20 gennaio 2008

La Torre di Babele


Mia madre usava dire: «Prima il dovere poi il piacere!», e aveva ragione, è esattamente così.

Che piacere c’è nella vita se non si adempie al proprio dovere?
Ho sempre fatto ogni cosa in modo regolare, ordinato. Il mio lavoro, la mia casa. Tratto con educazione le persone e mi guadagno lo stipendio che ricevo. Ho quasi sessant’anni, e guarda come sono in forma! Ciò è frutto del mio autocontrollo, del seguire le regole.
Ogni mattina arrivo molto presto in ufficio. Alle otto inizio il mio lavoro, alle undici faccio la pausa col caffè e una sigaretta, all’una smetto di lavorare, mangio, una sigarettuccia, e il giornale. Alle tre vado via. Il dovere per lo stipendio che ricevo è stato portato a termine. Ci sono altri doveri.
Il piacere è un gustoso pranzo con gli amici, le sigarette al momento opportuno, e qualche digressione su argomenti vari.
Mi piace la precisione. Rispetto le norme e stimo le persone che ne tengono conto. Se nella vita non ci fossero dei binari precisi da seguire, dove si andrebbe a finire?
E cosa doveva improvvisamente succedermi? Che il mio viaggiare con ritmi discreti ma certi s’è ritrovato minato. Per carità, tolleranza innanzi tutto! Un ufficio non è casa propria, se giunge una nuova collega devi farle spazio… ma che diamine di sfortuna m'è capitata con quell’Antonia! Caotica, distratta, menefreghista. Arriva in ufficio alle dieci ogni mattina, è disordinata e non fa che perdersi le cose con la testa fra le nuvole. È sempre assente, sempre malata o in ferie. Ecco, anche le ferie. Io ne usufruisco ad agosto, l'intero mese e via. Regolare. Lei no! Avvisa a sorpresa, e all’ultimo istante prende un giorno di ferie. Inammissibile.
Insopportabile è pure che la chiamino al telefono e lo tenga occupato un’ora intera. L’apparecchio telefonico in ufficio non serve per chiacchierare. Io non lo uso mai. Fra l’altro se qualcuno dovesse comunicare con me? Troverebbe occupato.
È talmente anarchica, che non mangia mai.
Le squilla il cellulare ed esce sul balcone, capace di restare a parlare là fuori per un tempo interminabile. Ma quando lavora? Meno male che non se ne va in giro come tante altre colleghe che escono! Sono certa che fa solo finta di lavorare. Sta nascosta dietro a quel computer senza portare avanti nulla. Scrive. Cosa scrive? Prima, quando si andava a prendere il caffè alla macchinetta almeno veniva con noi, si scambiavano due parole, ora va da sola. Se ne sta per fatti suoi. E non fa che lamentarsi del freddo. Possibile che si ammali in continuazione? Assenze su assenze, non c’è giornata che non faccia tardi, non lavora, e occupa il telefono per ore. L’ho detto alla direttrice, eh, non si può mica andare avanti così. E poi alza il riscaldamento con la scusa che sente freddo. Io così sto male, ma che gliene importa? Si soffoca dal caldo qua dentro. Lei insiste che ha freddo! Se mangiasse, invece di digiunare, forse sentirebbe meno freddo. Guarda come sono precisa io, ogni giorno alle tredici in punto mi fermo, tiro fuori il mio pranzetto, e dico: “Buon appetito!”.
Eh, ma non è l’unica irregolare, anche le altre non mangiano mai alla stessa ora. Noto tutto, io. E riconosco i passi sul corridoio. Quelli di Giulia, quelli di Valeria, anche quelli felpati di Sergio.
I passi di Antonia, che veloci percorrono il corridoio alle dieci di mattina, sono un indelebile timbro per le mie orecchie.
Le abitudini sono piacevoli, scandiscono il ritmo della vita. A mezzogiorno e mezza d'ogni dì rientra nella stanza il carrrello con i libri. Un orario che mi dà serenità, quello delle dodici e trenta, il pranzo è ormai prossimo, ne pregusto l’idea mentre il carrello fa il suo ingresso e io lo saluto con la mia solita battuta:
“Ohh, ecco il pupo che torna!”.
Difatti quelle rotelle che girano, spinte dalle mani dei colleghi, mi ricordano una carrozzina che rientra dalla sua passeggiata quando è l’ora della pappa da dare al bambino. È il mio modo di scherzare, il segnale felice della giornata lavorativa che si sta per concludere.

Non parlo di me. Cosa c’è da dire? C’è già tanta cronaca di cui parlare… e ho sempre opinioni da aggiungere sui fatti del mondo. Osservo. Osservo ogni cosa. E Antonia è arrogante, irrispettosa, egoista. Chi crede di essere? È l’ultima arrivata e si comporta da padrona.


Anche stamattina ho fatto tardi, appena varcherò la soglia della stanza il silenzio sarà esauriente. Assenza di verbo che satura lo spazio senza pronunciarsi. Che strazio, vorrei non avere questo rumore di tacchi affrettati, Giovanna è lì, con le orecchie tese verso il mio arrivo. I primi tempi si vantava di riconoscere i miei passi. Adesso tace. Non alza lo sguardo, finge nonchalance. Sarà china sulla scrivania intenta al lavoro, diligente e precisa già da due ore.

- Ciao Giovanna
- Buongiorno Antonia
Sono una peccatrice, una ritardataria cronica.
Soliti gesti, dissimulo il disagio regalando teatralità alle azioni che mi conducono alla scrivania. Tolgo la giacca, sfilo la sciarpa, accendo il pc, sistemo la borsa, estraggo gli occhiali.

