11 agosto 2008

SetteSetteZeroSette/OttoOttoZeroOtto


Inseguiva pensieri vaganti sull’estate, e nello scorrere di giornate assolate e appesantite dalla calura, s’era smarrita sul numero dei giorni ben definiti dal calendario.
Il nome dei giorni non era “lunedì, martedì, mercoledì…”, ma il loro appropriato numero nel mese. Ignorare in qual “posto” del mese si è, appaga un selvaggio senso di libertà, diviene uno spazio illimitato in cui muoversi, come da bambini non fa differenza se è domenica o lunedì, se è primo gennaio o trenta giugno.
Il primo gennaio, il principio d’un intero rinnovato anno da scalare, o il trenta giugno, limite di scadenza del mutuo da pagare.

Insomma, che giorno era? Ah, sì, il nove d’agosto...
Ma allora la sera precedente, quella particolare sera precedente, era stata l’8 agosto!

Sorrise incredula di fronte agli scherzi dell’universo.

Un anno prima, dopo vari tentativi d’appuntamento con la sua amichetta di vent’anni più giovane di lei, un sabato finalmente erano riuscite a combinare insieme per il mare. Silvia era una donna giovanile, ed Eva una ragazza brillante e simpatica con cui scambiava volentieri discorsi e tempo libero. Dopo sole, mare e spiaggia, c’era in programma un cinema serale.
Rincasando al tramonto, Silvia spalancò l’armadio per convincere Eva a restare nonostante indossasse solo un costume e dei pantaloncini. Tirò giù il suo guardaroba, e tra un vestito rosso, uno bianco, e uno nero, sfilarono davanti allo specchio per decidere. Eva scelse quello rosso in stile impero, Silvia optò per il nero dalle spalline sottili e il corpetto aderente.


Mentre cucinavano due hamburger e affettavano pomodori, Eva espresse il desiderio di sostituire al cinema una passeggiata sull’illuminato e variopinto Lungotevere dell’estate romana, pullulante di stand multietnici, pub e ristorantini tra gli affollati argini del fiume. Silvia non gradiva la confusione di Tevere Expò, ma si tuffò nella nuova idea di Eva aprendosi al cambiamento di programma. A questo ne seguì uno ulteriore quando il telefono della ventenne squillò e un amico le chiese cosa facesse in serata.
«Vado a Tevere Expò con un’amica».
Senza esitare lui s’aggiunse al duo, accordandosi per passare a prenderle.

Silvia era perplessa e riflessiva.
- Ma questo tuo amico… è Rocco? Quel ragazzo della Sicilia, legato ai tuoi parenti siciliani, di cui m’avevi parlato?
- Sì, lui. Evidentemente stasera è libero…
- Ok… ma penso non immagini che “la tua amica” non sia una coetanea… Sarà il caso d’avvertirlo che sono più grande?
- Dici? …E che faccio? Lo richiamo?
- Bè, forse è meglio! …Se poi si viene a creare del disagio?
- Ma cosa gli dico?
- …Non lo so… puoi dirgli “guarda che la mia amica non è una coetanea”… Poi deciderà lui se vuole uscire lo stesso con noi! …No?
- Va bene… allora chiamo!
Eva aveva afferrato il cellulare, si scambiarono ancora un’occhiata, e Silvia si persuase che avvisarlo di quella particolarità aveva del ridicolo.
- No, Eva, aspetta! ...Lasciamo stare, dai! Perché ghettizzarmi così? Usciamo e basta.
- Ma sì, infatti!

Finirono di cenare e tornarono ad abbigliarsi.
Ad Eva ora non piaceva come le stava il vestito rosso, decise per quello bianco.
Silvia s’infilò quello rosso sul nero provando per gioco. Da tempo non lo indossava.
Riflesse nello specchio, valutarono insieme che il rosso dava più luce al viso, così via il nero da sotto. Silvia si lasciò il vestitino stile impero mettendo ai piedi sandali dal tacco slanciato.
L’effetto, sulla pelle bronzea, era più che soddisfacente.
Quando giunse lo squillo del telefono erano pronte per scendere. Rocco aspettava dall’altro lato della strada, dovevano solo attraversare quel viale dove nel buio le auto sfrecciavano pericolosamente.
Silvia, pratica della strada su cui abitava, afferrò per un braccio Eva impaurita e gridante trascinandola in corsa nell’unico momento di pausa dello scorrimento. Con veloci falcate sui tacchi approdò ridente per lo spavento di Eva davanti a Rocco, che osservava la scena accanto alla sua auto.
Si diedero la mano presentandosi e sorridendosi divertiti.
In auto, Eva vicino a Rocco, Silvia sul sedile posteriore, iniziarono a chiacchierare scherzosamente, e nella spontaneità Rocco lanciò l’indagante domanda: «Come vi conoscete?».
Fu Eva a rispondere con serena nonchalance:
«Lei è la mamma della mia migliore amica».

«Ah… E come mai c’è la madre e non la figlia?», scoccò secca la freccia di Rocco, quasi irritato.
La risata di Silvia esplose nell’abitacolo.
«Ah, ah, ah! La figlia è in vacanza. ...Cos'è? "Indovina chi viene a cena"?»

