26 maggio 2009

serie "Il Commissario Maigret", un giallo italiano

Riporto ancora un articolo catturato da Repubblica.
Come titolo volevo dare "Delirio di Onnipotenza", ma sono passata al giallo del Commissario Maigret.

Per fortuna c'è chi non smette mai di cercare, e cerca a favore della realtà, e anche a favore di italiani che non vogliono sapere, vedere, e a cui piace sentirsi rassicurati dalla menzogna; la menzogna è un binario tracciato, e ogni sorpresa può essere nascosta da altra invenzione, poi a furia di ripeterla potrà sovrapporsi e sostituire i reali accadimenti.

Per fortuna c'è chi non smette di cercare, e visto che o si indaga o si bevono pozioni delinquenti piene di sorrisi plastici, ecco che piano piano il puzzle delle invenzioni viene a galla, come in un giallo d'autore, anche se qui la realtà ha superato la fantasia!

L'INCHIESTA.

Parla Gino, l'ex fidanzato della ragazza di Portici
La prima telefonata del Cavaliere: "Sono colpito dal tuo viso angelico"

"Così papi Berlusconi
entrò nella vita di Noemi"


articolo su La Repubblica di GIUSEPPE D'AVANZO e CONCHITA SANNINO


NAPOLI - Il 14 maggio Repubblica ha rivolto al presidente del consiglio dieci domande che apparivano necessarie dinanzi alle incoerenze di un "caso politico". Veronica Lario, infatti, ha proposto all'opinione pubblica e alle élites dirigenti del Paese due affermazioni e una domanda che hanno rimosso dal discreto perimetro privato un "affare di famiglia" per farne "affare pubblico". Le due, allarmanti certezze della moglie del premier - lo ricordiamo - descrivono i comportamenti del presidente del Consiglio: "Mio marito frequenta minorenni"; "Mio marito non sta bene".

Al contrario, la domanda posta dalla signora Lario - se ne può convenire - è crudamente politica e mostra le pratiche del "potere" di Silvio Berlusconi, pericolosamente degradate quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate "veline" senza altro merito che un bell'aspetto e l'amicizia con il premier, legami nati non si sa quando, non si sa come. "Ciarpame politico" dice la moglie del premier.
Silvio Berlusconi non ha ritenuto di rispondere ad alcuna delle domande di Repubblica.

E, dopo dieci giorni, Repubblica prova qui a offrire qualche traccia e testimonianza per risolvere almeno alcuni dei quesiti proposti. Per farlo bisogna raggiungere Napoli, una piccola fabbrica di corso San Giovanni e poi un appartamento, allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto a ridosso dei grattacieli del Centro Direzionale. Sono i luoghi di vita e di lavoro di Gino Flaminio.

Gino, 22 anni, operaio, una passione per la kickboxing, è stato per sedici mesi (dal 28 agosto del 2007 al 10 gennaio del 2009) l'"amore" di Noemi Letizia, la minorenne di cui il premier ha voluto festeggiare il diciottesimo anno in un ristorante di Casoria, il 26 aprile. Gino e Noemi si sono divisi, per quel breve, intenso, felice periodo le ore, i sogni, il fiato, le promesse. "Quando non dormivo da lei a Portici - è capitato una ventina di volte - o quando lei non dormiva qui da me, il sabato che non lavoravo mi tiravo su alle sei del mattino per portarle la colazione a letto; poi l'accompagnavo a scuola e ci tornavo poi per riportarla indietro con la mia Yamaha. Lei qualche volta veniva a prendermi in fabbrica, la sera, quando poteva".

Gino Flaminio è in grado di dire quando e come Silvio Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel "miracolo" (così Gino definisce l'inatteso irrompere del premier) ha cambiato - di Noemi - la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente anche il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi; in una parola, dice Gino, "i valori". Il ragazzo può raccontare come quell'ospite inaspettato dal nome così importante che faceva paura anche soltanto a pronunciarlo nel piccolo mondo di gente che duramente si fatica la giornata e un piatto caldo, ha deviato anche la sua di vita. Quieto come chi si è ormai pacificato con quanto è avvenuto, Gino ricorda: "Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e la mia memi non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio giù all'angolo...".

È utile ricordare, a questo punto, che il primo degli enigmi del "caso politico" è proprio questo: come Berlusconi ha conosciuto Noemi, la sua famiglia, il padre Benedetto "Elio" Letizia, la madre Anna Palumbo?
A Berlusconi è capitato di essere inequivocabile con la Stampa (4 maggio): "Io sono amico del padre, punto e basta. Lo giuro!". Con France2 (6 maggio), il capo del governo è stato ancora più definitivo. Ricordando l'antica amicizia di natura politica con il padre Elio, Berlusconi chiarisce: "Ho avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori. Questo è tutto".

Un affetto che il presidente del consiglio ha ripetuto ancor più recentemente quando ha presentato Noemi "in società", per così dire, durante la cena che il governo ha offerto alle "grandi firme" del made in Italy a Villa Madama, il 19 novembre 2008: "È la figlia di miei cari amici di Napoli, è qui a Roma per uno stage" (Repubblica, 21 maggio). All'antico vincolo politico, accenna anche la madre di Noemi, Anna: "[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista".

Berlusconi, qualche giorno dopo (e prima di essere smentito da Bobo Craxi), conferma. "[Elio] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l'autista di Craxi". (Ansa, 29 aprile, ore 16,34). Più evasiva Noemi: "[Di come è nato il contatto familiare] non ricordo i particolari, queste cose ai miei genitori non le ho chieste". (Repubblica, 29 aprile). Decisamente inafferrabile e chiuso come un riccio, il padre Elio (ha rifiutato di prendere visione di quest'ultima ricostruzione di Repubblica). Chiedono a Letizia: ci spiega come ha conosciuto Berlusconi? "Non ho alcuna intenzione di farlo" (Oggi, 13 maggio).

Gino ascolta questa noiosa tiritera con un sorriso storto sulle labbra, che non si sa se definire avvilito o sardonico. C'è un attimo di silenzio nella stanza al Vasto, un silenzio lungo, pesante come d'ovatta, rispettato dagli amici che gli stanno accanto; dalla sorella Arianna; dal padre Antonio; dalla madre Anna. È un silenzio che si fa opprimente in quella cucina, fino a un attimo prima rumorosa di risate e grida. La madre, Anna, si incarica di spezzarlo: "Quando un giorno Gino tornò a casa e mi disse che Noemi aveva conosciuto Berlusconi, lo presi in giro, non volli chiedergli nemmeno perché e per come. Mi sembrava ridicolo. Berlusconi dalle nostre parti? E che ci faceva, Berlusconi qui? Ripetevo a Gino: Berlusconi, Berlusconi! (gonfia le guance con sarcasmo). Un po' ne ridevo, mi sembrava una buffonata di ragazzi".

