13 ottobre 2008

Certo che fa bene...


Poesia. Oggi, ieri, domani, ho bisogno della poesia.
Oggi torno alla poesia e attingerò non da me stessa, ma da altre parole incontrate che, con tocchi di pennello, delinenano immagini.

Senza poesia il mondo è grigio. Si spegne la speranza, si inaridisce il cuore, i suoni trovano il vuoto del nulla.

“Coltivare lo spirito poetico nella nostra vita
significa nutrire di speranza il futuro della Terra”
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)


Estratto da: “Il cuore è una piazza” - di Gianna Mazzini

Poesia.
Non è solo il modo in cui si accostano le parole, o in cui si costruiscono i versi a commuovere. Non è mai solo la metrica, il ritmo, la rarefazione delle parole nello spazio bianco.
È piuttosto il modo di guardare alle cose. Lo spirito poetico è un modo di guardare alle cose libero, sganciato da ogni schema.
Spirito poetico è parlare con un muro o con la luna sapendo che ascoltano.
Oppure dire dell'alba che è ansiosa, dare il buongiorno alla mezzanotte, desiderare il tramonto in una tazza. Quando vive lo spirito poetico, sono possibili tutti i discorsi, tutti i pensieri e tutti gli interlocutori.


I bambini sono poeti per natura. Perché guardano con meraviglia e si domandano tanti perché e hanno tutti un senso. Non ha ancora prevalso quella griglia rigida che divide quello che è sensato da quello che non lo è. Per i bambini non esiste solo quello che è ragionevolmente possibile. Per questo il cielo può essere di tutti i colori, nei disegni, e le case possono avere porte ovunque o da nessuna parte.
Bisognerebbe fare in modo che questo "spirito poetico" duri più a lungo possibile, che non sparisca quando si cresce, né quando qualcosa o qualcuno ci delude.
Perché lo spirito poetico aiuta ogni impresa umana.
Quando la poesia sta negli occhi di chi fa scienza, aiuta a scoprire cose mai viste prima; quando sta nel cuore di chi combatte un'ingiustizia risveglia e aumenta la possibilità di farcela.
È uno sguardo capace di legare quello che è fuori a quello che è dentro.
Capace di creare ponti fra le sensazioni e gli oggetti, di riempire lo spazio fra il buio e il "non so", tra il piccolo e il grande. Fa usare l'immaginazione come fosse calce e mattoni, per costruire il pezzo che manca. Porta conforto e incoraggia.
Non è mai una cosa di lusso, né dovrebbe essere privilegio di pochi; perché è piuttosto una cosa come il pane o l'acqua, un bene che si rivela necessario quando non c'è più altro, qualcosa che serve proprio nei momenti più difficili.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)



Estratto da: “Parlando di verità invisibili” - di Manuela Vigorita

Quello che credo è che le parole della poesia siano in grado di portare con sé la gioia di esistere. Che possano portarla in giro per il tempo e nei luoghi e nei cuori. Che sappiano ricordarla, ricordare quanto vale. Come le note, o una danza, un'armonia di colori.
In fondo anche oggi che sono sole in un libro e prendono vita solo se qualcuno le legge, anche oggi ci sono parole che portano con sé la memoria tutta.
Ti ricordano che esistere è qualcosa di più profondo del possesso, del successo, dell'avidità con cui spesso la vita si divora. Va al di là dei confini giuridici, spaziali, di razze o religioni. È la memoria della nostra umanità che sa vedere e abbracciare. Ogni essere, ogni persona, ogni cosa. Che sa far risuonare il particolare, persino il nulla. Sa riconoscere quando la vita canta felice ed è protetta e curata, quando gli errori fanno stragi di ricchezze e di popolazioni. Sa cosa dire.
Per questo ho sempre provato tanta gratitudine per chi scrive, chi dipinge, chi suona, chi dedica una vita a raccontarti qualcosa. Non perché siano sempre persone speciali.
Sono persone.
Coi loro difetti, i loro errori.
Ho però gratitudine per la loro ostinazione, per il loro cercare su di una strada infinita. Perché non si sono arresi. Per il dono che lasciano e che non sempre trova ascolto, non sempre trova fortuna o amore.
Perché mi ricordano che non c'è galera non c'è prigione in cui possa rinchiudersi la meraviglia dell'essere umano.


Ecco. Per me la poesia è uno di quei miracoli che mi fanno amare l'essere umano. Che mi ricordano quanta meraviglia possa esistere dentro ognuno di noi, uno per uno. Mi ricorda che non sono nata per fare guerre, accumulare beni, dettare leggi agli altri, inquinare i mari e le terre di arroganza con la mia cecità. Né per odiare chi mi è diverso, per cercare il potere o sostenerlo. Non sono nata per distruggere speranze, togliere orizzonti agli sguardi, far finta di niente di fronte al dolore. Non sono nata neppure per contare i miei beni come se fossero miei, né per tacere. Né per chiudere gli occhi o morire.

Sono nata per partecipare, con gioia. Per ricordarmi di essere insieme nella gioia della vita. Per sostenerla, farle omaggio e onore. Per arricchire gli altri di quel poco o quel tanto che ho.

Forse, come tutti, sono nata per continuare a cercare quella bellezza che ogni poeta, ogni musicista, ogni scultore, ogni artista, ogni persona che cerca davvero con tutta se stessa mi giura. Mi giura che c'è.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)




Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile restare incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e voler cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.


(“Certo che fa male” Karin Boye/1990-1941)

29 settembre 2008

Un tram chiamato Desiderio


Assentarsi a lungo dal blog significa intraprendere in seguito una lotta interiore per tornarvi e pubblicare un post.
Nuovo post. Rinnovamento, aggiornamento, vita e parole che continuano.
Si tratta di riaprire, riaprire finestre e comunicazioni, riaccendere dialoghi interrotti con un pubblico invisibile di cui non si sa se ancora è lì, se tornerà, o se, di tanto in tanto, si riaffaccerà.

Per me questo è il deterrente più condizionante, che mira a esasperare la mia latitanza, mentre dall’altra fa forza il dispiacere ad abbandonare la blogsfera, i suoi intrecci e le sue possibilità espressive.

