannato in Appello come mandante dell'omicidio del sacerdote), aveva messo in dubbio che il prete ucciso dalla camorra fosse un "martire". "Prima - aveva detto il deputato Pdl - va chiarito il movente del suo delitto".

Il religioso, sostiene lo scrittore, "è stato ucciso per il suo impegno contro i clan. Ribadirlo significa ribadire che l'Italia è sulle figure come quella di Don Peppe che fonda la fiducia nella possibilità di cambiamento e nel sogno di giustizia. Sarebbe bello che da destra a sinistra tutti si sentissero orgogliosi di essere italiani perché lo era don Peppe. Il suo ricordo e difesa prescindono dalle divisioni politiche. Sarebbe bello se scout, associazioni, e tutti i presenti durante la sua vita ricordassero quanto ha fatto. E cancellassero per sempre ogni ombra che da anni la camorra staglia sulla sua memoria".

Mentre Pecorella ritiene di essere "caduto in un tranello studiato a tavolino" perché "dà fastidio che la Commissione Ecomafie abbia denunciato il pericolo che nei prossimi anni il Lazio resti ingovernabile sotto il profilo dello smaltimento dei rifiuti", ad attaccare l'ex avvocato di Silvio Berlusconi è Sonia Alfano, Idv, presidente dell'Associazione vittime di mafia. "Quelle di Pecorella - dice - sono dichiarazioni disgustose con lo scopo d'infangare la memoria del pastore che osò sfidare la camorra a viso aperto".

Per il capogruppo pd all'Antimafia, Laura Garavini, "diffondere insinuazioni è una sporca strategia che conosciamo troppo bene da parte di certi personaggi. Se tutti fossero come don Diana, l'Italia sarebbe un altro Paese". Raffaele Cantone, ex pm della Dda di Napoli (fece condannare De Falco per aver ordinato l'omicidio del killer del fratello), apprezza "la generosità con la quale Saviano difende la memoria di don Diana, martire per aver dato una svolta alla chiesa campana nella lotta alla camorra". Non crede "che si possa equiparare l'avvocato con il cliente che difende".

Ritiene, Cantone, che "si può porre il problema di opportunità per l'avvocato che difende posizioni particolari quando assume cariche pubbliche di rilevante imparzialità". Piergiorgio Morosini, della giunta Anm, invita "alla massima prudenza quando un personaggio pubblico commenta omicidi di mafia perché certe dichiarazioni potrebbero nel mondo criminale delegittimare chi ha preso il testimone di don Diana". Getta acqua sul fuoco, infine, il Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, per il quale la polemica Saviano-Pecorella su don Diana "è una tempesta in un bicchiere d'acqua".

(3 agosto 2009)

20 giugno 2009

Vite da Vip: la vita di chi conta...tutto il resto è solo inutile rumore

Oggi scrivo una premessa, invece di riportare l'articolo tale e quale dai giornali da cui traggo le notizie in "copia e incolla".

Non ho mai seguito il Gossip.
Mai lette riviste di alcun genere; neppure nelle sale d'attesa del dentista, dove ho sempre avuto un libro nella borsa, tanto detesto le riviste patinate che parlano della vita dei Vip e dei loro amori e infedeltà.

Ciò che sta accadendo in Italia e l'interesse dei Media sulla vita del Premier non è Gossip.

Questo signore, che sembra tanto amato dalle donne, non mi è stato mai simpatico. E finchè Veronica Lario non ha pubblicamente annunciato la volontà di voler divorziare, non sopportavo neppure di sentire il suono della sua voce in tv.

Ora, giorno dopo giorno, sono sempre più sconcertata del grado di corruzione, degrado di valori e di vita che via via emerge. Iniziato con un sassolino, sta rovinando a valle in una valanga sempre più pesante e ingrossata di fatti e svelamenti.


Stamattina l'avvolgibile di una serranda a casa mia improvvisamente non funzionava più, e neppure il cancello del cortile per i posti auto del condominio.
Questo mi fa riflettere su una legge che tutti dovrebbero conoscere: la legge dell'impermanenza, una legge che regola la vita universale.
Una mattina ti svegli e ti fa male un dente che fino alla sera prima stava in armonia e allineato con gli altri.
Una mattina ti svegli e il cancello del cortile dove è posteggiata la tua auto non si apre.

Non abbiamo il controllo di tutto, anzi, non abbiamo il controllo su niente.
E' una mera illusione pensare di poter controllare ciò che è nella nostra vita: il funzionamento delle cose, le relazioni, e persino la testa delle persone.
Forse c'è chi si illude di avere questo potere sopra ogni cosa: un'onnipotenza umana, per il semplice fatto di avere il denaro per pagare TUTTO; ne consegue la percezione di averla fatta sua (l'onnipotenza).