Mamma mia, se ripenso a quando sono arrivata qua! Un nuovo ufficio, un nuovo ambiente, un nuovo lavoro, temevo le incognite da affrontare… come d’incanto, invece, l’impatto con la diversa realtà ha attutito e sfumato i suoi toni in un rapimento improvviso. Solo due sere prima l’uscita con un’amica ha prodotto l’inaspettato col sopraggiungere d’un ragazzo. Simpatico lui, intraprendente, bel tipo, ma guarda! Mi corteggiava, e… poteva non accadere? Due calamite! E che calamite! Ah, che storia! Sono seguite notti quasi insonni! Mi viene da ridere ora se ripenso al primo giorno qui! Tre ore avevo dormito, e le palpebre traditrici volevano scendere. Era il mio segreto. Il segreto davanti a colleghe e colleghi appena conosciuti.
Un segreto felice nel soffio dell’estate. Sorriso interiore col sonno da mascherare. Che spensierata bellezza! Si dormiva insieme, e la mattina arrivavo tardi pensando fosse tutta colpa sua. Ero convinta che passato quel periodo non avrei più ritardato. Invece adesso lui non c’è, ed io persevero colpevole e mancante. Che peccato! Almeno prima, dietro al timbrare fuori orario il cartellino, si celava il ritemprarsi del corpo e dello spirito!
Un piacere!
Com’è quel detto? «Prima il dovere poi il piacere!».
Ecco, per me valeva il contrario: «Prima il piacere, poi il dovere!». Sì, mi viene da ridere a ripensarci. Che bello prendere la vita così.

Vediamo un po’ le mail…chi mi ha scritto? Devo mettermi al lavoro, va bene, inizio fra cinque minuti. Tanto sono nascosta dietro al pc, Giovanna non vede lo schermo, non sa che faccio. Ma l’aria è pesante, come se il suo sguardo e il suo pensiero mi penetrassero.
Stamattina c’è un’atmosfera particolare, eh, già! È qualche giorno che non vengo, sicuramente si è lamentata dietro le mie spalle che sono una lavativa. Mamma mia che freddo fa qui! Non posso però aumentare il riscaldamento, che scherziamo? Anche la porta spalancata, senti che corrente… Fortunatamente all’ora di pranzo la chiude. La mattina sempre spalancata, come se fosse buona educazione tenerla aperta. All’una s’alza dalla sua postazione, spegne il riscaldamento e chiude la porta. Precisamente così ogni giorno, ritmato come le lancette d’un orologio, come una poesia recitata a memoria, come gli orari d’un convento, come i treni svizzeri, la sicurezza della metodicità. Sicurezza. Ed io non faccio che perdermi la chiavetta del distributore del caffè! E quando sto al telefono sento l’aria che si fa tesa, tesa, tesa… Le dà proprio fastidio. Il silenzio d’una cripta sotto controllo mentre l’aria si rarefà. Quando si consumerà, ci sarà lo scoppio?

- Antonia, eh, no! Non possiamo stare con il riscaldamento acceso e la porta chiusa. Così io mi sento male. Le altre colleghe pure dicono che qui dentro si soffoca!

- Sì, è vero si scoppia…

- Occorre trovare una soluzione. Dobbiamo parlarne con la direttrice. Non si può andare avanti in questo modo! Puoi spostarti nell’altra stanza con Valeria e Giulia.

- Dove non c'è l’attacco per questo pc?

- Ci sono i pc di Valeria e di Giulia, no? Potrai usare a turno uno dei loro.

- Giusto. Hai ragione, in fondo sono l’ultima arrivata, che pretendo?

- Non ho detto questo.

- È vero. Non l’hai detto. Tu non parli.

- Non capisco a cosa vuoi arrivare, io vado al concreto.

- Ne sono certa, sono io a non essere concreta. Ho una soluzione migliore, però. Mi licenzio!

- Sì, come no! Una barzelletta, vero?

- No, sono seria. Mi licenzio! Sono incompatibile col lavoro d’ufficio!

- Ah, certo! E cosa farai?

- Non so… ancora non lo so. Qualcosa m'inventerò! …chissà, potrei fare come Irina Palm!

- Irina Palm?

- Esatto. Irina Palm era molto ligia sul lavoro, chissà lo potrei diventare anch’io…










nota - racconto di fantasia. Fatti e persone senza riferimenti reali.

12 gennaio 2008

THINKING BLOGGER AWARD


Thinking Blog award


Onorificenza che viene insignita ai blogger che stimolano riflessioni nel leggerli.
Eccola qui! Anche io me la sono meritata!
E sorrido… Sì, perché proprio grazie a tale iniziativa, partita a febbraio 2007 da “Curiosity, is the key to all wisdom”, e poi diffusasi fino a riempire ogni blog a breve raggio, mi sono resa conto ancor di più di quanto scarsamente viandante sono nel mondo bloggers!
Sorrido perché…
Daniela mi ha nominata, anzi, mi sono addirittura vista apparire come la prima del suo elenco di blogger meritevoli! E sorrido anche al pensiero che sono talmente latitante dalla blogsfera, che se non ci avesse pensato lei… Perciò la ringrazio, comprendendo nel ringraziamento le belle parole usate per motivare tale scelta!

Poi, andando contro la mia sedentaria pigrizia, mi sono accinta a una passeggiata fra gli amici bloggers, scoprendo che quasi tutti, nel giro di pochi giorni, hanno ricevuto la targa, nominando a loro volta altre cinque persone!
Il gioco si fa complicato! Ahi, ahi!

Rispettiamo le Regole:

  1. -partecipare solo se si è nominati (sì, fatto!)
  2. -creare un link al post originario (già fatto)
  3. -inserire nel post il logo Thinking Blog Award (ok, fatto anche questo)
  4. -indicare 5 blog che hanno la capacità di farti pensare (ecco, lo faccio subito!):

  • Bianca C. di “Simplest”, che ho conosciuto da poco, e subito ho scoperto post che ti prendono per mano conducendoti alla riflessone.

  • Giulia di “Se non ora quando”, che ha sempre scritto racconti coinvolgendo i lettori nella creazione dei personaggi, quindi lasciando fluttuare riflessioni su ruoli e vite.

  • Janas di “Janas”, un neo blog, che muove i primi passi ponendo domande sulla quotidianità.

  • Daniele di “22 passi d’amore e d’intorni”, blog scoperto recentemente, ricco di scrittura, di citazioni, riferimenti, indicazioni, spaziante nei svariati stimoli che la vita offre, e in cui chiunque può trovare un angolino di sé, rispecchiarsi, e riflettere su quel pezzetto scovato.