Esordido con tale laconica premessa, mi tuffo ad aprire un nuovo post!


Ultimamente tendo a soffrire di claustrofobia, non una vera e propria patologia, piuttosto un'inclinazione caratteriale a vivere all’aria aperta e all’avventura che pian piano va riprendendo il sopravvento.
È mia natura chiedermi i motivi dei cambiamenti interiori, e se si volessero analizzare le concomitanze ci sarebbe da perdersi in meandri psicologici!
Saltando invece al concreto la realtà è che, trascorse un certo numero d’ore in ufficio, m'accorgo di patire mancanza d’aria. Una sensazione d'oppressione nettamente fisica. Mi sento stretta nelle mura dell’edificio, per di più l’estate quest’anno sembra si sia bruciata, non m'è bastata per vivere luoghi aperti.
Sole, mare, vastità.

Da qui si può dedurre la fatica a mantenere il contatto con la blogsfera e a dedicare i momenti liberi alla scrittura piuttosto che a spaziare nell'ambiente: in bicicletta, su una spiaggia, su un prato, o, altra attualissima novità, su per le montagne!

A luglio, passeggiando per le rive di Tevere Expò, notai uno stand con una coppia di ragazzi che avevano da offrire, sulla ridotta superficie del banco, unicamente dei depliant. Programmi escursionistici. L'attenzione fu catturata all’istante dallo stand essenziale e sgombro da folla, anzi, deserto.

Afferrate le brochures e meditate per i giorni a seguire, ho tentato di prenotarmi per delle gite in agosto, poi ci ho riprovato ai primi di settembre, ma per un motivo o per l’altro mai ho raggiunto l’obbiettivo.

Lo scorso sabato finalmente, a temperature ormai abbassate, sono riuscita ad arrivare all’appuntamento determinata come non mai.
Ore 7,30 a S. Giovanni.


Essere così mattiniera non è da me. Nel week-end, poi, è quasi scandaloso! Ma “Volere è Potere”.

Tanto è “Potere”, che inizio subito col piede sbagliato.
Calcolo un’ora di preparazione dal risveglio al momento d’uscire: la colazione, il pranzo al sacco, una doccia, le cose da infilare nello zaino… Ma la stanchezza gioca brutti scherzi, e finisco col puntare la sveglia non alle 5,50, bensì alle 6,50. Quando suona indugio a tirarmi fuori dal letto, brontolo con me stessa, poi con andatura da orso m’infilo in bagno.
Un occhio - l'altro è ancora chiuso - sbircia l’orologio accanto al lavandino e… sembra segni quasi le 7, no, mi sbaglio, non ci vedo… Guardo meglio… Sono le 7 meno cinque! NO!


Non so come ce l'abbia fatta in così breve tempo. Doccia, panino pronto, zaino preso in fretta e furia buttandoci dentro l'intera borsa quotidiana, senza il tempo per il passaggio degli oggetti, e alle 7,25 ero in auto!
Arrivo al traguardo con soli 10 minuti di ritardo. Ripeto: Volere è Potere.

I pasticci non finiscono.
Le “Prime Volte” sono da sempre quelle più difficili. Non si sa nulla di ciò che si sta per affrontare e brancolando nella nebbia ci si affida al caso, all’intuito, al desiderio di rompere il ghiaccio.
La sera prima avevo cercato di comporre l’abbigliamento adatto facendo affidamento sulla memoria d’un’escursione di luglio 2001, unica gita compiuta con associazioni che si dedicano alla montagna. Sulla scia del ricordo, e sprovvista d’un equipaggiamento da trekking, opto per un paio di jeans vecchi strappati su entrambe le ginocchia, e li adatto a bermuda sforbiciando laddove erano già strappati.
Una canottierina, un giacchetto, una felpina, un’altra felpa più pesante, le scarpe da trekking usate dalla figlia tredicenne agli scout, e via!

Incapace di valutare se fosse sufficiente, e troppo stanca per insistere, rimando la scelta d’altri indumenti alla lucidità della mattina.
Ed ecco lo sgambetto del destino nella sveglia.
Lanciandomi in corsa all’appuntamento, non ho aggiunto altro. Neppure un banalissimo, leggero ed essenziale k-way.


Arrivo trafelata e confusa sul luogo lasciando l’auto in seconda fila in prossimità d’un semaforo, scendo al volo con lo zaino abbracciato al petto, correndo verso il gruppetto degli escursionisti.
Non ero così in ritardo. Stavano aspettando un’altra persona che mai s’è aggiunta. Mi invitano a parcheggiare l’auto ché non c’è bisogno del mio mezzo.
Altra avventura trovare un parcheggio non a pagamento nell’area di S.Giovanni. Lo scovo a colpo di fortuna a Santa Croce, e da lì già inizia l’escursione per tornare verso S.Giovanni a piedi.
Il gruppo era esiguo: tre uomini, una ragazza che era la guida, e me.
Il contrasto fra il loro abbigliamento e il mio, a gambe nude dal ginocchio in giù, sembrava saltasse agli occhi, ma forte della mia incoscienza giocavo a rendermi indifferente (l’epilogo sarebbe: “necessità fa virtù!”).

In auto si parla d’esperienze di trekking.
Ascoltavo in silenzio, temendo il momento in cui avrei dovuto confessare che non mi cimentavo in escursioni da tempo, anzi, l’unica era stata 7 anni prima.
Il momento invece giunge, e così il mio raccontare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità!

La guida, seduta sul sedile anteriore, a quel punto si sporge indietro lanciando un’occhiata alla nudità dei miei polpacci e con gentilezza osserva: “Mi sa che avrai freddo… Sei venuta così?”

Facendo amicizia con Henry, l’uomo alla guida dell’auto su cui abbiamo viaggiato, ho poi saputo che vedendomi arrivare aveva pensato che avessi sbagliato gruppo e la mia meta fosse la spiaggia di Capo Cotta.
«Ti mancavano le infradito!»