L’atmosfera continuò ilare mentre arrivavano a destinazione. Silvia notò da subito che Rocco usava verso di lei modi giocosi, in linea col suo carattere intraprendente e da mattatore, senza lesinare interventi che sembravano celare mire di conoscenza oltre una semplice passeggiata sugli argini del Tevere. La faccenda l’intrigava, la serata nel suo insieme stava scivolando leggera e spensierata. Non dava eccessiva considerazione alle sue sensazioni, non poteva credere che un ragazzo tanto più giovane, fosse interessato a lei. Quelle erano solo avances goliardiche!
Si sedettero a un pub appollaiandosi su degli sgabelli attorno a una panciuta botte di legno, degna sostituta di banali tavolini. Rocco alla sua destra, Eva alla sua sinistra. Le battute e gli aneddoti si sussueguivano, e tra una risata e l’altra, mentre era intenta a raccontare, sentì il ginocchio di Rocco sfiorarla sul punto più profondo della schiena. Ebbe un sussulto interiore, le parole s’immobilizzarono sulla lingua, le idee si mescolarono nella testa, incespicò, perse il filo del discorso, cercò di non mostrare il turbamento, inseguì affannosamente il ricordo di ciò che stava eprimendo per riacciuffarlo senza dare a vedere a Eva, tanto meno a Rocco, che dubbi e smarrimento la stavano rapendo a causa d’un lieve tocco, che non capiva - e ciò le creava confusione - se intenzionalmente serviva per comunicarle qualcosa, o fosse dovuto alla logistica delle loro posizioni nell’impossibilità d’infilare le gambe al di sotto d’un tavolo e, quelle lunghissime di Rocco, girato completamente verso di lei, erano perciò finite posizionate dietro al suo sgabello.
Trascinando ripetutamente la vocale della congiunzione “e” in un prolungato e balbettante “eeeeee”, riuscì a recuperare il filo perduto, s’augurò che entrambi non avessero notato la sua ingenuità fanciullesca, e da quel momento prestò più attenzione ai modi di Rocco. Sottovalutati?

Quando s’avviarono per tornare, comprese che il tocco del ginocchio non era stata casualità. Di avances velate ne seguirono ancora e, ironia del destino, Eva accusò mal di testa chiedendo d’essere riaccompagnata, nella zona opposta alle abitazioni di Silvia e Rocco.
In auto Silvia sedette accanto a Rocco, Eva preferì il sedile posteriore.
La salutarono affidandosi al navigatore che in siculo sbraitava strade impossibili da prendere. Ridendo lo spensero, dirigendosi a zonzo nella notte calda e illuminata, fino allo scoppiar dei sensi.

Era il sette-sette-duemilasette.

Un souvenir immortalato dalla sua stessa data.


Durante l’anno che seguì Silvia conobbe un’altra Eva, sempre di qualche anno più giovane di lei, solo di poco.
Con la prima Eva non riuscirono ad accordarsi per una puntata al mare nell’estate duemilaotto. Ci andò con la seconda Eva, che abitava vicino a lei.

La vita va avanti, sempre.
Strade che si aprono a volte finiscono per smarrirsi in viottoli che vanno scomparendo nella selva, chiudendosi su se stesse, mentre altri sentieri appaiono ancora vergini.

L’Eva più grande, anche lei una donna del Sud, in procinto di partire le aveva proposto d’uscire insieme una sera.
Le giornate dei primi d’agosto si scandagliarono assolate e afose, anche quella, fino al tramonto e oltre l’imbrunire. Si fece tardi, i cinema nelle Arene erano omai iniziati, Eva suggerì a Silvia una passeggiata sugli argini di Tevere Expò.

Aggiunse: «C’è un mio amico che verrebbe con noi, per te va bene?»
Silvia non aveva nulla in contrario.


Nel pomeriggio, per vezzo, s’era provata il vestito rosso stile impero, ma aveva preferito la solita mini, quasi una seconda pelle, con un top dal velo leggero, sgargiante di giallo solare. Ai piedi dei sandali infradito senza tacco.
Raggiunsero il Tevere usando il tram, e lì incontrarono Guido.
Nel momento in cui Eva era intenta a scegliere e pagare il panino per la sua cena, arrivò fatidica la domanda: «Come vi conoscete?»
Fu Silvia a rispondere.
«Frequentiamo lo stesso corso di filosofia delle religioni».
Lui si mostrò stupito e interessato.
Parlarono a lungo di misticismo e di razionalità, poi dell’America e degli ortaggi, della matematica, e della vita in campagna fatta a misura d’uomo. Del bisogno d’essere in due per condividere un orto e una casa fuori città.

Guido le salutò al volo mentre il tram apriva le porte sulla fermata raggiunta in corsa.

S’era smarrita, Silvia, sul numero dei giorni ben definiti dal calendario. Nel silenzio riflessivo ripassava alla moviola i tasselli disseminati nell’ampio quotidiano.
Quella particolare sera precedente, dunque…
Rise incredula.
Il sette-sette-duemilasette era stata a Tevere Expò con Eva, dove aveva conosciuto Rocco.
L’otto-otto-duemilaotto era stata a Tevere Expò con Eva, dove aveva conosciuto Guido.

L’epilogo era diverso, ma i tratti del disegno tra le costellazioni nell’Universo sembravano scorrere beffardamente paralleli.

