29 agosto 2007

°*°*°*°* Donne, mongolfiere in volo *°*°*°*°


Avevo il suo viso davanti.
Volto da Madonna del Rinascimento, lo definì qualcuno.
Volto dai lineamenti orientali tra i colori d’una principessa nordica. Così a me appariva nell’osservare la pacata grazia con cui mi parlava, accompagnandosi a una gestualità quasi impercettibile.
Poco più di trent’anni, e oltre quei grandi occhi limpidi molta determinazione. La stessa che coltiva un artista che sta creando la sua opera e si afferri cieco alla labile traccia del proprio intuito. Ostinatamente. Fin in fondo. Sentiero che si perde nel folto d’un bosco.
Ogni cosa è dubbio, ma questa è l’unica via che porta al nuovo.
La principessa di fronte a me raccontava, io l’ascoltavo lasciandomi rapire dalle emozioni che il suo percorso mi dava.
Da bimba si trasformava in donna.

Danzando leggera la bionda fanciulla aveva lasciato che un candido sorriso, spiccante nella sua dolcezza, l’affascinasse e rapisse. Seducente lui! Simpatica canaglia dalle scure iridi, luminose e vispe sulle bronzee tonalità mediterranee.

Sui passi del loro intreccio, solo un gioco per l’uomo ma una scoperta per la giovane donna, il destino scoccò, beffardo, il dardo del concepimento.
I grandi occhi chiari e le morbide labbra sorridenti delicatamente inanellavano i cerchi della storia. Il corpo restava composto ed elegante, simile a ballerina che nella danza mantiene flessuose movenze, mentre il volto declinava parole senza incedere all’incrinatura dell’intimo emozionale.
Tutto per caso, per sovrapposizioni d’accadimenti, per disguidi di date non corrispondenti, per erronee diagnosi, tardi aveva compreso d’aspettare un bimbo.
S’era trovata a decidere sulla propria esistenza e per quella che stava maturandole nel ventre. Aveva scelto. Scegliendo la vita, non l’interruzione.

Il ragazzo dai capelli d’ebano era felice.
Vivaci e sorridenti i suoi occhi sprizzavano orgoglio e gioia per ciò che inaspettatamente accadeva. Stava per divenire padre.

La giovane aveva deciso per ciò che il suo cuore indicava importante.
Cos’è importante? Dove va ricercato l’oro?

Non tornare indietro, ma andare avanti.

Non chiudere, ma aprire.

Non sottrarre, ma sommare.

Non rinunciare, ma vivere.

Sapeva che il ragazzo del sud, entusiasta per l’inopinata paternità, non desiderava unirsi a lei. Lui aveva bisogno di camminare nel mondo ancora cercando, per vagliare da solo senza sentirsi designato dal fato, o da chi sembrava lo avesse scelto.

La guardavo. Ammiravo il suo coraggio.
Non era incoscienza, ma coraggio di vivere.
Non era incoscienza, ma saggezza. La saggezza di sapere che la vita genera vita, e la vita è forza.
È scorrere.
È affrontare senza tirarsi indietro.

Al posto suo sarei stata codarda, non avrei scelto la vita.
Lo so, mi sarei disperata. Avrei avuto paura. Non avrei deciso di diventare madre sentendomi sola.
Rifiutata nella mia femminilità, nel mio essere donna.

Oh, sì! Come madre lui mi accetta, spalanca il portone, ne è contento.
È colmo di gioia nel divenire padre e non rifiuta che io sia la madre del figlio. A favore del lieto evento ho la libertà di scegliere e lasciar nascere il nostro bambino. Desidera essere padre e infinite emozioni ispirano il suo animo, pur fermo nella propria ragione che fra noi non possa funzionare.
Non occorre provare.
L’affetto è cosa da discernere. Uguale alle fondamenta d’un palazzo esiste, ma non basta a saggiare sentieri.
La donna che lui immagina non è qui.
Altrove, sarà altrove.

La gioia d’una gestazione. Nove mesi in cui una vita poco a poco matura all’interno d’un corpo formando cellule, formando il nuovo essere.
Maternità sono nove mesi da Matrioska, e la consapevolezza d’un evento unico e ricco.
Quanto è possibile ritagliare tutto ciò per viverlo fino in fondo senza rapimenti negativi?
Io, donna egoista, collerica, pratica, avrei guardato alla mia disperazione. Al rifiuto. Mi sarei equiparata ad una macchina incubatrice.
La ferita non avrebbe lasciato spazio che al mio egocentrismo, e a una sola operazione aritmetica: la sottrazione.

Osservo la principessa dagli occhi grandi e limpidi emozionandomi nell’ascoltarla. Si scuote il mio essere donna e con i brividi sulla pelle condivido le sue parole.
Posta di fronte allo stesso bivio so che i miei trent'anni non avrebbero risposto con altrettanta saggezza, coraggio e forza.
Mi sento come fossi su di un treno in corsa, e col viso schiacciato al finestrino cercassi di catturare il paesaggio in fuga.
Non mi capacito dell'incredibile distanza fra la cultura delle donne e quella degli uomini. Mi smarrisco nell'amarezza di affetti ormai sempre più simili a erosi canyon. Ammutolisco disfatta allo scenario di emozioni imbavagliate e abbandonate come amanti nell’armadio, dove, celate soprattutto a se stessi, si spolperanno riducendosi ad ammassi d’ossa. Degli scheletri. Da cacciare, rinnegare, maledire.

La principessa non ha lo sguardo nel buio abissale dove l’ho infilato io, lei scruta oltre l’orizzonte verso l’infinito.
Per questo il suo bimbo nascerà. E la vita proseguirà evolvendo.
Senza arresti, quelli che la mente giudica opportuni.

Senza limiti.

20 agosto 2007

Un ANNO DA BLOGGER!


Oggi compio un anno da blogger!
Per festeggiare il compleanno
vi lascio da leggere
uno strampalato GIALLO!


Cin Cin!

Il GIALLO del BAR BELLARIA


Il cellulare prese a vibrare. Avevo tolto la suoneria con l’intenzione di non rispondere a nessuno.
Maledetta curiosità. Guardai il display. Numero privato.
Di nuovo, maledetta curiosità.
- Sì?
- Buongiorno, non mi conosce, ho bisogno di parlarle.
- Per quale motivo?
- Mi hanno dato il suo numero, mi hanno detto che lei è a capo di un’agenzia investigativa, siete tre donne, e brave.
- Signora… è il 13 agosto.
- Lo so. Mi hanno anche detto che rifiuta raramente.
- Le hanno detto troppo.
- Sto cercando mio marito…
- Vuole scherzare, vero?
- No, affatto. E non mi dica di rivolgermi a “Chi l’ha visto” o alla polizia.
- Va bene, non glielo dico e la saluto.
- Mi ascolti! Mi dia un appuntamento… ci sono forti interessi economici in ballo, avete molto da guadagnarci.
- 13 agosto, signora. Signora…?
- Santiago.
- 13 agosto signora Santiago, 13 agosto.
Un sospiro. Maledetta curiosità.
- …Va bene.
- Dove? Quando? È necessario quanto prima. Oggi pomeriggio è possibile?