Invece una mattina una Veronica Lario si sveglia e chiede il divorzio.
Un'altra mattina una Patrizia D'Addario incollerita per la scarsa considerazione ricevuta come donna, usa le carte che ha in mano per prendersi a forza la considerazione mancata.

Come a casa mia di punto in bianco non funziona l'avvolgibile della serranda e il meccanismo elettronico del cancello del posto auto ha dato forfait.
Imprevedibile, ma può accadere, anche se fino a poco prima ogni ingranaggio ripeteva la sua scontata routine. E se di solito funziona, mica è detto che funzioni per sempre! Ogni elemento è soggetto alla Legge dell'impermanenza.
Bisognerebbe saperlo, specialmente quando non si è più nè bimbi, nè adolescenti, nè ventenni.

Il condominio in cui abito chiamerà un tecnico, poi occorrerà pagare per aggiustare il guasto.

Il Premier potrà invece contare sul suo tecnico Ghedini per vedere d'aggiustare il guasto causato dal dente dolente che si chiama Patrizia D'Addario. Il prezzo non ha importanza, perchè può permetterselo. Seppure non si può sapere se il tecnico riuscirà a riparare il danno.
...Oppure il POTERE riuscirà -attraverso mezzi propri all'Olimpo degli Dei- di nuovo, anche qui?


Nel leggere l'intervista fatta da Repubblica all'amica di Patrizia D'Addario, Barbara, ancora una volta sono stata attraversata da un'emozione: lo stupore incredulo, misto a sincera commozione, per l'innocente ingenuità della ventidueenne nel dichiarare con onestà fatti schiaccianti, pur affermando e ribadendo che per lei Silvio è una persona d'oro, anzi, meno male che esiste!

Lo difende, mentre con candore afferma che il famoso "utilizzatore finale" sapeva bene che stava per accompagnarsi a una donna che voleva essere pagata per restare da lui a Palazzo Grazioli.

Ecco, tutto questo non è Gossip, questa è la nostra Italia.
Dal Primo rappresentante, al popolo che lo vota.

Questi sono i valori che governano un'Italia che si sente così IMPOTENTE che per vivere ha fatto dell'ARTE DI ARRANGIARSI la praticità quotidiana e corrente, ma non inventando e ingegnando la creatività, bensì rincorrendo e calcando i passi di chi ha in mano il potere e un giro di soldi (tanti!!) che occorre per vivere con lusso e agio (solo sopravvivere? ma che scherziamo!) e contare tra i Vip.

Corruzione, mafia, droga, scambi e favori sessuali, mazzette, tangenti, nepotismo (ampliando il significato del termine oltre i confini del parentado) nelle alte sfere.
Politica intesa non come servizio al Cittadino, ma come proprio illustre traguardo per sistemarsi conto in banca, carriera, vitalizio. Nonchè la fama del nome.


Gli Uomini concentrano il loro POTERE per il posto che occupano e nel portafoglio.
Le Donne lo concentrano in mezzo alle gambe e sulle curve sinuose elargite da madre natura.

Il resto, di chi non può (perchè non spregiudicato ma fastidiosamente onesto/a, idealista o virtuosa), è plebe.
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"Io, Silvio e le altre ragazze
tutte lo chiamavano Papi"

Barbara racconta le visite a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa
"Dopo la cena io me ne andai. Patrizia, che faceva la escort, restò col presidente"
"Reclutata" da Giampaolo Tarantini.
Difende il premier: "E' stato simpaticissimo

di PAOLO BERIZZI e GABRIELLA DE MATTEIS

BARI - Barbara Montereale ha 23 anni. È di Modugno. È una bellissima madre single di una bimba di un anno e tre mesi. Sull'avambraccio sinistro ha tatuato: "Sbagliare e soffrire". Ha vissuto per un periodo a Milano con un uomo che, all'epoca era bodyguard di Domenico Dolce.

"Lavoro come modella in un atelier per abiti da sposa", dice Barbara. Ha partecipato a "Uomini e donne" e - aggiunge - ha fatto altre comparsate in tv. "Quando ci riesco faccio la ragazza immagine. Per esempio sono stata Billionerina per tre anni. Ricordo che Fede mi promise di fare la Meteorina. Ci tengo però a dire che non sono una escort".

È Barbara "l'amica modella" con cui Patrizia, nel novembre del 2008, entra a Palazzo Grazioli. È lei la ragazza che "riscontra" con la Guardia di Finanza il suo racconto. È lei che, reclutata da Gianpaolo Tarantini, incontrerà il Presidente una seconda volta, nel gennaio di quest'anno, a Villa Certosa. È lei che, ora, svela "il metodo" del Presidente.