Diretti sul Terminillo, ci fermiamo poco prima accanto a un grande albergo dove, oltre al bar per un caffè prima dell’escursione, vi è un negozio sportivo. Aperto.
Appena la portiera dell’auto si spalanca, una raffica gelida di vento m’investe. Il termometro segnava 6 gradi. E notoriamente il mio fisico non ha alcuna tolleranza al freddo.
Se fossi stata una strip da fumetto, avrebbero potuto disegnare la nuvoletta del mio immediato pensiero d'autentico Paperon de’ Paperoni, con occhi a registratore di cassa e numeri che vorticosamente girano mentre dollari alati prendono il volo!

Il gruppo s’infila con me nella bottega montanara per accompagnare l'obbligato shopping. In fretta e furia indosso un paio di pantaloni in saldo. Velluto a coste con pences sotto cintura, modello anni ’80. Mi fasciano fianchi e glutei, e corrispondono precisamente al colore bordò della felpa. Vado su e giù per il negozio, lesta, in cerca d’altro. Sotto al naso m'allestiscono pantaloni tecnici il cui prezzo è alle stelle. Stanzino, prova. Sono larghi. E la mia taglia? Arriva Henry con altre due paia: uno color mostarda, l’altro verde salvia. Mi decido.
In aggiunta è necessario per lo meno un k-way, nonostante a casa ne abbia già tre. La taglia d’adulto è troppo grande per me, sono costretta ad accontentarmi di quella da bimbo seppure le maniche arrivano a metà avambraccio.
Paperon de’ Paperoni va alla cassa. C’è poco da fare: o mangia la minestra o salta dalla finestra!

Bene, la sprovveduta escursionista è quasi pronta. Henry le offre in prestito un maglione di pile, poi delle scarpe da trekking che ha nel bagagliaio. Il numero sembra giusto, quelle fasciano la caviglia, sono scarpe serie! Intimorita dalla mia inesperienza sono ormai un'allieva che segue istruzioni.

Si parte dal Rifugio Sebastiani. Il vento schiaffeggia fortissimo.
Centauri cavalcanti possenti BMW fanno appena una sosta sulla strada, ma uno di loro viene buttato giù da una raffica di vento. Mentre qualcuno degli amici, compreso Henry, corrono in suo soccorso, un altro dei centauri non ce la fa a sostenere la moto e s’inclina lui pure, privo di forza per contrastare il vento. Osservo la scena da una postazione d'iniziale salita coprendomi come posso il viso con le mani mentre le raffiche ventose insistono e, senza crederci, finisco a terra anch'io! Lottando per riprendere l’equilibrio, tanto gli sguardi sono sul gruppo dei BMW, mi rimetto in piedi sperando che nessuno m’abbia vista.

Inevitabile chiedermi se ce la farò a raggiungere la cima del Terminillo, potrei fermarmi al rifugio di partenza e aspettarli. Ma la spesa per i pantaloni preme alla coscienza, non posso tirarmi indietro, devo sfidarmi.

Inizia l’avventura.
Arriverò sulla cima, a 2.216 metri, come testimoniano le foto da cui, fra occhiali, cappuccio, e baverino trattenuto dalle mani, di me s’intravede poco e niente (notare il k-way a metà avambraccio).


Henry sarà il Cavaliere dal nobile impegno d’incoraggiarmi e accudirmi, infatti non solo è colui che mi ha rifornito di maglione e scarpe, ma per l’intera escursione è stato l’angelo custode pronto a sostenere le perdite del mio equilibrio sui sassi, offrirmi fazzoletti per il naso gocciolante, tazze di caffè caldo dal suo thermos, energetiche barrette ai cereali, e perfino, da un certo punto in poi, i suoi guanti per le dita intirizzite tenute ritratte nelle maniche del felpone.

L’escursione è stata bellissima, soddisfazione probabilmente rafforzata dalle difficoltà superate. Dulcis in fundo, si sono aggregate al gruppo altre due ragazze conosciute sulla vetta, con cui, al termine dell’avventura, ci siamo uniti all’interno del Rifugio per riscaldarci.
Chi con un té accompagnato da torta alle more, chi con salsicce alla griglia!


Preferendo vita all'aperto e fatica fisica a quella cerebrale, ecco che almeno racconto il mio cimentarmi in arrampicate sui sentieri montani...

Ieri è stata la volta d'un'escursione sui Monti Cervia e Navegna, da cui spettacolare era il panorama sui laghi del Turano e del Salto, fra curve di monti all'intorno e sfumature cangianti di verde boscoso.

La natura è un respiro colmo di vita!

13 settembre 2008

Mail che si trasforma in post


Era una mail.
L'ho inviata alla quasi totalità dell'indirizzario, ed ora la trasformo in post.
Dieci minuti da dedicare al Pianeta Terra, spegnendo tutto ciò che possiamo spegnere... è un esperimento e mi chiedo: perché non farlo?

Tali proposte spesso sono accompagnate da commenti scettici: "Tanto non serve".

Ma chi lo dice?
Proviamo!
Cosa costa?

Quest'iniziativa, come altre simili, mi conducono a un unico punto: ME STESSA.
Ovvero: io parto da me.
Se ognuno partisse da sè, agendo perchè semplicemete lo ritiene giusto, goccia a goccia si formerebbe l'Oceano.

La mail che m'è giunta e ho inoltrato anche a persone che vivono in Venezuela, Svezia, Francia, che a loro volta invieranno a conoscenti in altre parti del mondo, era scritta in varie lingue.
E' un'idea che finalmente tiene conto della globalità in cui la nostra vita scorre, apprezzabilissima e perciò da divulgare!

Ora si tratta di condividere...


OsCuRiTà MoNDiAlE:
il 17 settembre 2008 dalle 21.50 alle 22.00.
Proponiamo di spegnere tutte le luci e gli apparecchi elettronici affinchè il nostro pianeta possa "respirare". Se ci sarà una risposta collettiva l'energia risparmiata sarà moltissima. Solo dieci minuti e vedremo cosa succede.
Stiamo 10 minuti nell'oscurità, prendiamo una candela e semplicemente fermiamoci a guardarla mentre il nostro pianeta respira.
Ricordate che l'unione fa la forza e internet ha molta influenza, può essere qualcosa di veramente grande.

Diffondiamo questa email e se hai amici che vivono in altri paesi fai girare anche a loro la notizia.

Grazie.