Un saluto a tutti, e mi raccomando: lucidiamo queste targhe, eh!!

02 gennaio 2008

Buon 2008!



To everyone...
2oo8
with Love!

26 dicembre 2007

« C'era ora, c'è una volta... »


C’era una volta…
C’era una volta, e c’è ancora, ciò che eravamo da bimbi.
Siamo cresciuti, ma vi è una dimensione che resta intatta interiormente.
L’identità bambina, quale era, è.
È un nucleo senza tempo, con emozioni, odori e immagini eterne catturate dal nostro intimo mentre eravamo piccini, figli, e d’ingenua innocenza in un mondo di Grandi.

Dicembre, la frenesia all’acquisto, gli addobbi, i negozi, i pacchetti, le cene, i pranzi. Il traffico sulle strade nelle grandi città, clacson, file serrate di fanali in pomeriggi bui, sirene che ululano incastrate tra gli ingorghi. Le persone nervose, agitate, stressate. Chi è depresso. E chi, con disponibilità economica, si dà da fare a comprare per fare la sua parte al momento dello scarto. Il 25. In fondo al mese, alla fine del mese. Natale.


Stavolta, più che mai, mi sono chiesta perchè in tale periodo sono triste e di pessimo umore.
Di solito do per scontato di detestare Natale, aspetto che passi; con insofferenza o pazienza, con sorriso sarcastico e cinica sufficienza, o cercando di proiettare nell’aria attorno a me non inferno, ma il sorriso per guardare il mondo con altri occhi!

Il Natale è dei bambini, per loro è come andare a Disneyland, o come i giorni del Carnevale quando ci si può vestire di un’altra vita, d’un personaggio, d’una fiaba. Stacco senza tempo, volo della fantasia…

Mi sono calata nei ricordi, in sensazioni di me bambina. Non sono così lontane quelle sensazioni, basta allungare una mano e le tocco. La bimba è intatta, è ancora qui.

Alla vigilia si andava dalla nonna paterna.
A pranzo del 25 invece venivano tutti da noi. La tavolata era grande, si era in tanti… Minimo quattordici, ma anche di più. Dopo pranzo arrivavano gli altri per giocare a tombola e al Mercante in fiera. Mi piaceva giocare a tombola perché vincevo.
Il giorno della vigilia, prima del cenone da nonna, aiutavo mia madre a cucinare il pranzo. Si faceva la pasta in casa per preparare “il pasticcio”, così chiamato in idioma veneto. In realtà erano lasagne condite con ragù e besciamella.
Mia madre diceva: «Quest’anno facciamo il pasticcio verde», e nell’impasto metteva gli spinaci, così le sfoglie si coloravano di verde scuro. Era un pasticcio all’italiana: verde, bianco e rosso!
L’aiutavo. Infilavo l'informe ammasso semi-molle nell'impastatrice e giravo la manovella (non usavamo il mattarello, eravamo moderne!), rimestavo nel pentolino gli ingredienti della besciamella attenta che non si formassero grumi. Tagliavo la frutta per la macedonia in una terrina gigante, e spremevo arance e limoni. Infine grattavo fino alla pelle dei polpastrelli il parmigiano sulla grattugia.
Ma il 25 non c’erano regali. Arrivavano il 6 gennaio con la Befana, poi il 7 si andava a scuola, che fregatura!

Tutto però era magico. Non so perché, lo era. C’era aria che profumava di zucchero e festa, facce serene e sorridenti verso noi bambini, mentre la casa si riempiva di zii, nonni, prozie, volti allegri e vestiti eleganti.


Ad un certo punto, non ricordo quando, fu Gesù Bambino a portare i regali.
Allora la mattina mi alzavo, e per l’emozione mi battevano i denti! Mio padre si arrabbiava perché ero scalza e senza vestaglia. Ma non avevo freddo, ero emozionata! E vedevo pacchetti e pacchetti intorno all’albero, quanti!
So che l’emozione era così tanta perché la notte avevo faticato a prender sonno, s'erano sentiti rumori nel buio col rischio di scoprire Babbo Natale…o Gesù Bambino? Che confusione!
Babbo Natale era una figura spuntata non so bene da dove e quando... forse nei film o nei cartoni animati? Nel frattempo mi chiedevo come facesse Gesù Bambino, appena nato, a portare i regali, forse per questo se ne occupava Babbo Natale!

Ero però una bimba leale e, pur cogliendo i rumori, non avevo spiato! Anzi, m'ero chiusa nelle spalle e nascosta ben ben sotto le coperte, con gli occhi strizzati per non guardare!

Frammenti d’immagini.


Giunge l’amaro col ricordo che tramuta divenendo adolescente. Il Natale cominciò ad annoiarmi. I parenti ripetevano: «Come sei cresciuta!» scrutandomi e osservando ciò che facevo e dicevo, giudicando e sentenziando. Durante la tombola arrivava la pesantezza del sonno e della digestione affaticata, e nell’età che cresceva, aumentava il desiderio di poter stare con gli amici.
Ogni anno un girone d’inferno si aggiungeva.

Non riesco più a dissociare il Natale dalla tristezza. Sembra una recita grottesca che di anno in anno va in scena, e mentre il tempo passa, i volti invecchiano, i bimbi diventano adolescenti e gli adolescenti adulti, comunque a Natale ognuno deve riprendere il suo posto e giocare eternamente il suo ruolo.

Forse la bimba dentro di me strepita e scalcia. Non ci sta.
Eppure, anche se vorrei estraniarmi da questo gioco infernale, intorno a me tutti continuano a giocarlo.
I negozianti, le strade addobbate, gli amici catturati dalla frenesia dei regali, i film della catena natalizia dalle sequenze affollate di ricconi annoiati, le persone che non senti da tempo che improvvisamente ti chiamano, le strade intasate, il rumore del traffico impazzito, la corsa e la folla ovunque, e i genitori che ti aspettano…almeno a Natale!


Sono nata cattolica, fui battezzata, feci comunione e cresima, poi mia madre si scoprì atea, e mio padre qualunquista. Mio fratello un agnostico integralista.
Dieci anni fa ho conosciuto il buddismo e ora … sono Nam Myo-ho Renge Kyo.