Andiamo con ordine. Ricorda come, quando e chi la introdusse a Palazzo Grazioli?

"Il giorno esatto non lo ricordo. Inizi di novembre del 2008, direi. La mia amica Patrizia mi chiese se mi andava di accompagnarla a una festa a Roma. E io accettai".

Come arrivaste a Roma?
"Non lo ricordo".

In aereo?
"Probabile, ma davvero non ricordo anche perché viaggio molto per lavoro".

Lei pagò per il viaggio?
"No".

Chi pagò?
"Seppi dopo che pagava Gianpaolo Tarantini".

Patrizia le disse che era una festa a casa del
Presidente del Consiglio?

"Sì. E, dopo, ricollegai una cosa accaduta, sempre a Roma, una settimana prima di quel viaggio. Ero con Patrizia all'inaugurazione di un negozio Versace. Un tipo che Patrizia mi disse essere uno degli autisti di Berlusconi le disse: "Carina la tua amica. Portala alla prossima festa"".

Torniamo a novembre 2008. Patrizia le fece il nome di Gianpaolo Tarantini prima di partire?
"No. Conobbi questo Gianpaolo solo quando arrivammo a Roma. Lo incontrammo all'hotel De Russie. Mentre noi eravamo alloggiate all'hotel Valadier".

Tarantini era da solo?

"No. Con il suo autista".

Ricorda il nome dell'autista?
"Dino".

Eravate solo lei, Patrizia e Tarantini?
"C'era anche un'altra ragazza di Bari, che non conosco".

Il nome?
"Non lo ricordo".

Che vi disse Tarantini?
"Ci disse che saremmo andati a casa del Presidente del Consiglio".

Concordaste un compenso?
"No. Non dissi nulla a Gianpaolo perché mi aveva portato Patrizia".

Come andò la cena?
"Mangiammo e scherzammo con il Presidente. Ebbi un'impressione straordinaria. Il Presidente è una persona bellissima e disponibilissima. Mi regalò degli anelli e delle collane che, disse, disegnava lui. Mi diede anche il cd di quel cantante napoletano, come si chiama...?".

Apicella?
"Apicella".


Eravate solo voi ragazze e il Presidente?
"No. C'era anche Gianpaolo".

Che rapporti hanno Tarantini e Berlusconi?
"Gianpaolo dà del lei al Presidente. Il Presidente gli dà del tu. Noi, comunque, avevamo capito che Gianpaolo lavorava per Berlusconi".

Finita la cena, cosa accadde?
"L'accordo era che io, Gianpaolo e l'altra ragazza lasciassimo sola Patrizia con il Presidente e così facemmo".

Perché Patrizia rimase?
"Per lavorare".

Lavorare?
"Sapevano tutti a quella cena che lei era una escort".

Anche il Presidente?
"Presumo proprio di si".

Dunque, ve ne andate e dove?
"Io e Giampaolo veniamo riaccompagnati nei nostri alberghi. E la mattina dopo, alle 8, rientrò anche Patrizia nella stanza che condividevamo".

Le disse qualcosa?
"Mi raccontò di aver avuto un rapporto sessuale con il Presidente. E aggiunse di non essere stata pagata. Aggiunse anche però che non le interessavano tanto i soldi quanto che lui le desse una mano con una questione che riguardava la costruzione di un residence".

Lei venne pagata per quella cena?
"No".

Sentì di nuovo Tarantini?
"Sì. A fine novembre 2008. Ero con Patrizia a Dubai, in vacanza. Mi chiama Gianpaolo al telefono e dice che il Presidente mi vuole incontrare di nuovo. Io mi lamento che la prima volta non ho neppure avuto il gettone di presenza. Lui risponde che questa volta è tutto a posto. Che avrei avuto i soldi e mi avrebbe pagato i biglietti aerei. A quel punto, Patrizia si arrabbia. Prende il telefono e grida a Tarantini: "Ma come, te l'ho portata io e adesso tu vuoi lei e non me?"".

E come finì?

"Non se ne fece niente".

Rivide il Presidente del Consiglio?
"Si. A Villa Certosa".

Quando?
"Metà gennaio di quest'anno. Fu sempre Tarantini a chiamarmi. Questa volta mi diede mille euro di gettone e andai".

Come ci andò?
"Una macchina con autista, sempre Dino, da Bari a Ciampino. E qui in aereo".

Che aereo?
"Un aereo privato. Piccolo".