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Castellano:
Oscuridad mundial: En Septiembre 17,
2008 desde las 21:50 a las 22:00 horas.
Se propone apagar todas las
luces y si es posible todos los aparatos eléctricos, para que nuestro
planeta pueda 'respirar'.
Si la respuesta es masiva, la energía que se
ahorra puede ser brutal.
Solo 10 minutos y vea que pasa.
Si estamos
10 minutos en la oscuridad, prendamos una vela y simplemente la miramos
y nosotros estaremos respirando y nuestro planeta.
Recuerde que la
unión hace la fuerza y el Internet puede tener mucho poder y puede ser
aun algo más grande.

Pase la noticia, si usted tiene amigos que viven
en otros países envíeselo a ellos.


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English:
Darkness world: On
September 17, 2008 from 21:50 to 22:00 hours.
Proposes to delete all
lights and if possible all electrical appliances, to our planet can
'breathe'.
if the answer is massive, energy saving can be brutal.
Only 10 minutes, and see what happens.
Yes, we are 10 minutes in the
dark, we light a candle and simply
Be looking at it, we breathe and
our planet.
Remember that the union is strength and the Internet can
be very power and can
Even do something big.

Moves the news, if you
have friends to live in other countries send to them.

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Chinese:
黑暗的世
界:對2008年9月17日從21時50分至22:00 。
這是建議關掉所有電燈及可能的話,所有電器,使我們的星球可以'呼吸' 。
如果答案是
大規模,節能,可殘酷的。
只有10分鐘,並看看會發生什麼情況。
如果我們10分鐘,在黑暗中,成衣蠟燭和簡單的外觀和我們將呼吸和我們的星
球。
記得當時的聯盟是實力和在互聯網上可以有很大的權力和,甚至可以更大一些。
通過新聞.


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Portugues:
Escuridão
mundial: No dia 17 de Setembro de 2008 das 21:50 às 22:00 horas
propõe-
se apagar todas as luzes e se possível todos os aparelhos eléctricos,
para o nosso planeta poder 'respirar'.
Se a resposta for massiva, a
poupança energética pode ser brutal.
Só 10 minutos, para ver o que
acontece.
Sim, estaremos 10 minutos às escuras, podemos acender uma
vela e simplesmente
ficar a olhar para ela, estaremos a respirar nós e
o planeta.
Lembrem-se que a união faz a força e a Internet pode ter
muito poder e podemos
mesmo fazer algo em grande.

Passa a notícia,
se tiveres amigos a viver noutros países envia-lhes.


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Arab:
ظلام
العالم : على 17 سبتمبر 2008 من الساعة 21:50 الى 22:00
ويقترح حذف جميع
الانوار واذا امكن جميع الاجهزه الكهرباءيه ، ويمكن لكوكبنا 'تنفس'.

اذا
كان الجواب هاءله ، ويمكن الاقتصاد في استهلاك الطاقة وحشية.
خلال 10
دقائق فقط ، ونرى ما سيحصل.
نعم ، نحن على 10 دقائق في الظلام ، ونحن على
ضوء شمعة وببساطة
ان النظر اليها ، ونحن نتنفس وكوكبنا.
نتذكر ان
الاتحاد هو القوام وشبكة الانترنت يمكن ان تكون بالغة القوة ويمكن
حتى
تفعل شيئا كبيرا.
التحركات الاخبار .

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Français:
Darkness monde: Le 17
Septembre 2008 de 21:50 à 22:00 heures
Propose de supprimer toutes les
lumières et, si possible, tous les appareils électriques, à notre
planète peut 'respirer'.
Si la réponse est massive, les économies
d'énergie peuvent être brutales.
Seulement 10 minutes, et de voir ce
qui se passe.
Oui, nous sommes 10 minutes dans le noir, on allume une
bougie et simplement
Être regarder, que nous respirons et de notre
planète.
N'oubliez pas que l'union fait la force et l'Internet peuvent
être très électricité et peut

Même faire quelque chose de grand.
Déplace l'actualité.


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Greeck:
Σκοταδι κοσµο: Στις 17 Σεπ του 2008
απο 21:50 εως 22:00 ωρες
Προτεινει να διαγραψει ολα τα φωτα και αν
ειναι δυνατον, ολες τις ηλεκτρικες συσκευες, να πλανητη µας µπορει να
«αναπνεει».
Εαν η απαντηση ειναι µαζικη, η εξοικονοµηση ενεργειας
µπορει να ειναι κτηνωδης.
Μονο 10 λεπτα, και να δουµε τι συµßαινει.
Ναι, ειµαστε 10 λεπτα στο σκοταδι, θα αναψει ενα κερι και απλα
Να
εξεταζουµε, που αναπνεουµε και τον πλανητη µας.
Θυµηθειτε οτι η ενωση
ειναι η δυναµη και το Internet µπορει να ειναι πολυ δυναµη και µπορουν
να
Ακοµη κανουµε κατι µεγαλο.

Μετακινησεις την ειδηση, αν εχετε
φιλους να ζουν σε αλλες χωρες να στειλουν τους και τους.


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German:
Darkness Welt: Am 17 September 2008 von 21:50 bis 22:00 Uhr
Schlägt
vor, alle Lichter zu löschen und, wenn möglich, alle elektrischen
Geräte, die unseren Planeten kann 'atmen'.
Wenn die Antwort ist derb,
Energieeinsparung kann brutal.
Nur 10 Minuten, und sehen Sie, was
passiert.
Ja, wir sind 10 Minuten im Dunkeln, wir Licht einer Kerze
und einfach
Sei es bei der Suche, die wir atmen, und unseres
Planeten.
Denken Sie daran, dass die Gewerkschaft ist Stärke und das
Internet kann sehr Macht und können
Selbst etwas tun groß.

Verschiebt den Nachrichten.

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Russian:
Ночь на Земле: 17 сентября
2008 года с 21:50 до 22:00 часов отключите все огни, и, по возможности,
все электроприборы, чтобы наша планета могла спокойно 'подышать' хоть
10 минут.
В случае массового участия, этот проект приведет к огромному
сбередению энергии по всему земному шару. Всего только 10 минут, и вы
увидите как важен будет результат.
За эти 10 минут можно просто
посидеть в темноте, зажечь свечу и посидеть при ее свете. А за это
время наша планета успеет спокойно отдышаться.
Помните, что
совместное действие - это мощь, а Интернет - это великая сила, вместе
мы можем добиться очень многого.