Festeggio l’inizio dell’anno nuovo come rinascita d'un nuovo ciclo, ma detesto trovarmi inghiottita dal marasma collettivo di dicembre, che forse è unicamente un modo per anestetizzarsi da ricordi infantili che fanno male! Fanno male evocati così, come copioni fermi nel tempo in uno scenario che si reitera a dispetto d’ogni scorrimento e trasformazione di volti, corpi, e di ciò che ci circonda.
Via di scampo: acquistare e fare regali, mangiare, giocare, sorridere.

Negli anni ’60, nel condensato valore dell'unione familiare, nel boom economico con lutti, povertà, fame appena dietro le spalle, il Natale forse era un momento sincero per ritrovarsi...

Oggi vorrei sapere cosa è.



Questionario aperto agli amici bloggers:

  • Vi piace il Natale?
  • Cosa vi piace del Natale?
  • Lo spirito religioso lo sentite?
  • Quanto della vostra infanzia è racchiuso nel vostro modo di festeggiarlo?
  • Siete felici a Natale?
  • Siete tristi?
  • Lo sopportate, aspettando che passi, o per voi è un momento come un altro?
  • È un momento dell’anno che vi rende gioiosi e uniti al mondo e alle persone che amate?
  • Sentite più amore? O vi sentite più romantici?
  • Siete felici sempre e quindi anche a Natale?

23 dicembre 2007

« Pace in terra agli uomini di BUONA VOLONTA'! »


Infilavo la roba nelle buste.
Gesto meccanico e veloce, la roba arrivava dalla cassiera, e io infilavo, infilavo. A un tratto mi trovo con le dita sporche.
Mi fermo, guardo. Yogurt. Osservo a destra il vasetto appena preso in mano, è sano. Mi giro a sinistra verso la busta e mi ci tuffo dentro. Un altro vasetto. Eccolo. È aperto in verticale lungo il bicchierino, lo sollevo e mostrandolo alla cassiera, dico: «Questo yogurt è rotto!»

Lei, che ormai ha finito con me -ho già pagato e sto togliendo gli ultimi oggetti della spesa dal piano cassa- si volta a guardarmi e, col mento leggermente alzato, mi risponde rigida:

- Quando è passato alla cassa, era sano. È caduto a lei!
Qualcosa, nel mio scontato equilibrio, vacilla.
- Eh? No, guardi, io l’ho preso e infilato nella busta. Non mi è assolutamente caduto. Come poteva cadermi? La busta è nel carrello! Me ne sono accorta sporcandomi le mani di yogurt con un altro vasetto sporco a sua volta.
- Ecco, appunto, io non mi sono sporcata, quindi era intero. Si è rotto a lei.
- Non si è sporcata probabilmente perché non l’ha toccato dove era rotto… comunque a me non è caduto, l’ho infilato dentro già spaccato.
- Che sta succedendo? – si intromette una giovane donna, gestrice del supermercato.
- La signora vuole cambiare uno yogurt, dice che era rotto da prima, invece era sano.
- Lo yogurt non era sano!

- Scusate... Guardate... poco fa c'era una ragazza – si intromette una persona della fila – e ho visto che ha raccolto uno yogurt da terra e l’ha rimesso qua sopra.
Insieme alla gestrice del supermercato ci spostiamo di fianco alla cassa, e a lato del nastro su cui scorre la merce da pagare, là sul pavimento, giace la poltiglia rosa e densa di mezzo vasetto di yogurt, ancora fresca di delitto.
- Ecco, signora, vede? Lo yogurt è caduto da qui, non è colpa nostra se i clienti appoggiano in malo modo la merce sul nastro, ci vuole attenzione! Se la roba cade e si rompe… noi non siamo obbligati a risarcire! -
Intanto la gestrice aveva afferrato un foglio di scottex, si era chinata a terra, e con un solo gesto aveva assorbito la pallida crema rosa nel fazzoletto di carta.
- Ma io stavo imbustando la roba e non mi sono accorta di nulla! Sto ricostruendo ora con lei! Il fatto è che mi sono ritrovata un vasetto spaccato nella spesa. Quando poi l’ho fatto notare, sono stata accusata d’averlo rotto e di volerci marciare!

- E cosa vuole ora, uno yogurt nuovo? Vada e se lo prenda! Tutta 'sta polemica per 20 centesimi?
- No,non ci siamo! A parte che i 20 centesimi mi sembra siete voi a non volerli perdere, e poi la polemica non l’ho aperta io, bensì la cassiera, che quando le ho mostrato il vasetto rotto mi ha detto che l’avevo fatto cadere io!

- Senta signora, – la cassiera, sempre in piedi dalla sua postazione, senza smettere di passare la merce sul lettore elettronico, interviene di nuovo - non è la prima volta che lei lo fa! La riconosco! Già altre volte l’ha fatto… Rompe qualcosa e vuole che gliela sostituiamo!
- Cosa?? … Guardi che si sbaglia! …Mi confonde con qualcun altro! – rispondo fissandola incredula.
- No, no! Non mi sbaglio! È proprio lei!
- Va bene. …Ascolti, - rivolgendomi nuovamente alla gestrice del supermercato- io stavo imbustando la spesa, che lo yogurt fosse caduto non ne sapevo nulla. L’ho capito ora ricostruendo insieme a lei il fatto. Adesso è assurdo che mi si dica che sono stata io a farlo cadere, accusandomi fra l’altro di marciarci! –
- Allora, primo, abbassi la voce, e poi nessuno l’accusa… Perchè invece di parlare sempre lei, non mi ascolta? Dovete stare attenti a come appoggiate la merce sul nastro della cassa…
Sento la collera che sbuffa come vapore compresso, sono stufa di un battibecco che non avrà alcun approdo. So che mai andrò fino al frigorifero a prendermi un vasetto di yogurt guadagnato dopo un’arringa urlata nell’umiliazione di quel trattamento.
Afferro il manico del mio carrello come fosse la slitta di Babbo Natale, e incitando renne immaginarie, lo spingo verso l’esterno col turbo della mia furia, mentre dalla gola chiusa esce:
- Sa che le dico? Vi regalo i vostri 20 centesimi!
Avevo voglia di gridare:
«Strozzatevi col vostro yogurt, e mi raccomando: buon Natale!».
Ma il pensiero cattivo, associante il Natale a quella delizia di sceneggiata, l’ho tenuto per me.
In fondo, anche se non fosse stato Natale, si sarebbero comportati così, quindi, cosa cambia?