Ricorda insegne dell'Aeronautica militare?
"No".

Chi la accolse a Villa Certosa?
"Licia Ronzulli. È lei che organizza la logistica dei viaggi delle ragazze. Che decide chi arriva e chi parte. E smista nelle varie stanze".

Chi c'era nella villa?
"Una ventina di ospiti. Molte ragazze e qualche uomo.
Oltre a Berlusconi e Tarantini, ricordo Susanna Petrone, quella che sta con Marco Borriello, il calciatore. E ricordo anche Carolina, quella del Grande Fratello che poi doveva fare una fiction".

Che si faceva nella villa?
"Balli, canti. Coreografie tra ragazze brune e bionde. C'era anche Apicella che cantava".

Incontrò Berlusconi?
"Sì, dopo che aveva finito di fare un massaggio mi portò insieme ad altre ragazze con la macchinina a visitare il parco. Giocammo con il cane che gli ha regalato Bush".

Lei come si rivolgeva a Berlusconi?
"Io lo chiamavo Silvio. Tutte le altre lo chiamavano Papi".

Tutte?
"Tutte. Io non avevo confidenza e mi limitavo a Silvio".

C'erano minorenni nella villa?
"Non saprei. Eravamo tutte molto giovani".

Vi parlaste?
"Fu molto dolce. Come un padre. Gli raccontai che avevo perso i genitori. Che la mia bimba non stava bene. Che non ce la facevo a tirare avanti da sola. Lui mi diede un bacio sulla fronte e prima che partissi mi consegnò una busta".

Cosa c'era dentro?
"Una cifra molto generosa in contanti. Fu un gesto bellissimo. E io, lo giuro su mia figlia, con lui non ebbi nessun rapporto sessuale. Posso solo dire che Tarantini diceva a noi tutte che per chi andava con il Presidente c'era la busta con cifra a piacimento. Io, lo ripeto, ho avuto la busta ma senza fare nulla perché non sono una escort".

Fu invitata di nuovo?
"Si. Un'altra volta, alla fine di febbraio, sempre a Villa Certosa, ma la cosa saltò perché morì la sorella del Presidente".

Anche quella visita doveva essere a gettone?

"Sì. Fosse stato per Tarantini mi avrebbe pagato ogni visita. Perché questo è l'accordo che aveva con me".

Sapeva che Patrizia aveva deciso di raccontare la sua storia?
"Patrizia meditava vendetta da Natale scorso. Mi disse che avrebbe fatto lo scoop perché non era stata aiutata dal Presidente. Io non ero d'accordo. Perché quello che penso io è: "Meno male che Silvio c'è". Scrivetelo, mi raccomando. Ci tengo. Difenderò Berlusconi fino alla morte".

Lei è mai stata invitata a presentarsi alle elezioni con il centro-destra?
"Sì, alle ultime elezioni ero candidata alle comunali nella circoscrizione Madonnella a Bari con la lista "La Puglia prima di tutto". Ho preso 91 voti".

Chi le ha offerto la candidatura?
"Patrizia".

Quello che lei ci ha appena riferito lo ha detto anche alla Finanza?
"La Finanza mi ha fatto meno domande di voi. Ma le cose che ho detto sono le stesse".

(20 giugno 2009)

L'intervista, dal vivo (VIDEO- link), apre a riflessioni ancora più profonde rispetto al servizio riportato per iscritto (dove in alcuni punti qualcosa è stata omessa, in altri lasciata seppure nel dialogo dal vivo è mancante allo scopo -forse- d'abbreviare).
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La Repubblica e il Corriere della Sera, due modi diversi di riportare le notizie; i contenuti sono gli stessi, ma alcune informazioni e sfumature danno un'altra "ambientazione" a uso dell'interpretazione del lettore.

da Il Corriere della Sera:

Bari, interrogata la seconda ragazza «Anch’io pagata per andare alle feste»
L’amica di Patrizia: non mi sono fermata a Palazzo Grazioli, lei sì

BARI — Il racconto di Patri­zia D’Addario trova una nuova conferma. Arriva dall’altra ra­gazza che Gianpaolo Tarantini avrebbe ingaggiato per trascor­rere le due serate nella residen­za romana di Silvio Berlusconi. La prima si sarebbe svolta a me­tà ottobre. La seconda il 4 no­vembre, giorno dell’elezione di Barack Obama. Durante l’inter­rogatorio che si è svolto in una caserma della Guardia di Finan­za, la giovane ha ammesso i viaggi a Roma, i trasferimenti, le soste negli alberghi. E pure lei ha detto di essere stata paga­ta.

[...]