Сообщи о нас другим!!!


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Dutch:
Darkness wereld: Op 17 September 2008 van 21:50 tot 22:00 uur
Stelt voor om alle lichten en zo mogelijk alle elektrische apparaten,
om onze planeet kan 'ademen'.
Indien het antwoord is enorm, de
energiebesparing kan worden wreder.
Slechts 10 minuten, en zie wat er
gebeurt.
Ja, we zijn 10 minuten in het donker, we licht van een kaars
en gewoon
Wordt kijken, we inademen en onze planeet.
Vergeet niet dat
de unie is kracht en het internet kan zeer macht en kan
Zelfs iets te
groot.




(p.s. Tutte le foto, eccetto per le Mongolfiere e i Tulipani, sono di Silvia Marmori)

11 agosto 2008

SetteSetteZeroSette/OttoOttoZeroOtto


Inseguiva pensieri vaganti sull’estate, e nello scorrere di giornate assolate e appesantite dalla calura, s’era smarrita sul numero dei giorni ben definiti dal calendario.
Il nome dei giorni non era “lunedì, martedì, mercoledì…”, ma il loro appropriato numero nel mese. Ignorare in qual “posto” del mese si è, appaga un selvaggio senso di libertà, diviene uno spazio illimitato in cui muoversi, come da bambini non fa differenza se è domenica o lunedì, se è primo gennaio o trenta giugno.
Il primo gennaio, il principio d’un intero rinnovato anno da scalare, o il trenta giugno, limite di scadenza del mutuo da pagare.

Insomma, che giorno era? Ah, sì, il nove d’agosto...
Ma allora la sera precedente, quella particolare sera precedente, era stata l’8 agosto!

Sorrise incredula di fronte agli scherzi dell’universo.

Un anno prima, dopo vari tentativi d’appuntamento con la sua amichetta di vent’anni più giovane di lei, un sabato finalmente erano riuscite a combinare insieme per il mare. Silvia era una donna giovanile, ed Eva una ragazza brillante e simpatica con cui scambiava volentieri discorsi e tempo libero. Dopo sole, mare e spiaggia, c’era in programma un cinema serale.
Rincasando al tramonto, Silvia spalancò l’armadio per convincere Eva a restare nonostante indossasse solo un costume e dei pantaloncini. Tirò giù il suo guardaroba, e tra un vestito rosso, uno bianco, e uno nero, sfilarono davanti allo specchio per decidere. Eva scelse quello rosso in stile impero, Silvia optò per il nero dalle spalline sottili e il corpetto aderente.


Mentre cucinavano due hamburger e affettavano pomodori, Eva espresse il desiderio di sostituire al cinema una passeggiata sull’illuminato e variopinto Lungotevere dell’estate romana, pullulante di stand multietnici, pub e ristorantini tra gli affollati argini del fiume. Silvia non gradiva la confusione di Tevere Expò, ma si tuffò nella nuova idea di Eva aprendosi al cambiamento di programma. A questo ne seguì uno ulteriore quando il telefono della ventenne squillò e un amico le chiese cosa facesse in serata.
«Vado a Tevere Expò con un’amica».
Senza esitare lui s’aggiunse al duo, accordandosi per passare a prenderle.

Silvia era perplessa e riflessiva.
- Ma questo tuo amico… è Rocco? Quel ragazzo della Sicilia, legato ai tuoi parenti siciliani, di cui m’avevi parlato?
- Sì, lui. Evidentemente stasera è libero…
- Ok… ma penso non immagini che “la tua amica” non sia una coetanea… Sarà il caso d’avvertirlo che sono più grande?
- Dici? …E che faccio? Lo richiamo?
- Bè, forse è meglio! …Se poi si viene a creare del disagio?
- Ma cosa gli dico?
- …Non lo so… puoi dirgli “guarda che la mia amica non è una coetanea”… Poi deciderà lui se vuole uscire lo stesso con noi! …No?
- Va bene… allora chiamo!
Eva aveva afferrato il cellulare, si scambiarono ancora un’occhiata, e Silvia si persuase che avvisarlo di quella particolarità aveva del ridicolo.
- No, Eva, aspetta! ...Lasciamo stare, dai! Perché ghettizzarmi così? Usciamo e basta.
- Ma sì, infatti!

Finirono di cenare e tornarono ad abbigliarsi.
Ad Eva ora non piaceva come le stava il vestito rosso, decise per quello bianco.
Silvia s’infilò quello rosso sul nero provando per gioco. Da tempo non lo indossava.
Riflesse nello specchio, valutarono insieme che il rosso dava più luce al viso, così via il nero da sotto. Silvia si lasciò il vestitino stile impero mettendo ai piedi sandali dal tacco slanciato.
L’effetto, sulla pelle bronzea, era più che soddisfacente.
Quando giunse lo squillo del telefono erano pronte per scendere. Rocco aspettava dall’altro lato della strada, dovevano solo attraversare quel viale dove nel buio le auto sfrecciavano pericolosamente.
Silvia, pratica della strada su cui abitava, afferrò per un braccio Eva impaurita e gridante trascinandola in corsa nell’unico momento di pausa dello scorrimento. Con veloci falcate sui tacchi approdò ridente per lo spavento di Eva davanti a Rocco, che osservava la scena accanto alla sua auto.
Si diedero la mano presentandosi e sorridendosi divertiti.
In auto, Eva vicino a Rocco, Silvia sul sedile posteriore, iniziarono a chiacchierare scherzosamente, e nella spontaneità Rocco lanciò l’indagante domanda: «Come vi conoscete?».
Fu Eva a rispondere con serena nonchalance:
«Lei è la mamma della mia migliore amica».

«Ah… E come mai c’è la madre e non la figlia?», scoccò secca la freccia di Rocco, quasi irritato.
La risata di Silvia esplose nell’abitacolo.
«Ah, ah, ah! La figlia è in vacanza. ...Cos'è? "Indovina chi viene a cena"?»