L'attesi in una sala da tè tra i vicoli di Roma.
La signora Santiago arrivò tenendo per i manici una sporta di carta da cui estrasse varie cartelle ordinate.
- Le sue colleghe?
- Non c’è bisogno di muoversi in tre. Esponga il problema.
- Ecco, ho qui gli incartamenti. Mio marito aveva un bar nella Lomellina.
- Siamo a vari chilometri da lì.
- Il Bar Bellaria. Lo ha venduto, poi è sparito.
- Che vuol dire? Che non sapeva che lo stava vendendo e che appena è avvenuta la vendita è sparito con il ricavato?
- Sì. È così. Non mi sono accorta di nulla.
- Siamo a Roma signora Santiago. Doveva rivolgersi a un detective della Lomellina.
- Mio marito è venuto a Roma. Le indagini mi hanno condotta qui. Poi ho perso le tracce.
- La vendita di un bar non procura così tanto denaro. Quali interessi economici ci sono?
- Non è solo il bar. La causa di tutto è un’eredità di cui ha beneficiato a mia insaputa. Eredità che lo ha fatto decidere a vendere e fuggire. Questo è un suo documento, ecco: Carlo Santiago. Un cugino è defunto lasciandogli una fortuna… la sua famiglia originariamente era di qui.
- Una famiglia romana di cognome Santiago? Antenati spagnoli? …Non importa. Quale documentazione mi fornisce?
- Ho qua copie degli atti: la vendita del Bar Bellaria. Alcune foto scattate a mio marito qui a Roma. Un’altra cosa… nel bar c’era un tavolo da biliardo. È scomparso.
- Un tavolo da biliardo non viaggia come bagaglio a mano, signora Santiago!
- Lo so bene. Le sembrerò sprovveduta. Non mi sono accorta di nulla, di nulla. Solo quando non è rincasato e ho provato a cercarlo, mi sono resa conto che qualcosa non funzionava. Il bar era chiuso, il cellulare sempre spento. Ho guardato nell’armadio: alcune camicie erano sparite, e l’unica borsa da viaggio che avevamo non c’era più.
- E non ha avvisato la polizia.
- Assolutamente no. Lo so che è scappato da me. Ora ha i soldi per fare una vita diversa: l’eredità del cugino che lui odiava. Voglio trovarlo e urlargli in faccia la sua doppiezza e vigliaccheria. E non mi basta! Voglio una parte dell’eredità! Avrà cambiato identità, vita, ma se lo trovo… dal punto di vista legale ha tutto da perdere, lo lascio sul lastrico! Senza soldi e solo.

Queste le ultime parole che udii dalla signora Santiago circa il marito. Per il resto ci accordammo sul compenso.


L’investigazione delle Charlie’s Angels si concluse infallibilmente con velocità e successo.
Il tavolo da biliardo fu il fulcro di partenza della ricerca.
Carlo Santiago lo aveva fatto arrivare a Roma per poi venderlo a un commerciante arricchito, abitante in una suntuosa villa del quartiere Coppedè.
Non risultò facile rintracciare tale Giancarlo Spani, che durante il periodo del Ferragosto si trovava sulla Costa Smeralda; soprattutto non fu semplice avere da lui delle informazioni. Il tavolo da biliardo gli era stato venduto da un certo Patrizio Fioretti, alias Carlo Santiago.
Seguendo le tracce del Fioretti approdammo a Malta.

Come aveva riportato la signora Santiago, il marito era stato il destinatario d’una favolosa eredità. Ora viveva a Malta ed era diventato Paul Sannat: ricco proprietario, nella zona più frequentata dai turisti, di una piscina con centro ricreativo e lussuoso bar annesso, in cui non mancava un tavolo da biliardo.
Paul Sannat, alias Patrizio Fioretti, alias Carlo Santiago, nella sua nuova vita faceva parte dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, e in poco tempo era riuscito a tessere intorno a lui una rete di potente protezione.
L’ex proprietario del bar Bellaria, già infedele durante i trent’anni di vita coniugale nella Lomellina, nelle vesti di Paul Sannat aveva due amanti e una convivente.
Io sono una brava investigatrice, ma lui era un occultatore geniale. Un prestigiatore dal cappello pieno di conigli, colombe, colorati foulard.

Stilammo il rapporto per consegnarlo alla signora Santiago e riceverne il compenso.
Nonostante il cinismo sviluppato col tempo, non ebbi il coraggio di contattarla. E neppure mi stupii che lei scegliesse di non farsi risentire più.

Mi parve di riconoscerla, vicino al Pantheon, un tredici d'agosto di tre anni dopo. Suonava la fisarmonica per i passanti.

15 agosto 2007

@ # @ ^ ^ Metà Agosto ^ ^ @ # @


B U O N
F E R R A G O S T O !


(ovvero buon agosto,
e buon resto di estate)


A Tutti i Bloggers di Passaggio!

02 agosto 2007

"quindici righe per due"

*** Lucia ha proposto di scrivere racconti di 15 righe,
l'idea mi è piaciuta e l'ho raccolta.
Il mio racconto è di 15 x 2 = 30 righe
Imparando a contenermi,
inserisco una variante alla sua proposta usando la tabellina del due.
Farò meglio la prossima volta! ***
^____^




Natalia silenziosa attendeva nel salotto al buio insieme a zii, cugini, nonni, la proiezione del filmetto girato 16 anni addietro.
Eccola lì a due anni mentre col visetto stupito corre verso l’obbiettivo, sempre più vicina, sempre più vicina, fino a entrarvi. Tutti ridono davanti a quei ricordi e alla rispolverata pellicola.
La voce della madre supera sorrisi, commenti e brevi risate:
«Ah, eri così bellina da piccola…», la nonna paterna completa la frase: «Eh sì, si è rovinata col crescere!».
«Infatti, si è rovinata col crescere! Quando era piccola mi fermavano in strada per dirmi “Che bella bambina, complimenti signora!”»
Natalia inghiotte la frase, la sente che scende amara nella gola, e giù, nell’apparato digerente.
Conosceva quel pensiero, sentirlo ripetere al centro d’una storica platea l’affonda.
Titanic squarciato dall’iceberg.