Durante l’interrogatorio Bar­bara ha chiarito di essere anda­ta via al termine della serata e di aver lasciato Patrizia nella re­sidenza del premier. Ha indica­to le modalità, ha ricordato i particolari dei due eventi, an­che il nome dell’autista e il tipo di automobile utilizzata. Su que­sti particolari si stanno concen­trando adesso gli accertamenti dei finanzieri, per escludere che le due possano essersi mes­se d’accordo. Barbara dice di es­sere spaventata, quasi grida quando afferma che «questa storia mi demolisce perché ho solo 23 anni, non posso permet­termi di portare addosso un’eti­chetta così». Non vuole rilevare l’entità del compenso, però afferma: «Certo che ho preso soldi. Io non faccio per piacere di anda­re alle feste di non so chi. Io per piacere vado alle feste dei miei amici, di mia cugina, di mio fra­tello. Da una vita faccio questo lavoro di ragazza-immagine. Ho fatto Miss Italia, Miss Mon­do, Uomini e Donne, faccio im­magine e animazione per lavo­ro. Se tu mi chiami sapendo chi sono, se mi inviti ovvio che mi paghi, perché io sto prestando un lavoro di immagine».

«Botte dal mio ex»
Subito dopo si scaglia contro Patrizia: «L’altra sera sono tor­nata a casa e ho preso botte dal mio ex fidanzato. L’ho trovato sotto casa con un giornale che parlava di Patrizia e lui sa che lei è una mia amica. A me infat­ti non mi interessa quello che tu fai per vivere, puoi essere professore o escort, per me è uguale. Io guardo la parte uma­na. Noi eravamo proprio ami­che, lei mi raccontava della sua vita, io della mia. E invece ades­so torno a casa e prendo botte, mi ha quasi rotto la mandibola. Lui lo fa per gelosia, non è un estraneo. Mi ha detto: 'Allora quando sei andata a Roma hai fatto le stesse cose pure tu'. E invece no. Però vaglielo a spie­gare che io non sono Patrizia ma Barbara e lavoro come ra­gazza immagine. Lui ha dato tutto per scontato. Ormai lui non ci crede che io non sono ri­masta a dormire. E invece è pro­prio così, io sono andata via e lei è rimasta. Però noi siamo di­verse. Lei ha 42 anni ed era al­l’ultima spiaggia, per me la sto­ria è diversa». Nega di aver no­minato un legale: «Non ne ho bisogno. Quando è arrivata la Finanza ho chiamato l’avvoca­to, ma ora non mi serve».

I rapporti con Tarantini
Durante l’interrogatorio Bar­bara ha parlato anche dei suoi rapporti con Tarantini. Alle ra­gazze gli inquirenti sono infatti arrivati indagando sulla sua at­tività imprenditoriale. Fino al 2008 l’uomo ha gestito con il fratello Claudio una società ba­rese — la Tecno Hospital — specializzata nelle tecnologie ospedaliere. L’ipotesi dell’accu­sa è che abbia versato tangenti per ottenere gli appalti. In cam­bio delle commesse avrebbe da­to soldi, ma — ed è questa la circostanza emersa dall’ascolto delle sue conversazioni telefo­niche — avrebbe offerto anche le prestazioni di squillo di lus­so. Ragazze giovani e belle che si sarebbero vendute per 500 euro a notte. Patrizia ha detto che la pri­ma proposta per andare a Palaz­zo Grazioli prevedeva «un com­penso di 2.000 euro, ma Gianpaolo me ne diede soltan­to 1.000 perché non avevo ac­cettato di rimanere». La secon­da volta «non presi soldi per­ché Berlusconi mi aveva pro­messo che mi avrebbe aiutato a sbloccare la mia pratica edili­zia ». Al magistrato la donna ha consegnato anche alcune regi­strazioni degli incontri e un vi­deo che sostiene di aver girato all’interno del palazzo.

Fiorenza Sarzanini
20 giugno 2009

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Ieri il Premier, a Cinisello Balsamo, al gruppo d'un centinaio di persone presenti, fra cui vi era chi l'ha contestato, ha dichiarato con enfasi urlante (da La Repubblica"):

"A questi analfabeti della libertà diciamo: andate a casa".
Il presidente ha poi rivolto una domanda al pubblico:
"Sapete perché sono così incazzati? Perché si svegliano allegri la mattina, poi capiscono che devono andare a lavorare, si guardano allo specchio e si rovinano la giornata".

E' così, no?
Il mondo è diviso tra "I COMUNISTI", e gli "AMANTI di Berlusconi".

TUTTI I COMUNISTI si guardano allo specchio la mattina e si incazzano perchè devono andare a lavorare.