L’atmosfera continuò ilare mentre arrivavano a destinazione. Silvia notò da subito che Rocco usava verso di lei modi giocosi, in linea col suo carattere intraprendente e da mattatore, senza lesinare interventi che sembravano celare mire di conoscenza oltre una semplice passeggiata sugli argini del Tevere. La faccenda l’intrigava, la serata nel suo insieme stava scivolando leggera e spensierata. Non dava eccessiva considerazione alle sue sensazioni, non poteva credere che un ragazzo tanto più giovane, fosse interessato a lei. Quelle erano solo avances goliardiche!
Si sedettero a un pub appollaiandosi su degli sgabelli attorno a una panciuta botte di legno, degna sostituta di banali tavolini. Rocco alla sua destra, Eva alla sua sinistra. Le battute e gli aneddoti si sussueguivano, e tra una risata e l’altra, mentre era intenta a raccontare, sentì il ginocchio di Rocco sfiorarla sul punto più profondo della schiena. Ebbe un sussulto interiore, le parole s’immobilizzarono sulla lingua, le idee si mescolarono nella testa, incespicò, perse il filo del discorso, cercò di non mostrare il turbamento, inseguì affannosamente il ricordo di ciò che stava eprimendo per riacciuffarlo senza dare a vedere a Eva, tanto meno a Rocco, che dubbi e smarrimento la stavano rapendo a causa d’un lieve tocco, che non capiva - e ciò le creava confusione - se intenzionalmente serviva per comunicarle qualcosa, o fosse dovuto alla logistica delle loro posizioni nell’impossibilità d’infilare le gambe al di sotto d’un tavolo e, quelle lunghissime di Rocco, girato completamente verso di lei, erano perciò finite posizionate dietro al suo sgabello.
Trascinando ripetutamente la vocale della congiunzione “e” in un prolungato e balbettante “eeeeee”, riuscì a recuperare il filo perduto, s’augurò che entrambi non avessero notato la sua ingenuità fanciullesca, e da quel momento prestò più attenzione ai modi di Rocco. Sottovalutati?

Quando s’avviarono per tornare, comprese che il tocco del ginocchio non era stata casualità. Di avances velate ne seguirono ancora e, ironia del destino, Eva accusò mal di testa chiedendo d’essere riaccompagnata, nella zona opposta alle abitazioni di Silvia e Rocco.
In auto Silvia sedette accanto a Rocco, Eva preferì il sedile posteriore.
La salutarono affidandosi al navigatore che in siculo sbraitava strade impossibili da prendere. Ridendo lo spensero, dirigendosi a zonzo nella notte calda e illuminata, fino allo scoppiar dei sensi.

Era il sette-sette-duemilasette.

Un souvenir immortalato dalla sua stessa data.


Durante l’anno che seguì Silvia conobbe un’altra Eva, sempre di qualche anno più giovane di lei, solo di poco.
Con la prima Eva non riuscirono ad accordarsi per una puntata al mare nell’estate duemilaotto. Ci andò con la seconda Eva, che abitava vicino a lei.

La vita va avanti, sempre.
Strade che si aprono a volte finiscono per smarrirsi in viottoli che vanno scomparendo nella selva, chiudendosi su se stesse, mentre altri sentieri appaiono ancora vergini.

L’Eva più grande, anche lei una donna del Sud, in procinto di partire le aveva proposto d’uscire insieme una sera.
Le giornate dei primi d’agosto si scandagliarono assolate e afose, anche quella, fino al tramonto e oltre l’imbrunire. Si fece tardi, i cinema nelle Arene erano omai iniziati, Eva suggerì a Silvia una passeggiata sugli argini di Tevere Expò.

Aggiunse: «C’è un mio amico che verrebbe con noi, per te va bene?»
Silvia non aveva nulla in contrario.


Nel pomeriggio, per vezzo, s’era provata il vestito rosso stile impero, ma aveva preferito la solita mini, quasi una seconda pelle, con un top dal velo leggero, sgargiante di giallo solare. Ai piedi dei sandali infradito senza tacco.
Raggiunsero il Tevere usando il tram, e lì incontrarono Guido.
Nel momento in cui Eva era intenta a scegliere e pagare il panino per la sua cena, arrivò fatidica la domanda: «Come vi conoscete?»
Fu Silvia a rispondere.
«Frequentiamo lo stesso corso di filosofia delle religioni».
Lui si mostrò stupito e interessato.
Parlarono a lungo di misticismo e di razionalità, poi dell’America e degli ortaggi, della matematica, e della vita in campagna fatta a misura d’uomo. Del bisogno d’essere in due per condividere un orto e una casa fuori città.

Guido le salutò al volo mentre il tram apriva le porte sulla fermata raggiunta in corsa.

S’era smarrita, Silvia, sul numero dei giorni ben definiti dal calendario. Nel silenzio riflessivo ripassava alla moviola i tasselli disseminati nell’ampio quotidiano.
Quella particolare sera precedente, dunque…
Rise incredula.
Il sette-sette-duemilasette era stata a Tevere Expò con Eva, dove aveva conosciuto Rocco.
L’otto-otto-duemilaotto era stata a Tevere Expò con Eva, dove aveva conosciuto Guido.

L’epilogo era diverso, ma i tratti del disegno tra le costellazioni nell’Universo sembravano scorrere beffardamente paralleli.

14 luglio 2008

“Felicità è vera soltanto se condivisa”

«Non dovremmo negare […] che l’essere nomade ci ha sempre riempiti di gioia.
Nella nostra mente è associato alla fuga da storia, oppressione, legge e noiose coercizioni, alla libertà assoluta, e la strada ha sempre portato a Ovest.»
Wallace Stegner