14 luglio 2008

“Felicità è vera soltanto se condivisa”

«Non dovremmo negare […] che l’essere nomade ci ha sempre riempiti di gioia.
Nella nostra mente è associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta, e la strada ha sempre portato a Ovest.»
Wallace Stegner


Mia madre racconta che quando ero piccola piangevo ogni notte, ed era mio padre che si alzava per cullarmi, per lei era impossibile decurtare il sonno. Come d’incanto, poi, quando nacque mio fratello smisi di piangere e iniziai a dormire.
Avevo tre anni quando mio fratello venne alla luce.
Non ho memoria del mio pianto, ma ricordo che vedevo ombre che s’allungavano sulle pareti e m’incutevano paura.
Quando nacque mio fratello ero eccitata per la novità, e seppure non potevo esserne cosciente, la gioia sconosciuta nel profondo era quella di non essere più sola. Ho un’immagine ben nitida, nonostante avessi solo 3 anni, l’immagine di quando di soppiatto mi fecero entrare in clinica, luogo del parto, e di quando mi nascosero dietro ad un paravento per non farmi scoprire dal medico in visita nella stanza. Silenziosa e acquattata, da lì sbirciavo tra gli spazi aperti della stoffa plissetata, curiosa d’ogni movimento. L’emozione per la novità della nascita persisteva, mi sentivo elettrizzata per l’evento e per l’altrui euforia che percepivo sulla mia pelle e con naturalezza condividevo d’infantile spontaneità.
Ricordo che temevano che come primogenita fossi gelosa, mentre io ero felice. E se qualcuno ora me ne chiedesse il motivo, non saprei rispondere con le parole e le emozioni di quella bambina. Posso rispondere solo attraverso la conoscenza che ho maturato di me stessa.
Ero felice perché condividere è nella mia natura. È essenziale.
Il mio pianto notturno che improvvisamente cessò, anche se mia madre ne parla come fatto misterioso, ha il senso profondo della mia peculiare sensibilità.
Con mio fratello giocai volentieri e contenta finchè non iniziai a sentire che la sua presenza mi veniva imposta e che avevo l’obbligo -come sorella maggiore- d’occuparmene. Il disturbo per tale imposizione, che ebbe l’effetto di forgiare nel mio fratellino un carattere prepotente, finì per trasfomare la mia disposizione e il nostro stesso rapporto.


Ho pubblicato il post precedente definendolo solo una premessa.
«Felicità è vera soltanto se condivisa»

Quelle parole furono appuntate da Christopher McCandless su di un libro dopo la sua fuga dal mondo attuale, deformato dalla malattia di possedere, dalla corsa al benessere e al consumismo, da relazioni malate perché basate su dinamiche di conflitti e competizioni piuttosto che di coraggio affettivo; furono appuntate con le poche forze rimastegli a causa della denutrizione forzata, e nel momento di massima amarezza per aver compreso che il suo isolamento lo stava conducendo alla morte, non all’elevazione spirituale che lui aveva cercato attraverso il suo estremismo.

«Da due anni cammina per il mondo. Niente telefono, niente biliardo, niente animali, niente sigarette. Il massimo della libertà. Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada. Scappato da Atlanta. Mai dovrai fare ritorno, perché the west is the best. E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia climatica per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale. Dieci giorni e dieci notti di treni merci e autostop lo hanno portato fino al grande bianco del Nord. Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta.»
Alexander Supertramp maggio 1992

Christopher, 21enne nel ‘90, laureato a pieni voti, fugge da tutto: regala i suoi soldi, abbandona l’auto, cambia identità per non farsi trovare, si dà nome Alexander Supertramp. Viaggia per due anni lungo l’America, fino a realizzare il suo sogno. Vivere di niente e di natura nelle terre selvagge dell’Alaska.

Una storia vera, quanto gli appunti di Chris durante i suoi due anni di vagabondaggio e i mesi di permamenza nelle foreste dell’Alaska. Una storia che fa male ma che apre a molte riflessioni, e che ha evocato in me una parte che esistite, anche se non prepotente e selvaggia quanto quella di Chris.

«…C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...
... Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...»
Stralcio d’una lettera di Chris diretta a una persona conosciuta durante il suo vagabondare.

«Non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...»
Per il mio desiderio di libertà, di vita, di scoperte sempre nuove, questa è una verità. Un motto. Eppure non riuscirei a iniziare un’avventura da sola, necessito della condivisione.
Condividere tramonti, idee, sogni, e nuove tappe, condividere poesie della natura, sorrisi o silenzio.
Per condividere non occorre necessariamente essere stanziali, ovvero costruire famiglia, case, accumulare beni, avere un lavoro fisso…
E soprattutto: come si può basare la propria felicità unicamente sul proprio orticello tirato a lucido? Siamo veramente felici dopo aver raggiunto dei traguardi non condivisibili?

Le idee si susseguono, e questo post si riempie di pensieri che si muovono come nuvole, addensandosi per poi andare ciascuna per la sua strada sospinta dai venti.
Panta rei. Tutto scorre.



Ora in Italia condividiamo un grande disagio. Parlare di tramonti e sorrisi, di poesie e cambiamenti, d’un sole sempre diverso, e di riflessioni sulla felicità sembra un argomentare astratto, quasi da struzzi alieni della realtà che circonda.
Ho vissuto mesi difficili a causa di gravità condominiali. Situazione che non ha ancora visto esito. Improvvisamente mi salta agli occhi il parallelo tra il Condominio, microcosmo della società in cui la nostra vita respira, si muove, mangia, dorme, lavora, e l’Italia. Il nostro paese, il microcosmo del pianeta Terra.