Gino la guarda, l'ascolta paziente e finalmente si decide a raccontare:
"I genitori di Noemi non c'entrano niente. Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi. Mai Noemi mi ha detto che lui, papi Silvio parlava di politica con suo padre, Elio. Non mi risulta proprio. Mai, assolutamente. Vi dico come è cominciata questa storia e dovete sapere che almeno per l'inizio - perché poi quattro, cinque volte ho ascoltato anch'io le telefonate - vi dirò quel che mi ha raccontato Noemi. Il rapporto tra Noemi e il presidente comincia più o meno intorno all'ottobre 2008. Noemi mi ha raccontato di aver fatto alcune foto per un "book" di moda. Lo aveva consegnato a un'agenzia romana, importante - no, il nome non me lo ricordo - di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo. Noemi mi dice che, in quell'agenzia di Roma, va Emilio Fede e si porta via questi "book", mica soltanto quello di Noemi. Non lo so, forse gli servono per i casting delle meteorine. Il fatto è - ripeto, è quello che mi dice Noemi - che, proprio quel giorno, Emilio Fede è a pranzo o a cena - non me lo ricordo - da Berlusconi. Finisce che Fede dimentica quelle foto sul tavolo del presidente. È così che Berlusconi chiama Noemi. Quattro, cinque mesi dopo che il "book" era nelle mani dell'agenzia, dice Noemi. È stato un miracolo, dico sempre. Dunque, dice Noemi che Berlusconi la chiama al telefono. Proprio lui, direttamente. Nessuna segretaria. Nessun centralino. Lui, direttamente. Era pomeriggio, le cinque o le sei del pomeriggio, Noemi stava studiando. Berlusconi le dice che ha visto le foto; le dice che è stato colpito dal suo "viso angelico", dalla sua "purezza"; le dice che deve conservarsi così com'è, "pura". Questa fu la prima telefonata, io non c'ero e vi sto dicendo quel che poi mi riferì Noemi, ma le credo. Le cose andarono così perché in altre occasioni io c'ero e Noemi, così per gioco o per convincermi che davvero parlava con Berlusconi, m'allungava il cellulare all'orecchio e anch'io sentii dalla sua voce quella cosa della "purezza", della "faccia d'angelo". E poi, una volta, ha aggiunto un'altra cosa del tipo: "Sei una ragazza divina". Berlusconi, all'inizio, non ha detto a Noemi chi era. In quella prima telefonata, le ha fatto tante domande: quanti anni hai, cosa ti piacerebbe fare, che cosa fanno tua madre e tuo padre? Studi? Che scuola fai? Una lunga telefonata. Ma normale, tranquilla. E poi, quando Noemi si è decisa a chiedergli: "Scusi, ma con tutte queste domande, lei chi è?", lui prima le ha risposto: "Se te lo dico, non ci credi". E poi: "Ma non si sente chi sono?". Quando Noemi me lo raccontò, vi dico la verità, io non ci credevo. Poi, quando ho sentito le altre telefonate e ho potuto ascoltare la sua voce, proprio la sua, di Berlusconi, come potevo non crederci? Noemi mi diceva che era sempre il presidente a chiamarla. Poi, non so se chiamava anche di suo, non me lo diceva e io non lo so. Lei al telefono lo chiamava papi tranquillamente. Anche davanti a me. Magari stavamo insieme, Noemi rispondeva, diceva papi e io capivo che si trattava del presidente. Quando ho assistito ad alcune telefonate tra Berlusconi e Noemi, ho pensato che fosse un rapporto come tra padre e figlia. Una sera, Emilio Fede e Berlusconi - insieme - hanno chiamato Noemi. Lo so perché ero accanto a lei, in auto. Ora non saprei dire perché il presidente le ha passato Emilio Fede, non lo so. Pensai che Fede dovesse preparare dei "provini" per le meteorine, quelle robe lì". (Ieri, a tarda sera, durante Studio Aperto, Fede ha affermato di aver conosciuto la nonna di Noemi. Repubblica ha chiesto a Gino se, in qualche occasione, Noemi avesse fatto cenno a questa circostanza. "Mai, assolutamente", è stata la risposta del ragazzo).

"Comunque, quella sera, sentii prima la voce del presidente e poi quella di Emilio Fede - continua Gino - Non voglio essere frainteso o creare confusione in questa tarantella, da cui voglio star lontano. Nelle telefonate che ho sentito io, Berlusconi aveva con Noemi un atteggiamento paterno. Le chiedeva come era andata a scuola, se studiava con impegno, questa roba qui. Io però ho cominciato a fuggire da questa situazione. Non mi piaceva. Non mi piaceva più tutto l'andazzo. Non vedevo più le cose alla luce del giorno, come piacevano a me. Mi sentivo il macellaio giù all'angolo che si era fidanzato con Britney Spears. Come potevo pensare di farcela? Gliel'ho detto a Noemi: questo mondo non mi piace, non credo che da quelle parti ci sia una grande pulizia o rispetto. Mi dispiaceva dirglielo perché io so che Noemi è una ragazza sana, ancora infantile che non si separa mai dal suo orsacchiotto, piccolo, blu, con una croce al collo, "il suo teddy". Una ragazza tranquilla, semplice, con dei valori. Con i miei stessi valori, almeno fino a un certo punto della nostra storia".

Intorno a Gino, questo racconto devono averlo già sentito più d'una volta perché ora che il ragazzo ha deciso di raccontare a degli estranei la storia, la tensione è caduta come se la famiglia, i vicini di casa, gli amici già l'avessero sentita in altre occasioni o magari a spizzichi e bocconi. C'è chi si distrae, chi parlotta d'altro, chi parla al telefono, chi si prepara a uscire per il venerdì notte. Gino sembra non accorgersene. Non perde il filo e a tratti pare ricordare, ancora una volta, a se stesso come sono andate le cose.