TUTTI I VOTANTI BERLUSCONI la mattina si guardano allo specchio e si dicono: "Vado a lavorare con gioia, perchè so che Berlusconi mi protegge, e poi aspiro ad essere come lui".
Questo lo fanno gli uomini.

Le donne, aggiungo io per deduzione, tutte le mattina si guardano allo specchio e si chiedono: "Gli piacerò?", e chi non è bella, sensuale, procace e soprattutto giovane va in ufficio incazzata perchè sa che dovrà aspettare la pensione a 65 anni ormai, nonchè continuare a fare la vita di sempre (stirare, lavare, fare la spesa, stare nel traffico, portare i figli a scuola e andare a parlare con i professori, nonchè essere presente in ufficio pronta anche a sottomersi -intendo dialetticamente- a qualche Uomo che si sente brillante e fico come Silvio).

by danDapit

31 maggio 2009

Abruzzo, calamità e pazienza


Un racconto dalle tendopoli dell'aquilano, dove l'esercito dei «volontari» impedisce che si organizzi la partecipazione dei cittadini al processo di ricostruzione.

L'atmosfera si fa tesa soprattutto dopo lo spostamento del G8 da queste parti.
Ma il comitato 3e32 cerca di rompere la passività imposta.

Ha vita dura chi nei vari campi vuole diffondere volantini, materiale informativo, organizzare dibattiti pubblici sui limiti del decreto e sui problemi della ricostruzione.

Spesso ci si sente rispondere in bolzanese, siciliano o in altre cadenze: «Mi spiace, nel campo non si può entrare, qui dentro non si fa politica».

Si possono intonare canti gregoriani, partecipare a tre messe al giorno, appendere in sala mensa materiali informativi dell’Opus dei, si può vedere tutti insieme Paperissima o Bruno Vespa in televisione, si può pregare prima di mangiare, come avviene nel campo di Roio Piano, gestito niente meno che dai Cavalieri di Malta. Si può assistere alle visite di ministri e sottosegretari. Si possono distribuire biglietti da visita di imprenditori del ramo edile, di ingegneri e venditori di camper e case di legno.

Ma politica, per carità, non si può proprio. Soprattutto ora che ci si avvicina al G8. Neanche la politica nel senso più nobile del termine, curarsi cioè del bene comune, decidere insieme il futuro della polis, della propria città che va ricostruita da capo e in cui ci si dovrà vivere.

A tal proposito Ciro Cannavacciolo, ospite del campo di Centi Colella, riferisce questo episodio.
«Un gruppo di signore e signori molto ben vestiti stazionano davanti alla palazzina blu – racconta Cannavacciolo – Sguardi assonnati e distratti li scrutano con curiosità. Ci incrociamo e qualcuno pensa si tratti delle prime visite guidate alle tendopoli da parte di qualche tour operator ma l’assenza di giapponesi ci fa escludere questa ipotesi.
Vediamo, allora: non possono essere psicologi, a quest’ora stanno studiando i nostri comportamenti di ieri. Né può trattarsi di un’altro travestimento dei duecento clown che quotidianamente strombazzano implacabili, ignorando sguardi imploranti il silenzio.
Dal look escludiamo siano nuovi volontari perchè ricapitolando azzurre sono le divise delle misericordie, blu i volontari della Croce rossa, marrone quelle militari, nere per i vigili urbani di Roma, gialle quelle di Legambiente, verdi per la forestale e poi rosse, marrone bianche e blu arancione… però a pensarci come è variopinta la vita dei campi!

A proposito si sono fatte le 10 e dal grande capannone dove già si sfiorano i quaranta gradi si alza un canto gregoriano… Ecco chi erano, ci mancava anche questa.
Lo sguardo della signora è duro, quasi di
sfida, la mano ferma traccia sul muro simboli e frasi .
Alla fine un’enorme croce rossa si staglia al centro della grande parete del ‘Centi Colella’, intorno scritto: ‘Ieri… Solferino… oggi l’Aquila…domani…’.

‘Ma cosa sta facendo? – le chiediamo- questo è un centro sportivo universitario e speriamo che presto torni ad esserlo!’
‘Ho lasciato marito e figli per correre qui ad aiutarvi e ricordate che siete ospiti della Croce Rossa!’

Non reagiamo siamo stanchi ma sogniamo di riempire quella parete con la bandiera della pace con le date importanti della nostra storia, delle nostre conquiste della nostra libertà: 25 aprile, 2 giugno, 1 maggio 12 maggio 1974 e poi fiori e graffiti colorati di speranze… ma cosa sta succedendo?»