Da giorni penso al post da scrivere.
Ieri ho vagato su qualche blog. Da Assu ho scoperto una lettera per Morgan. Da Morgan una lettera per Laura.
Leggendo della risoluzione di Morgan, delle sue difficoltà per vivere a Roma, ho pensato: “ma allora non accade solo a me!”
(stralcio del post di Morgan) «[…] Vedi, senza tanti giri di parole, quelle 400 o 500 euro al mese in più ti cambiano la vita, dall’andare al cinema […] dal fare un piccolo regalo ad un amico all’acquistare un libro voluminoso che osservi nelle librerie da mesi. E non mi metto neppure a raccontarti se lo scooter si rompe […] o al dente che ti fa male e devi recarti dal dentista. Per fortuna “risparmi” con un enorme fatica quelle trecento euro e te le spari tutte in un viaggio di quattro giorni, come è ovvio low cost dall’aereo all’ostello, tanto la carie può aspettare, altrimenti vai in depressione se non stacchi la spina.
I conti sono semplici: fra affitto di una stanza e bollette partono di certo 350-400 euro al mese, devi anche mangiare e acquistare i prodotti per le pulizie della casa ad esempio, 150-200 euro volano con grande facilità, paga la benzina o l’abbonamento ai tram, prendi una pizza e una bottiglia di vino per una cena fra amici e tutto diventa più chiaro. Ogni mese 550-600 euro al mese sono dilapidati e sono stato ottimista o comunque considerando una persona al minimo delle spese. Lavori per guadagnare meno di 1000 euro al mese o giù di lì […], da quella ingente somma devi fare uscire il vestiario (di bassa qualità evidentemente), […] uno sfizio al supermercato e non al discount, un libro, una ricarica al telefono cellulare e poco altro. Senza imprevisti, ovviamente, altrimenti è un dramma.
Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte.»

Ecco, condivido! Condivido ogni singola parola e difficoltà espressa. Non ho trent’anni come Morgan, né un lavoro precario, eppure mi servo dal discount per la spesa da quando la moneta corrente era ancora la Lira; non viaggio, non compro neppure vestiario (neanche quello a basso costo)! E sono anni che procedo a base di finanziamenti con restituzioni rateizzate.
«Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte». Si possono fare pogetti in un paese che è precario dalle sue radici politiche ai suoi debiti internazionali?

Sono adulta e le responsabilità non si contano, seppure ogni tanto ho bisogno di dimenticarle... Non posso fuggire, eppure lo farei molto volentieri.
Fuggirei dalla situazione del mio Condominio, dal mio posto di lavoro, e non dall’Italia che è meravigliosa, ma da questo Governo che ci sta massacrando come l’amministratrice sbagliata nel mio condominio.


Post-Macedonia.
L’8 luglio non ero al “No Cav Day” a piazza Navona, perché avevo staccato la spina a mio modo per prendermi una giornata di vacanza in bici per Roma (fino alla galleria Nazionale d’arte Moderna alla mostra di Schifano).
Ora ho recuperato i vari YouTube con il discorso di Sabina Guzzanti, di cui si fa un gran parlare.
Caspita! Violenta?
No! ci voleva! Ma si può continuare con Vizi Privati e Pubbliche Virtù? Finchè le cose non vengono pronunciate da un palco, in una pubblica piazza, da una singola persona –il cantastorie di turno- circolano comunque, e di battute, sarcasmo, e grevità ne scorrono a fiumi. Ma quando sono urlate e in argomentazioni che possono formare un quadro sintetico della situazione, come accade con quei giochini della Settimana Enigmistica in cui bisogna congiungere vari puntini formando il disegno, allora sono violente?
Nel momento in cui ho sentito pronunciare determinate cose sono rimasta stupita dal coraggio, mentre simultaneamente sorridevo divertita. Ma la risata non era per la satira. Quale satira? Godevo della verità finalmente dichiarata, realtà quotidiana taciuta, di come vanno le cose fra uomini e donne. E per la forza d’urto di quelle parole. Quando ho riascoltato una seconda volta mi sono accorta, guardando le immagini sulla folla, che gli uomini restavano seri, ma le donne, con volti divertiti e illuminati, ridevano!
(Citazione da "Krejcerova Sonata" di Tolstoj: «La schiavitù della donna consiste soltanto in ciò che gli uomini desiderano e credono onesto usare di lei come istrumento di piacere»)


Estratto da "Viaggio nel Silenzio/Chiare Lettere Blog", di Vania Lucia Gaito:
«La volgarità (ma si tratta davvero di volgarità?) di quella piazza era probabilmente non casuale, ma voluta. Serviva ad attirare l'attenzione, in un Paese come il nostro, vittima delle tecniche di comunicazione (si è sempre vittima di quello che non si conosce e non si sa utilizzare) usate da pochi per strumentalizzare i molti. Quella volgarità aveva la stessa valenza di uno schiaffo durante una crisi isterica: era terapeutica. Serviva a risvegliare una coscienza in coma.»
E ancora:
«Essere “pesante”, usando quelle parole “volgari” che poi tutti usano nella quotidianità fingendo di scandalizzarsi pubblicamente (scagli la prima pietra il fariseo che non ha mai urlato, detto o sussurrato un vaffanculo), è strumentale. E' l'unico modo per risvegliare l'interesse in questo ipocrita Paese. L'unico modo perchè il riflettore dei media si puntasse sugli avvenimenti di piazza Navona era proprio quello di “estremizzare” la forma. Così il comune cittadino, che normalmente usa internet per chattare e collegarsi ai siti hot (ma rigorosamente in privato, scandalizzandosi in pubblico per una parolaccia), informato dai giornali e dai TG delle volgarità in piazza, una volta tanto lo usa anche per informarsi. Perchè è inutile negarlo, la curiosità la vince. Cosa avrà detto la Guzzanti di così terribile? Vediamo, vediamo se lo trovo su youtube...»