"Ho cominciato a distaccarmi da Noemi già a dicembre. Però la cosa che proprio non ho mandato giù è stata la lunga vacanza di Capodanno in Sardegna, nella villa di lui. Noemi me lo disse a dicembre che papi l'aveva invitata là. Mi disse: "Posso portare un'amica, un'amica qualunque, non gli importa. Ci saranno altre ragazze". E lei si è portata Roberta. E poi è rimasta con Roberta per tutto il periodo. Io le ho fatto capire che non mi faceva piacere, ma lei da quell'orecchio non ci sentiva. Così è partita verso il 26-27 dicembre ed è ritornata verso il 4-5 gennaio. Quando è tornata mi ha raccontato tante cose. Che Berlusconi l'aveva trattata bene, a lei e alle amiche. Hanno scherzato, hanno riso... C'erano tante ragazze. Tra trenta e quaranta. Le ragazze alloggiavano in questi bungalow che stavano nel parco. E nel bungalow di Noemi erano in quattro: oltre a lei e a Roberta, c'erano le "gemelline", ma voi sapete chi sono queste "gemelline"? Penso anche che lei mi abbia detto tante bugie. Lei dice che Berlusconi era stato con loro solo la notte di Capodanno. Vi dico la verità, io non ci credo. Sono successe cose troppo strane. Io chiamavo Noemi sul cellulare e non mi rispondeva mai. Provavo e riprovavo, poi alla fine mi arrendevo e chiamavo Roberta, la sua amica, e diventavo pazzo quando Roberta mi diceva: no, non te la posso passare, è di là - di là dove? - o sta mangiando: e allora?, dicevo io, ma non c'era risposta. Per quella vacanza di fine anno, i genitori accompagnarono Noemi a Roma. Noemi e Roberta si fermarono prima in una villa lì, come mi dissero poi, e fecero in tempo a vedere davanti a quella villa tanta gente - giornalisti, fotografi? - , poi le misero sull'aereo privato del presidente insieme alle altre ragazze, per quello che mi ha detto Noemi... Al ritorno, Noemi non è stata più la mia Noemi, la mia alicella (acciuga, ndr), la ragazza semplice che amavo, la ragazza che non si vergognava di venirmi a prendere alla sera al capannone. A gennaio ci siamo lasciati. Eravamo andati insieme, prima di Natale, a prenotare per la sua festa di compleanno il ristorante "Villa Santa Chiara" a Casoria, la "sala Miami" - lo avevo suggerito io - e già ci si aspettava una "sorpresa" di Berlusconi, ma nessuno credeva che la sorpresa fosse proprio lui, Berlusconi in carne e ossa. Ci siamo lasciati a gennaio e alla festa non ci sono andato. L'ho incontrata qualche altra volta, per riprendermi un oggetto di poco prezzo ma, per me, di gran valore che era rimasto nelle sue mani. Abbiamo avuto il tempo, un'altra volta, di avere un colloquio un po' brusco. Le ho restituito quasi tutte le lettere e le foto. Le ho restituito tutto - ho conservato poche cose, questa lettera che mi scrisse prima di Natale, qualche foto - perché non volevo che lei e la sua famiglia pensassero che, diventata Noemi Sophia Loren, io potessi sputtanarla. Oggi ho la mia vita, la mia Manuela, il mio lavoro, mille euro al mese e va bene così ché non mi manca niente. Certo, leggo di questo nuovo fidanzato di Noemi, come si chiama?, che non s'era mai visto da nessuna parte anche se dice di conoscerla da due anni e penso che Noemi stia dicendo un sacco di bugie. Quante bugie mi avrà detto sui viaggi. A me diceva che andava a Roma sempre con la madre. Per dire, per quella cena del 19 novembre 2008 a Villa Madama mi raccontò: "Siamo stati a cena con il presidente, io, papà e mamma allo stesso tavolo". Non c'erano i genitori seduti a quel tavolo? Allora mi ha detto un'altra balla. Quella sera le sono stati regalati una collana e un bracciale, ma non di grosso valore. E il presidente ha fatto un regalo anche a sua madre. Sento tante bugie, sì, e comunque sono fatti di Noemi, dei suoi genitori, di Berlusconi, io che c'entro?".

Le parole di Gino Flaminio appaiono genuine, confortate dalle foto, dalla memoria degli amici (che hanno le immagini di Noemi e Gino sui loro computer), da qualche lettera, dai ricordi dei vicini e dei genitori, ma soprattutto dall'ostinazione con cui il ragazzo per settimane si è nascosto diventando una presenza invisibile nella vita di Noemi. Repubblica lo ha rintracciato con fatica, molta pazienza e tanta fortuna nella fabbrica di corso San Giovanni dove tutti i suoi compagni di lavoro conoscono Noemi, la storia dell'amore perduto di Gino. Compagni di lavoro che - fino alla fine - hanno provato a proteggerlo: "Gino? E chi è 'sto Gino Flaminio?" e Gino se ne stava nascosto dietro un muro.

La testimonianza del ragazzo consente di liquidare almeno cinque domande dalla lista di dieci che abbiamo proposto al capo del governo. La ricostruzione di Gino permette di giungere a un primo esito: Silvio Berlusconi ha mentito all'opinione pubblica in ogni passaggio delle sue interviste. Nei giorni scorsi, come quando disse a France2 di aver "avuto l'occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori". O ancora ieri a Radio Montecarlo dove ha sostenuto di essersi addirittura "divertito a dire alla famiglia, di cui sono amico da molti anni, che non desse risposte su quella che è stata la nostra frequentazione in questi anni". Come di cartapesta è la scena - del tutto artefatta - disegnata dalle testate (Chi) della berlusconiana Mondadori.

Il fatto è che Berlusconi non ha mai conosciuto Elio Letizia né negli "anni passati", né negli "ambienti socialisti". Mai Berlusconi ha discusso con Elio Letizia di politica e tantomeno delle candidature delle Europee (Porta a porta, 5 maggio). Berlusconi ha conosciuto Noemi. Le ha telefonato direttamente, dopo averne ammirato le foto e aver letto il numero di cellulare su un "book" lasciatogli da Emilio Fede. Poi, nel corso del tempo, l'ha invitata a Roma, in Sardegna, a Milano.
Le evidenti falsità, diffuse dal premier, gli sarebbero costate nel mondo anglosassone, se non una richiesta di impeachment, concrete difficoltà politiche e istituzionali. Nell'Italia assuefatta di oggi, quella menzogna gli vale un'altra domanda: perché è stato costretto a mentire? Che cosa lo costringe a negare ciò che è evidente? È vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l'accesso alla scena politica (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile)? Dieci giorni dopo, ci sono altre ragionevoli certezze. È confermato quel che Veronica Lario ha rivelato a Repubblica (3 maggio): il premier "frequenta minorenni". Noemi, nell'ottobre del 2008, quando riceve la prima, improvvisa telefonata di Berlusconi ha diciassette anni, come Roberta, l'amica che l'ha accompagnata a Villa Certosa. La circostanza rinnova l'ultima domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?


(24 maggio 2009)

15 maggio 2009

"Storia di un italiano" che dall'Economist fu definito: unfit to govern

Parla Emmott, storico direttore dell'Economist. "E' stato Berlusconi a fondere vita pubblica e vita privata"

"Informare è una missione
premier indifendibile se mente"

articolo da "La Repubblica" di ENRICO FRANCESCHINI 15 maggio 2009

LONDRA - "Porre domande a un leader politico, per un giornale, è non solo legittimo ma parte della missione di informare. E la distinzione tra vita pubblica e vita privata, nel caso Berlusconi, non si può fare, è stato lui per primo a fondere le due cose".
Bill Emmott, dal 1993 al 2006 direttore dell'Economist, il settimanale britannico che sotto la sua guida ha raddoppiato la tiratura fino a oltre un milione di copie e si è trasformato nel primo periodico globale del mondo, conosce bene Silvio Berlusconi.


L'Economist di Emmott gli dedicò una famosa copertina, in cui lo definiva "unfit to govern", indegno di governare, a causa del conflitto d'interessi rappresentato dal suo impero mediatico e dei suoi numerosi problemi con la giustizia. Il premier italiano rispose definendo Emmott un comunista: sebbene del comunista, l'autorevole giornalista inglese, abbia soltanto una barbetta da Lenin. Adesso fa il columnist per il Guardian e scrive libri best-seller: a proposito, rivela in questa intervista a Repubblica, il prossimo "sarà sull'Italia".

Bill Emmott, dov'è il confine tra pubblico e privato, nell'informare sull'attività di un leader politico?
"La mia opinione è che il comportamento pubblico di un leader sia definibile dal suo ruolo di governo, dalle sue responsabilità, dalla consistenza delle sue azioni. Ritengo però che, quando sei un primo ministro che si atteggia a simbolo della nazione, come Berlusconi ha fatto fin dall'inizio della sua discesa in campo, con il suo presentare la sua vita come la 'Storia di un italiano', il confine tra pubblico e privato si confonde. Il privato non è più una faccenda riservata, quando lo usi per ottenere la tua affermazione pubblica. Berlusconi stesso ha incoraggiato i media a giudicarlo anche sotto la lente della sua vita privata".