Per fare le guerre ci vuole veramente poco.

17 dicembre 2007

No Title


Qualcuno mi ha chiesto: «come mai hai chiuso il blog?»
In effetti non era mia intenzione chiuderlo, l’intenzione era «Una Pausa».
Un fermo, per poi ripartire.
Ma è inverno, forse non è un buon momento fermarsi… «chi si ferma è perduto»!
Sì, è inverno, le giornate sono buie, fa freddo, le energie sono poche, c’è tanta voglia di andare in letargo, come gli animali… E chiusura richiama chiusura in un circolo vizioso da cui non intravedo spiraglio. Già, sembra che il desiderio di ritornare ad affacciarmi, a pubblicare post, a dire ancora qualcosa, si stia rimpicciolendo fino a sparire…

Ora la spinta a spezzare questo silenzio richiede veramente uno sforzo!


Inizio da qui.
Ore 7,30 della mattina. Squilla il telefono in casa, vengo svegliata da passi agitati e una porta che si spalanca: «Corri! C. deve andare in ospedale, ha perso le acque!»
Velocissima, dopo mezz’ora ero sotto casa di C., irrequieta, citofono, salgo, mi accollo le borse. E via, si parte, accompagnandola dall’altro lato di Roma all’ospedale da lei scelto.
Il tempo finiva il 25 dicembre, ma il bimbo ha deciso di bucare il sacco!
L’ostetrico ridendo l’aveva ammonita: «Non partorire il 17 e il 18 ché non ci sono!»
Puntuale il 17 alle ore 5 del mattino il bimbo bussa al portone d’uscita.

Questo evento emoziona tutti, C. è la Principessa del Nord di cui ho raccontato alla fine di agosto.
Il suo bambino è pronto per venire al mondo, e fra le donne a lei vicine scorre il tam tam dell’emozione, della solidarietà.
Le contrazioni hanno taciuto, “la Principessa del Nord” è in ospedale da stamattina, ma chissà, forse in questo momento, mentre io scrivo, iniziano, si infittiscono, e durante la notte N. nascerà…

Ieri le avevo promesso che oggi l’avrei accompagnata a comprare il fasciatoio e il bagnetto, ma stamattina è accaduto altro.

Così ritorno al blog con una cicogna da condividere. Il mistero della nascita. Il suo fascino.
Paura e felicità, incognita e concretezza materiale.
Coraggio, ci vuole coraggio per affrontare alcuni passaggi della vita, e un bimbo da portare al mondo come ha scelto lei, mi ricorda quei Cavalieri delle favole che affrontano il Drago Sputafuoco! Le prove che la vita offre, sì, offre! Oltrepassate le quali, sarai un altro.
In questo caso: un’altra.

Sul blog ho sempre giocato con le immagini, racconti correlati da fotografie, come libri per bambini ricchi di illustrazioni.
Prima di scrivere queste righe, ancora senza sapere cosa avrei scritto, ho cercato immagini.
Punto di partenza sono loro, le lascio parlare, più delle parole. E oggi getterò come coriandoli le figurine catturate dal web, per festeggiare la maternità, la nascita, l’evento che si sta per compiere e che ho seguito in questi mesi, e ora mi emoziona come vita nella mia vita!

Tornerò a scrivere sul blog rinascendo insieme a N., e a alla sua neo-mamma C., la bella Principessa del Nord?

































































«Il vero viaggio accade dentro,
a riabbracciar noi stessi»

[Daniele Passerini, “22 passi d’amore” A&B Editrice (Bonanno Editore)]














02 dicembre 2007

P come PAUSA



Vi lascio con questo bellissimo sguardo,
catturato dal vasto mare di internet,
congedandomi per ora dal blog.

Vi lascio anche con gli ultimi due post sulla capacità di creare un vero dialogo,
costruttivo e aperto alla crescita,
forse un po' noiosi per una lettura da web...

Vi lascio col blu sul blu,
sperando di tornare,
chissà,
più carica e creativa.

Vi lascio con un saluto spirituale,
perchè blu!


25 novembre 2007

/|\ \|/ Passeggiando ...direzione -> CREATIVITA' \|/ /|\


Sbuffando aveva afferrato la rivista e si era gettato sulla poltrona sprofondandovi.
«Sempre le solite storie!», rimuginava fra sé, seccato per l’ultima discussione mentre sentiva nell’altra stanza Manuela sbattere gli oggetti che le capitavano per le mani.
Sfogliò le pagine con lo sguardo torvo, e l’attenzione fu subito catturata dal titolo di alcuni articoli:
«Una relazione creativa».
«Amo amare».
«Per esprimermi senza offenderti»
… Restò perplesso e richiuse la rivista per guardarne il sottotitolo. “Numero Speciale. Il Dialogo”. (*)
Spalancò gli occhi per la sorpresa. Una coincidenza?
Riaprì iniziando a leggere le prime righe:

«Dialogare non è una cosa semplice. È più facile parlare e dire agli altri in cosa stanno sbagliando, cosa dovrebbero fare. Giudicare e puntare il dito su errori e difetti. È più facile anche aderire tacitamente, seguendo le indicazioni di una persona di cui mi fido o che temo, mettendo via il mio pensiero, le ricchezze della mia esperienza umana, lasciandomi passivamente convincere.
Quando si discute in genere qualcuno ha ragione e qualcuno ha torto. Qualcuno vince e qualcuno perde, ma non per la giustezza di ciò che si dice. Spesso vince il fatto di alzare la voce, e a perdere è la paura, silenziosa, di esistere. La paura delle conseguenze. Si può vincere grazie a prepotenza e cocciutaggine, e perdere per pigrizia, per la non voglia di tirare fuori da sé l’energia necessaria a una discussione. Ma questo non è dialogo. È usare le parole o scegliere di non usarle, all’interno di giochi di potere, calcolando tornaconti personali. Non è malafede, ma abitudini malate. L’abitudine a pensarsi soli. O superiori. O inferiori. O incomprensibili al mondo. Incapaci di emergere dalla mancanza di coraggio.
Per dialogare non bastano le parole. Non sempre chi parla è in grado di far nascere un dialogo vero tra le persone. Serve altro. Serve un desiderio aperto, pulito, potente – non autoritario. Un desiderio che costringa la voglia di sopraffare a tacere, e la paura di dire a esporsi.
Amo amare, e scelgo di farlo perché questo mi fa sentire libertà e vita, mi fa guardare avanti. E tornano le parole, tornano i silenzi, quelli dell’ascolto, quelli necessari per lasciare spazio agli altri di esporsi.