Seguirono giorni di fuga nel passato. Chiusa nella sua stanza al buio osservava i filmetti in sequenza, studiando l’estinta delicatezza da bimba e divorando tocchi di ciambellone materno con altra cibaria, per ingrassare, diventare grossa e repellente. Tanto ormai s’era rovinata col crescere.
L’ago della bilancia l’accontentò spostandosi in avanti di tondi venti chili.
Allo specchio detestava il proprio viso e si faceva schifo. Non potendo affettare la sua mole, sforbiciava pezzi di capelli.


«Ricordi mamma, quando ripetevi che bellina da piccola, m'ero rovinata col crescere?»
«Certo! Ormai ne è passato di tempo! Comunque era la verità… »
«Pensa, un paio d’anni fa un uomo m’ha avvertita che il mio fascino sarebbe durato ancora per poco... »
«Giusto, Natalia...»
«Lasciami finire! ...Oggi sulla spiaggia un amico molto più giovane m’ha lasciata a bocca aperta nel dirmi che ci sono donne belle e donne sexy, mentre io sono sia bella che sexy!»

«Ah, allora è merito mio se dopo tanti anni ancora fai bella figura! Per non sentirti brutta ti sei sforzata di migliorare!»
«Esatto, grazie mamma»

01 agosto 2007

!!!!! BATTAGLIA D'OSCURAMENTO !!!!!!!


INVITO TUTTI AD ANDARE SUL BLOG DI GRAZIA,
E LEGGERE CON ATTENZIONE IL SUO S.O.S. -

VIENE SEGNALATO UN SITO (BLOG DI BLOGSPOT) DA DENUNCIARE E OSCURARE PER IL SUO CONTENUTO: PORNOPEDOFILIA.
QUALSIASI INTERVENTO PER OSCURARE ANCHE UN SOLO SITO COME QUESTI,
E' GIA' UN PASSO PER CREARE
DEL VALORE
CHE L'ESSERE UMANO HA PERSO!


UN CLICK PER ANDARE DA GRAZIA,
UN CLICK PER OSCURARE UN SITO PORNOPEDOFILO.


SE CI SONO ALTRI MEZZI PER FERMARLI, USIAMOLI!
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--> Tale sito era stato disattivato il 31 luglio.
Ora è di nuovo in funzione.
Riprendiamo la battaglia per oscurarlo!
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18 luglio 2007

Un, deux, trois

«Se avrò coraggio mi lascerò andare, perduta.
Ma ho paura di quel che è nuovo e ho paura di vivere quel che non capisco -voglio sempre avere la garanzia di pensare che capisco, incapace come sono di abbandonarmi al disorientamento.
Come spiegare che la mia paura più grande è proprio: Essere?
E tuttavia è l'unica strada.
Come spiegare che la mia paura più grande è proprio quella di andar vivendo ciò che dovrà essere? Come spiegare che io non sopporto di vedere, solo perché la vita non è quel che pensavo, bensì altro-
Come se prima avessi saputo di cosa si trattava!
Perché vedere è una tale disorganizzazione?»

Clarice Lispector: “La Passione secondo G.H.”



Errava per le strade di Parigi.
Avanzava sonnambula nella luce estiva, immersa in pensieri di vita.
Dentro di lei v’era una battaglia, distacco dalla realtà all’interno di un’incognita ricerca, e vagava, osservando l’aria fra palazzi e strade, quasi scivolasse sulla pellicola d’un film. Il presente non le apparteneva, viveva attraverso un passaggio, su un raccordo, nastro che la stava trasportando da un’identità a un’altra, in un futuro sconosciuto quanto lei stessa. Quel piccolo essere arrancante per le vie di Parigi non era lei, era un sé fuori da sé stessa. Eppure, angoli d’anima che riconosceva si sospingevano nelle emozioni per farsi ascoltare.

Vagava, con la reflex a tracolla. Immagini le restavano nelle pupille, piccoli quadri, allora scattava riemergendo da chirurgiche analisi interiori, galleggiando sulla confusione di variopinte sensazioni che la catturavano con sfocate rimembranze d’infiniti
déjà vu.

Trentadue anni, ampia la strada davanti, i desideri si mescolavano a casaccio uguali a gettate di colore sulla tavolozza d’un pittore in cerca di forma concreta, e infinite fantasie respiravano ovunque fra i disegni liberty intorno. Passo su passo un dolore muto e sordo l’accompagnava in fermo assedio. Con distratta rassegnazione lei se lo conduceva per mano, ma per istinto tentava di sfuggire la sua prigionia.

Ripercorreva i segmenti spezzati del vivere, senza darsi pace per la personalità inquieta, così zingara da non riuscire a essere una donna come tante.
Guai, colpe, e rimproveri d’una zingara mal riuscita.
E ritornava, istantanea di luce e movenze, il pomeriggio in cui aveva avuto bisogno di spartire con l’amica, quasi una sorella, l’intenzione di separarsi dall’uomo sposato.
Decisione conquistata scandagliando nel buio pozzo del sé, fino a scoprirsi nell’assenza d’un’identità. Tappa ultima d'un viaggio che aveva chiesto e poi atteso i cambiamenti promessi. Amaro punto d'arrivo che accettava la necessità del passo da fare.
Immaginava il sorriso d’Elisa, l’affettuoso accoglimento, la rassicurante comprensione della loro intesa… Già pregustava l’espressione raggiante che, nel riconoscerle il traguardo, ne avrebbe proclamato la fiera condivisone con un «Brava! Era ora che reagissi! Sono felice per te, felice del tuo coraggio!»

Fu diversa la realtà.
Il viso d’Elisa s’era contratto divenendo duro, le aveva parlato quasi ritraendo il volto e con sguardo obliquo e basso, senza rivolgersi a lei di fronte:
- No, Mara! Non è giusto! Non sono d’accordo. Tu sei cresciuta in questi anni, lui no. Avete fatto un percorso, ma lui è rimasto indietro. Non è giusto che siccome tu sei cresciuta, ora lo lasci. No, questo è ingiusto! –


Mara scattò una foto all’insieme dei colori pastello di barchette accatastate su di un carretto, pronte per i bimbi che avessero voluto spingerle sull’acqua della fontana lì accanto.
A Parigi era dimentica d’essere mamma.
Era solamente Mara, trentaduenne errante per ampie strade assolate, tra le quali, in uno sconosciuto punto, gli occhiali da sole le erano scivolati dalla scollatura, permettendo ora alla luce di ferirle lo sguardo desideroso di pensierosa penombra.
Antiquari di libri, angoli odorosi di carta, fine atmosfera d’arte l’accarezzava, e ovunque la respirava pur senza salire fino a Montmartre.