Il nostro giornale ha inoltrato all'ufficio del presidente del Consiglio dieci domande per fare chiarezza sulle contraddittorie dichiarazioni riguardo ai rapporti con la 18enne Noemi Letizia, con il padre della ragazza e alle parole usate da Veronica Lario nel chiedere il divorzio. Palazzo Chigi definisce le nostre domande una "campagna denigratoria". E' appropriato o meno, secondo lei, porre domande simili su una questione come questa?
"Assolutamente appropriato. Di più: è parte dei doveri di un giornale, della missione di informare l'opinione pubblica. E' legittimo voler sapere che cosa lega il primo ministro a quella ragazza che ha appena compiuto 18 anni. Anche a me piacerebbe sapere la verità. E mi piacerebbe che la Chiesa ponesse a Berlusconi domande analoghe".

Che lezione dovrebbe averci insegnato la vicenda di Bill Clinton e Monica Lewinski?
"Che i rapporti sessuali tra il presidente e la stagista erano affari loro, una faccenda privata tra due adulti consenzienti, ma il modo in cui il presidente li raccontava poteva costringerlo a dimettersi. Quando ero direttore dell'Economist, scrivemmo un editoriale in cui ci schieravamo per le dimissioni di Clinton. Non perché fossimo dei bacchettoni. Bensì perché era chiaro che il presidente aveva mentito, ripetutamente, parlando in televisione dei suoi rapporti con Monica e poi sotto giuramento in una corte di giustizia. Mentire alla nazione, sia pure su una vicenda privata, era a nostro avviso imperdonabile".

E lo stesso principio si può applicare a Berlusconi?
"Per me sì. Non importa cosa c'è tra lui e la ragazza, tra lui e deputate o ministre che potrebbero avere ricevuto l'incarico come un premio: se anche così fosse, era uno scambio volontario tra adulti, anche se personalmente lo trovo disgustoso. Ma se il premier mente a proposito di quello scambio, e la sua menzogna viene provata, allora la sua colpa importa eccome e la ritengo indifendibile".

Alcuni, in Italia, risponderebbero che un uomo che mente su un rapporto con una donna è sempre perdonabile.
"Ecco, se c'è una cosa che uno straniero fa fatica a capire dell'Italia è questa: il modo in cui Berlusconi può dire quello che vuole e nessuno si scandalizza. Per esempio, ormai sembra provato che ha mentito sul modo in cui ha conosciuto il padre di Noemi. Quell'uomo non è mai stato l'autista di Craxi, come ha detto Berlusconi. In un altro paese, basterebbe questo a suscitare una riprovazione generale. Da voi no. Non lo capisco".

L'Italia sarà "un tragico ghigno che ci seppellirà".


Nel teatro greco la maschera nascondeva quasi totalmente il capo dell'attore.
La voce usciva da una grande apertura che la amplificava.
Le maschere erano caratterizzate da colori diversi (bianco per i ruoli femminili, bruno per quelli maschili)
e lo spettatore poteva capire più facilmente il dramma.

Berlusconi: "Ci saranno le veline?"
(articolo da La Repubblica 15 maggio 2009)

ROMA - Berlusconi non perde occasione per fare battute sulle veline. Anche oggi, a Palazzo Chigi, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Mentre Giorgia Meloni illustra un provvedimento sulle comunità giovanili, il premier la interrompe: "Possono iscriversi anche le veline, possibilmente minorenni? Così sarò obbligato ad andarci, per coerenza...". Nessuna parola, però, ai cronisti che gli chiedono di commentare la risposta del direttore di Repubblica -Ezio Mauro- pubblicata oggi sul quotidiano. Per i giornalisti, dal premier solo un cenno di diniego con le mani.

"La sua funzione pubblica comporta che renda conto anche dei comportamenti privati". Massimo D'Alema interviene nella vicenda delle domande lasciate senza risposte dal presidente del Consiglio. "Del tutto appropriate quelle che Repubblica gli ha rivolto - dice - ma preoccupa la sua ben nota intolleranza verso la libertà di informazione".

Su veline e minorenni la boutade è sempre in agguato. Il 30 aprile Berlusconi ci ha aperto il suo intervento all'assemblea della Coldiretti. "Scusate se non ho portato le veline". E poi: "Mi rifarò, anche perché pensando ai vostri ventimila punti vendita, e pensando che qualche volta, il sabato, anche noi maschietti andiamo a fare la spesa, se avete bisogno di belle commesse sapete a chi rivolgervi".

Il 6 maggio è in Campidoglio, col sindaco Gianni Alemanno, per la presentazione della norma su Roma Capitale. E racconta di una sua visita in Finlandia. "Amo la Finlandia e le finlandesi, purché siano maggiorenni...".

Il 9 maggio passeggia fra orafi e antiquari in via dei Coronari a Roma. Lo avvicinano alcuni ammiratori. Una ragazza gli chiede se può fare una foto con lei. "Quanti anni hai? Ventitré? Allora si può fare", dice ridendo il premier. Stessa scena pochi istanti dopo. Un ragazzo chiede al Cavaliere di fare una foto con lui, "anche se non sono una bella donna". "Lei è minorenne? Ah, è maggiorenne, allora va bene", risponde il premier anche questa volta.

Nello stesso giorno, Berlusconi annuncia la sua presenza in Piemonte per la campagna elettorale, a sostegno dei candidati. Sarà sia a Torino, dice, che sul Lago Maggiore. "Verrò sul lago, e vi porterò tutte le veline", comunica a Enzo Ghigo, coordinatore regionale del Pdl.

A Shark el Sheikh, sul Mar Rosso (in occasione di un vertice con il presidente egiziano Hosni Mubarak), si intrattiene con alcuni turisti italiani. Parla di tutto, dal calcio alle polemiche sulle vicende personali, alla politica. E arriva la battuta: "Come vedete, stavolta non mi sono portato le veline...".

Ieri, l'intervento agli stati generali dell'Ance, i costruttori riuniti alla Fiera di Roma. Il presidente del Consiglio arriva in ritardo. E alla platea dice: "So che qualche birichino, fra voi, avrà pensato che ero occupato con le veline...".

14 maggio 2009

NATALIA ASPESI parla "del caso"

Ritaglio articoli, come si ritagliano figurine, foto, pezzi di collage, per incollarle sul mio album, ovvero, Blog.
L'Italia del 2009: pubblico o privato che sia, che differenza fa? o vizi privati e pubbliche virtù?
O anche, visto che c'è chi può: Vizi pubblici e nel privato zozzeria chiusa nell'armadio, o schiacciata sotto al tappeto, poi profumo sulla puzza di marcio e di vecchio, ché nessuno se ne accorge.


Lo Stivale dà calci a sè stesso, ma donne e uomini italiani sorridono ammiccanti e contenti.

Non scrivo roba mia, riporto voci e parole da chi è del mestiere e fa giornalismo.

Veronica e le donne
al tempo del Cavaliere


(articolo di NATALIA ASPESI da La Repubblica 13 maggio 2009)

Lui un buon uomo addolorato, un marito ferito, un padre che, pur oberato dai suoi impegni internazionali, passa le serate col figlio e spera solo in una riconciliazione, in nome dell'amore e della famiglia: lei una povera donna che è caduta in una trappola mediatica, una moglie che si è fatta plagiare, una persona fragile, incapace di autonomia, forse addirittura disturbata, per non dire matta.

