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11 agosto 2008

SetteSetteZeroSette/OttoOttoZeroOtto


Inseguiva pensieri vaganti sull’estate, e nello scorrere di giornate assolate e appesantite dalla calura, s’era smarrita sul numero dei giorni ben definiti dal calendario.
Il nome dei giorni non era “lunedì, martedì, mercoledì…”, ma il loro appropriato numero nel mese. Ignorare in qual “posto” del mese si è, appaga un selvaggio senso di libertà, diviene uno spazio illimitato in cui muoversi, come da bambini non fa differenza se è domenica o lunedì, se è primo gennaio o trenta giugno.
Il primo gennaio, il principio d’un intero rinnovato anno da scalare, o il trenta giugno, limite di scadenza del mutuo da pagare.

Insomma, che giorno era? Ah, sì, il nove d’agosto...
Ma allora la sera precedente, quella particolare sera precedente, era stata l’8 agosto!

Sorrise incredula di fronte agli scherzi dell’universo.

Un anno prima, dopo vari tentativi d’appuntamento con la sua amichetta di vent’anni più giovane di lei, un sabato finalmente erano riuscite a combinare insieme per il mare. Silvia era una donna giovanile, ed Eva una ragazza brillante e simpatica con cui scambiava volentieri discorsi e tempo libero. Dopo sole, mare e spiaggia, c’era in programma un cinema serale.
Rincasando al tramonto, Silvia spalancò l’armadio per convincere Eva a restare nonostante indossasse solo un costume e dei pantaloncini. Tirò giù il suo guardaroba, e tra un vestito rosso, uno bianco, e uno nero, sfilarono davanti allo specchio per decidere. Eva scelse quello rosso in stile impero, Silvia optò per il nero dalle spalline sottili e il corpetto aderente.


Mentre cucinavano due hamburger e affettavano pomodori, Eva espresse il desiderio di sostituire al cinema una passeggiata sull’illuminato e variopinto Lungotevere dell’estate romana, pullulante di stand multietnici, pub e ristorantini tra gli affollati argini del fiume. Silvia non gradiva la confusione di Tevere Expò, ma si tuffò nella nuova idea di Eva aprendosi al cambiamento di programma. A questo ne seguì uno ulteriore quando il telefono della ventenne squillò e un amico le chiese cosa facesse in serata.
«Vado a Tevere Expò con un’amica».
Senza esitare lui s’aggiunse al duo, accordandosi per passare a prenderle.

Silvia era perplessa e riflessiva.
- Ma questo tuo amico… è Rocco? Quel ragazzo della Sicilia, legato ai tuoi parenti siciliani, di cui m’avevi parlato?
- Sì, lui. Evidentemente stasera è libero…
- Ok… ma penso non immagini che “la tua amica” non sia una coetanea… Sarà il caso d’avvertirlo che sono più grande?
- Dici? …E che faccio? Lo richiamo?
- Bè, forse è meglio! …Se poi si viene a creare del disagio?
- Ma cosa gli dico?
- …Non lo so… puoi dirgli “guarda che la mia amica non è una coetanea”… Poi deciderà lui se vuole uscire lo stesso con noi! …No?
- Va bene… allora chiamo!
Eva aveva afferrato il cellulare, si scambiarono ancora un’occhiata, e Silvia si persuase che avvisarlo di quella particolarità aveva del ridicolo.
- No, Eva, aspetta! ...Lasciamo stare, dai! Perché ghettizzarmi così? Usciamo e basta.
- Ma sì, infatti!

Finirono di cenare e tornarono ad abbigliarsi.
Ad Eva ora non piaceva come le stava il vestito rosso, decise per quello bianco.
Silvia s’infilò quello rosso sul nero provando per gioco. Da tempo non lo indossava.
Riflesse nello specchio, valutarono insieme che il rosso dava più luce al viso, così via il nero da sotto. Silvia si lasciò il vestitino stile impero mettendo ai piedi sandali dal tacco slanciato.
L’effetto, sulla pelle bronzea, era più che soddisfacente.
Quando giunse lo squillo del telefono erano pronte per scendere. Rocco aspettava dall’altro lato della strada, dovevano solo attraversare quel viale dove nel buio le auto sfrecciavano pericolosamente.
Silvia, pratica della strada su cui abitava, afferrò per un braccio Eva impaurita e gridante trascinandola in corsa nell’unico momento di pausa dello scorrimento. Con veloci falcate sui tacchi approdò ridente per lo spavento di Eva davanti a Rocco, che osservava la scena accanto alla sua auto.
Si diedero la mano presentandosi e sorridendosi divertiti.
In auto, Eva vicino a Rocco, Silvia sul sedile posteriore, iniziarono a chiacchierare scherzosamente, e nella spontaneità Rocco lanciò l’indagante domanda: «Come vi conoscete?».
Fu Eva a rispondere con serena nonchalance:
«Lei è la mamma della mia migliore amica».

«Ah… E come mai c’è la madre e non la figlia?», scoccò secca la freccia di Rocco, quasi irritato.
La risata di Silvia esplose nell’abitacolo.
«Ah, ah, ah! La figlia è in vacanza. ...Cos'è? "Indovina chi viene a cena"?»

L’atmosfera continuò ilare mentre arrivavano a destinazione. Silvia notò da subito che Rocco usava verso di lei modi giocosi, in linea col suo carattere intraprendente e da mattatore, senza lesinare interventi che sembravano celare mire di conoscenza oltre una semplice passeggiata sugli argini del Tevere. La faccenda l’intrigava, la serata nel suo insieme stava scivolando leggera e spensierata. Non dava eccessiva considerazione alle sue sensazioni, non poteva credere che un ragazzo tanto più giovane, fosse interessato a lei. Quelle erano solo avances goliardiche!
Si sedettero a un pub appollaiandosi su degli sgabelli attorno a una panciuta botte di legno, degna sostituta di banali tavolini. Rocco alla sua destra, Eva alla sua sinistra. Le battute e gli aneddoti si sussueguivano, e tra una risata e l’altra, mentre era intenta a raccontare, sentì il ginocchio di Rocco sfiorarla sul punto più profondo della schiena. Ebbe un sussulto interiore, le parole s’immobilizzarono sulla lingua, le idee si mescolarono nella testa, incespicò, perse il filo del discorso, cercò di non mostrare il turbamento, inseguì affannosamente il ricordo di ciò che stava eprimendo per riacciuffarlo senza dare a vedere a Eva, tanto meno a Rocco, che dubbi e smarrimento la stavano rapendo a causa d’un lieve tocco, che non capiva - e ciò le creava confusione - se intenzionalmente serviva per comunicarle qualcosa, o fosse dovuto alla logistica delle loro posizioni nell’impossibilità d’infilare le gambe al di sotto d’un tavolo e, quelle lunghissime di Rocco, girato completamente verso di lei, erano perciò finite posizionate dietro al suo sgabello.
Trascinando ripetutamente la vocale della congiunzione “e” in un prolungato e balbettante “eeeeee”, riuscì a recuperare il filo perduto, s’augurò che entrambi non avessero notato la sua ingenuità fanciullesca, e da quel momento prestò più attenzione ai modi di Rocco. Sottovalutati?

Quando s’avviarono per tornare, comprese che il tocco del ginocchio non era stata casualità. Di avances velate ne seguirono ancora e, ironia del destino, Eva accusò mal di testa chiedendo d’essere riaccompagnata, nella zona opposta alle abitazioni di Silvia e Rocco.
In auto Silvia sedette accanto a Rocco, Eva preferì il sedile posteriore.
La salutarono affidandosi al navigatore che in siculo sbraitava strade impossibili da prendere. Ridendo lo spensero, dirigendosi a zonzo nella notte calda e illuminata, fino allo scoppiar dei sensi.

Era il sette-sette-duemilasette.

Un souvenir immortalato dalla sua stessa data.


Durante l’anno che seguì Silvia conobbe un’altra Eva, sempre di qualche anno più giovane di lei, solo di poco.
Con la prima Eva non riuscirono ad accordarsi per una puntata al mare nell’estate duemilaotto. Ci andò con la seconda Eva, che abitava vicino a lei.

La vita va avanti, sempre.
Strade che si aprono a volte finiscono per smarrirsi in viottoli che vanno scomparendo nella selva, chiudendosi su se stesse, mentre altri sentieri appaiono ancora vergini.

L’Eva più grande, anche lei una donna del Sud, in procinto di partire le aveva proposto d’uscire insieme una sera.
Le giornate dei primi d’agosto si scandagliarono assolate e afose, anche quella, fino al tramonto e oltre l’imbrunire. Si fece tardi, i cinema nelle Arene erano omai iniziati, Eva suggerì a Silvia una passeggiata sugli argini di Tevere Expò.

Aggiunse: «C’è un mio amico che verrebbe con noi, per te va bene?»
Silvia non aveva nulla in contrario.


Nel pomeriggio, per vezzo, s’era provata il vestito rosso stile impero, ma aveva preferito la solita mini, quasi una seconda pelle, con un top dal velo leggero, sgargiante di giallo solare. Ai piedi dei sandali infradito senza tacco.
Raggiunsero il Tevere usando il tram, e lì incontrarono Guido.
Nel momento in cui Eva era intenta a scegliere e pagare il panino per la sua cena, arrivò fatidica la domanda: «Come vi conoscete?»
Fu Silvia a rispondere.
«Frequentiamo lo stesso corso di filosofia delle religioni».
Lui si mostrò stupito e interessato.
Parlarono a lungo di misticismo e di razionalità, poi dell’America e degli ortaggi, della matematica, e della vita in campagna fatta a misura d’uomo. Del bisogno d’essere in due per condividere un orto e una casa fuori città.

Guido le salutò al volo mentre il tram apriva le porte sulla fermata raggiunta in corsa.

S’era smarrita, Silvia, sul numero dei giorni ben definiti dal calendario. Nel silenzio riflessivo ripassava alla moviola i tasselli disseminati nell’ampio quotidiano.
Quella particolare sera precedente, dunque…
Rise incredula.
Il sette-sette-duemilasette era stata a Tevere Expò con Eva, dove aveva conosciuto Rocco.
L’otto-otto-duemilaotto era stata a Tevere Expò con Eva, dove aveva conosciuto Guido.

L’epilogo era diverso, ma i tratti del disegno tra le costellazioni nell’Universo sembravano scorrere beffardamente paralleli.

17 giugno 2008

«V» come Valore, «D» come Denaro o Denti


Camminava veloce, girò l’angolo del palazzo e quasi si scontrò con un uomo che stava per svoltare il medesimo angolo in direzione opposta. Lo travolse lanciata nel suo incedere lesto e deciso.

- Oh, scusi! – esordì facendo un passo indietro mentre l’uomo istintivamente aveva sporto le braccia in avanti per fermarla.
S’aprì ad un sorriso per far dimenticare la propria irruenza e con uno sguardo veloce al volto dell’uomo Marilina era in procinto di riprendere il passo marziale. Le pupille misero però a fuoco lineamenti conosciuti e sul viso del travolto si dipinse un’espressione stupita.
- Marilina… Ciao!

- Ah, ma guarda un po’! Sei tu! …Ciao!

- Come stai?-, fu il duetto sonoro delle voci all’unisono.
Sorrisero, poi risero.
Si fissarono con una pausa, e Marilina riprese:
- Dai, che mi dici?
- Niente di nuovo, la vita che conosci… e tu? Novità? …Ti sei sposata?
- Ah, ah! Sempre uguale, sempre la stessa domanda!
- Non eri tu quella che voleva un compagno, ma non un amante?
- Uffa… sono anni che non ci si sente, e ricominci da dove abbiamo lasciato?
- Ok! Che mi racconti? Le solite cose anche tu?
- Le solite? Macchè, ho una vita in pieno caos, ne stanno succedendo di tutti i colori…

- Ah,davvero? Racconta!
- Ma che ti racconto? È troppo tempo che non ci si vede, non saprei che dirti! Da gennaio ad oggi sono stati mesi d’eventi caotici… forse perché è un anno bisestile? O magari perché agli auguri di mezzanotte del 31 dicembre ho risposto: «Sarà sicuramente speciale!». Da allora la mia vita s’è trasformata in zolle di terra rivoltate da un aratro!
- Cioè? Cose brutte o belle?
- Guai! Sai cosa significa doversi occupare di un’infinità di roba da rimettere a posto? Sospesi, soldi che mancano, conti da fare, soldi da trovare, pratiche amministrative… Insomma! Il mio genere d’interessi, no? Senza più avere un attimo di tempo per altro!
- Direi il tuo esatto contrario!
- Infatti! E siccome sono in ballo in questo marasma di cose saltate in aria, ho deciso anche di mettere a posto la mia casa, dopo 7 anni che non lavavo le finestre, e 10 anni che non svuotavo gli armadi da vestiti che non uso più! …Una rivoluzione!
- Beh… conoscendo le tue scarse doti di donna votata all’ordine e agli affari casalinghi, non ti ci vedo proprio!
- Già, non mi riconosco. Sento l’esigenza di fare spazio, riordinare, riorganizzare, ripulire! Pulire la vita! Ogni tanto occorre farlo… Chissà, ora che ci penso, forse tutto è iniziato a causa dal dentista… un anno fa…
- Il dentista? Strana causa per questo processo!
- Ah, ah! Strane definizioni le tue!
- Che c’entra il dentista?- Eh, c’entra eccome! Erano vent’anni che andavo dallo stesso dentista, vent’anni! E negli utimi ho avuto svariati problemi ai denti, carie e devitalizzazioni, antibiotici e notti in bianco per il dolore! Lui m’è venuto incontro economicamente, capirai, erano vent’anni che mi curava! Ebbene, un anno fa, mentre ero sdraiata sulla poltrona aspettando che l’anestesia facesse effetto per devitalizzare l’ennesimo dente, lui ha iniziato ad accarezzarmi una coscia all’altezza dell’orlo della minigonna.
- Beh, normale, tu vai dal dentista in minigonna!
- Sei il solito uomo qualunque! Mi vesto sempre così, erano vent’anni che ero sua paziente. Quel giorno improvvisamente ha tentato delle avances! …E mica si fermava! Prima ripeteva «Dai, che tanto ho i guanti… », poi, quando ho smesso di lottare con le mani nell’idea d’evitare d’incitarlo maggiormente respingendolo, s’è tolto il guanto e ha continuato aggiungendo: «Senti che pelle liscia…»

- … E poi?
- Poi niente! Mi sono raddrizzata sulla poltrona, chiedendogli dove fosse l’assistente, e in quel momento è entrata, lui ha subito fatto l’indifferente. Il risultato è stato che dopo vent’anni ho cambiato dentista, e ho scoperto che mi ha curata nel peggior modo… Ho rischiato di perdere i denti! Il nuovo dentista mi ha presentato un conto da prestito finanziario, ma da allora ho sanato la situazione. Chissà... Sarà che dalla bocca la rivoluzione s'è estesa fino a riprendere la guida di cose lasciate andare? Mi viene in mente una vecchia canzone: «Finchè la barca va, lasciala andare…», te la ricordi? È un modo d'agire pessimo. Improvvisamente s'affonda! Così per la situazione economica e così per la Reggia degli acari dentro casa mia!


- Ah, ah! … Poi? …Tutto qui? Dentista e polvere?

- Oh, ma cosa vuoi che ti racconti in cinque minuti dopo tanto silenzio? Troppa distanza, non c’è gusto, in fondo a te che può importare dei fattacci miei?

- Potremmo rivederci una sera… Una birretta e quattro chiacchiere…


- Grazie! Carino l’invito, ma in questo caso cito il mio attuale dentista: «Chi non ha pane ha denti, e chi ha denti non ha pane».

- Non ti seguo…
- Preferirei avere denti e pane. Vedere te significa o non avere denti, o non avere il pane!
- Non sei affatto gentile, il mio era un invito affettuoso.
- Sì, come le mani del dentista sotto l’orlo della minigonna!
- Marilina sei sempre la solita stronza! Che bell’incontro scontrarsi con te!
- Non volevo essere aggressiva, forse dipende dalla mia virtuosa pulizia attuale… Mi avevi chiesto di raccontare, ma come si riprende un discorso interrotto improvvisando una continuità fittizia?
- Non so di che parli, ciao Marilina! S’è fatta una certa, devo andare!
- Sì, è vero, s’è perso tempo, è tardi! Ciao ciao…

17 febbraio 2008

= = Carteggi 1900 # # Carteggi 2000 = =

Stati Uniti d’Europa - anno 2135 – Ricerca su scambi epistolari dei secoli 1900 e 2000.

Analisi da due fonti:

  • archivi cartacei
  • files da Diskteche



1911 – 1923 Lettere di Kahlil Gibran a Mary Haskell.


26 nov 1911 «Mia amata Mary, sarà un autentico Giorno di Grazia, perché stai venendo qui! Pensavo di invitarti personalmente, ma ho avuto paura di sentirmi rispondere un “no”, e ho pregato Charlotte di farlo per me. Mi ha detto che hai accettato. Allora durante tutti questi giorni non ho fatto che mettere in ordine la casa. Sto riordinando i mobili, ma, insieme, sto ripulendo le cose antiche del mio cuore e dei miei pensieri,liberandoli da vecchie ombre che non dovevano esserci più. Forse l’allontanamento che siamo stati costretti ad accettare durante questi giorni è stato benefico: le cose molo grandi si possono vedere solo a distanza.»

14 marzo 1915 «La vita non è solo “una storia raccontata da un idiota, piena di suono e di furia, ma che non significa niente”, come diceva Macbeth. La vita è un lungo pensiero. Ma non so perché, a me non piace condividere questo pensiero con gli altri. Loro lo tirano da un lato e io dall’altro, e nessuno può sostenere questa lotta mentale per lungo tempo. Mary, una delle tante cose che ci avvicinano è che il pensiero della Vita noi lo tiriamo dalla stessa parte, e non temiamo la solitudine che ciò comporta. Adesso devo uscire, e camminare al sole. Porterò con me il quaderno degli appunti, per scriverti. Quando lo faccio, riesco sempre a riordinare le idee.»

26 e 28 dicembre 1922 «In tutta la mia vita ho conosciuto solo una donna con cui mi sentissi intellettualmente e spiritualmente libero, e con la quale potessi essere soltanto me stesso: quella donna sei tu. Il momento più divino di un essere umano è quando riesce a meravigliarsi davanti alla vita, dinanzi alla totalità dell’esistenza, nella sua forma integra e pura. In te io ritrovo tutto ciò che cercavo: uno spirito che ha fatto spiccare il volo alla mia anima, che ha gettato nuova luce sulle cose antiche, che ha offerto il proprio grembo perché il mio capo potesse riposare. Adesso tu sei più vicina di prima, e sento che Dio si manifesta in tutto ciò che ci unisce.»

26/27 maggio 1923 «Il matrimonio non permette a nessuno di schiavizzare l’altro, se non in quelle aree dove tu permetti di essere soggiogato. Tantomeno concede altra libertà oltre quella che tu stesso hai deciso di consentire. Noi possiamo ricevere solo quello che diamo. Per le persone intelligenti la base del matrimonio è un’amicizia schietta, in cui si lotta per i propri sogni e per i sogni della persona che si ama. Senza questi sogni, il rapporto matrimoniale si trasforma in una serie di pranzi e cene nella cucina di casa. Non esistono due anime gemelle. Nell’amicizia e nell’amore, le due persone alzano le mani insieme per afferrare una cosa che, se fossero separate, non riuscirebbero a raggiungere.»

23 giugno 1923 «Il dolore può essere creativo. Cerchiamo di essere franchi e analizziamo il nostro caso: io ho sofferto molto per causa tua, e lo stesso è accaduto a te. Ma proprio grazie a questo abbiamo scoperto delle cose, dentro di noi, di cui non conoscevamo neppure l’esistenza. Certuni ottengono quanto di meglio esiste nella vita servendosi della gioia, altri usano la sofferenza. Ma la maggior parte degli esseri umani non si permette né una cosa né l’altra: queste persone, allora, non ottengono niente, e si limitano solo a passare per questa vita.»











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2006 - 2010 C@rteggio fra Giacomo Fortis e Gemma Arduino

10 marzo 2006 «Allora, Gemma, pensi che ci vedremo? Lascia perdere di preoccuparti dei sentimenti, e viviamoci le nostre 3 o 4 ore felici insieme! Aspetto fiducioso la tua risposta, bacini bacini»

11 marzo 2006 «Giacomo, amore, volevo chiederti una cosa… Fra pochi giorni è il mio compleanno, è da molto tempo che vorrei farmi un tatuaggio sulla caviglia e mi piacerebbe che fossi tu a regalarmelo, così mi resterebbe il tuo ricordo… Che dici, amore, ti va? Un bacio appassionato»

12 marzo 2006 «Gemma, perché non rispondi alle mie domande? Pensi che ci vedremo? Sai che i nostri incontri mi fanno molto bene, mi rinvigoriscono lo spirito!
Mi chiedi un tatuaggio per il compleanno? Ma certo, sì, ti faccio questo regalo. Non domandarmi però di venire ad accompagnarti mentre stanno lì a bucherellarti! …Allora ci si vedrà? Rispondi senza rigirare i discorsi. Tuo, almeno per il momento, Giac»

7 luglio 2006 «Ho capito d’amarti, Giacomo, e sono felice, felice d’amarti!»

7 luglio 2006 «Tu sei pazza Gemma! T’avevo avvertito di non innamorarti, ora te la dovrai cavare da sola. Per me l’amore non esiste, se esistesse, chi ama dovrebbe fare tutto ciò che desidera l’amato. Tu sei disposta a fare ciò che io voglio?»

4 settembre 2007 «Mi sono spaventata nel sapere dei tuoi problemi di salute, ed io che ero distante! Ti voglio molto bene Giacomo, e desidero che adesso restiamo in contatto»

5 settembre 2007 «Mi ha fatto piacere risentirti. Anch’io ti voglio molto bene. Sei la mia amica di sempre, Gemma, e sempre lo sarai»

31 gennaio 2008 «Cara la mia Gemma, tu che mi chiami “amore” e che dici d’amarmi, non fai che scrivere cose brutte di me! Che non mi piacciono i cambiamenti, che preferisco che ogni cosa resti ferma, dici che sono un individuo pieno di paure, parli di mie imposizioni… In conclusione sulle tue lettere risulto essere quello che vuole gestire e tenere tutto sotto controllo! Ma ti sei chiesta chi ami, Gemma, un barbaro del genere? Questo è amore, per te, cara Gemma?»



12 febbraio 2010 «Giacomo... mi hai detto che desidereresti rivedermi, ma io non vorrei che lo scopo fosse unicamente sessuale. Mi piacerebbe che ci facessimo le coccole, e scambiassimo parole, sorrisi, sguardi… Ti andrebbe se ti invitassi a pranzo? Preparerei un bel piatto di pasta al forno, come facevo una volta, verresti uno di questi giorni?»

13 febbraio 2010 «Tesoro, sì, a pranzo verrei volentieri, ma tu sai che per me non sono importanti le coccole e la pasta al forno, vero? Sai bene che è altro di te ciò che voglio assaporare… Gemma, non te la tirare! Dimmi, tesoro, mi desideri? E quanto? Già il mio corpo è sull’attenti al solo pensiero… Ti bacio con passione»

**(14 febbraio 2010)**

15 febbraio 2010 «Amore, desidero coccole, carezze, baci e tenerezze, sguardi affettuosi, momenti dolci. Ci vogliamo bene, molto bene, e mi fa piacere rivederti dopo così tanto tempo. Sono stata io a ricercarti nonostante le cose accadute, e le coccole le ho chieste a te, non a a caso… Vediamoci, viviamoci i nostri bei momenti, poi sai, dalle coccole si può arrivare in modo naturale ad altro…»

15 febbraio 2010 «Gemma, tu mi stai ricattando! Mi stai dicendo che, o ti faccio le coccole, o non me la dai, non mi sta bene come poni la faccenda. Se io vengo da te non voglio solo coccole. Sai che non ti amo e che il coccolarsi non è roba per me, ma ti desidero. Anche tu una volta mi desideravi, mi ricordo quali cose carine mi dicevi per invitarmi a venire da te… Non penso ci vedremo se continui con questo ricatto! Non più tuo, Giacomo.»


**Riferimento Parentesi**:
La data del 14 febbraio 2010 viene riportata in seguente segmento, risultando elemento discordante nella seguenza dello scambio tra il Fortis e l’Arduino.

Dalla registrazione del file emergerebbe che in tale data Giacomo Fortis inviò a Gemma Arduino un video con una canzone cantata da celebrità di metà del ‘900: Frank Sinatra.

Gemma Arduino avrebbe riposto inviandogli la traduzione del testo in italiano.
Si riporta integralmente contenuto e-mail dell’Arduino:

"Come Rain or Come Shine" (traduzione)

«Sto iniziando ad amarti, come nessuno ti ha amata
Venga la pioggia o venga il sole a brillare
Alto come una montagna, profondo quanto un fiume
Venga la pioggia o venga il sole a brillare

Immagino che quando mi hai incontrato, era soltanto una delle tante cose
Ma non hai mai scommesso su di me, ché sto iniziando ad essere vero se tu me lo permetti

Tu stai iniziando ad amarmi come nessuno ha amato me
Venga la pioggia o venga il sole a brillare
Saremo lieti insieme, infelice insieme
Ora non si vorrebbe che ci sia solamente lo star bene?

I giorni possono essere nuvolosi o soleggiati
Noi siamo con o senza denaro
Ma io sono sempre con te
Sono con te con la pioggia o il brillare del sole

I giorni possono essere soleggiati o nuvolosi
Noi siamo con o senza soldi
io sono con te, baby
sono con te con la pioggia o il sole che brilla»

«Buon S.Valentino, baby!»




La ricerca condotta è puramente a fini di studio analitico-comportamentale nell’ambito dello sviluppo affettivo dell’individuo attraverso l’evoluzione storico-sociale.
- a cura di "Elite scientifica Stati Uniti d'Europa"-

20 gennaio 2008

La Torre di Babele


Mia madre usava dire: «Prima il dovere poi il piacere!», e aveva ragione, è esattamente così.

Che piacere c’è nella vita se non si adempie al proprio dovere?
Ho sempre fatto ogni cosa in modo regolare, ordinato. Il mio lavoro, la mia casa. Tratto con educazione le persone e mi guadagno lo stipendio che ricevo. Ho quasi sessant’anni, e guarda come sono in forma! Ciò è frutto del mio autocontrollo, del seguire le regole.
Ogni mattina arrivo molto presto in ufficio. Alle otto inizio il mio lavoro, alle undici faccio la pausa col caffè e una sigaretta, all’una smetto di lavorare, mangio, una sigarettuccia, e il giornale. Alle tre vado via. Il dovere per lo stipendio che ricevo è stato portato a termine. Ci sono altri doveri.
Il piacere è un gustoso pranzo con gli amici, le sigarette al momento opportuno, e qualche digressione su argomenti vari.
Mi piace la precisione. Rispetto le norme e stimo le persone che ne tengono conto. Se nella vita non ci fossero dei binari precisi da seguire, dove si andrebbe a finire?
E cosa doveva improvvisamente succedermi? Che il mio viaggiare con ritmi discreti ma certi s’è ritrovato minato. Per carità, tolleranza innanzi tutto! Un ufficio non è casa propria, se giunge una nuova collega devi farle spazio… ma che diamine di sfortuna m'è capitata con quell’Antonia! Caotica, distratta, menefreghista. Arriva in ufficio alle dieci ogni mattina, è disordinata e non fa che perdersi le cose con la testa fra le nuvole. È sempre assente, sempre malata o in ferie. Ecco, anche le ferie. Io ne usufruisco ad agosto, l'intero mese e via. Regolare. Lei no! Avvisa a sorpresa, e all’ultimo istante prende un giorno di ferie. Inammissibile.
Insopportabile è pure che la chiamino al telefono e lo tenga occupato un’ora intera. L’apparecchio telefonico in ufficio non serve per chiacchierare. Io non lo uso mai. Fra l’altro se qualcuno dovesse comunicare con me? Troverebbe occupato.
È talmente anarchica, che non mangia mai.
Le squilla il cellulare ed esce sul balcone, capace di restare a parlare là fuori per un tempo interminabile. Ma quando lavora? Meno male che non se ne va in giro come tante altre colleghe che escono! Sono certa che fa solo finta di lavorare. Sta nascosta dietro a quel computer senza portare avanti nulla. Scrive. Cosa scrive? Prima, quando si andava a prendere il caffè alla macchinetta almeno veniva con noi, si scambiavano due parole, ora va da sola. Se ne sta per fatti suoi. E non fa che lamentarsi del freddo. Possibile che si ammali in continuazione? Assenze su assenze, non c’è giornata che non faccia tardi, non lavora, e occupa il telefono per ore. L’ho detto alla direttrice, eh, non si può mica andare avanti così. E poi alza il riscaldamento con la scusa che sente freddo. Io così sto male, ma che gliene importa? Si soffoca dal caldo qua dentro. Lei insiste che ha freddo! Se mangiasse, invece di digiunare, forse sentirebbe meno freddo. Guarda come sono precisa io, ogni giorno alle tredici in punto mi fermo, tiro fuori il mio pranzetto, e dico: “Buon appetito!”.
Eh, ma non è l’unica irregolare, anche le altre non mangiano mai alla stessa ora. Noto tutto, io. E riconosco i passi sul corridoio. Quelli di Giulia, quelli di Valeria, anche quelli felpati di Sergio.
I passi di Antonia, che veloci percorrono il corridoio alle dieci di mattina, sono un indelebile timbro per le mie orecchie.
Le abitudini sono piacevoli, scandiscono il ritmo della vita. A mezzogiorno e mezza d'ogni dì rientra nella stanza il carrrello con i libri. Un orario che mi dà serenità, quello delle dodici e trenta, il pranzo è ormai prossimo, ne pregusto l’idea mentre il carrello fa il suo ingresso e io lo saluto con la mia solita battuta:
“Ohh, ecco il pupo che torna!”.
Difatti quelle rotelle che girano, spinte dalle mani dei colleghi, mi ricordano una carrozzina che rientra dalla sua passeggiata quando è l’ora della pappa da dare al bambino. È il mio modo di scherzare, il segnale felice della giornata lavorativa che si sta per concludere.

Non parlo di me. Cosa c’è da dire? C’è già tanta cronaca di cui parlare… e ho sempre opinioni da aggiungere sui fatti del mondo. Osservo. Osservo ogni cosa. E Antonia è arrogante, irrispettosa, egoista. Chi crede di essere? È l’ultima arrivata e si comporta da padrona.


Anche stamattina ho fatto tardi, appena varcherò la soglia della stanza il silenzio sarà esauriente. Assenza di verbo che satura lo spazio senza pronunciarsi. Che strazio, vorrei non avere questo rumore di tacchi affrettati, Giovanna è lì, con le orecchie tese verso il mio arrivo. I primi tempi si vantava di riconoscere i miei passi. Adesso tace. Non alza lo sguardo, finge nonchalance. Sarà china sulla scrivania intenta al lavoro, diligente e precisa già da due ore.

- Ciao Giovanna
- Buongiorno Antonia
Sono una peccatrice, una ritardataria cronica.
Soliti gesti, dissimulo il disagio regalando teatralità alle azioni che mi conducono alla scrivania. Tolgo la giacca, sfilo la sciarpa, accendo il pc, sistemo la borsa, estraggo gli occhiali.

Mamma mia, se ripenso a quando sono arrivata qua! Un nuovo ufficio, un nuovo ambiente, un nuovo lavoro, temevo le incognite da affrontare… come d’incanto, invece, l’impatto con la diversa realtà ha attutito e sfumato i suoi toni in un rapimento improvviso. Solo due sere prima l’uscita con un’amica ha prodotto l’inaspettato col sopraggiungere d’un ragazzo. Simpatico lui, intraprendente, bel tipo, ma guarda! Mi corteggiava, e… poteva non accadere? Due calamite! E che calamite! Ah, che storia! Sono seguite notti quasi insonni! Mi viene da ridere ora se ripenso al primo giorno qui! Tre ore avevo dormito, e le palpebre traditrici volevano scendere. Era il mio segreto. Il segreto davanti a colleghe e colleghi appena conosciuti.
Un segreto felice nel soffio dell’estate. Sorriso interiore col sonno da mascherare. Che spensierata bellezza! Si dormiva insieme, e la mattina arrivavo tardi pensando fosse tutta colpa sua. Ero convinta che passato quel periodo non avrei più ritardato. Invece adesso lui non c’è, ed io persevero colpevole e mancante. Che peccato! Almeno prima, dietro al timbrare fuori orario il cartellino, si celava il ritemprarsi del corpo e dello spirito!
Un piacere!
Com’è quel detto? «Prima il dovere poi il piacere!».
Ecco, per me valeva il contrario: «Prima il piacere, poi il dovere!». Sì, mi viene da ridere a ripensarci. Che bello prendere la vita così.

Vediamo un po’ le mail…chi mi ha scritto? Devo mettermi al lavoro, va bene, inizio fra cinque minuti. Tanto sono nascosta dietro al pc, Giovanna non vede lo schermo, non sa che faccio. Ma l’aria è pesante, come se il suo sguardo e il suo pensiero mi penetrassero.
Stamattina c’è un’atmosfera particolare, eh, già! È qualche giorno che non vengo, sicuramente si è lamentata dietro le mie spalle che sono una lavativa. Mamma mia che freddo fa qui! Non posso però aumentare il riscaldamento, che scherziamo? Anche la porta spalancata, senti che corrente… Fortunatamente all’ora di pranzo la chiude. La mattina sempre spalancata, come se fosse buona educazione tenerla aperta. All’una s’alza dalla sua postazione, spegne il riscaldamento e chiude la porta. Precisamente così ogni giorno, ritmato come le lancette d’un orologio, come una poesia recitata a memoria, come gli orari d’un convento, come i treni svizzeri, la sicurezza della metodicità. Sicurezza. Ed io non faccio che perdermi la chiavetta del distributore del caffè! E quando sto al telefono sento l’aria che si fa tesa, tesa, tesa… Le dà proprio fastidio. Il silenzio d’una cripta sotto controllo mentre l’aria si rarefà. Quando si consumerà, ci sarà lo scoppio?

- Antonia, eh, no! Non possiamo stare con il riscaldamento acceso e la porta chiusa. Così io mi sento male. Le altre colleghe pure dicono che qui dentro si soffoca!

- Sì, è vero si scoppia…

- Occorre trovare una soluzione. Dobbiamo parlarne con la direttrice. Non si può andare avanti in questo modo! Puoi spostarti nell’altra stanza con Valeria e Giulia.

- Dove non c'è l’attacco per questo pc?

- Ci sono i pc di Valeria e di Giulia, no? Potrai usare a turno uno dei loro.

- Giusto. Hai ragione, in fondo sono l’ultima arrivata, che pretendo?

- Non ho detto questo.

- È vero. Non l’hai detto. Tu non parli.

- Non capisco a cosa vuoi arrivare, io vado al concreto.

- Ne sono certa, sono io a non essere concreta. Ho una soluzione migliore, però. Mi licenzio!

- Sì, come no! Una barzelletta, vero?

- No, sono seria. Mi licenzio! Sono incompatibile col lavoro d’ufficio!

- Ah, certo! E cosa farai?

- Non so… ancora non lo so. Qualcosa m'inventerò! …chissà, potrei fare come Irina Palm!

- Irina Palm?

- Esatto. Irina Palm era molto ligia sul lavoro, chissà lo potrei diventare anch’io…










nota - racconto di fantasia. Fatti e persone senza riferimenti reali.

14 novembre 2007

§§§°° ^ TEMPI MODERNI ^ °°§§§


Nell'ampia sala da toilette donne avvolte in teli di lino con lunghe trecce sulle spalle nude indugiano, tra vapori d'acqua calda, in chiacchiere d'intimità divertita e in carezze d'oli sulla pelle. Rituali di bellezza e dolce momento di scambi, restano il crocevia d'un mondo femminile nello scorrere dei tempi che marciano.
Minuscolo il bagno in cui Elena e Sofia s’incontravano litigandosi il lavabo, con volti assonnati e ammaccati dalla cespugliosa zazzera di capelli arruffati.
Gomitate per la conquista d’un angolo dove strofinarsi i denti, e risa davanti all’esteso specchio incastonato fra le maioliche, invito irrefrenabile a battute sulla comica, scarsa avvenenza nel risveglio di mattini estivi dopo aver poltrito a lungo nel letto.

Elena, esile corpo ancora acerbo nei suoi dodici anni, osservava la trasformazione che procedeva giorno per giorno.
Sofia sorrideva divertita, godendosi il maturare di quel frutto sotto ai suoi occhi di madre. Viso con soffici gote da bimba e lo sguardo vispo e brillante. Delicatezza ed acume, il cocktail di quei lineamenti da bellezza di bocciòlo.

- Mamma… secondo te, io piaccio ai ragazzi?
Fissava sé stessa riflessa, quasi chiedesse parere allo specchio aspettando responso nel suono della voce materna.
- Certo, guarda quanto sei bella!
- Nooo… Tu parli del viso… Invece i ragazzi hanno gli occhi puntati sul seno! Tutti quanti a dirmi che ho poche tette…
- Ma che dici! Il tuo seno sta crescendo... e il cambiamento già si nota, dagli tempo!
- Ma vedi che non riempio i top? Le mie amiche portano già la seconda misura…
- Elena, sei bellissima, non farti venire manie e complessi! Sei simpatica, intelligente, sempre al centro dell’attenzione, e ovunque vai c’è qualcuno che ti viene dietro!
- Non è vero! Non piaccio a nessuno! Lorenzo mi ha mostrato la foto della sua ex fidanzata, e dovresti vederla! Altro che me, lei di seno ce ne ha!… Lui stesso, sai che mi ha detto? «Eh, Elena, se tu avessi più tette… ma invece sei piatta!»
- Ma siamo pazzi? Cos’è ‘sta storia? Queste cose non si sentivano quando io avevo 12 anni! Ah, già! Il mito delle forme, le immagini tra Veline e maggiorate della televisione! Ora i ragazzini si infatuano e snobbano a dodici anni già in base a requisiti di curve! Bel punto di partenza per i futuri valori maschili e femminili…Vuoi dar credito a questo modo di pensare? Il problema non sono le tue tette o la loro misura, piuttosto una cultura nata da cervelli di taglia piccola!
- Comunque sia, non piaccio! E a ripetizione mi sbattono in faccia che non ho tette…
- Oh, senti Elena! Per carità, non farti condizionare da queste cose! È come se tu, per valutare quanto un ragazzino ti piace, gli guardassi quanta collina ha in mezzo alle gambe. ...Per caso ti soffermi su quanto è gonfio sotto alla chiusura lampo? Scommetto che non ci hai mai pensato.
- Mamma! Ma scherzi? Ah, ah, ah! Ti pare? No, mai m’è passato per la testa…
Elena rideva immaginando la scena.
- Ecco, la prossima volta che ti fanno apprezzamenti sul seno, rispondi chiedendo loro quanto sono gonfi lì!
- Sìììì… buonanotte!! Ti pare che posso dire una cosa del genere?
- Ah! Quelli invece si permettono di valutarti in base alla grandezza delle tue tette!
Si scrutarono negli occhi e Sofia, divertita dall'idea che l'attraversava, continuò gongolante di gioioso entusiasmo.
- Pensa un po’... Tu che, con lente d'ingrandimento in mano t'avvicini ai pantaloni, e fai: «Mmmhh, qui c’è poca roba, non mi piaci! Vediamo un altro…»
-
Ah, ah, ah! Mamma, sei matta! Te lo immagini?
Sofia mimava la scena, Elena guardava la madre ridendo come fosse il suo clown personale.

Il gineceo nella Sala della Toilette si riempì d’ilarità.
L'adolescente si tuffò sotto la doccia tra chiacchiere e confidenze, la donna si spalmò di crema la pelle.


Luglio, agosto, settembre volarono.
Elena controllava la sua crescita e compiaciuta notava il lento tornirsi. Poi, scostandosi dallo specchio mostrava orgogliosa e raggiante a Sofia la sua comparazione da donna.
Ora al mattino si correva, e solo nel weekend il bagno tornava ad essere il crocevia di spintoni e risate, battute e occhiate.

Sofia osservava di sottecchi la trasformazione, mentre parlavano d’ogni cosa accadesse.
Il cellulare di Elena risuonava di squilli, e Sofia si divertiva con quella bimba, quasi adolescente, che da sempre le ricordava l’intraprendenza al peperoncino d’una Pippy Calzelunghe.

I vestiti estivi erano spariti dai cassetti, calze e stivali riparavano dai primi freddi.

Era intenta, Sofia, a girare la pagina del calendario sul mese di novembre ormai iniziato da alcuni giorni, quando Elena entrò come turbine dalla porta di casa, e pari al vento che alza a mulinello le foglie sul marciapiede, ogni cosa attorno a lei sembrò volteggiare nell’aria.
- Mamma, mamma! Devo raccontarti di corsa l’ultima!
- Caspita! Cosa è successo?
Elena sfoggiava un sorriso vittorioso e rideva nell’eccitazione di voler condividere la novità.
- Oggi Federico a ricreazione s’è avvicinato e ha chiesto a Ginevra che misura portasse di reggiseno… Eravamo un gruppetto, sai, tutti lì… Insomma le chiede: «Che porti, Ginevra, la seconda o la terza?», e Ginevra risponde: «La seconda abbondante», a quel punto Federico si gira verso di me e fa: «E tu Elena? Porti la retromarcia?»… Io non ce l’ho fatta più, mamma! Eh, no! M’hanno proprio stufato! Gli ho risposto!

- E cosa?
- Gli ho detto: «E tu la retromarcia ce l’hai nelle mutande?»
Stupita Sofia studiò con attenzione Elena.
- Urca! …L’allievo supera il maestro… Ma poi? Com'è andata? ...Cosa t'ha risposto?
- Niente. È rimasto così.
- Così? …Nessuno ha fiatato?
- Beh, no… Gli altri attorno hanno mormorato… Ci sono state delle esclamazioni: «Oh, ah ah! Ammazza!!!», insomma silenzio e risatine sotto… Sono rimasti così, sai, forse sorpresi… Lui ha fatto una faccia!! Sì, un mezzo sorriso, come imbarazzato, ed è stato zitto.
- Caspita Elena, che pepe sei! Congratulazioni!
Col sorriso sulle labbra Sofia osservava il viso dispettoso e soddisfatto di Elena, poi scoppiò a ridere.
- Sei terribile!!
Continuarono a guardarsi l'un l'altra incredule, ridendo insieme.



04 novembre 2007

## § Woman Surprise § ##


“Spingeva decisa e con vigore sui pedali della bicicletta, voleva la strada libera davanti a sé, senza pedoni, auto o animali che la costringessero a frenare. I pensieri bruciavano e i muscoli delle gambe imprimevano velocità mentre lei a collo eretto tagliava l'aria col viso scorrendo in avanti, scorrendo via, inseguendo una pellicola di film che andasse oltre, in un tempo che con un balzo fosse già il successivo… «Six months later».
E via! Obliate le scene più drammatiche, via, verso la felicità.

Poco prima era ancora in cucina, l'usuale buongiorno alla mattina, sfogliando il giornale.
Lo sguardo s'era appoggiato là, assorbendo l'articolo mentre la mente, formica instancabile, allineava sequenze di scene recenti, tornate di botto a schiumare in lei. Cold case della vita.
La giornalista aveva forgiato col fuoco il suo pezzo denunciando l'ennesima violenza su di una donna, e Dina, sorseggiando orzo bollente, era rimasta impigliata –come lana su ritorti fili metallici- alle parole dell'Altieri. (*)

«Proprio non mi riesce di intascare indifferentemente la notizia: un'altra donna violentata e massacrata di botte . Quanto fa? cinque, dieci, venti?
Sì, torno a parlare di donne e ci tornerò ancora e ancora, fino a quando avrò un filo di voce e una tendinite fulminante non m'impedirà di schiacciare lettere sulla tastiera.
Io provo rabbia. Non si tratta di provenienza geografica, ma di uomini e donne che non si riconoscono ancora la medesima qualità di persone.
E allora lo domando agli uomini: «cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per farvi entrare nelle teste che non siamo solo un buco con un po' di curve attorno? »
Mi pare che non abbia funzionato il sistema di ammantarci con veli e burqa, dobbiamo forse rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell'oceano? Iniziare a fare a botte da adolescenti sì da temprare le ossa per una futura lotta? Armarci e sparare in fronte al primo che ci fa un complimento? Mortificare cura e bellezza, in modo che questo corpo non susciti più istinti se non di disgusto? O forse potremmo cavalcare le strade ammiccanti, con un cartello al collo: sotto non indosso slip, accomodatevi!
Donne, la dobbiamo smettere di attenderci che “loro” capiscano: basta con questa femminilità che ci hanno cucito addosso. Basta!»

Parole che evocano immagini, lo scomparto di memoria e pensieri fragilmente socchiuso, s'apre. Pinze, martelli, spilli e chiodi si rovesciano nel cuore. Dina smette di sorseggiare il suo orzo, appoggia la tazza sul tavolo. Lo stomaco è chiuso mentre gli occhi cercano svago. Davanti alla porta di casa staziona la bicicletta. La sua bici. La imbraccia e scende le scale.
Pedala con foga. Le frasi della giornalista le sfrecciano in testa come pietre scagliate.
“Rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell'oceano?” …“Mortificare cura e bellezza, in modo che il corpo non susciti più istinti?” …“Cavalcare le strade ammiccanti, invitando con provocante nudità suggerita?”…
Una morsa alla coscienza collegare la lapidaria realtà, schiacciata al muro da quelle frasi, alle risposte che lui era stato capace di darle.
Respira a fondo l’aria che va schiaffeggiandola in corsa libera. All'interno si compone la scena, uguale a fotogrammi proiettati su di uno schermo.
- Chuck? Ciao, sono Dina.
- Ciao Dina… come stai?
Sembrava fossero passate poche ore dall'ultima volta, non trecentosessantacinque giorni.
- Com’è che mi chiami?
- Vorrei vederti. …Per un confronto.
Dentro di lei s’erano sovrapposti e premevano pensieri e memorie nel caos d’un silenzio forzato. Aveva troncato di netto, ma lo aveva amato. Ancora si chiedeva perché l’avesse tradita. E adesso? Le loro vite scorrevano distanti, sconosciute, conservando risentimento.

L’accaduto era irrecuperabile, ma guardarsi in faccia aveva il valore d’una pietra miliare.
Erano saliti in auto dopo un breve saluto, lui alla guida, lei accanto. Una sconosciuta sensazione di riserbo la permeava nell’incrostazione d’un ghiaccio cresciuto giorno dopo giorno. Doveva superare l’ostacolo dell’orgoglio ferito e lo desiderava, per creare terra di scambio.


Le prime parole entrarono fra di loro nell’abitacolo arrancante su strade notturne.

- Allora… perché volevi vedermi?
- Te l’ho accennato, mi piacerebbe un confronto fra noi.
- Ah, già! E spiegami, come hai scoperto di Anna?
- Inevitabile… La mia psicoterapeuta!
- No… Non è per quello che l’hai scoperto, chi te l’ha detto? Eh? Sentiamo!
- Ma scherzi, vero? Sarei forse io a nascondere qualcosa? Sarei io a falsare la realtà?
- Ah, non rispondi, eh? Stai cambiando discorso! Sono certo che non è accaduto per caso. Ne sono sicuro! Sicuro. Sii sincera, tanto so che non è come dici.
Inaspettate urla le si spinsero in improvvisa eruzione dal petto. Non era così che aveva immaginato l’incontro, eppure stava gridando fuori di sè mentre lui guidava, e ogni particella di pensiero, emozione, dolore custoditi fino a quel momento si rovesciò, torrente in piena, scroscio violento che trascina detriti, rami, fango, sassi, giù giù, rovinando a valle, denso e torbido di fango e sporcizia.
- Non aveva valore per te ciò che c’era fra noi? La nostra sessualità? Non avevi sempre detto che era speciale? Avevi bisogno di scopare con un’altra?
- Uh, ma che vuoi che sia!
- Cosa? …E se io avessi scopato con altro? …Eh?
- Tu saresti stata una puttana! Ha, ah! Per te dovevo essere importante solo io! Ma dai, che vuoi che siano le scopate con Anna… Per un uomo è diverso. Certo che la nostra sessualità aveva valore! Anna non toglieva nulla, anzi! Con te era molto più bello! …E poi sapessi quanto era gratificante volare di fiore in fiore, il mio ego era così pieno, così …ah! Forte! …Ed ora cosa dovrei fare? Cospargermi il capo di cenere?
- “Che vuoi che sia”, rispondi? Che vuoi che sia? …Cospargerti il capo di cenere? A me non interessa la colpa. L'attenzione prima di agire, è responsabilità. Con il tuo finto senso di colpa non ci faccio niente! Nelle tue parole c’è la superiorità di qualcuno che non ritiene d’aver sbagliato, potresti rovesciarti un secchio di cenere sulla testa, io non sono il sacerdote che ti dà l’assoluzione! Ma riesci a renderti conto di ciò che dici?
- Ecco, è questo modo di fare che non sopporto. Tu vuoi impormi la tua visuale. Ciò che per te ha valore, deve valere anche per me? Siamo diversi, non la vedo come te. Meglio restare distanti, lo abbiamo fatto finora. Non c'è comunicazione.
Aveva voluto incontrarlo per un confronto. Un amore da non gettare nella spazzatura, con un passato da rinnegare. Di fronte a lei un uomo che l’aveva tradita con l’orgoglio d’averlo fatto. Non c’era altro.
Pedalava con lentezza adesso, lasciando che lo sguardo si perdesse tra le foglie gialle ormai rade sugli alberi, seguendo poi il loro staccarsi e volteggiare smarrite nell'aria umida. Sentì tristezza e delusione unite in un vuoto, poi la musica d'una vecchia canzone che emergeva attraversandole la mente, come fantasma, girando a disco in parole galleggianti a ritmo, dolcezza in amarezza.
« Andrea aveva un amore, Riccioli neri »
« Andrea aveva un dolore, Riccioli neri »
Le foglie si sdoppiarono attraverso la lente delle lacrime che affioravano.
« E Andrea l'ha perso, ha perso l'amore, la perla più rara »
« E Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura »
In una lacrima che il vento raffreddò sulla pelle canticchiò ancora.
« Andrea aveva un amore Riccioli neri »…
Andrea ha in bocca un dolore.
Aveva tentato, lei, di comunicare con un cuore. La perla più rara.
Non le restava che pedalare. Oltre.”


La scrittrice posò la penna.
Il racconto era pronto. L'indomani l'avrebbe trascritto al computer e inviato alla redazione.
Appallottolò i fogli scarabocchiati delle correzioni gettandoli nel cestino con un lancio di soddisfazione. Poi alzandosi si accese una sigaretta aprendo la finestra.
Sentì il motore di un'auto posteggiare lì sotto, si sporse e lo vide.
Aspirò con maggiore avidità dal filtro dirigendosi al fornello per bollire dell'acqua. Il campanello suonò perentorio. Restò davanti al boiler che si scaldava sulla fiamma.
Il suono della porta fu ancora più lungo e insistente.
Gli aprì.
- La devi smettere!
- Di far cosa, Corrado?
- Di pubblicare racconti che parlano di noi, soprattutto di me!
- Non c'è il tuo nome, né l'indirizzo, né la foto, nessuno sa che sto parlando di te, o che ci siano riferimenti autobiografici.
- Perché lo fai? Ti vuoi vendicare?
- No. Voglio parlare di come gli uomini vivono le storie che per le donne sono d'amore. Per voi, invece, solamente sesso.
- È letteratura?
- Non lo so se può essere letteratura, è attualità. È valore che posso costruire attraverso la penna. Sono stufa di sentire e vedere che le donne sono solamente un corpo di cui sfamarsi. Estinta la fame, si butta via la persona, un involucro vuoto.
- Ma che dici? Di che parli? Amore? Amore? L'amore non esiste! Quando ripetevi d’amarmi stavi lì a criticarmi di continuo, sempre a fare la maestrina in cattedra. Ma quale amore? Balle!
- Ti amavo. Ti amavo come eri, comprese le tue numerose pecche. Amare non significa però ingoiare tutto, mettere un bavaglio e lasciare che l’amato comodamente calpesti chi ama… Poi l’amore s’è macerato. Consumato nell’impossibilità di comunicare, nelle prepotenze del tuo comodo egoismo d’uomo sposato, con una, due amanti… e via, quante ne vogliono entrare nell’harem!



-- Infatti è proprio qui il punto a cui non arrivi. Sono sposato! Perciò la devi smettere di tirarmi in ballo nei tuoi racconti. Se un giorno mia moglie dovesse capire e scoprire…
- Attraverso cosa? Su, dai, non t’ho mai tradito. Avrei potuto farlo! Svagandomi con un ulteriore uomo, pari a ciò che hai fatto tu con l’amante a me contemporanea, o svelando per vendetta a tua moglie la mia esistenza… E magari quella dell'altra! Perché no?
- Che maledetta! Ricordati che ho le tue foto, le potrei inviare alla rivista per cui lavori, tu prova soltanto a…
- Le tue paure sono infondate. Non l'ho fatto prima, di tradirti, non lo farei mai verso tua moglie neppure ora. Ricatti basandoti sulla malafede. Una mia saggia zia suggeriva: «Chi ha il sospetto, ha il difetto!». Tu ne sei la dimostrazione. ...Ma ancora hai quelle foto? Dovresti buttarle. Le tieni per ricordo, o per non sentirti inerme?
- Sei sempre stata una stronza, piena delle tue idee e del tuo egocentrismo. Abile a rigirare frittate. Ti saluto, ma bada a ciò che fai!
La scrittrice si versò il tè.
Una bolla d'aria affiorò galleggiante sulla superficie liquida, un ricordo di nebbia sembrò nuotarle incontro dalle Memorie di una maîtresse, suggerendole un'antica verità...
«Ogni ragazza siede sulla sua fortuna, e non lo sa».
Gli angoli delle labbra si tesero in amara smorfia.
Con la tazza fumante diresse i passi alla scrivania e osservò i fogli del nuovo racconto. Poi, quasi da bimba dispettosa, afferrò la penna e veloce gettò il suo scarabocchio facendo svolazzare le linee in una firma a riccioli e volte.
Lasciò cadere l’arma e sorrise al suo nome scolpito.



Nota: (*)
L’articolo qui riportato è stato estratto, con modifiche e tagli, dal post di Assu: «La parola al sesso forte», sul blog “Il Cassetto delle idee libere”.
Ringrazio molto Assu per l’ispirazione che mi ha fornito, e mi scuso per le modifiche apportate. Perciò invito a leggere il post in originale, nel rispetto della forma data dall’autrice.