Infatti, per me è andata proprio così.
E condivido. Condivido il modus di Sabina Guzzanti.

Condivido l’esasperazione.

Condivido la preoccupazione del vivere attuale e d’un futuro che mi dà ansia.

I parlamentari sono diventati la nobiltà da noi mantenuta. Da noi, popolino italiano, che non abbiamo più monete per arrivare alla fine del mese, che ci arrabbattiamo nel sopravvivere, tirando la cinghia ogni mese ed anno che passa, dallo scandalo di Tangentopoli che ha fatto saltare i castelli di carte, ad oggi, in cui la nostra Polis è un intreccio d’interessi e d’affari sporchi alla luce del sole.

Come ha detto Sabina Guzzanti:
“La rivoluzione non si fa al Centro Commerciale”.

(Citazione da Tolstoj: “Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima”)

Anche la Rivoluzione è da condividere.

Concludo tornando da dove sono partita.
Le parole di Tolstoj che fecero decidere a Chris di lasciare il suo isolamento erano sul libro “La felicità familiare”:
«Soltanto ora capivo perché egli diceva che la vera felicità sta solo nel vivere per gli altri. […]»

Sul libro “Il Dottor Zivago”, accanto a «Si accorsero allora che solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è vera felicità. […] Era questo che amareggiava più di ogni altra cosa», Chris scrisse:
“Felicità è vera soltanto se condivisa”.

29 giugno 2008

- premessa -



"Non è vera felicità
se
non si può dividerla
con qualcuno"

Tolstoj

(le immagini sono tratte dal film di Sean Penn:
"Into the Wild",
le riflessioni sono infinite
e sono solo una premessa...)

17 giugno 2008

«V» come Valore, «D» come Denaro o Denti


Camminava veloce, girò l’angolo del palazzo e quasi si scontrò con un uomo che stava per svoltare il medesimo angolo in direzione opposta. Lo travolse lanciata nel suo incedere lesto e deciso.

- Oh, scusi! – esordì facendo un passo indietro mentre l’uomo istintivamente aveva sporto le braccia in avanti per fermarla.
S’aprì ad un sorriso per far dimenticare la propria irruenza e con uno sguardo veloce al volto dell’uomo Marilina era in procinto di riprendere il passo marziale. Le pupille misero però a fuoco lineamenti conosciuti e sul viso del travolto si dipinse un’espressione stupita.
- Marilina… Ciao!

- Ah, ma guarda un po’! Sei tu! …Ciao!

- Come stai?-, fu il duetto sonoro delle voci all’unisono.
Sorrisero, poi risero.
Si fissarono con una pausa, e Marilina riprese:
- Dai, che mi dici?
- Niente di nuovo, la vita che conosci… e tu? Novità? …Ti sei sposata?
- Ah, ah! Sempre uguale, sempre la stessa domanda!
- Non eri tu quella che voleva un compagno, ma non un amante?
- Uffa… sono anni che non ci si sente, e ricominci da dove abbiamo lasciato?
- Ok! Che mi racconti? Le solite cose anche tu?
- Le solite? Macchè, ho una vita in pieno caos, ne stanno succedendo di tutti i colori…

- Ah,davvero? Racconta!
- Ma che ti racconto? È troppo tempo che non ci si vede, non saprei che dirti! Da gennaio ad oggi sono stati mesi d’eventi caotici… forse perché è un anno bisestile? O magari perché agli auguri di mezzanotte del 31 dicembre ho risposto: «Sarà sicuramente speciale!». Da allora la mia vita s’è trasformata in zolle di terra rivoltate da un aratro!
- Cioè? Cose brutte o belle?
- Guai! Sai cosa significa doversi occupare di un’infinità di roba da rimettere a posto? Sospesi, soldi che mancano, conti da fare, soldi da trovare, pratiche amministrative… Insomma! Il mio genere d’interessi, no? Senza più avere un attimo di tempo per altro!
- Direi il tuo esatto contrario!
- Infatti! E siccome sono in ballo in questo marasma di cose saltate in aria, ho deciso anche di mettere a posto la mia casa, dopo 7 anni che non lavavo le finestre, e 10 anni che non svuotavo gli armadi da vestiti che non uso più! …Una rivoluzione!
- Beh… conoscendo le tue scarse doti di donna votata all’ordine e agli affari casalinghi, non ti ci vedo proprio!
- Già, non mi riconosco. Sento l’esigenza di fare spazio, riordinare, riorganizzare, ripulire! Pulire la vita! Ogni tanto occorre farlo… Chissà, ora che ci penso, forse tutto è iniziato a causa dal dentista… un anno fa…
- Il dentista? Strana causa per questo processo!
- Ah, ah! Strane definizioni le tue!
- Che c’entra il dentista?- Eh, c’entra eccome! Erano vent’anni che andavo dallo stesso dentista, vent’anni! E negli utimi ho avuto svariati problemi ai denti, carie e devitalizzazioni, antibiotici e notti in bianco per il dolore! Lui m’è venuto incontro economicamente, capirai, erano vent’anni che mi curava! Ebbene, un anno fa, mentre ero sdraiata sulla poltrona aspettando che l’anestesia facesse effetto per devitalizzare l’ennesimo dente, lui ha iniziato ad accarezzarmi una coscia all’altezza dell’orlo della minigonna.
- Beh, normale, tu vai dal dentista in minigonna!
- Sei il solito uomo qualunque! Mi vesto sempre così, erano vent’anni che ero sua paziente. Quel giorno improvvisamente ha tentato delle avances! …E mica si fermava! Prima ripeteva «Dai, che tanto ho i guanti… », poi, quando ho smesso di lottare con le mani nell’idea d’evitare d’incitarlo maggiormente respingendolo, s’è tolto il guanto e ha continuato aggiungendo: «Senti che pelle liscia…»