La vera trappola mediatica è invece la "rotocalchizzazione", quella che il potente sbarramento di quotidiani, settimanali, mensili, televisioni, siti al servizio del premier, ogni giorno si spalanca su Veronica Lario, per macchiarla, denigrarla, distruggerla. Per fare di lei non una moglie che non sopportando più le umiliazioni e le stranezze del marito, chiede come è suo diritto la separazione, ma una creatura suggestionabile, instabile, irragionevole, soggetta a incubi, forse addirittura pericolosa a sé e agli altri. É come se all'impero della comunicazione di cui il premier è padrone, fosse stato ordinato non tanto di far rilucere le sante ragioni di un marito sofferente per le folli accuse di una moglie, contemporaneamente sottolineando la sventatezza e i torti di lei: ma piuttosto di rendere questa moglie da subito inaffidabile, incapace di intendere e volere, nel caso decidesse prima o poi di dire la sua: perché nessuno conosce, oltre alle virtù di un marito, i suoi segreti, gli errori, le debolezze, i peccati, gli abissi, più di una compagna di trent'anni di vita.

Ma la signora Lario tace, non reagisce a nessuna provocazione, ha scelto, con grande intelligenza e fermezza, il silenzio, l'ombra, l'invisibilità. E nella volgare ragnatela di pettegolezzi, pareri, offese, diagnosi, barzellette, sondaggi, supposizioni, invettive, sghignazzi, ragazzette e ministre e vecchie foto, che stanno macchiando la sempre più servizievole e provinciale informazione italiana, quel silenzio, quell'ombra, quell'invisibilità, mettono a disagio i lanzichenecchi dell'insulto, li fanno sentire impotenti, nell'incapacità di creare un vero e proprio scontro che consenta loro aggressioni sempre più violente e infamanti.

Il silenzio, per ora, è la lama più affilata che la signora Lario, una moglie come tante, come tante offesa, che ha con sé solo il potere delle sue ragioni e della sua ragione, può opporre non a un marito come tanti, ma a un premier che si crede invincibile e immortale, ricchissimo e certo che tutto sia in vendita, che ha con sé un governo che mai dissente, una maggioranza parlamentare ubbidiente, una moltitudine di avvocati sapienti, una folla di cortigiani disposti a tutto, un muro compatto di giornali e televisioni di massimo cinismo, una parte rilevante degli italiani, uomini e donne, intrappolati da una specie di incantamento che nulla scalfisce. Forse le ultime avventure familiari ed extrafamiliari? Dipende: un sondaggio Swg dice che il 67% degli italiani si schiera con Veronica, mentre dai focus group di parte risulta che stanno con Silvio l'85% delle donne italiane.

Delle donne, italiane! Di sicuro una balla, o una macroesagerazione, ma è vero che le ultime vicende personali di cui è stato protagonista il presidente del consiglio, hanno esasperato una nuova mutazione, un ripiegamento, una perdita di equilibrio del costume italiano, segnando la fine del politicamente corretto di genere, del rispetto verso le donne; di quelle fantomatiche pari opportunità che dopo aver prodotto una deliziosa ministra carica di sue invidiabili opportunità e quindi antifemminista, servono solo a privilegiare ragazze giovani e carine, di cui si decantano le lauree plurime, come se bastassero a sostituire esperienza, passione, sacrificio, competenza.

Le donne sono tornate a essere il bersaglio del maschilismo più fascistoide, con giornali che delle signore che danno fastidio pubblicano subito foto discinte e rastrellamento di ex amanti, perché la donna torna ad essere solo corpo, solo sesso, da disprezzare, irridere, additare al pubblico ludibrio, oppure, se servizievole, da esaltare e promuovere, soprattutto nella freschezza e stupidaggine della minore età. Bastava vedere nell'ormai celebre puntata di Annozero, con che disprezzo virilista l'avvocato Ghedini al servizio del premier e quindi promosso parlamentare, trattava Emma Bonino, la cui fermezza, e intelligenza, e preparazione, e storia, meritano sempre ascolto; ma non per Ghedini, cresciuto alla scuola che se irridi e parli sulle parole dell'altro, quelle parole preziose vengono cancellate. E nella stessa trasmissione si ha avuto la conferma che anche le donne hanno perso la testa: dopo che Noemi Letizia è stata paragonata a Cenerentola, la direttrice di un settimanale rosa, graziosa anche se non minorenne, ha spiegato il suo appoggio al presidente del consiglio in veste di marito perché "è bellissimo" e pure molto galante. Il boato del pubblico l'ha molto stupita, e amareggiata. Tutti i settimanali di gossip, non solo quelli di proprietà berlusconiana, con qualche distinguo, hanno elogiato, in questa occasione di prezioso pettegolezzo, oltre al politico, il tombeur des femmes, dando vita al nuovo Principe Azzurro che fa impazzire le donne: ultrasettantenne, sempre truccato, con cinque figli e due mogli, simpaticamente donnaiolo, e con un patrimonio e un potere immenso che nessun principe azzurro tradizionale si è mai sognato di possedere. Il colpo finale lo ha dato la piccola massima diva del momento, la diciottenne Noemi che con la sua grazia gentile è un clone indistinguibile delle sue coetanee, tutte con capelli biondi e lisci, corpicino stretto, sorriso fisso, pazze per lo shopping, meta Il Grande Fratello, per lei oltre a papi, si capisce.

E' stata lei, in totale incoscienza, a sfoderare una parola che era uscita dal vocabolario di uomini e donne persino in confessionale, che non era più comparsa tra i problemi, le angustie e le indispensabili virtù femminili: proprio lei ci ha ricordato che "la verginità è un valore importante" e chissà come si dispereranno i suoi cloni, che se ne erano dimenticate e potrebbero da adesso sentirsi fuori moda.

Chi evidenzia una retorica pubblica con accenti d'intolleranza o xenofobia?

Il capo dello Stato alle Fondazioni europee: "La risposta alla povertà non passa dalla difesa degli Stati nazionali. Occorre un nuovo ciclo di sviluppo"

Immigrazione, il monito di Napolitano:
"Si diffonde retorica pubblica xenofoba"


Giorgio Napolitano

ROMA - Giorgio Napolitano ha attaccato questa mattina "il diffondersi di una retorica pubblica che non esita - anche in Italia - ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia".
Parlando all'assemblea annuale delle Fondazioni europee, il capo dello Stato ha aggiunto: "Questo è tanto più importante nei nostri paesi dove le differenze in termini di origini etniche, religiose e culturali sono aumentate. Qui il rischio che queste differenze si traducano in un fattore di esclusione è sempre presente ed è aggravato dal diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia".

Il Capo dello Stato ha sottolineato il dovere di innescare un "nuovo ciclo di sviluppo che non intacchi i livelli di equità e di coesione sociale raggiunti, ma anzi li migliori significativamente. Le nostre società devono dimostrare che questo è un obbiettivo raggiungibile. E' un sentiero stretto e impervio, ma è l'unico che l'Europa può ragionevolmente percorrere". Alle risorse dello Stato, ha detto, devono sommarsi altre risorse, di privati, e il ruolo delle Fondazioni è importante.

"Se si vuole far fronte alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova, e dalle disuguaglianze inaccettabili fra e all'interno delle nazioni - è l'avvertimento di Napolitano - non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali". "Negli ultimi decenni la povertà e l'impoverimento non sono stati collocati in cima all'agenda politica, ma oggi li troviamo nuovamente al centro del dibattito pubblico. Infatti, nell'attuale congiuntura, non solo potremmo non riuscire a recuperare coloro che si trovano ancora al di sotto della soglia di povertà, ma rischiamo di vedere tanti altri cadere oltre la soglia", afferma il capo dello Stato.