Mia madre racconta che quando ero piccola piangevo ogni notte, ed era mio padre che si alzava per cullarmi, per lei era impossibile decurtare il sonno. Come d’incanto, poi, quando nacque mio fratello smisi di piangere e iniziai a dormire.
Avevo tre anni quando mio fratello venne alla luce.
Non ho memoria del mio pianto, ma ricordo che vedevo ombre che s’allungavano sulle pareti e m’incutevano paura.
Quando nacque mio fratello ero eccitata per la novità, e seppure non potevo esserne cosciente, la gioia sconosciuta nel profondo era quella di non essere più sola. Ho un’immagine ben nitida, nonostante avessi solo 3 anni, l’immagine di quando di soppiatto mi fecero entrare in clinica, luogo del parto, e di quando mi nascosero dietro ad un paravento per non farmi scoprire dal medico in visita nella stanza. Silenziosa e acquattata, da lì sbirciavo tra gli spazi aperti della stoffa plissetata, curiosa d’ogni movimento. L’emozione per la novità della nascita persisteva, mi sentivo elettrizzata per l’evento e per l’altrui euforia che percepivo sulla mia pelle e con naturalezza condividevo d’infantile spontaneità.
Ricordo che temevano che come primogenita fossi gelosa, mentre io ero felice. E se qualcuno ora me ne chiedesse il motivo, non saprei rispondere con le parole e le emozioni di quella bambina. Posso rispondere solo attraverso la conoscenza che ho maturato di me stessa.
Ero felice perché condividere è nella mia natura. È essenziale.
Il mio pianto notturno che improvvisamente cessò, anche se mia madre ne parla come fatto misterioso, ha il senso profondo della mia peculiare sensibilità.
Con mio fratello giocai volentieri e contenta finchè non iniziai a sentire che la sua presenza mi veniva imposta e che avevo l’obbligo -come sorella maggiore- d’occuparmene. Il disturbo per tale imposizione, che ebbe l’effetto di forgiare nel mio fratellino un carattere prepotente, finì per trasfomare la mia disposizione e il nostro stesso rapporto.


Ho pubblicato il post precedente definendolo solo una premessa.
«Felicità è vera soltanto se condivisa»

Quelle parole furono appuntate da Christopher McCandless su di un libro dopo la sua fuga dal mondo attuale, deformato dalla malattia di possedere, dalla corsa al benessere e al consumismo, da relazioni malate perché basate su dinamiche di conflitti e competizioni piuttosto che di coraggio affettivo; furono appuntate con le poche forze rimastegli a causa della denutrizione forzata, e nel momento di massima amarezza per aver compreso che il suo isolamento lo stava conducendo alla morte, non all’elevazione spirituale che lui aveva cercato attraverso il suo estremismo.

«Da due anni cammina per il mondo. Niente telefono, niente biliardo, niente animali, niente sigarette. Il massimo della libertà. Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada. Scappato da Atlanta. Mai dovrai fare ritorno, perché the west is the best. E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. La battaglia climatica per uccidere l’essere falso dentro di lui e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale. Dieci giorni e dieci notti di treni merci e autostop lo hanno portato fino al grande bianco del Nord. Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina sulla terra per smarrirsi nella foresta.»
Alexander Supertramp maggio 1992

Christopher, 21enne nel ‘90, laureato a pieni voti, fugge da tutto: regala i suoi soldi, abbandona l’auto, cambia identità per non farsi trovare, si dà nome Alexander Supertramp. Viaggia per due anni lungo l’America, fino a realizzare il suo sogno. Vivere di niente e di natura nelle terre selvagge dell’Alaska.

Una storia vera, quanto gli appunti di Chris durante i suoi due anni di vagabondaggio e i mesi di permamenza nelle foreste dell’Alaska. Una storia che fa male ma che apre a molte riflessioni, e che ha evocato in me una parte che esistite, anche se non prepotente e selvaggia quanto quella di Chris.

«…C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...
... Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...»
Stralcio d’una lettera di Chris diretta a una persona conosciuta durante il suo vagabondare.

«Non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso...»
Per il mio desiderio di libertà, di vita, di scoperte sempre nuove, questa è una verità. Un motto. Eppure non riuscirei a iniziare un’avventura da sola, necessito della condivisione.
Condividere tramonti, idee, sogni, e nuove tappe, condividere poesie della natura, sorrisi o silenzio.
Per condividere non occorre necessariamente essere stanziali, ovvero costruire famiglia, case, accumulare beni, avere un lavoro fisso…
E soprattutto: come si può basare la propria felicità unicamente sul proprio orticello tirato a lucido? Siamo veramente felici dopo aver raggiunto dei traguardi non condivisibili?

Le idee si susseguono, e questo post si riempie di pensieri che si muovono come nuvole, addensandosi per poi andare ciascuna per la sua strada sospinta dai venti.
Panta rei. Tutto scorre.



Ora in Italia condividiamo un grande disagio. Parlare di tramonti e sorrisi, di poesie e cambiamenti, d’un sole sempre diverso, e di riflessioni sulla felicità sembra un argomentare astratto, quasi da struzzi alieni della realtà che circonda.
Ho vissuto mesi difficili a causa di gravità condominiali. Situazione che non ha ancora visto esito. Improvvisamente mi salta agli occhi il parallelo tra il Condominio, microcosmo della società in cui la nostra vita respira, si muove, mangia, dorme, lavora, e l’Italia. Il nostro paese, il microcosmo del pianeta Terra.

Da giorni penso al post da scrivere.
Ieri ho vagato su qualche blog. Da Assu ho scoperto una lettera per Morgan. Da Morgan una lettera per Laura.
Leggendo della risoluzione di Morgan, delle sue difficoltà per vivere a Roma, ho pensato: “ma allora non accade solo a me!”
(stralcio del post di Morgan) «[…] Vedi, senza tanti giri di parole, quelle 400 o 500 euro al mese in più ti cambiano la vita, dall’andare al cinema […] dal fare un piccolo regalo ad un amico all’acquistare un libro voluminoso che osservi nelle librerie da mesi. E non mi metto neppure a raccontarti se lo scooter si rompe […] o al dente che ti fa male e devi recarti dal dentista. Per fortuna “risparmi” con un enorme fatica quelle trecento euro e te le spari tutte in un viaggio di quattro giorni, come è ovvio low cost dall’aereo all’ostello, tanto la carie può aspettare, altrimenti vai in depressione se non stacchi la spina.
I conti sono semplici: fra affitto di una stanza e bollette partono di certo 350-400 euro al mese, devi anche mangiare e acquistare i prodotti per le pulizie della casa ad esempio, 150-200 euro volano con grande facilità, paga la benzina o l’abbonamento ai tram, prendi una pizza e una bottiglia di vino per una cena fra amici e tutto diventa più chiaro. Ogni mese 550-600 euro al mese sono dilapidati e sono stato ottimista o comunque considerando una persona al minimo delle spese. Lavori per guadagnare meno di 1000 euro al mese o giù di lì […], da quella ingente somma devi fare uscire il vestiario (di bassa qualità evidentemente), […] uno sfizio al supermercato e non al discount, un libro, una ricarica al telefono cellulare e poco altro. Senza imprevisti, ovviamente, altrimenti è un dramma.
Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte.»