- … E poi?
- Poi niente! Mi sono raddrizzata sulla poltrona, chiedendogli dove fosse l’assistente, e in quel momento è entrata, lui ha subito fatto l’indifferente. Il risultato è stato che dopo vent’anni ho cambiato dentista, e ho scoperto che mi ha curata nel peggior modo… Ho rischiato di perdere i denti! Il nuovo dentista mi ha presentato un conto da prestito finanziario, ma da allora ho sanato la situazione. Chissà... Sarà che dalla bocca la rivoluzione s'è estesa fino a riprendere la guida di cose lasciate andare? Mi viene in mente una vecchia canzone: «Finchè la barca va, lasciala andare…», te la ricordi? È un modo d'agire pessimo. Improvvisamente s'affonda! Così per la situazione economica e così per la Reggia degli acari dentro casa mia!


- Ah, ah! … Poi? …Tutto qui? Dentista e polvere?

- Oh, ma cosa vuoi che ti racconti in cinque minuti dopo tanto silenzio? Troppa distanza, non c’è gusto, in fondo a te che può importare dei fattacci miei?

- Potremmo rivederci una sera… Una birretta e quattro chiacchiere…


- Grazie! Carino l’invito, ma in questo caso cito il mio attuale dentista: «Chi non ha pane ha denti, e chi ha denti non ha pane».

- Non ti seguo…
- Preferirei avere denti e pane. Vedere te significa o non avere denti, o non avere il pane!
- Non sei affatto gentile, il mio era un invito affettuoso.
- Sì, come le mani del dentista sotto l’orlo della minigonna!
- Marilina sei sempre la solita stronza! Che bell’incontro scontrarsi con te!
- Non volevo essere aggressiva, forse dipende dalla mia virtuosa pulizia attuale… Mi avevi chiesto di raccontare, ma come si riprende un discorso interrotto improvvisando una continuità fittizia?
- Non so di che parli, ciao Marilina! S’è fatta una certa, devo andare!
- Sì, è vero, s’è perso tempo, è tardi! Ciao ciao…

09 giugno 2008

Buona giornata!


La mia lunga assenza dal mondo blogger mi rende ora difficile il ritorno...
Come ogni cosa della vita a cui si tiene: Mai mollare!
Riprendere è difficile.

Muovo i primi passi verso un ritorno, mentre preparo la voce per intonare ancora nuovi post.

Così per ora vi lascio delle parole non mie che ho incontrato stamattina, le sento incoraggianti e qui le appunto per tutti coloro che transitano!


Buona giornata!

"Jesse Owens, che vinse quattro medaglie d'oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936, qualche tempo dopo affermò che la vita interiore di un individuo è la vera Olimpiade. La vita in sè è un'Olimpiade in cui lottiamo ogni giorno per migliorare i nostri record personali".

[di Daisaku Ikeda, da "Giorno per giorno", ed. Esperia]

26 maggio 2008

dell'assenza.........................................


Lavori in corso!

...Tornerò!

Penso al mondo blogger, e mi dispiace essere assente,
perciò appaio anche solo per lasciare a tutti coloro che di qui ancora transitano,
saluti profumati e fiori colorAti!


Un abbraccio a Tutti!
dandapit

04 maggio 2008

°°° Intervallo °°°


Per ora ho solo rinnovato il template...
poi aggiornerò con nuovi post!
Saluti a tutti!

13 aprile 2008

« Intorno alle Abitudini IDIOSINCRATICHE»


Giulia, da «Il profumo del most(r)o selvatico» (Giulia è anche di «Se non ora quando»), mi ha invitata la scorsa settimana a partecipare a un Meme!

Meme non meme, m’ama non m’ama?

Evviva i Meme dei bloggers che, in linea diaristica ma anche ironica, inducono a parlare di sé stessi.

Il bello è che ieri anche Daniela di Odelance mi ha invitata a un altro meme, e così ora sono a quota due meme a cui dar seguito, e il brutto della faccenda sapete qual è? Che, fra persone già coinvolte nel medesimo Meme, persone che strada facendo hanno chiuso il blog, persone che - seppure non lo abbiano chiuso- lo hanno fermato, e in aggiunta a ciò metto in causa la mia stessa latitanza dalla blogosfera, ne risulta di trovarmi spaesata nell’individuare a chi rivolgere il mio invito, e per due meme di seguito, non uno soltanto!

Quindi lor signori bloggers che riceverete la nomination, non storcete il naso, non sbuffate per cortesia, oppure sbuffate pure -non posso impedirvelo-, ma col sorriso al proseguimento v’invito! Obbligo naturalmente non c’è!

Questo è il Meme sulle abitudini idiosincratiche, quindi eccole qui:
sei abitudini, come da Regola di Meme.

  • 1. Abitudine a non arrivare assolutamente in anticipo. Quindi tendenzialmente un'abitudine, fin da piccola, a fare tardi. La particolarità sta nel finire a correre imprecando e affannandomi –senza rendermene conto "puntualmente"- nell’ultima mezzora, quarto d’ora, cinque minuti, piuttosto che prepararmi con largo anticipo. È più forte di me! Ne risulta che vivo rincorrendo il tempo, facendo mille cose, anche fino all’ultimo istante.
  • 2. Altra abitudine che potrebbe essere collegata alla precedente, e che emerge sempre più, è quella di non voler mai andare a dormire la notte. Persino se sto crollando di sonno tendo a tirare con me stessa, come se non volessi chiudere la giornata, e continuo a vagare per gli spazi della casa. Il silenzio notturno diviene una dimensione fuori tempo che sento appartenermi completamente e in cui finalmente godo la mia libertà. Per questo è di notte che scrivo.
  • 3. Resto sul tema notturno: la terza è bermi dell'abbondante tea verde col miele, o una tazza fumante d'orzo-caffè all'americana amaro, quando ormai sto decidendo di spingermi a nanna (assolutamente non camomilla nè tisane, che detesto!). L’abitudine trasformata: forse una volta era un bicchiere di latte freddo. Il latte è uscito dalla mia vita, ma una bevanda prima di spegnere è rimasta! Per dare addio a un giorno finito.

  • 4. Fare assolutamente una doccia prima di varcare le soglie del mondo esterno. Anche se il mio corpo ha rifiutato il richiamo della sveglia restando come piombo nel letto ed è tardissimo, l'abitudine essenziale è buttarmi sotto la doccia. Unico modo per essere presente e cominciare un nuovo giorno lavando via ogni cosa del vecchio e potermi gettare in pasto a nuove ore d'una vita che comincia da lì. Dal getto dell'acqua sotto la doccia. Al contrario, quando la giornata è libera, il ritardare il momento della toilette coincide con l’abitudine al relax, l'insidiante abitudine al poltrire più estremo, allo stacco completo dalla frenesia quotidiana. Un’abitudine che odora di se stessi!
  • 5. Penultima, in coerenza con quanto enunciato (in fondo in fondo), e per chiudere il cerchio: l’abitudine a farmi passare ogni voglia di reagire e prendere in mano la situazione quando mi sento sopraffatta dagli infiniti impegni e cose da ricordare, portare avanti, fare, agire, andare, parlare, lottare, correre, appuntare, ricordare… Ecco: l’abitudine è quella di mollare. Passo sempre per questa fase, lenta, arrabbiata, tetra, prima di reagire e infine scattare.
  • 6. Ultima! Non poter fare a meno di catturare ogni particolare. Abitudine peculiare, cresciuta con me. Osservo e catturo particolari. Li catturo visivamente e nell’ascolto, catturo toni, suoni, espressioni, movimenti e piccoli gesti, inflessioni della voce, poi, attraverso i particolari, anche cronologici, ricostruisco stati d’animo, eventi, storie interiori. È un’abitudine? Fa parte di me.


Le regole:
  • Mettere il link della persona che ti ha nominato (fatto, all’inizio)
  • Mettere il regolamento del gioco sul proprio blog (sto facendolo)
  • Indicare 6 abitudini o particolarità, non importanti (già elencate)
  • Nominare 6 persone aggiungendo il link al loro blog e AVVISARLE.

  • Ed ecco qui i Nominati:

    1. Daniela (Odelance)- mia cara! Tu memi me, io memo te!!
    2. Daniele Passerini (22 Passi d’amore)- carissimo, tu sei un Blogger di super produzione!
    3. Rosex (Carnival Town) – lo so, hai poco tempo, ma ti coinvolgo lo stesso!
    4. Angelo (Kairos) – so che hai cambiato tutto da poco, non so se accetterai il meme, spero di sì!
    5. Lophelia (Fotosensibile) – e se le fotografassi le tue abitudini?
    6. Pier (Frammenti di Pierpioggia) – latitante anche tu, come me, ti invito al meme!

    Un saluto a tutti! @____@


07 aprile 2008

Mi manda ... Picone?


Quante vite abbiamo uomini e donne? Nove, come i gatti, o forse di più?

Un'esistenza che contiene infinite sfaccetature, ruoli cangianti, identità stratificate, un essere in trasformazione, ma anche un essere che è dolce e gentile con l’uno, aggressivo e insofferente con l’altro. Umani che nascondiamo le nostre fragilità, chi maggiormente, e chi in modo minore esponendo a rischio di sofferenza i propri sentimenti ed emozioni.

Così mi trovo ad attraversare il presente, lontana dalla primavera e dal garrito di rondini per un attimo captate nel cielo il primo d’aprile.
Lontana da passioni e da poesie, da racconti in cui lascio riflessioni sull’umano sentire.

Sono stata catturata da una tromba d’aria di fatti materiali e pratici, dai numeri, cifre in addizione e moltiplicazione, in percentuale, cifre di denari che escono senza tornare, denari rubati, denari senza i quali la vita è una pena colma di nuvole grigie. Nuvoloni pesanti che opprimono e spaventano col loro vento che fischia gelido, suggerendo che non ce la farai a giungere alla fine del mese…

Due anni fa, in un giorno di maggio, l’amministratore del Condominio se ne andò. Improvvisamente lasciò questa vita, e con essa Venticinque Condòmini allo sbaraglio, una moglie e un bimbo.
Arrivò una donna, alta, di bella presenza, nell’età di mezzo antecedente i fatidici “anta”, che col suo charme affascinò molti uomini, ophs, volevo dire: condòmini.

Da quei tempi il canone condominiale è raddoppiato, e se allora le rate d’un anno ammontavano a otto, ora sono dodici. I conguagli di chiusura esercizio sono state tombole, e alla fine del 2007 è stato chiesto a ciascuno un saldo fluttuante sui milletrecento/millecinquecento euro.

Guardavo i bilanci senza raccapezzarmi.
Cifre, tabelle, nominativi, millesimi, importi di fatture, e la testa che girava.
Capivo unicamente che non era possibile che il condominio fosse triplicato nel giro di 18 mesi!

Chiamai “K-a”, l’affascinante amministratrice new entry, e fui ricevuta nel suo studio al Centro di Roma. Mi accolse sorridente sui suoi tacchi da dieci centimetri, con una gonna nera dal vertiginoso spacco sulla lunga coscia, mentre dal suo raggiunto metro e ottanta con diplomazia e gentilezza mi diceva che ormai le spese si sarebbero abbassate. I conti sospesi dalla morte dell’amministratore erano terminati, certo, perchè lui aveva lasciato molti debiti, in più c’era il contenzioso con la Vedova, ma tutto era in mano al Giudice Tutelare che aveva congelato l’eredità. Sì, sapeva che c’erano persone in difficoltà, i pensionati si erano fatti aiutare dai figli, ma d’altronde in Italia tutto era aumentato, in special modo il Gas, e le rate condominiali erano troppo basse, l’altro amministratore non aveva chiuso i bilanci precedenti, altrimenti le avrebbe alzate lui!

Ecco come sono volati via in un turbine i primi mesi di questo 2008. Infilando il naso a forza in Consuntivi e Preventivi, iniziando a fare da Trade Union nel Condominio, a promuovere una sorta di carboneria interna, mentre si agiva per recuperare documenti e fatture reali.
Paladina di questo movimento una donna di 74 anni, mia madre, che pur non facendo parte del condominio si è dedicata nel ripassare al setaccio più e più volte i conteggi (a lei la matematica piace!), scoprendo così, con le fatture dell’Italgas alla mano, che “K-a” aveva arrotondato le spese del consumo di carburante quasi triplicandole, sia in consuntivo che in preventivo.

Al secondo match con “K-a” le feci notare che non poteva far pagare in preventivo una spesa mai effettuata.
Candida la sua risposta: “Ma quei soldi sono per l'importo, a fondo cassa, da restituire alla vedova!”.

Quale fondo?
Dove?
Non compare voce nei bilanci.

Improvvisamente, nel risveglio del Condominio Bell'Addormentato, emergono alla coscienza quesiti mai immaginati: “Perché siamo in contenzioso con la vedova? Come siamo arrivati alla causa legale?”


In realtà tali risvegli non sono avvenuti da sè.

In contatto con un altro amministratore, mi sono fatta guidare, prendendo appunti, sui diritti del Condominio e sul funzionamento amministrativo, e lungo tale sentiero sono giunta a porre la domanda ai miei colleghi condòmini.

Infine è scesa in campo Dandapit l’investigatrice che, arrivando a contattare la Vedova, è venuta a sapere che non esiste alcuna causa.
Tutto è fermo, in attesa d’una risposta che “K-a” non ha mai dato.
Il legale della Vedova era in procinto d’avviare la causa.

Perché non scrivo racconti poetici, ma lettere a condòmini e a vedove?
Perché mi trovo a prendere appunti al telefono con altri amministratori, invece di rilassarmi nel leggere un libro o i post dei miei amici bloggers? Perché il mio tempo è volato nello spiegare ai condòmini cosa sta succedendo?
Necessità fa virtù?
Se prima non capivo nulla di Amministrazione condominiale e Bilanci, ora ho abbandonato la poesia per dedicarmi alle relazioni sociali con i vicini di casa, che nel frattempo sono troppo impegnati per curare i propri interessi. Molti hanno pagato, altri no, nel malumore d'una situazione sospesa e sgradevole.

Sono a metà di questa navigazione di cifre e regole. Il giallo non è concluso, e non si concluderà a breve.

Dandapit per ora sta andando su e giù per le scale –senza ascensore- del suo condominio, a far firmare richieste per convocazioni urgenti d’assemblea, frenando l’ira davanti ai sorrisi di sufficienza del vicino della porta accanto, avvocato, che sa che i bilanci approvati ormai sono approvati.

L’Italia è fantastica!
Un popolo unito da Nord a Sud, e si sa che l'occasione fa l'uomo ladro!
... Ma oltre l'uomo, pure le donne...

Così è se vi pare...



(le foto,
ad eccezione del "Nudo" -di Francesca Woodman-,
sono «by danDapit»)