La riflessione di Napolitano va oltre: "Dobbiamo, inoltre, chiederci se le politiche pubbliche non abbiano concorso anch'esse a determinare questo processo, sia per le loro manchevolezze tecniche, sia perché la tensione verso l'eguaglianza e la solidarietà, che a lungo è stata una forza trainante in gran parte delle culture politiche europee, abbia finito per affievolirsi".

articolo da "La Repubblica"/14 maggio 2009



13 maggio 2009

Saviano: "i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo"

Il coraggio dimenticato
di ROBERTO SAVIANO

"Versione integrale dell'articolo di Roberto Saviano uscito oggi su Repubblica"

Chi racconta che l'arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull'onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.

Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: "Ora basta" ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent'anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un'estorsione ma appena persa la scorta l'hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze.

Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L'obiettivo era attirare attenzione e dire: "Non osate mai più". Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le 'ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese.

La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l'inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell'edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio.

L'egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri - anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi - si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall'aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della 'ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti.

Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: "Non ci piegheremo", riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno.

E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L'agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro.

Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia" di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere.

L'omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l'inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l'Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all'estero.

Oggi, come le indagini dell'FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell'est in loro colonie d'investimento e come dimostra l'ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D'Avorio, dall'Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici).

E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall'Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.

Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell'eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l'alleanza delle mafie italiane.

Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l'alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l'assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi - insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo - è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d'Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L'Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.

(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

13 maggio 2009

12 maggio 2009

"L'assalto di una pericolosa massa di delinquenti"

Parla Morelli, presidente delle organizzazioni non governative italiane
"Sbagliato fare accordi con la Libia che non ha firmato la convenzione di Ginevra"

Respingimenti, la protesta delle Ong
"Berlusconi due volte inadempiente"


"Spariti gli interventi per lo sviluppo dei paesi emergenti"

(articolo da La Repubblica di CARLO CIAVONI del 12/5/2009)

ROMA - Sergio Morelli, presidente delle Ong italiane si aggiunge alla protesta delle Nazioni Unite in relazione alla politica delle espulsioni indiscriminate praticata dal governo italiano. "Ci sono due palesi e inaccettabili inadempienze del Presidente del Consiglio" - dice Morelli - che insiste nel dire che la linea adottata dal ministro Maroni altro non è che la traduzione delle decisioni da lui stesso sottoscritte in Libia un mese fa con Gheddafi.

"La prima si riferisce al fatto che l'accordo evocato da Berlusconi è stato negoziato con un paese, la Libia, che non figura tra i firmatari della convenzione di Ginevra del luglio 1951, che sanciva principi di accoglienza e solidarietà nei confronti di chi fugge da luoghi dove i diritti umani vengono umiliati e calpestati. Principi diametralmente opposti a quelli di fatto praticati oggi dal governo italiano".

"La seconda inadempienza - ha aggiunto Sergio Morelli - consiste nell'aver cancellato dagli orizzonti politici del governo l'unica vera soluzione che potrebbe contribuire ad attenuare i flussi migratori dai paesi poveri del mondo: e cioè l'investimento di risorse economiche destinate allo sviluppo nelle zone depresse e depredate del Pianeta. È' sufficiente ricordare il taglio del 56% dei fondi per la cooperazione. Un'altra un'inadempieza in conflitto con l'impegno sottoscritto dall'Italia di destinare almeno lo 0,7% del Pil, oggi ridotto allo 0.09%: sette volte più basso del minimo per il quale il nostro Paese si era impegnato a livello internazionale".

Ma c'è un altro dato che Morelli ha tenuto a ricordare: "Secondo una recente statistica dell'UNHCR, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati - il 70% delle persone che riescono a sopravvivere alle traversate in mare sui barconi che partono dalle coste libiche risultano rifugiati, cioè in fuga da paesi dove, secondo il diritto internazionale, i diritti umani non vengono rispettati o non esistono affatto. Quello che invece si cerca di affermare - ha concluso Morelli - è l'idea che si stia arginando, a largo delle nostre coste, l'assalto di una pericolosa massa di delinquenti".

Convenzione 1951: principio fondamentale di "non refoulement"

L'Alto commissariato Onu per i rifugiati ha scritto alle autorità del nostro Paese
"Grave preoccupazione per una linea che mette in discussione un principio basilare"

Le Nazioni Unite al governo italiano
"Riammettere i migranti respinti"


articolo da "La Repubblica" 12/5/2009

GINEVRA - L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) interviene nella questione dei migranti riportati in Libia. Con toni inequivocabili esprime "grave preoccupazione" e chiede alle autorità italiane di "riammettere quelle persone rinviate dall'Italia e identificate dall'Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale". Nella lettera inviata al governo italiano viene quindi riaffermato che per l'Onu il principio del non respingimento non conosce limitazione geografica.

"L'Unhcr-Roma - dice a Ginevra il portavoce Ron Redmond - ha mandato stamattina una missiva al governo italiano per affermare che l'Unhcr, pur essendo cosciente del problema che l'immigrazione irregolare pone all'Italia e agli altri Paesi dell'Ue, resta gravemente preoccupato che la politica ora applicata dall'Italia mini l'accesso all'asilo nell'Unione europea e comporti il rischio di violare il principio fondamentale di non respingimento" (non refoulement) previsto dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati.

"Il principio di non respingimento - prosegue Redmond in un briefing alla stampa - non conosce limitazione geografica e gli Stati sono obbligati a rispettare questo principio ovunque esercitano la loro giurisdizione, in alto mare incluso".

Il portavoce ricorda poi che la Libia non ha firmato la Convenzione del 1951 e che non vi sono quindi garanzie che le persone bisognose di protezione internazionale possano trovarla in Libia. "L'Unhcr si sta sforzando di fornire assistenza umanitaria e protezione alle persone rinviate in Libia dall'Italia e dai primi colloqui risulta che alcune di loro chiedono protezione internazionale e potrebbero avere diritto a tale protezione. Si tratta ad esempio di persone provenienti dalla Somalia e dall'Eritrea", aggiunge Redmond.

Infine il passaggio in cui l'Unhcr chiede alle autorità del nostro Paese di riammettere i migranti: "In considerazione del fatto che gli Stati sono responsabili delle conseguenze delle loro azioni che colpiscono persone sotto la loro giurisdizione, chiediamo al governo italiano di riammettere quelle persone respinte e identificate dall'Unhcr quali individui che chiedono protezione internazionale. Le loro domande d'asilo potrebbero allora essere determinate in conformità alla legge italiana".

Secondo i dati dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, nel 2008 oltre il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Più del 70 % delle circa 31mila domande d'asilo nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese.

10 maggio 2009

"Grazie, e che Dio vi benedica"

Parla un immigrato nigeriano "respinto" con altri duecento sulle coste della Libia

Dalla prigione l'appello dei dannati
"Ci trattano come bestie, salvateci"


articolo da La Repubblica di FRANCESCO VIVIANO / 10 maggio 2009


LAMPEDUSA - "Due donne sono morte, sono morte poco dopo che siamo sbarcati a Tripoli dalle motovedette italiane. Erano sfinite, come tanti altri... Ci hanno lasciati sulla banchina, sotto il sole per ore e ore. E quelle due donne, trascinate sulla banchina, non ce l'hanno fatta. Altri due uomini sono in fin di vita. Aiutateci, veniteci a salvare, vi chiediamo di avere pietà. Ci sono altre donne e dei bambini, non lasciateci qui".