Dialogare è una sfida, ma non contro qualcuno. È una sfida contro la propria resistenza ad aprirsi agli altri, donarsi senza avarizia o secondi fini, con attenzione, parole, tenacia, desiderio. Non significa simulare pace né pretendere di essere ascoltati. Ma donare tutto quanto si ha: punti di vista, esperienze, tempo, ascolto. Mettere tutto in circolazione con la fiducia che ogni cosa viaggerà, anche se le risposte non saranno immediatamente belle o pacifiche, anche se le risposte possono mettere in crisi le certezze.»

- Manuela! …Manuela? Dove sei? Voglio leggerti delle cose interessanti!
- Uffa, Enrico! Sono in bagno… Sto lavandomi i capelli, non dobbiamo uscire?
- Allora mentre tu fai lo shampoo, io leggo. Va bene?
- E quando accenderò il fon?
- Manu, dai! …Intanto inizio a leggerti qualcosa, no?
- Ok…
- L'argomento è il “dialogo”. Un articolo io l'ho già letto, proseguo con te… Ascolta…
«Un dialogo è qualcosa in cui si capita, in cui si viene coinvolti, dal quale non si sa mai prima cosa “salterà fuori”, e che si interrompe non senza violenza, perché c’è sempre ancora altro da dire... Ogni parola ne desidera una successiva; anche la cosiddetta ultima parola, che in verità non esiste».
Che ne dici? Non è interessante? …Continuo:
«Questa recente affermazione del filosofo tedesco Hans-Georg Gadamer esprime quella che, in una parola, è la caratteristica principale del dialogo: l’imprevedibilità.

Il dialogo è una questione di cuore, non di strategia. Dialogare non è convincere, comandare o insegnare, forme di comunicazione a senso unico, che puntano a ottenere “quel” preciso risultato. È l’opposto dello scambio basato sui rapporti gerarchici, e sull’oppressione. In un dialogo nessuno ha il monopolio della verità e non ci sono criteri di verità assoluti. Dialogare significa lavorare sui fraintendimenti, significa mutualità, condivisione e reciprocità. Il dialogo nasce quando c’è l’accettazione dell’altro/altra, il riconoscimento di una pari dignità delle persone senza pretesa di certezze e verità assolute a favore della relazione intersoggettiva.
Entrare in un dialogo significa entrare nell’incertezza di un gioco il cui risultato finale non è prevedibile dall’inizio. In un vero dialogo, non possiamo controllare l’altro, le domande che ci porrà, le domande implicite che le sue risposte faranno sorgere in noi e modificheranno di continuo il rapporto con i nostri pregiudizi e quindi il nostro orizzonte del presente».
- Sì, interessante… Ora devo accendere il fon, finiamo dopo?
- Manu, solo due righe ancora, poi lo finisco da solo… Ci vuole un attimo, senti:
«Il dialogo è una relazione creativa.»
… Pensa Manuela, ci vuole creatività per dialogare! E poi:
«È il modo del filosofare, per Socrate, la via lungo la quale si sviluppa la ricerca. È libertà, apertura di nuovi orizzonti, di nuove idee, un processo in continua evoluzione. La creatività fiorisce se si aprono il cuore e la mente: comprendendo le motivazioni di ciascuno, si scoprono nuovi spazi di confronto e si cercano nuovi punti di contatto.»
…Quindi è ricerca, è ampliamento, arricchimento! Non è voler convincere l’altro del proprio modo di pensare e quindi limitarlo entro i propri confini mentali!
- Enricuccio? Se tu non vuoi che facciamo tardi per uscire, adesso devo accendere il fon! ...Certo, però! ...Effettivamente... che caso quest'articolo subito dopo la nostra discussione, eh!
- Perciò volevo leggerlo con te!
- Va bene, lo concludiamo dopo… Tu sei pronto?
- Sì, sì… Ah, senti qui, parla della lotta nonviolenta portata avanti da Gandhi:
«C’è una fondamentale peculiarità nella nonviolenza: puntare sulle qualità e non sui difetti dell’avversario. Parlare e agire non per provocare sofferenza bensì riflessione.»

- Accendo il fon, ma ti voglio molto bene. Sloggia!
Enrico sorrise e tornò alla poltrona. Gli occhi scorsero ancora alcune righe sull’articolo che aveva interrotto.