Ecco, condivido! Condivido ogni singola parola e difficoltà espressa. Non ho trent’anni come Morgan, né un lavoro precario, eppure mi servo dal discount per la spesa da quando la moneta corrente era ancora la Lira; non viaggio, non compro neppure vestiario (neanche quello a basso costo)! E sono anni che procedo a base di finanziamenti con restituzioni rateizzate.
«Risparmio zero, desiderio di progettare devastato alla fonte». Si possono fare pogetti in un paese che è precario dalle sue radici politiche ai suoi debiti internazionali?

Sono adulta e le responsabilità non si contano, seppure ogni tanto ho bisogno di dimenticarle... Non posso fuggire, eppure lo farei molto volentieri.
Fuggirei dalla situazione del mio Condominio, dal mio posto di lavoro, e non dall’Italia che è meravigliosa, ma da questo Governo che ci sta massacrando come l’amministratrice sbagliata nel mio condominio.


Post-Macedonia.
L’8 luglio non ero al “No Cav Day” a piazza Navona, perché avevo staccato la spina a mio modo per prendermi una giornata di vacanza in bici per Roma (fino alla galleria Nazionale d’arte Moderna alla mostra di Schifano).
Ora ho recuperato i vari YouTube con il discorso di Sabina Guzzanti, di cui si fa un gran parlare.
Caspita! Violenta?
No! ci voleva! Ma si può continuare con Vizi Privati e Pubbliche Virtù? Finchè le cose non vengono pronunciate da un palco, in una pubblica piazza, da una singola persona –il cantastorie di turno- circolano comunque, e di battute, sarcasmo, e grevità ne scorrono a fiumi. Ma quando sono urlate e in argomentazioni che possono formare un quadro sintetico della situazione, come accade con quei giochini della Settimana Enigmistica in cui bisogna congiungere vari puntini formando il disegno, allora sono violente?
Nel momento in cui ho sentito pronunciare determinate cose sono rimasta stupita dal coraggio, mentre simultaneamente sorridevo divertita. Ma la risata non era per la satira. Quale satira? Godevo della verità finalmente dichiarata, realtà quotidiana taciuta, di come vanno le cose fra uomini e donne. E per la forza d’urto di quelle parole. Quando ho riascoltato una seconda volta mi sono accorta, guardando le immagini sulla folla, che gli uomini restavano seri, ma le donne, con volti divertiti e illuminati, ridevano!
(Citazione da "Krejcerova Sonata" di Tolstoj: «La schiavitù della donna consiste soltanto in ciò che gli uomini desiderano e credono onesto usare di lei come istrumento di piacere»)


Estratto da "Viaggio nel Silenzio/Chiare Lettere Blog", di Vania Lucia Gaito:
«La volgarità (ma si tratta davvero di volgarità?) di quella piazza era probabilmente non casuale, ma voluta. Serviva ad attirare l'attenzione, in un Paese come il nostro, vittima delle tecniche di comunicazione (si è sempre vittima di quello che non si conosce e non si sa utilizzare) usate da pochi per strumentalizzare i molti. Quella volgarità aveva la stessa valenza di uno schiaffo durante una crisi isterica: era terapeutica. Serviva a risvegliare una coscienza in coma.»
E ancora:
«Essere “pesante”, usando quelle parole “volgari” che poi tutti usano nella quotidianità fingendo di scandalizzarsi pubblicamente (scagli la prima pietra il fariseo che non ha mai urlato, detto o sussurrato un vaffanculo), è strumentale. E' l'unico modo per risvegliare l'interesse in questo ipocrita Paese. L'unico modo perchè il riflettore dei media si puntasse sugli avvenimenti di piazza Navona era proprio quello di “estremizzare” la forma. Così il comune cittadino, che normalmente usa internet per chattare e collegarsi ai siti hot (ma rigorosamente in privato, scandalizzandosi in pubblico per una parolaccia), informato dai giornali e dai TG delle volgarità in piazza, una volta tanto lo usa anche per informarsi. Perchè è inutile negarlo, la curiosità la vince. Cosa avrà detto la Guzzanti di così terribile? Vediamo, vediamo se lo trovo su youtube...»

Infatti, per me è andata proprio così.
E condivido. Condivido il modus di Sabina Guzzanti.

Condivido l’esasperazione.

Condivido la preoccupazione del vivere attuale e d’un futuro che mi dà ansia.

I parlamentari sono diventati la nobiltà da noi mantenuta. Da noi, popolino italiano, che non abbiamo più monete per arrivare alla fine del mese, che ci arrabbattiamo nel sopravvivere, tirando la cinghia ogni mese ed anno che passa, dallo scandalo di Tangentopoli che ha fatto saltare i castelli di carte, ad oggi, in cui la nostra Polis è un intreccio d’interessi e d’affari sporchi alla luce del sole.

Come ha detto Sabina Guzzanti:
“La rivoluzione non si fa al Centro Commerciale”.

(Citazione da Tolstoj: “Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttar via tutto, e di nuovo ricominciare a lottare e perdere eternamente. La calma è una vigliaccheria dell'anima”)

Anche la Rivoluzione è da condividere.

Concludo tornando da dove sono partita.
Le parole di Tolstoj che fecero decidere a Chris di lasciare il suo isolamento erano sul libro “La felicità familiare”:
«Soltanto ora capivo perché egli diceva che la vera felicità sta solo nel vivere per gli altri. […]»

Sul libro “Il Dottor Zivago”, accanto a «Si accorsero allora che solo la vita simile alla vita di chi ci circonda, la vita che si immerge nella vita senza lasciar segno, è vera vita, che la felicità isolata non è vera felicità. […] Era questo che amareggiava più di ogni altra cosa», Chris scrisse:
“Felicità è vera soltanto se condivisa”.