Il grido di dolore, di disperazione, arriva da una prigione libica, a Al Zawia, a pochi chilometri da Tripoli, dove da giovedì scorso si trovano rinchiusi decine di immigrati "respinti" dalle motovedette della Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera, che inizialmente li avevano soccorsi a bordo di tre barconi nel Canale di Sicilia. L'uomo che parla è un nigeriano, ha 22 anni, è con la moglie di 18 anni, che ha abortito dopo i giorni in mare e ora nella prigione libica. E tra le donne rispedite a Tripoli, due, come conferma Christopher Hein, presidente del Cir (Consiglio Internazionale per i Rifugiati) erano incinte.

"Una di loro - afferma Hein - era in gravi condizioni. Il rappresentante a Tripoli del Cir ha visto che è stata trasferita d'urgenza in un ospedale di Tripoli. Finora nessuno degli esponenti delle organizzazioni umanitarie ha avuto la possibilità di entrare nei centri e vedere cosa accade. Le autorità libiche non ci hanno concesso i permessi, le pratiche burocratiche sono lunghe e difficili. Sono seriamente preoccupato".
Ma come sono morte queste donne? Chiediamo al "prigioniero": "Sono morte alcune ore dopo essere state lasciate sulla banchina insieme agli altri. I militari libici trascinavano le donne che erano prive di sensi per la stanchezza mentre altri, anche loro svenuti, venivano lasciati a terra senza nessuna assistenza. Adesso ci hanno ammassato in queste prigioni, stanno separando i cristiani dai musulmani e abbiamo molta paura. La polizia libica e quella italiana lavoravano insieme, gli italiani ci hanno salvati ma poi ci hanno lasciati a Tripoli".

Il caos che regna dentro la prigione arriva anche alle nostre orecchie, l'uomo parla tentando di non farsi vedere dai militari libici. "Sono cattivi qui, non ci danno da mangiare, ci trattano come animali. Stiamo soffrendo tutti, in questo momento ci sono due uomini privi di conoscenza a causa della grande fatica che abbiamo affrontato e delle botte dei poliziotti. Vi preghiamo: fate qualcosa. Fateci andare via da qui, qualsiasi posto va bene per noi, abbiamo bisogno di voi ora, stiamo soffrendo".

Spesso la conversazione telefonica è disturbata, cade la linea, riproviamo a chiamare e per fortuna il "prigioniero" ci risponde.

Il suo nome è contenuto nella lunga lista dei 238 (e non 223 come detto dalle fonti italiane) extracomunitari rispediti in Libia, quasi tutti nigeriani, etiopi, eritrei e somali. Ci dice che è nigeriano e che, come tutti gli altri, prima di arrivare in Libia ha fatto un lungo viaggio con la moglie. "Siamo stati in Libia tanto tempo, ci maltrattavano, e quando finalmente ci hanno concesso di partire l'abbiamo fatto, ma è stato tutto inutile. Molti di noi sono morti durante la traversata del deserto e quelli che sono sopravvissuti speravano di avere finalmente raggiunto l'Italia".
Il nostro interlocutore ci comunica che uomini e donne sono rinchiusi in prigioni separate. "Anche mia moglie è stata portata via, ho paura che possano farle del male come spesso è accaduto a tante donne che sono state in Libia. Molte di loro vengono violentate e restano anche incinte. Mia moglie l'ho sempre protetta, ma adesso è sola e non so cosa possa accadere. Vi supplichiamo, aiutateci, non ci abbandonate".

La conversazione con il "prigioniero" nigeriano si conclude con una frase paradossale: "Grazie - dice al cronista - e che Dio vi benedica".

08 maggio 2009

Il rimpatrio dei CLANDESTINI

Su La Repubblica clicco l'articolo che titola parlando di stupri e torture, del viaggio di ritorno in Libia per coloro che erano riusciti a fuggire.

E mentre leggo, è più forte di me, mi immedesimo. Mi sento una fuggiasca che cerca di salvarsi e viene riportata là, da dove era scappata per un briciolo, ancora, d'istinto di sopravvivenza.
Quell'istinto così naturale, ma che davanti al sentirsi prigioniero senza scampo, non ha più ragione d'esistere, a quel punto l'unica "soglia" da varcare per non soffrire, per non essere torturato, è la morte.
Ho pianto, mi sono sentita disperata, e non posso pensare che duecento persone siano state riportate nell'inferno, rispedite là.

Riporto l'articolo, seppure è su un quotidiano, alla portata di tutti, non c'è bisogno del mio blog per leggerlo.
Ma io voglio fissarlo sul blog.


Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì.
"Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"
"Li avete mandati al massacro
in quei lager stupri e torture"


articolo di FRANCESCO VIVIANO da "La Repubblica", 8/5/2009


LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".

I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.

"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".

Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".

Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavano, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".

"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".

(racconti di Hope e Florence)

8 maggio 2009

08 dicembre 2008

"Pietruzze miliari sulla strada dell'infinito"


Tra vapori e profumi che inondavano l’aria della cucina mi muovevo lesta, ritmata dalle successione dei gesti da compiere.
Non mi piace cucinare.
La dedicazione del tempo che non ho e che occorre per comporre con amore cibi da gustare, è fra le principali motivazioni. Ma il cinque dicembre è stato un giorno speciale, e per l’occasione mi sono lasciata coinvolgere dalla mia stessa emotività nel trasporto di cosa preparare, della spesa per gli ingredienti, e d’una libertà priva di gravità per le sconosciute ore di preparazione.

So che di solito tendo a scelte escludenti. Stavolta invece un sotterraneo entusiamo mi ha condotta nell’immaginazione verso una completezza che superava una crostata, includeva un rustico e persino un’abbondante pasta al forno.
Quante persone sarebbero venute? Un esiguo gruppetto o la maggior parte di quelle a cui avevo rivolto l’invito? Invito a coloro che avevano popolato il passato, a coloro che erano nel presente e a coloro che ci saranno per una parte del futuro.

Inaspettatamente è diventato un gioco. Un gioco con me stessa…

Un’improvvisa letizia mi sale nell’animo mentre impasto farina, zucchero e uova per la crostata, ho voglia di musica intorno, e mentre spalmo marmellata, arrotolo pezzi di pasta frolla dando forma alle listarelle per la superficie a grata, i fianchi inarrestabili seguono il ritmo d’ogni nuova canzone.
Revival, e il ritmo si fa più vibrante nel sangue. I fornelli accesi, il sugo che bolle, la besciamella da girare, il forno che dora la crostata, e il mio perpetuo freddo che si scioglie come neve al sole. Via il maglione. La musica più alta, le note sono le mie onde, e mentre taglio a tocchetti mozzarella e formaggio, via anche la felpa. Fa caldo nel mio antro culinario.
Gli spinaci per il rustico sono pronti, la ricotta, le uova, il sale, la noce moscata… i piedi impovvisano scalzi passi di danza. Abbandono coltello, provola e speck e piroettando volo ballando felice e ricca di ritmo allo specchio, le gambe s’alzano in ampie falcate, salto, giro, torno al tavolo, taglio e riparto. La musica riempie la stanza e mi sento felice, allegra, contenta di cucinare come stessi dipingendo un quadro! I profumi s’intrecciano, io corro qua e là, mai sentito tanto caldo con termosifoni spenti e bufera all’esterno!