Di Elisa aveva perso da anni le tracce.
Era un inventario quel pensare e allineare fatti, scelte, perdite, un inventario tra ciò che aveva intrapreso e costruito, e ciò che aveva lasciato o era finito, mentre, un piede dietro all’altro, inseguiva gli argini della Senna, s’infilava nei vicoli dietro a Notre Dame.
Poi fu davanti al Museo d’Orsay, e vi entrò.
Prese a vagare per le sale come aveva errato per le vie.
Cadde assorbita nelle pennellate impresse sulle tele, divenne tela, colore, forma, smarrita nei quadri in cui la sua anima si fuse.
Il dolore per l’abbandono l’abbandonò lì.
Tra la densità pastosa delle tinte sovrapposte, in caduta libera fra emozioni che non le appartenevano ma che l’agguantarono cullandola in oblio.

Cercò da bere e si rifocillò nell’ampio atrio del ristoro dove l’artistica vetrata d’un orologio illuminava lo spazio e il tempo.

Una bizzarra donna, abbronzata e di piccola statura, si avvicinò al suo tavolino sorridendole mentre piegava il viso verso di lei seduta.
-Pardon ?
Mara contraccambiò il sorriso allungando il collo in ascolto.
- Sei italiana?
- Sì!
- Oh, bene! Posso sedermi qui con te? I tavolini sono affollati, e a me fa piacere trovare qualcuno con cui discorrere!

Come poteva negare posto a quella signora? Il volto esprimeva simpatia.
La sconosciuta in fondo non avrebbe potuto alterare il suo navigare in oblio là. Nel nido dell’arte senza tempo.

- Sì, prego, si sieda…
- Oh, dammi del tu, dai! Mi chiamo Agnese. E tu?
- Mara.
- Sei giovane Mara! Non avrai neppure trent’anni! Sei sola a Parigi?
- In questo momento sì. Sono ospite da un amico, ci incontreremo stasera. Intanto visito l’Orsay, è un museo bellissimo!
- È vero! Non faccio che tornarci! Ogni volta che arrivo a Parigi vengo all’Orsay e ci torno per due, tre giorni di seguito… Mi piace stare qui… Ah! Ma non hai risposto sulla tua età! Io avrò vent’anni più di te… o chissà, anche oltre?
Sorrise Agnese. Era disarmante.
Mara tentava di spazzar via residui di diffidenza.
- Non ho voglia di parlare di me.
- Ho visto il tuo bel viso triste da lontano… Ma dimmi: cosa vuoi bere? Io prendo
un panachée, ne vuoi anche tu?
- Sì, grazie,
un panachée!
- Sai Mara, a me piace conoscere persone nuove… Mi piace viaggiare e ascoltare racconti. Raccolgo le storie di chi incontro. È interessante confrontare le scelte di ciascuno davanti ai bivi dell’esistenza. Inoltre mi piacciono le immagini, le tele degli artisti, i colori e la varietà del mondo. Sto raccogliendo il mio materiale, forse un giorno… chissà! Chissà cosa ne farò!
- Che strano…
- Cosa è strano? Ciò che faccio? ...Tu sei giovane, eppure hai qualcosa da raccontare, lo leggo nei tuoi occhi!

All’improvviso Mara s’accorse che le sembrava di conoscere Agnese da sempre, si sentì a suo agio. Oppure quel poco di birra limonata la stava rilassando?
- Qualcosa da raccontare? Non saprei. Qui ci sono le tele degli espressionisti che raccontano emozioni intense…
- E tu? Tu sei un’espressionista nella vita?
Rise Agnese, e la guardò come se la comprendesse.
Da dove era spuntata fuori quella donna? Era sconcertante. Senza rendersene conto le labbra di Mara sorrisero.
- Ah, ho colto nel segno piccola Mara!
- Sì, hai colto, è vero. Mi disorienti, hai intuito tu, e io sono un’ingenua…
- No, no, non sei ingenua. Sei una ragazza colma di vita e pensieri. Ciò trapela! E la tua tristezza è la scarsa fiducia che hai in te.

Mara abbassò lo sguardo sul bicchiere, le dita ci giocherellarono intorno, lo pose in obliquo, lo raddrizzò, iniziò a parlare fissando il liquido che si muoveva all’interno del vetro.
- La mia tristezza è la fine d’una storia con un ragazzo, l’ennesima fine. E stavolta è stato lui a decidere che era finita. Ora cammino in un mondo ovattato, fuori dal concreto. Mi sembra di passeggiare su sfilacciate nuvole, o di galleggiare dentro bolle di sapone, mentre la vita reale mi chiama e io non voglio tornare, perché mi fa troppo male.

Respirò profondamente. Poi alzò gli occhi dal bicchiere, li fissò sul volto della sconosciuta e disse:
- Ho una figlia di otto anni, ho un divorzio alle spalle, poi altre storie. Convivo con la sgradevole sensazione di non essere, ovvero, di non essere né carne, né pesce. Non mi riconosco in nulla. Chi sono? Cosa sono? Un titolo di laurea? Una mamma? Ero una moglie? Sono una figlia? Potrei essere una fidanzata, oppure un’amante? Ciò che io sono o sento, conta? …Quest’ultima storia è finita perché io sono una donna fuori dai tradizionali canoni!

- Non volevi parlare, e hai detto molto! Bello e triste ciò che esprimi.

Seguì un silenzio. La donna soppesò la merce di scambio. Poi con lentezza riflessiva riprese.
- Voglio darti qualcosa dei miei vent’anni in più. Quando si ha la vita davanti si cercano argini. Identificazioni, ruoli. Lo spazio che si apre è una sbalordente incognita, e fa paura nella sua libertà di scelta. Eppure l’indole non ha bisogno di etichette e titoli. Tu sei Mara, e ciò che sei dentro disegnerà la strada. Così è andata anche per me, a dispetto di quello che altri avrebbero valutato bene per una mia tranquilla esistenza! Sei madre perché ti piace esserlo, e continuerai a amare gli uomini nonostante le delusioni e gli abbandoni. Tu vivi e respiri nelle emozioni, non hai bisogno d'aderire ai ruoli che la società fornisce… Per adeguamento? Per tradizione o per abitudine? O anche per placare ansie e farsi riconoscere. Il valore del proprio esistere non si stabilisce ricalcando i tracciati di mappe già percorse e segnate. Anche se ci illudiamo di poter controllare ogni evento, a compiere la vera scelta è la nostra profondità. Ciò che siamo nel cuore fa da nocchiero. Non aspettare di essere riconosciuta per carne o pesce, tu vali per come sei. Se ti rimetti agli altri dipenderai da affetti falsati, fondati sulla tacita domanda: «Sei ciò che mi aspetto che tu sia? Se lo sei, bene, ti accolgo, altrimenti ti rifiuto». Tu ami la libertà! Altrimenti non saresti qui, persa fra le tele degli espressionisti a cercare sollievo alla tua anima fra emozioni d’arte. Non vuoi cornici per il tuo essere. Se cadessi in tale abbaglio, soffocheresti. La vita è il flusso che si compone sotto le nostre dita d’artista. Sono le orme lasciate nelle corse libere. È un sentire che ci fa risplendere lo sguardo e ci risuona nell’istinto. Non le staccionate che costruiamo per ingabbiare ciò che in noi pulsa e va emergendo in evoluzione, ritenendolo estraneo a quello che abbiamo già formato.

Agnese tacque e bevve l’ultimo sorso del suo panachée.
Mara l’aveva ascoltata con stordimento crescente.
- Mi sento un po’ confusa…
- Vieni, ti voglio mostrare un quadro!
Si alzarono insieme. Agnese con agilità si mosse tra la folla, Mara la seguì con difficoltà. Fra le teste delle persone riuscì a scorgerla ferma davanti a una foto. Si liberò dei turisti che le intralciavano il passaggio, e pensando d’averla finalmente raggiunta, s’accorse che era svanita.
Si trovò di fronte a una bellissima foto color seppia che raffigurava tre ragazze intente a giocare.
Lesse la didascalia: C. Hudson White, 1899 “Agnese, Mara, Elisa al gioco degli anelli”.

Mara si guardò attorno incredula. Di Agnese non v'era traccia, come di Elisa.

30 giugno 2007

- - Le porte aperte //\\ Le porte chiuse - -


«L’amicizia non esiste!», intimoriva mia madre.
Adolescente, aveva scoperto che l'interesse di un’amichetta per lei, esisteva in realtà perché abitava accanto ad un ragazzino che piaceva all’ipotetica amica.

La guardavo in silenzio, mentre mi raccontava con espressione amara un ricordo così scolpito d’aver condannato qualsiasi realtà seguente.
A sua differenza, e non saprei come, ho sempre creduto al pulsare dell’amicizia, al valore contenuto nei legami che si formano lungo la via.
Perciò lei mi biasimava. Perciò mi ha sempre definito una sognatrice.
L’eterna bambina che vive nel mondo delle nuvole, che corre appresso all’amore e ai rapporti con le amiche.

Non è stato facile continuare a crederci. Di risposte gusto fiele ne ho ingoiate in gran quantità, e molto più gravi di ciò che era accaduto a mia madre.
Eppure se non sperassi nell’amicizia, nei rapporti umani, negli affetti, nei sentimenti, se non lasciassi aperta questa porta sul mondo, non avrei -fra le tante cose- mai attivato un account per un blog, e probabilmente trascinerei me stessa senza obbiettivi, depressa e sfiduciata.
A volte mi capita. Sì, mi capita di arrotolarmi come un riccio su me stessa, di desiderare di sparire nel nulla, quasi mi sentissi invisibile e quindi volessi aderire all’invisibilità che mi pervade.

Ecco, sto scrivendo.
Volevo buttare giù un racconto, invece compongo parole da diario.
La porta è aperta, da qui sono entrate e uscite amiche. Persone importanti, persone che hanno lasciato segni, positivi ma anche amari.
Momenti di condivisione che hanno tracciato passi di esistenza, a volte fermati dalle foto che rendono indelebili ricordi sbiadenti, anzi, che danno corpo a quei passi e li sostengono, come documenti storici di vita vissuta.
Io sono stata lei, e poi quell’altra lei. Sono stata anche lui, e poi quell’altro lui.

Rammento le parole che mi sono state dette.
Restano scolpiti i momenti di scambio.
Fatti storici intrecciati fra di loro. Io e lei siamo state
quel momento. E quel momento ha gemmato altro ancora nella vita di qualcuno a noi collegato.
E nella prospettiva d'un tempo che in parte è trascorso, ciascuno può guardarsi indietro e sapere che dentro di sé ci sono quelle persone, legami che restano, alcuni più profondi, alcuni più superficiali.
Allora sai che se tu sei questa di oggi, dipende anche da ciò che è accaduto nel percorso, nell'intreccio.

Se non ci fosse stato tutto ciò, adesso sarei molto povera.
Invece sono come un prisma di cristallo dalle mille sfaccettature, ricca dei colori assorbiti e scambiati lungo la strada.

Sentimenti di affetto, emozioni, batticuore. Perché l’amicizia dà anche il batticuore.

Molti anni fa, tra i vari motivi d’un viaggio a Londra, ce n’era uno affatto secondario: incontrare un’amica a me carissima. Non la trovai al mio arrivo.
Lei giunse dopo una settimana senza neppure sapere che ero lì.
La contattai per telefono da una cabina.
Grida di emozione:
«Dove sei? Quando sei arrivata? Cosa è successo?»

Appuntamento alla fermata del Tube su
Seven Sisters Road. Come ci scorgemmo da lontano ci fu una corsa e un abbraccio d’incastro a perdifiato, carico d'eventi accaduti durante l’assenza, di ritrovamento, di gioia, della felicità di quel momento.

Le persone entrano ed escono dalla vita. Transitano.
Sarebbe bello che qualcuno rimanesse. Pilastro fermo a confronto del tempo che scorre, affetto che comunque resta nonostante evoluzioni e cambiamenti, nonostante le burrasche, nonostante gli eventi che nessuno può fermare…

Se avessi seguito l’insegnamento di mia madre tante emozioni non le avrei conosciute.
Avrei condiviso metà della metà di ciò che ho vissuto, ma è nel condividere il gusto.
Condividere assume la valenza d'uno scatto fotografico. Fissa.

Se avessi ascoltato mia madre, mi sarei sentita una stupida e una perdente a seguito delle risposte ricevute, deludenti, d’assenza, d’abbandono.

Sono una brava giardiniera delle amicizie.
Le coltivo come piantine da far crescere, credo al loro sviluppo entro cui scorre verde linfa. Do acqua, parole, nutrimento, sono presente, do affetto, cerco strade da fondare insieme, abbatto limiti, creo possibilità.
Poi un giorno mi accorgo che sono sempre lì a nutrire, e mi chiedo:
«Ma se io mi fermassi? L’altro nutrirebbe?»
Vedo così che arrestando la mia attività c’è la stasi.
Inevitabilmente si innesca una sorta di delega passiva:
«Ci pensa lei… Di solito è lei che chiama, che propone…»
Reminiscenze dell’infanzia. Quando è la mamma che fa tutto e noi ormai ci aspettiamo che perpetui nel farlo, senza desideri propri, senza responsabilità interiore.
Adulti ci s’affida comunque a
una mamma, il distratto sguardo si posa altrove, tanto c’è chi si preoccupa d’apparecchiare.

Ho forse indossato la tunica da vestale?
A lungo andare finisco col chiedermi:
«Ma questa amicizia esiste perché è importante per entrambe, oppure solo perché sembra che a tenerci sia io?»
Prevale allora la natura di riccio, m'avvolgo d’invisibile, e nell’invisibile si lascia che io resti.

Rimetto lo zaino in spalla, riprendo il cammino alla ricerca d'altri legami con cui emozionarmi, giocare, inventare, ridere.
A differenza di mia madre so che l’amicizia non può essere sempre tradimento. Perciò continuo a cercare e sperare che prima o poi con qualcuno si creerà un rapporto paritario.


Poi accadde.

In un post d’ottobre scrissi sul blog:

«E quando l'essere bambino si coltiva nell'anima,
invece di cacciarlo nelle cantine più sotterranee,
allora la vita è ancora più eterna!»

Passò di lì Lucia, lasciando (che caso! su quel post...) per la prima volta un commento da me:
«Il bambino in fondo all'anima spinge per risalire e prendere aria nuova. Credo che la vita eterna sia possibile solo se ogni tanto lo facciamo respirare.»

Passò di lì anche un amichetto che prese a prestito il verbo di Lucia:
«Sono d’accordo con Lucia...respirare...inspirare e respirare...» ...
Ma proseguì con parole dure, prepotenti, utilizzando l’incipit di Lucia per dare un la alla sua personale versione.

Quel giorno dalla porta qualcuno di nuovo entrò, e qualcun’altro ne uscì.
Uno scambio.
Entrò Lucia! Con lei si sono susseguite le coincidenze d’un destino burlone, ed è nata un’amicizia.

Lucia è venuta da me a Roma, scrivendo poi un post in cui vengo nominata
“la bambina di Trastevere”.
Cinque giorni trascorsi, dal mattino fino a notte fonda, come due liceali. La casa uguale a quella di studentesse, senza orari, con tazze d’orzo vaganti, e computer accesi che facevamo risuonare di nostre eco fanciulle:
«Ah, guarda qui!»
«Oh, senti qua!»

Scatti fotografici a raffica nelle nostre scorribande romane, ed è riuscita ad immortalarci belle.
Belle come la nostra amicizia nata attraverso un blog!

Giungiamo una mattina alla spiaggia di Capocotta che s'apre dinanzi a noi sgombra e a perdita d'occhio, e mentre lei sta per esprimere una sensazione, m'attraversa un lampo d'immagine che sovrappone l'ampia natura in cui siamo allo schermo del computer.
In quell’attimo Lucia, bambina al colmo dello stupore, esordisce:

«E tutto questo si è materializzato da un blog!».

Scriverò un racconto...
per ridere di ciò di cui noi abbiamo riso.


Punti di vista di danDapit da un lato,
punti di vista di Lucia dall’altro.


«E quando l'essere bambino si coltiva nell'anima, invece di cacciarlo nelle cantine più sotterranee, allora la vita è ancora più eterna!»

27 giugno 2007

Tre Blogger a Ostia


E' un periodo in cui sono abbastanza assente dal Blogger's World, non riesco a girare per i numerosi villaggi lasciando commenti, ma respiro vento d'assenza un po' ovunque!

Sarà l'estate, la voglia d'aria aperta che induce un po' tutti ad allentare la presenza sul web,
però il blog per me resta una bella scoperta nella vita!
...E nel prossimo post racconterò "qualcosa" legato all'aver aperto
il mio Setalend...

Nel frattempo deposito qui una foto,
di tre bloggers...
"quali?",
che si sono incontrati sulla sabbia di Ostia
infilandosi dentro l'obbiettivo d'una macchinetta,
lasciandosi sbiancare da un flash!


(...e mi scuso con gli amici bloggers per la mia latitanza!
Ringraziando comunque tutti della vostra presenza!)



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18 giugno 2007

_______fotografia d'un interno_______


La casa è vuota.
Mi sveglio fra attutiti rumori di strada, poi lontane grida giocose dalla piscina del centro estivo, la casa resta silente. Neppure il calpestìo dei passi sul soffitto, né il parlare dei vicini dalla parete sottile.
E’ estate.
Inconfondibili segni di luce e suoni nell’aria fluttuano liberi dalle finestre aperte. I sensi colgono e traducono il proprio mondo interiore tra frammenti di vita che cercandosi si uniscono uguali a disconnessi ritagli di puzzle, per restituire memoria.
Prende forma la nostalgia.
Richiami di luci, sapori, profumi creano un cocktail di nuovi desideri allacciati al filo d’equilibrista teso tra passato e futuro. Così la mente danza, temeraria artista circense, passeggiando e vacillando in punta di piedi sul cordino, seguendo i propri colori, fra musiche, amori, parole, poesie.


Le prime emozioni non si scordano mai!

Chiuse le scuole, ogni mattina mia madre buttava giù dal letto me e mio fratello; avevo sonno, ma si andava al mare!
Quando, a pochi chilometri dal litorale, l’auto galleggiava per qualche secondo su di un dosso della Cristoforo Colombo, sempre lo stesso, iniziavamo a cantare -inalterato rituale infantile- :
“Siamo arrivati, siamo arrivati, siamo arrivati!”

La prime due ore sulla spiaggia erano una tortura, sotto al sole a giocare senza poterci bagnare, nell’attesa d'aver digerito la colazione.
“Quanto manca?”
“Che ore sono?”
Poi arrivava l'aspirato momento!
E dopo aver sguazzato tra le onde marine, prese rincorse per tuffi e spruzzate, dopo aver inevitabilmente bevuto sorsate inaspettate, quando le dita erano ben bene strinate, ecco che mia madre ingiungeva l’uscita dall’acqua. Quello era l’attimo in cui, a contatto con l’asciutto, si scatenava nel mio stomaco una tromba d’aria, l’abisso! Il vuoto parlava emettendo rumori sinistri di contorsioni a vite, mentre anelavo la merenda.
Sempre la stessa, che adoravo e già pregustavo golosa: panino all’olio farcito di burro e zucchero.
Memoria di sensazioni ed emozioni.

Panino farcito al burro nel 2007?
Burro ormai fuso sotto al sole, appiccicoso di zucchero sciolto? Panino con mollica impregnata di denso sapore burroso impastato a liquefatta melassa zuccherina?
Orrore!
Ma so che per me era delizioso, e non dimentico i granelli dello zucchero rimasti ancora sani che scricchiolavano sotto ai denti come avrebbe fatto la sabbia se fosse stata incollata al burro sciolto di quel panino!
Ricordo il gusto dolce e morbido, morbido come il mio essere bambina.
E la luce di giugno, l’azzurro del cielo, l’odore della salsedine nell’aria e sulla pelle, la mattina tra la sabbia ferrosa e l’acqua bianca e celeste.

L’orario dell’inferno iniziava alla mezza, quando venivamo infilati nell’auto rovente di sole e, conclusa l’avventura marina, tornavamo svuotati d’ogni energia, cotti dal calore della canicola.


La casa è vuota.
Le scuole hanno chiuso i battenti. C’è silenzio attorno, non si sentono neppure i clacson impazziti. Una calma diffusa si allaccia al ripetersi del ciclo, il ritmo d’ogni estate alla fine dell’anno scolastico.

L’adolescenza, i primi amori.
Stessa luce, stessi colori, un fremito interiore.
Tre anni fa, solamente tre anni fa, i sensi sono stati attraversati dai sapori dell'adolescenza, scossi, penetrati dal suo vergine trasporto.
Giugno, inizio estate, principio di libertà.
Il puzzle delle sensazioni si ricompone, restituisce il suo cocktail, l’equilibrista si avventura sul filo, gaio nel sorriso, ogni passo è una gioia, le emozioni felici colmano l’essere.
Lui era emerso dal passato, era un frutto pieno da assaporare, la comune adolescenza si presentava con un inchino, insieme alla passione.
I raggi solari accarezzavano i capelli, lasciavano brillare gli occhi degli incontri dove passato e presente si miscelavano in turbini d’immagini, odori, gusti, memorie. Volti e colori si sovrapponevano, il cuore batteva a ritmo danzante, spensierato! Come tutto fosse caduto all’indietro, eppure qui: nell'incredibile mondo adulto del presente, dove gesti, carezze e dita conoscono sapiente arte.

La casa è vuota.
Con leggerezza mi sposto fra le stanze ora sciolte dalle presenze in vacanza.
Il mio disordine mi porta ad accumulare oggetti senza mai trovare un posto alle cose. Il pavimento si riempie, finisco coll’essere circondata dalla confusione, col sentirmi assediata.
Nel silenzio del vuoto tranquillo ho iniziato il sistemare.
L’inverno caotico di corse, pensieri ed affanni ha aperto la finestra all’estate, allo spazio, al vento.
Mentre liberavo angoli, toglievo polvere, e gettavo inutilità accumulate, non potevo far a meno di ricordare l’ultimo colpo di lama sulla bambina di burro.

Nel mettere a posto si butta via. Si guarda, si valuta, si pondera, e la memoria chiede cosa trattenere. Ed anche se alcune cose le getteresti via volentieri, sai che quelle, come il pane con la sua farcitura ormai fusa, restano incollate, appiccicose, dolci e assolutamente delinquenti.
Scricchiolano sotto ai denti, rumore sinistro, ma non puoi accartocciarle come carta, lettere vecchie, o scatole ormai vuote.

Le brutte notizie arrivano sempre per telefono.
Così sono giunti annunci su persone care che se ne erano andate dalla vita.
Allo stesso modo in primavera s'è recapitata la sgradevole nuova. Per telefono.
Una chiamata dopo mesi di silenzio, poi parole per riannodare gli accadimenti della rottura.
Le brutte notizie così giungono! Per telefono ho saputo che mentre ancora credevo alla nostra passione (quale passione? Quale differenza tra amore fisico e amore emozionale?), lui, agganciato da un’altra, s'era tuffato nel mare delle occasioni da non perdere.

“Mi hai raccontato sempre ciò che ti faceva comodo: sotterfugi, scuse, bugie… in questo tempo di distanza l’ho capito. E magari mi hai anche tradita... Dai, dimmi!”

“Sì. È vero, due estati fa”

La casa è vuota.
Mi muovo bene qui ora. Mi sento libera, come se la vita fosse soltanto mia, almeno per pochi giorni.
Luce, colori, rumori, odori, musiche sollecitano emozioni.

E le prime emozioni non si dimenticano mai!

Eppure c’è chi ha il coraggio di tradirle. Fino in fondo, pugnalando il proprio cuore per primo.
Poi anche l’altro.
Serrato nella convinzione d’aver risposto a domanda:
“È stata lei a chiederlo!”.
“E poi era passato tanto tempo, ci eravamo lasciati…”.

Scricchiola la sabbia sotto ai denti. Quel bambino me ne ha lanciata una manciata in faccia, ne ho la bocca piena anche se sputo…
Eppure lo amavo…

Accidenti se lo amavo!
Ma a lui che importa?
Mi guarda e mi pensa pazza. Me lo aveva detto che di lui non mi dovevo fidare, me lo aveva detto! Sono io che ci ho voluto giocare…

La casa è vuota.
È piacevole muoversi a piedi nudi sul pavimento pulito, e pensare che sgombrando ogni angolo c’è spazio per aria nuova.
Le prime emozioni non si dimenticano mai, anzi, loro solerti attendono dolci stimoli per essere richiamate in emersione…
Con un fresco bagaglio da aggiungere.

Sempre migliore.

10 giugno 2007

Roberto: Side "B" (il seguito per un racconto di Assu)

D'accordo con Assu, ho scritto un immaginario seguito ad un racconto - E.d.S. ---02--- - da lei postato il 2 giugno ne "Il Cassetto delle Idee Libere".

L'idea è nata tra le riflessioni nei commenti.

Per una comprensione integrale riporto prima il racconto di Assu, senza il quale la mia Seconda Parte non avrebbe senso.


"Roberto inspira profondamente e trattiene il più a lungo possibile l’ossigeno dentro i polmoni fino a sentire pulsare le tempie. Poi caccia fuori un lungo respiro nel quale ingabbia tutti i suoi pensieri più recenti. Pensieri che non hanno nulla a che fare con lo scorrere ordinato della sua vita senza troppe pretese, racchiusa nella convinzione che ciò che siamo non dipende da noi ma da un disegno più ampio nel quale capitiamo come attori casuali incapaci di quella perfezione divina che non è concessa a nessun uomo.