Ci sono però luoghi, come il Parco Unicef di via Strinella, che sono davvero preziosi, per sentirsi per qualche ora cittadini di una democrazia più o meno normale, per continuare ad avere una chance di essere protagonisti della ricostruzione. «’È uno spazio gestito dai ragazzi e ragazze del coordinamento 3e32 che così si presentano:

«3e32 è
una rete di coordinamento cittadino no-profit, apartitica ed autogestita, nata al fine di collegare le diverse realtà e comitati createsi a seguito del sisma che ha devastato L’Aquila e la sua provincia alle 3e32 del 6 aprile 2009.
La frammentazione in centinaia di campi e la mancanza di spazi sociali
condivisi ha infatti reso ancora più fragile la popolazione, costretta ad abbandonare le proprie case e i propri riferimenti sociali e strutturali.
La comunità tutta pretende di partecipare attivamente ed essere pienamente informata sugli sviluppi conseguenti al sisma in merito alla ricostruzione, all’individuazione delle responsabilità e alla gestione dei fondi.
Queste necessità, amplificate da una sfiducia nelle
istituzioni da cui non si è sentita nei giusti tempi tutelata, rendono fondamentale l’unione delle forze e delle progettualità al fine di produrre un’unica voce che chieda trasparenza, diritti, tutela del patrimonio artistico e prontezza nella ricostruzione.»

(3e32 si riunisce in assemblee pubbliche settimanali nel Parco Unicef in via Strinella, primo spazio di socialità esterno alle tendopoli, e si sviluppa in diversi progetti: monitoraggio fondi, eventi culturali, mappatura dei campi, informazione e coordinamento. Se hai voglia di partecipare o sei parte di un comitato già attivo nel territorio contattaci all’indirizzo mail: info.3e32@gmail.com)

articolo tratto da "Indymedia Lombardia"

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28 maggio 2009

il "Birthdaygate"

La zia di Noemi: "Così Berlusconi è entrato nella nostra famiglia"

"Ho visto antiche amicizie nate dalla notte al giorno, eventi dolorosi usati per sostenere nuove versioni"

Gino Flaminio è un ragazzo coraggioso, ha detto com'è andata

"Da tre mesi si sapeva che il presidente sarebbe venuto alla festa dei 18 anni"

da La Repubblica: di CONCHITA SANNINO e GIUSEPPE D'AVANZO


NAPOLI - Signora Francesca D. F., che grado di parentela ha con i genitori di Noemi?
"Sono la zia, moglie del fratello di Anna Palumbo, la madre di Noemi".

Ha precedenti penali, signora? Sa, dobbiamo chiederglielo perché, per alcuni, il testimone non va valutato per quel che dice, ma per quel che è.
"Non ho precedenti penali".

Qualcuno nella sua famiglia ne ha?
"No".

Ha motivo di risentimento nei confronti di sua cognata o della sua famiglia, o della ragazza?
"Assolutamente no. Ho ottimi rapporti con Anna, con i genitori di Anna e con i suoi fratelli. Anzi, ho condiviso finora con altri membri della famiglia l'imbarazzo, il disagio e la sofferenza che questa situazione non del tutto limpida, sta provocando. Ci sono troppe bugie. Circostanze che contrastano con quello che abbiamo sentito e visto in famiglia".

Gino Flaminio fa parte delle bugie o della realtà vissuta in casa Letizia?
"Gino è stato il fidanzato di Noemi esattamente per il periodo da lui descritto al vostro giornale. Gino fa parte della realtà della famiglia Letizia e tutti noi lo abbiamo conosciuto e soprattutto apprezzato fino a quando i rapporti tra loro si sono deteriorati. È un bravo ragazzo. Amava davvero Noemi e Noemi gli era molto legata".

Vi incontravate anche con Gino?
"Certo, è accaduto più di una volta. Con l'andar del tempo, è nato un legame tra questo ragazzo e la nostra famiglia. Non mi pento di averlo avuto in casa".


Lei sa che il padre di Noemi ha minacciato querela per quello che Gino ha ricordato?
"Sì, purtroppo l'ho sentito ai tg, e ancora mi chiedo come sia stato possibile questo. Gino ha avuto parole di assoluto rispetto per tutti, per Noemi, per i suoi genitori, per noi. E anche per Berlusconi. Qual è la sua colpa? E perché accanirsi contro un ragazzo senza alcuna difesa?".

Lei sa che Gino nel 2005 è stato condannato per rapina?
"Quando lo abbiamo conosciuto era già un operaio. Ma sapevamo che c'era una macchia nel suo passato. E in ogni caso, il suo errore, quale che sia stato, non ha mai costituito un ostacolo al loro affetto, né all'amicizia che il ragazzo ha dimostrato ad Anna e ad Elio, peraltro venendone ricambiato".