È un giorno speciale il cinque dicembre…
Improvvisamente sorge coscienza di ciò.
Solo una settimana prima il pensiero vi si era soffermato dando valore a una data, passaggio che poteva restare un numero di calendario, uguale al ricordo d’onomastici, o scivolata qualsiasi d’ulteriori ventiquattr’ore d’un 2008 che volge al suo termine.
Invece ecco che decido di fissarlo, come foto sull’album, nel dirlo a quanti possano condividerlo con me.


Era il 5 dicembre di dieci anni fa quando, con una breve cerimonia al centro culturale buddista, ricevetti una pergamena in carta di riso simboleggiante la sacralità dell’esistenza.
Allegoria in caratteri sanscriti per raccontare l’infinito potenziale racchiuso in ogni singolo essere umano. Pergamena che vive custodita nella mia casa, dalla mia vita, e che giorno per giorno, attimo dopo attimo è stato il motore di risveglio della mia natura più profonda e celata.

È stata una scelta quella di dieci anni fa, non un caso, non un capriccio, o un effimero stato d’animo.

Reduce da una tempesta che aveva lasciato relitti galleggianti, devastazione e dinanzi a me il vuoto d’una direzione da cui ripartire, incontrai un’amica, funzione dell’illuminato che fornisce una pallida lucerna per fendere il buio.
Afferrai la lucerna senza sapere cosa farne e come usarla. Iniziai a sfregarla come sapevo aveva fatto Aladino con la sua lampada. Esprimi i desideri. Ma il Genio non si materializzava.
Nonostante ciò a qualcosa servì. Imparai a dar forma immaginativa ai miei ormai ammutoliti obbiettivi. A estrarli dal pozzo oscuro dell’impotenza.
E il desiderio è un seme che cade nella terra e apre sentieri.


Era finita una storia d’amore e di famiglia. Avevo una casa a cui tornare, ma ogni via per poterla raggiungere sembrava impedita da impossibilità insormontabili.
Sfregai la lampada esprimendo desideri che non si realizzavano, finchè…
Finchè la tenacia dell’invisibile bersaglio coltivato non maturò così tanta forza da spingermi a sfidare l’impossibile decidendo che sarei tornata comunque alla mia dimora.
Le determinazione è il propulsore per accendere di movimento ogni circostanza.
La fabbrica delle idee prese a lavorare, e come una pennellata di densa tempera ne richiama un’altra accanto aggiungendo tinte sempre più vivaci e piene, così si compose il quadro e la strada s’aprì.
Un anno dopo, a partire dall’attimo d’incontro con la fioca lanterna, ero nella mia casa.

Ero riuscita a giungere dove mai avrei immaginato se mi fossi fermata alla base della cruda realtà di mancanze, difficoltà, ostacoli pratici, e inattuabilità.
Mi guardavo attorno estasiata e incredula.
Ogni parete aveva un colore diverso, rosa, azzurro, blu, verde, giallo, celeste. L’angolo cottura con i suoi pensili scelti a intuito e ora in perfetto incastro, il muretto divisorio con la mensola di legno chiaro, una stanza per ciascuno, nei settanta metri quadrati che avevo lasciato da duo per tornarvi in trio.


Dopo il trasloco e le casse svuotate, i libri allineati sulla libreria adesso montata, ogni oggetto nel luogo dove l’immaginazione l’aveva collocato nell’immateriale composizione disegnata, decisi che lì, nel cuore di quelle pareti che erano il mio rifugio e prezioso terreno su cui poter muovere passi d’indipendenza e rinnovata costruzione, lì, desideravo nascessero le radici del nuovo percorso intrapreso.
Era la scelta d’un profondo cambiamento, il sorgere del credo verso l’infinito potenziale che custodiamo ma a cui fino ad allora avevo temuto di prestar fiducia.

Decisi di aprire la vita, decisi che non volevo più perdermi per amore, pur volendo amare.

Le decisioni sono fari che illuminano la navigazione umana.

Il 5 dicembre 1998 ero emozionata, confusa, stordita.
Ricevetti fra le dita fredde e tremanti lo scatolino che conteneva la pergamena arrotolata. Lo ricevetti dalle mani d’una donna il cui soprannome assomiglia –gioco del fato- al mio attuale: Dadina.
Un personaggio storico del buddismo in Italia, colei che ha tradotto dal giapponese in italiano la maggior parte degli scritti di studio sul Sutra del Loto. Una donna che vive nel cuore di molti sebbene non lei non sia più qui.

«Praticavate davanti al muro? Va beh, adesso potete praticare davanti al Gohonzon, fa lo stesso!», esordì quel giorno con fare pragmatico e burlesco, quale era la sua simpatica indole.


Sono trascorsi dieci anni, e guardandomi indietro sento che ho attraversato, aprendo infiniti sentieri col macete della fiducia e d’una fede sconosciuta, una densa e intricata selva nel mio entroterra d’esistenza.
Quando ero bambina, concluso un ciclo scolastico, mi piaceva fare lo stesso. Guardarmi indietro per comprendere e vedere.
Stupendomi m’accorgevo che dalla prima alla quinta elementare il mio mondo s’era trasformato e io avevo scoperto e raggiunto nuovi orizzonti, non ero più quella timida piccina che a mala pena sapeva leggere e scrivere.
E quando finii le medie, e quando terminai il liceo… E quando… Ogni volta lo sguardo si voltava oltre le spalle per osservare cosa avevo tracciato, chi ero, meravigliandomene. Quante cose potevano esser contenute in soli cinque anni!

Oggi una tappa importante.
Dieci anni in cui apparentemente nulla è cambiato.
Non c’è la trasformazione da bambina a adolescente, da adolescente a donna, non sono neppure diventata madre, nè mi sono sposata o divorziata. Sono sempre nella stessa casa. Persone sono entrate e poi uscite. Ho amato e ho smesso d’amare. Ho conosciuto e perso. Ho cavalcato destrieri imbizzarriti ma sono rimasta in sella. Onde impetuose sembravano inghiottirmi, ma sono rimasta illesa. Sono diventata più forte.
Ho conosciuto me stessa, mi sto amando. E amo cose nella mia vita che una volta non riuscivo ad apprezzare.
Non è accaduto nulla, ma la rivoluzione interiore sta creando la metamorfosi, come il bozzolo di seta contiene una leggiadra farfalla variopinta.

E senza sfregar più la lampada cercando il Genio d'una fiaba a cui commissionar desideri, ora esploro la sincerità del dialogo col Genio che è in me.
Ho ascoltato il suo suggerimento, perciò ho brindato insieme alle persone più vicine nello spirito e nel cuore, per condividere il significato e la comprensione d’un passaggio.
La consapevolezza e la gioia d'oggi hanno sostituito lo stordimento e l’emozione confusa del primo incedere.

Invisibile la matita ha imparato a tracciar disegni, la mente compone gli accordi.
Importante è saper dar valore.

03 dicembre 2008

Passo passo...


due novembre
tre dicembre
sto per tornare,
promessa solenne!