«…Presupposto fondamentale del dialogo è l’empatia, che è la capacità che hanno gli esseri umani di capire il mondo dall’esperienza soggettiva dell’altro. Essere in grado di ascoltarlo e di capire il suo mondo soggettivo, comprendere il suo punto di vista mettendoci da parte, cercando cioè di non filtrarlo attraverso il nostro modo di vedere le cose. Il colloquio tra due individui a cui manca il senso dell’altro potrebbe apparire un dialogo, ma in realtà è un semplice scambio di dichiarazioni unilaterali. Viene a mancare inevitabilmente la comunicazione».
- Enrico? … Io sono pronta! Andiamo?
- Un secondo, senti…
- Eh, no! Infilati le scarpe ora! …Dà qui, dove sei arrivato? Hai usato anche l’evidenziatore? ...Deduco che sia dal punto ancora in bianco!
Allora:
«Secondo il filosofo Giuliano Pontara, una caratteristica di una personalità aperta al dialogo è il “fallibilismo”, un atteggiamento spirituale mutuato dall’ambito scientifico secondo cui un individuo che vuole veramente dialogare deve essere sempre disponibile a mettersi in discussione.» …Questo sei tu, no? Infatti sei sempre pronto a metterti in discussione!
- Manuela? Stai provocandomi? …Ho le scarpe, possiamo andare. Porta la rivista, la leggiamo in auto.
- Sì, finisco il rigo, lo avevo interrotto:
«L’opposto del fallibilismo è il dogmatismo.»
- Andiamo, scendiamo in garage. …Io non sono dogmatico!
- Ah, no? Non vuoi mai nulla fuori posto, secondo te la vita è solamente come la intendi tu... Vuoi il matrimonio, per esempio, mentre per me si può convivere senza contratto!
- Manuela…manca molto alla fine dell’articolo? Dai, leggi mentre guido, per piacere!
- Ok. Leggo. …
«Base di partenza per parlare con gli altri è la capacità di parlare con noi stessi, per comprendere profondamente le motivazioni che ci spingono a sostenere quella o questa posizione. Essendo consapevoli che il nostro linguaggio, il nostro bagaglio esperienziale e le nostre strutture mentali non sono assoluti, ma legati alla nostra cultura e alle nostre tradizioni.»
…Incredibile! Si conclude così! …Stavamo appunto parlando del valore che tu dai al matrimonio…
- Ah, Manuela, se riuscissimo a trasformare questa lettura in qualcosa di concreto fra noi!
- Già! ...Se tu vuoi il matrimonio e io no, quale può essere la soluzione arricchente che prende in considerazione i nostri diversi punti di vista senza scontri?
- Facciamo una cosa, Manu... Godiamoci la serata, poi quando torneremo a casa faremo l’amore! Vedrai che ci verrà un’ispirazione!
- Molto spiritoso e costruttivo!
- Come sei bella! Non ti avevo ancora guardata…
- Gradevole questo dialogo, continua pure…
- In effetti, perché vivere secondo delle regole? È così bello inventare…
- Enrico? Attento, le calze si possono smagliare…
- Che importa? Andiamo a cena con le calze smagliate, perché essere tutti perfetti? Lasciati accarezzare!
- Ti adoro quando molli gli ormeggi…


(*)
Gli articoli riportati sono stati estratti dalla rivista "Buddismo e Società" (dal Numero Speciale sul Dialogo, anno 2002) =


Il post qui sotto è un articolo (2006) quasi integrale che segue lo stesso argomento:

""" Per Esprimermi Senza Offenderti """


Giornalismo di Pace.
Intervista a Pat Patfoort, antropologa e dottoressa in biologia umana.

Secondo la sua teoria, la nonviolenza e la violenza hanno origine da situazioni in cui sono presenti punti di partenza (caratteristiche, comportamenti, opinioni, punti di vista di due persone o gruppi di persone) diversi che, se si lasciassero coesistere l'uno accanto all'altro senza associare loro giudizi di valore, non rappresenterebbero un problema.
Purtroppo, come mostra Pat e come è facile osservare e sperimentare nella quotidianità, il modo solito e diffuso di affrontare questi fattori o punti di partenza diversi è il modello Maggiore-minore o modello M-m: ciascuno cerca di presentare il suo punto di vista, o comportamento, o caratteristica, come migliore di quello dell'altro. Ognuno cerca di porsi nella posizione M e di porre l'altro nella posizione m.
Nel modello M-m si usano argomentazioni che hanno la funzione di mettere se stessi dalla parte della ragione, e che è possibile raggruppare in tre tipi:

  • 1. argomentazioni positive: si cercano aspetti positivi del proprio punto di vista per dargli valore;
  • 2. argomentazioni negative: si citano aspetti negativi del punto di vista dell'altro per sminuirlo;
  • 3. argomentazioni distruttive: si cercano aspetti negativi dell'altro per sminuire la persona.
Attraverso tali argomentazioni ciascuno cerca di rafforzare il proprio punto di vista in opposizione all'altro, con l'obiettivo di prevalere.
Il modello M-m è così alla base della violenza, alla sua radice. È certamente naturale volersi difendere, voler sopravvivere, ma ciò può avvenire non necessariamente ponendo l'altro in posizione di inferiorità. Il modello M-m è solo uno dei modi possibili e forse il più facile. È però così comune e diffuso che si ha l'impressione che sia l'unico o quello più naturale.

Un altro modo di affrontare una situazione di partenza con due punti di vista diversi è il modello dell'Equivalenza o E. Questo è il modello che sta alla base della nonviolenza. Esso fa sì che ci si possa difendere ma non a spese di altri, contro qualcuno o in modo offensivo, come nel modello M-m.
Con il modello E ci si concentra sui fondamenti, che sono i fattori che soggiacciono ai vari punti di vista: motivazioni, bisogni, interessi, obiettivi, valori. Elementi sia emotivi, sia razionali. Ci si preoccupa di far emergere ed esplicitare i fondamenti, che spesso non sono espressi e di cui le persone non sono neppure consapevoli, e li si considerano tutti sullo stesso piano, senza dare giudizi di valore.
Per adottare un atteggiamento equivalente (E) verso gli altri, infatti, è indispensabile valutare i fondamenti di entrambe le parti: da una parte esprimere i propri in modo chiaro, dall'altra aprirsi a quelli dell'altra persona, ascoltarla, accettarla. A partire dalla raccolta di tutti i fondamenti è possibile trovare soluzioni che soddisfino entrambe le parti.

A seconda che si segua il modello M-m o il modello E, la soluzione di una divergenza di opinioni è completamente diversa: nel primo caso si tratta di un sistema bidimensionale in cui ci sono solo due possibilità, ha ragione uno o l'altro, nel secondo ci sono tante soluzioni che si creano sulla base della raccolta di tutti i fondamenti presenti nel conflitto, sia di una parte sia dell'altra.

Pat Patfoort si è avvicinata alla nonviolenza e ha elaborato il metodo dell'equivalenza partendo dalla sua storia personale e dal suo ruolo di madre.