Inspira ancora e questa volta tira una profonda boccata di Marlboro. La luna si specchia nel mare. Quante volte aveva sognato una scena così romantica? Quante volte aveva desiderato di poterla condividere con una donna? Ma non lei. Lei non ha nulla a che vedere coi suoi sogni, coi suoi progetti. A quasi quarant’anni, con un passato cancellato con fatica e un disegno preciso per il futuro, senza pretese ma con assiomi definiti dalla natura stessa, Roberto sa che non è lei la donna che lo riscatterà, che gli darà ciò che gli hanno insegnato ad amare: il matrimonio e dei figli.
Lei è un errore, una tentazione alla quale non ha saputo resistere. La sua pelle liscia, la sua corazza caduta e la sua fragilità emersa nel desiderio fisico. Non ha saputo resistere alla sua voglia di essere abbracciata. Non ha saputo resistere al desiderio di lei che sentiva crescere dalle viscere. Espira e s’illude di buttar fuori anche quei pensieri con il fumo che forma una nuvola davanti ai suoi occhi. Pensieri che non avrebbero dovuto essere suoi. E ora come dirle che è tutto iniziato e finito quella stessa notte? Cosa vuole lei? Se lo domanda quasi per dovere. In fondo è già convinto di non poter essere lui a darle ciò che vuole prima ancora di sapere cos’è. Si annida in lui la consapevolezza della precarietà di pensieri che non gli sarebbero appartenuti in contesti più famigliari, nel tentativo di perdonarsi qualcosa per cui, in fondo, si sente orgoglioso come ogni uomo. Scaccia i pensieri di orgoglio e ricerca pensieri più elevati, degni di lui, di quel nuovo lui così difficile da raggiungere, quel lui che ha conquistato con pazienza la fiducia e l’amicizia di lei. Che sarà della loro amicizia? Roberto non può fare a meno di pensarci. Lei si gira nel letto. La luce della luna entra nella stanza e disegna ombre blu sul suo volto. Non è sicuro che stia dormendo davvero, ma se ne sta immobile. Forse ha intuito i suoi pensieri. Forse anche lei si sta domandando cosa succederà domani."


**** Side "B" ****
(by danDapit)


Filtrava una luce livida dalla finestra non completamente oscurata.
Si era addormentata. Doveva essere ormai mattina...
Che strana sensazione svegliarsi lì, sensazione di non appartenenza.
Come aveva fatto ad addormentarsi? Non era da lei! Precipitata nel sonno senza accorgersi…
Sì, ora ricordava. Lui si era alzato per prendere altro vino da sorseggiare nel letto dopo l’amore, e in quella breve assenza era scivolata nell’abbandono notturno.
Restava immobile, sdraiata.
Lui alle sue spalle aveva il respiro regolare e profondo di chi dorme.

Immobile.
Non voleva che si destasse, né voleva che la sapesse sveglia.
Non desiderava di nuovo intimità.
Sarebbe sgusciata fuori dalle lenzuola, si sarebbe rivestita e se ne sarebbe andata. Però no, non poteva.
Era la loro amicizia a non permetterlo. Un'amicizia che fino ad allora li aveva portati a cercarsi con affetto, con desiderio di compagnia, con il sollievo del rifugio… Sempre, fino alla sera prima, quando forse avevano creduto che oltre l’amicizia si potesse creare altro.
Il suo abbraccio, e lei si era stretta a lui istintivamente, come una bimba che trovi riparo.
Era rassicurante potersi adagiare, era dolce il conforto, eppure, guarda cosa può accadere fra un uomo e una donna lasciandosi andare, bluffando con i propri sentimenti ed emozioni! Meccanicamente il semplice bisogno d’affetto si camuffa in attrazione, iniziando cieco a giocare il teatro delle parti.
Si erano baciati. Così s’erano aperti confini oltre i quali non avevano osato.
Stupita, incuriosita, era scivolata nell’accadimento. Aveva poi superato la vetta dello smarrimento iniziando lei a muovere azioni, condotta dal conosciuto.
L'istinto s'ostinava a restare muto.
Aveva atteso che scattasse una scintilla, una fiamma, un fuoco a rapirla… un vento d’oblio a risucchiarla, una calda emozione a trasportarla…
Ma no. Ogni gesto s’era compiuto, fino all’amplesso, fino in fondo, e lei ancora interrogava l’abbandono del suo corpo, i sensi tesi nell’ascolto d’una vibrazione, almeno di quel piacere, almeno quel piacere, quel piacere da prendersi!
No, non c’era riuscita.

Roberto era un amico, colui su cui sapeva di poter contare, ora certa che nessuna alchimia d’eros s'intrecciasse fra loro.

Desiderava una doccia, i suoi vestiti, la sua casa.

Oh, il corpo accanto a lei si stava muovendo, iniziava il risveglio...
Dormire, dormire.
Fingere il sonno.

Lui la guarda, è girata sul fianco, gli dà le spalle. È immobile.
“Ancora dorme...”, e mentre lo pensa emette un respiro quasi sollevato.
Poi un fastidio. Troppo tempo per riflettere ancora!
Allunga una mano verso il pacchetto delle sigarette, si ferma… “No -pensa- meglio non accendere un’altra sigaretta.”
Si alza, nudo va in cucina: “Preparo un caffè, sì, un caffè.”
La macchinetta è sul fuoco, dal bagno afferra un asciugamano e se lo stringe ai fianchi, poi si siede in cucina accendendo una sigaretta.
Aspettando il caffè aspira profondamente trattenendo il fumo come piacere del conosciuto, mentre sfilano in parata parole da comporre, ispirazione per affrontare una donna dopo l’amore dei corpi.
Non una donna qualsiasi, ma lei, Leonora…
Il caffè sgorga brontolando e schizzando, il profumo si espande, e lieve si sente lo scattare della serratura del bagno.

Leonora apre l’acqua, si getta addosso lo schizzo freddo, trasale, e poi con soddisfazione insapona la pelle e lascia che lo scorrere lavi, pulisca, che non resti traccia. Neppure vorrebbe asciugarsi, sbircia tra i ripiani e afferra un telo pulito, il più piccolo, con cui assorbe le gocce più veloci, e subito si veste.

Roberto ha versato il caffè nelle tazzine, e sta ponendo la zuccheriera sulla tavola quando Leonora, con giacca e borsa tra le mani, appare sulla soglia:

“Grazie Roberto, è un bel pensiero il caffè!”
“Quanto zucchero vuoi?”
“Ah, non lo ricordi mai! Mi piace amaro.”
“È vero… Come stai?”, la osserva. Lei completamente vestita, lui quasi nudo.
“Tutto bene, Roberto, ma devo scappare. Ho un impegno, non avrei dovuto domire qui. Ci sentiamo?”
“Leonora, forse dovrei dirti…”
“Ci sentiamo per telefono, parleremo.”
“Ma tu… Ieri sera… Leo, devo chiedertelo. Sei innamorata?”
“Rob, devo andare. No, non sono innamorata.”
“Allora perché stai scappando così?”
“Se fossi innamorata non scapperei. Neppure tu sei innamorato...il corpo sa esprimere le emozioni, se ci sono! E io me ne sarei accorta”, gli sorride, “Eravamo amici. Lo saremo? ...Non c'è intesa erotica fra noi. Non c'è amore!”
Finisce il caffè, e appoggiando la tazzina sul tavolo, lo fissa.
Roberto si siede rilassato, ma anche deluso. Alza lo sguardo per salutarla, e le labbra gli si piegano in un sorriso mentre pronuncia: “Mi ricorderò che il caffè ti piace amaro…”