Lei ha letto la testimonianza di Gino?
"Certo, e mi ha provocato una grande emozione. Perché ho visto per la prima volta, in questa storia di bugie, una persona dire le cose come stanno, con un coraggio che nessuno finora nella mia famiglia ha avuto".

E lei perché solo adesso ha deciso di offrire la sua testimonianza?
"E ancora avrei voluto tacere. Ma dopo aver visto la violenza della discussione a Ballarò, ho deciso di farmi viva. Ho visto troppe cose che non vanno. "Antiche amicizie" nate dalla notte al giorno. Fidanzati comparsi dal nulla. Dolorosi eventi che hanno afflitto la famiglia, utilizzati per sostenere nuove versioni dei fatti che hanno coinvolto mia nipote Noemi: come il riferimento a una lettera di cordoglio. E' con molto strazio che mi sono decisa ora a parlare. Mi sono tormentata in queste settimane".

Perché lo fa?
"Se devo dire la verità, lo faccio per i miei figli perché devono poter credere che esiste il vero e il falso, il buono e il cattivo. Voglio che sia chiaro che, per quanto mi riguarda, in questa storia non c'entra nulla la politica, nulla i complotti, ma solo la necessità di non vergognarsi quando ci si guarda allo specchio perché si è dovuto avallare una storia che, se non fosse così dolorosa, in famiglia sarebbe una barzelletta di cui ridere".

Lei, quando ha sentito per la prima volta di Berlusconi in famiglia?
"Alla fine del 2008, tra novembre e dicembre, ho visto per la prima volta durante un pranzo familiare Noemi alzarsi da tavolo allo squillo del suo cellulare, e l'ho ascoltata dire papi. Non avevo assolutamente idea, all'epoca, chi potesse essere. Ho pensato a un gioco tra ragazze. Notai soltanto che intorno a lei ci si dava da fare per evitare ogni curiosità".

Quando ha sentito per la prima volta indicare Berlusconi come una presenza familiare?
"Posso dirlo con certezza. L'11 gennaio 2009, il giorno del compleanno di mio figlio. Io organizzai una piccola festicciola. E seppi, quella sera, che si stavano preparando grandi festeggiamenti per i diciotto anni di Noemi. E che alla festa avrebbe partecipato, a meno di impegni improvvisi, anche Silvio Berlusconi".

Addirittura tre mesi prima, si contava sulle presenza a quel tavolo del presidente del Consiglio?

"A me fu detto che dovevamo "prepararci" per quello. La conferma della presenza del capo del governo sarebbe arrivata solo a Pasqua".

E poi?
"Mi fu detto che Berlusconi chiese espressamente a Noemi di essere invitato e pretese di ricevere dalle sue mani l'invito. Non so se poi Noemi lo abbia raggiunto a Roma e come siano andate le cose. In ogni caso, nella nostra riunione di famiglia al pranzo di Pasqua, ci fu confermato ancora di "prepararci" perché avremmo conosciuto il presidente il 26 aprile, alla festa organizzata nel ristorante di Casoria".

Che idea si è fatta della conoscenza tra Berlusconi e Noemi?
"So soltanto quel che mi ha raccontato Anna, mia cognata, la madre di Noemi. Anna sosteneva che il presidente del Consiglio aveva per mia nipote l'affetto di un padre. Ricordo l'espressione: "l'ha presa a cuore". Io non ne dubitai. Noemi è sempre stata una brava ragazza, dolce, buona. Con un grande sogno: fare la ballerina, l'attrice o la showgirl. Ricordo che in famiglia si diceva: "Magari così, Noemi entrerà dalla porta principale". Si intendeva dalla porta principale nel mondo dello spettacolo. E d'altronde la stessa Noemi - ho letto - lo ha già detto in un'intervista. Come peraltro Anna. Nelle primissime interviste, mia nipote e mia cognata sono state sincere e hanno raccontato in pubblico ciò che dicevano a noi in privato. E stato dopo che ho visto troppe cose confondersi".

Vuole darci la sua opinione su questa storia?
"Sono molto preoccupata per la mia famiglia. Se mi espongo così, lo faccio perché siamo una famiglia di gente semplice e per bene. Parlo dei fratelli di Anna, dei suoi genitori, degli altri cognati, dei nostri figli e nipoti, tutti ragazzi sani. Tutti trascinati, dalla mancanza di chiarezza e sincerità, in una situazione che ci imbarazza moltissimo".

(28 maggio 2009)