L'abbiamo incontrata a Torino i primi di dicembre dello scorso anno in occasione del convegno "La mediazione: dal livello interpersonale al livello internazionale" organizzato dal Centro Studi Sereno Regis, e l'abbiamo intervistata.
Quali sono i momenti salienti che l'hanno condotta all'esperienza attuale di mediazione dei conflitti?
Tutto è partito dalla mia educazione: non ho mai tollerato il fatto che ci fosse incoerenza tra ciò che gli adulti chiedevano di fare ai bambini e ciò che essi stessi facevano, e ho desiderato fin da bambina di non riprodurre lo stesso comportamento, quando fossi stata a mia volta madre. Volevo trovare delle risposte per fare altrimenti.
Ho inoltre vissuto un dramma familiare quando avevo diciannove anni: mio padre se ne è andato con una donna della mia età e non è mai più tornato a casa. La mia relazione con lui non si è interrotta ma, visto che mia madre soffriva moltissimo, per anni ho considerato lei una vittima e mio padre un mostro. Solo successivamente ho capito che le cose erano molto più complesse rispetto a come le avevo interpretate inizialmente e che piuttosto che una vittima e un carnefice entrambi erano vittime, vittime di una certa educazione, vittime di un certo modo di comunicare...
Mi sono preparata alla nascita dei miei figli da tutti i punti di vista: biologici, psicologici ed educativi, ho approfondito le mie intuizioni con studi teorici, ma ho anche riflettuto sulla mia esperienza, aprendomi all'influenza di altre culture e cercando di mettere in relazione tutto ciò che avevo imparato in Occidente e in Africa.
La mia famiglia d'origine mi ha sempre scoraggiato rispetto al modo in cui intendevo educare i miei figli, mi dicevano che non era possibile ciò che invece ho poi sperimentato come normalità in Africa Occidentale, Mauritania, Burkina Faso, Senegal, dove ho vissuto per alcuni anni con mio marito e dove sono nati i miei figli.
Può spiegarci concretamente come funziona il metodo dell'equivalenza?
Ecco un esempio.
Scuola materna, in classe. Stefano e Giulio stanno litigando per una macchinina rossa.

«È mia!» urla Stefano. Afferra la macchinina con la mano e sta sulle punte dei piedi per tenerla più in alto possibile in modo che Giulio non possa toccarla.
«No, bugiardo! È mia!» ribatte Giulio, urlando mentre tira i capelli a Stefano.
La maestra può intervenire in diversi modi. Consideriamo quelli che ci sono più familiari:
  • 1. la maestra interrompe il litigio fra i bambini sottraendo a entrambi la macchinina finché non sarà chiarito a chi appartiene;
  • 2. la maestra intima ai due di non litigare e allontana fisicamente l'uno dall'altro, dando loro compiti in luoghi diversi della classe;
  • 3. la maestra sanziona Giulio per il fatto che sta tirando i capelli a Stefano.
In tutti e tre i casi la maestra affronta il conflitto con l'approccio M-m e in questo modo non lo affronta veramente, non lavora verso la soluzione. Si pone come obiettivo l'interruzione della lite, allontana i due compagni l'uno dall'altro o dà la colpa a una delle due parti. Nel primo e nel secondo caso entrambi si sentono in posizione m, nel terzo una delle due parti. Questo condurrà a ulteriori escalation o catene della violenza.

Nell'approccio E, invece, la maestra non cerca di tacitare il problema il più rapidamente possibile fin dall'inizio, allontanando i bambini l'uno dall'altro o togliendo l'oggetto del contendere dalla situazione. Non cerca neanche di dare la colpa a qualcuno, né di mettere qualcuno in posizione di minore nei confronti dell'altro. Al contrario si sforza di introdurre e sostenere l'Equivalenza fra i due bambini. Quindi parla a entrambi insieme, non solo a uno dei due, chiede a entrambi cos'è successo e non focalizza l'attenzione solo sull'ultima parte del litigio.
Ascolta i due bambini allo stesso modo, e considera le spiegazioni di entrambi, i loro fondamenti, anche se inizialmente non combaciano. Poi cerca di metterli insieme e, magari si può scoprire che entrambi hanno detto la verità e non che uno dei due ha mentito (come sarebbe pensabile di primo acchito) in quanto entrambi hanno ricevuto in regalo la stessa macchinina ed entrambi l'hanno portata a scuola. Si aprirà lo spazio per cercare la macchinina mancante e ricomporre la relazione tra i due. Se la maestra non avesse seguito il processo dell'equivalenza, ma avesse validato la versione dei fatti che le sembrava più convincente, avrebbe accusato ingiustamente qualcuno dei due di mentire o, altrettanto ingiustamente, lo avrebbe punito.
Quanto spesso accade questo?

E quanto spesso i conflitti, a tutti i livelli, vengono negati, fuggiti o "risolti" velocemente?
Stare nel conflitto è certamente difficile e richiede l'impiego di tempo ed energia, ma i frutti dal punto di vista della sanità delle relazioni sono assicurati.

Il punto forte del suo modello sembra essere quello di offrire un'alternativa, e i suoi workshop, le sue mediazioni sono delle occasioni per praticarla. Vuole dire qualcos'altro?
È importante per me dare un messaggio di speranza. Quando lavoro, soprattutto con i giovani, spesso mi dicono che è impossibile per loro comportarsi in un modo diverso da quello che hanno sperimentato fino a quel momento. È terribile che i giovani non abbiano la speranza di poter vivere diversamente, di poter comunicare in un altro modo, la speranza di uscire dai ruoli conosciuti.
Vorrei che le persone potessero dire: «Il sole esiste ancora!», sperimentare che c'è qualcuno che dà loro rispetto, che si comporta in un'altra maniera; vorrei che pensassero che anche loro possono fare la stessa cosa.

È chiaro che comportarsi sempre in modo equivalente non è ancora possibile, ma ciò non vuol dire che sia impossibile.

Si tratta di fare esercizi per sperimentarsi nell'equivalenza. La cosa importante è riconoscere i meccanismi della violenza, ricaderci è normale perché siamo stati educati in questo modo. Ma rendersene conto e capire che stiamo facendo un errore è il primo passo, si tratta poi di fare tanti esercizi per non sbagliare più.
(da: "Buddismo e Società", gen/feb 2006)


  • Bibliografia: