04 novembre 2007

## § Woman Surprise § ##


“Spingeva decisa e con vigore sui pedali della bicicletta, voleva la strada libera davanti a sé, senza pedoni, auto o animali che la costringessero a frenare. I pensieri bruciavano e i muscoli delle gambe imprimevano velocità mentre lei a collo eretto tagliava l'aria col viso scorrendo in avanti, scorrendo via, inseguendo una pellicola di film che andasse oltre, in un tempo che con un balzo fosse già il successivo… «Six months later».
E via! Obliate le scene più drammatiche, via, verso la felicità.

Poco prima era ancora in cucina, l'usuale buongiorno alla mattina, sfogliando il giornale.
Lo sguardo s'era appoggiato là, assorbendo l'articolo mentre la mente, formica instancabile, allineava sequenze di scene recenti, tornate di botto a schiumare in lei. Cold case della vita.
La giornalista aveva forgiato col fuoco il suo pezzo denunciando l'ennesima violenza su di una donna, e Dina, sorseggiando orzo bollente, era rimasta impigliata –come lana su ritorti fili metallici- alle parole dell'Altieri. (*)

«Proprio non mi riesce di intascare indifferentemente la notizia: un'altra donna violentata e massacrata di botte . Quanto fa? cinque, dieci, venti?
Sì, torno a parlare di donne e ci tornerò ancora e ancora, fino a quando avrò un filo di voce e una tendinite fulminante non m'impedirà di schiacciare lettere sulla tastiera.
Io provo rabbia. Non si tratta di provenienza geografica, ma di uomini e donne che non si riconoscono ancora la medesima qualità di persone.
E allora lo domando agli uomini: «cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per farvi entrare nelle teste che non siamo solo un buco con un po' di curve attorno? »
Mi pare che non abbia funzionato il sistema di ammantarci con veli e burqa, dobbiamo forse rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell'oceano? Iniziare a fare a botte da adolescenti sì da temprare le ossa per una futura lotta? Armarci e sparare in fronte al primo che ci fa un complimento? Mortificare cura e bellezza, in modo che questo corpo non susciti più istinti se non di disgusto? O forse potremmo cavalcare le strade ammiccanti, con un cartello al collo: sotto non indosso slip, accomodatevi!
Donne, la dobbiamo smettere di attenderci che “loro” capiscano: basta con questa femminilità che ci hanno cucito addosso. Basta!»

Parole che evocano immagini, lo scomparto di memoria e pensieri fragilmente socchiuso, s'apre. Pinze, martelli, spilli e chiodi si rovesciano nel cuore. Dina smette di sorseggiare il suo orzo, appoggia la tazza sul tavolo. Lo stomaco è chiuso mentre gli occhi cercano svago. Davanti alla porta di casa staziona la bicicletta. La sua bici. La imbraccia e scende le scale.
Pedala con foga. Le frasi della giornalista le sfrecciano in testa come pietre scagliate.
“Rispolverare le cinture di castità e buttare le chiavi nell'oceano?” …“Mortificare cura e bellezza, in modo che il corpo non susciti più istinti?” …“Cavalcare le strade ammiccanti, invitando con provocante nudità suggerita?”…
Una morsa alla coscienza collegare la lapidaria realtà, schiacciata al muro da quelle frasi, alle risposte che lui era stato capace di darle.
Respira a fondo l’aria che va schiaffeggiandola in corsa libera. All'interno si compone la scena, uguale a fotogrammi proiettati su di uno schermo.
- Chuck? Ciao, sono Dina.
- Ciao Dina… come stai?
Sembrava fossero passate poche ore dall'ultima volta, non trecentosessantacinque giorni.
- Com’è che mi chiami?
- Vorrei vederti. …Per un confronto.
Dentro di lei s’erano sovrapposti e premevano pensieri e memorie nel caos d’un silenzio forzato. Aveva troncato di netto, ma lo aveva amato. Ancora si chiedeva perché l’avesse tradita. E adesso? Le loro vite scorrevano distanti, sconosciute, conservando risentimento.

L’accaduto era irrecuperabile, ma guardarsi in faccia aveva il valore d’una pietra miliare.
Erano saliti in auto dopo un breve saluto, lui alla guida, lei accanto. Una sconosciuta sensazione di riserbo la permeava nell’incrostazione d’un ghiaccio cresciuto giorno dopo giorno. Doveva superare l’ostacolo dell’orgoglio ferito e lo desiderava, per creare terra di scambio.


Le prime parole entrarono fra di loro nell’abitacolo arrancante su strade notturne.

- Allora… perché volevi vedermi?
- Te l’ho accennato, mi piacerebbe un confronto fra noi.
- Ah, già! E spiegami, come hai scoperto di Anna?
- Inevitabile… La mia psicoterapeuta!
- No… Non è per quello che l’hai scoperto, chi te l’ha detto? Eh? Sentiamo!
- Ma scherzi, vero? Sarei forse io a nascondere qualcosa? Sarei io a falsare la realtà?
- Ah, non rispondi, eh? Stai cambiando discorso! Sono certo che non è accaduto per caso. Ne sono sicuro! Sicuro. Sii sincera, tanto so che non è come dici.
Inaspettate urla le si spinsero in improvvisa eruzione dal petto. Non era così che aveva immaginato l’incontro, eppure stava gridando fuori di sè mentre lui guidava, e ogni particella di pensiero, emozione, dolore custoditi fino a quel momento si rovesciò, torrente in piena, scroscio violento che trascina detriti, rami, fango, sassi, giù giù, rovinando a valle, denso e torbido di fango e sporcizia.
- Non aveva valore per te ciò che c’era fra noi? La nostra sessualità? Non avevi sempre detto che era speciale? Avevi bisogno di scopare con un’altra?
- Uh, ma che vuoi che sia!
- Cosa? …E se io avessi scopato con altro? …Eh?
- Tu saresti stata una puttana! Ha, ah! Per te dovevo essere importante solo io! Ma dai, che vuoi che siano le scopate con Anna… Per un uomo è diverso. Certo che la nostra sessualità aveva valore! Anna non toglieva nulla, anzi! Con te era molto più bello! …E poi sapessi quanto era gratificante volare di fiore in fiore, il mio ego era così pieno, così …ah! Forte! …Ed ora cosa dovrei fare? Cospargermi il capo di cenere?
- “Che vuoi che sia”, rispondi? Che vuoi che sia? …Cospargerti il capo di cenere? A me non interessa la colpa. L'attenzione prima di agire, è responsabilità. Con il tuo finto senso di colpa non ci faccio niente! Nelle tue parole c’è la superiorità di qualcuno che non ritiene d’aver sbagliato, potresti rovesciarti un secchio di cenere sulla testa, io non sono il sacerdote che ti dà l’assoluzione! Ma riesci a renderti conto di ciò che dici?
- Ecco, è questo modo di fare che non sopporto. Tu vuoi impormi la tua visuale. Ciò che per te ha valore, deve valere anche per me? Siamo diversi, non la vedo come te. Meglio restare distanti, lo abbiamo fatto finora. Non c'è comunicazione.
Aveva voluto incontrarlo per un confronto. Un amore da non gettare nella spazzatura, con un passato da rinnegare. Di fronte a lei un uomo che l’aveva tradita con l’orgoglio d’averlo fatto. Non c’era altro.
Pedalava con lentezza adesso, lasciando che lo sguardo si perdesse tra le foglie gialle ormai rade sugli alberi, seguendo poi il loro staccarsi e volteggiare smarrite nell'aria umida. Sentì tristezza e delusione unite in un vuoto, poi la musica d'una vecchia canzone che emergeva attraversandole la mente, come fantasma, girando a disco in parole galleggianti a ritmo, dolcezza in amarezza.
« Andrea aveva un amore, Riccioli neri »
« Andrea aveva un dolore, Riccioli neri »
Le foglie si sdoppiarono attraverso la lente delle lacrime che affioravano.
« E Andrea l'ha perso, ha perso l'amore, la perla più rara »
« E Andrea ha in bocca un dolore, la perla più scura »
In una lacrima che il vento raffreddò sulla pelle canticchiò ancora.
« Andrea aveva un amore Riccioli neri »…
Andrea ha in bocca un dolore.
Aveva tentato, lei, di comunicare con un cuore. La perla più rara.
Non le restava che pedalare. Oltre.”


La scrittrice posò la penna.
Il racconto era pronto. L'indomani l'avrebbe trascritto al computer e inviato alla redazione.
Appallottolò i fogli scarabocchiati delle correzioni gettandoli nel cestino con un lancio di soddisfazione. Poi alzandosi si accese una sigaretta aprendo la finestra.
Sentì il motore di un'auto posteggiare lì sotto, si sporse e lo vide.
Aspirò con maggiore avidità dal filtro dirigendosi al fornello per bollire dell'acqua. Il campanello suonò perentorio. Restò davanti al boiler che si scaldava sulla fiamma.
Il suono della porta fu ancora più lungo e insistente.
Gli aprì.
- La devi smettere!
- Di far cosa, Corrado?
- Di pubblicare racconti che parlano di noi, soprattutto di me!
- Non c'è il tuo nome, né l'indirizzo, né la foto, nessuno sa che sto parlando di te, o che ci siano riferimenti autobiografici.
- Perché lo fai? Ti vuoi vendicare?
- No. Voglio parlare di come gli uomini vivono le storie che per le donne sono d'amore. Per voi, invece, solamente sesso.
- È letteratura?
- Non lo so se può essere letteratura, è attualità. È valore che posso costruire attraverso la penna. Sono stufa di sentire e vedere che le donne sono solamente un corpo di cui sfamarsi. Estinta la fame, si butta via la persona, un involucro vuoto.
- Ma che dici? Di che parli? Amore? Amore? L'amore non esiste! Quando ripetevi d’amarmi stavi lì a criticarmi di continuo, sempre a fare la maestrina in cattedra. Ma quale amore? Balle!
- Ti amavo. Ti amavo come eri, comprese le tue numerose pecche. Amare non significa però ingoiare tutto, mettere un bavaglio e lasciare che l’amato comodamente calpesti chi ama… Poi l’amore s’è macerato. Consumato nell’impossibilità di comunicare, nelle prepotenze del tuo comodo egoismo d’uomo sposato, con una, due amanti… e via, quante ne vogliono entrare nell’harem!



-- Infatti è proprio qui il punto a cui non arrivi. Sono sposato! Perciò la devi smettere di tirarmi in ballo nei tuoi racconti. Se un giorno mia moglie dovesse capire e scoprire…
- Attraverso cosa? Su, dai, non t’ho mai tradito. Avrei potuto farlo! Svagandomi con un ulteriore uomo, pari a ciò che hai fatto tu con l’amante a me contemporanea, o svelando per vendetta a tua moglie la mia esistenza… E magari quella dell'altra! Perché no?
- Che maledetta! Ricordati che ho le tue foto, le potrei inviare alla rivista per cui lavori, tu prova soltanto a…
- Le tue paure sono infondate. Non l'ho fatto prima, di tradirti, non lo farei mai verso tua moglie neppure ora. Ricatti basandoti sulla malafede. Una mia saggia zia suggeriva: «Chi ha il sospetto, ha il difetto!». Tu ne sei la dimostrazione. ...Ma ancora hai quelle foto? Dovresti buttarle. Le tieni per ricordo, o per non sentirti inerme?
- Sei sempre stata una stronza, piena delle tue idee e del tuo egocentrismo. Abile a rigirare frittate. Ti saluto, ma bada a ciò che fai!
La scrittrice si versò il tè.
Una bolla d'aria affiorò galleggiante sulla superficie liquida, un ricordo di nebbia sembrò nuotarle incontro dalle Memorie di una maîtresse, suggerendole un'antica verità...
«Ogni ragazza siede sulla sua fortuna, e non lo sa».
Gli angoli delle labbra si tesero in amara smorfia.
Con la tazza fumante diresse i passi alla scrivania e osservò i fogli del nuovo racconto. Poi, quasi da bimba dispettosa, afferrò la penna e veloce gettò il suo scarabocchio facendo svolazzare le linee in una firma a riccioli e volte.
Lasciò cadere l’arma e sorrise al suo nome scolpito.



Nota: (*)
L’articolo qui riportato è stato estratto, con modifiche e tagli, dal post di Assu: «La parola al sesso forte», sul blog “Il Cassetto delle idee libere”.
Ringrazio molto Assu per l’ispirazione che mi ha fornito, e mi scuso per le modifiche apportate. Perciò invito a leggere il post in originale, nel rispetto della forma data dall’autrice.

24 ottobre 2007

^^^^ PATCHWORK ^^^^


Oggi scrivo a mano libera, quasi fosse una lettera, o fossimo davanti a delle tazze di tea fumanti, tutti in circolo attorno a un tavolino.
Ci sono il miele, lo zucchero di canna, ci sono biscotti alla cannella e quelli allo zenzero, c’è una crostata alla marmellata di mirtilli e all’aroma di mandorla che ho cotto io.

Quale gusto preferite per il tè? Il Lapsang Souchong, l’Early Grey, o il Darjeeling? English breakfast? China Black? E lo volete con latte, limone o liscio?
A me piace il gusto muschiato e l’odore penetrante del Lapsang, è forte, ma proprio per questo.
C’è anche della cioccolata amara fondente… Scusate, non ho preso quella al latte, non la sopporto!

Scrivere… la passione di fermare un fluire costante di pensieri, un parlare d’un sé nascosto nella mente che sarebbe capace di stordire una persona che sta accanto, se dovesse ascoltare.

Per questa volta nessun racconto.
Un poco di stasi.
Mi guardo attorno nel mondo dei blogger.
A volte percepisco tensioni, anche tra le frasi più strette e sintetiche, colme di non detti.
A volte capto critiche sui contenuti dei blog.
Blog di diaristica o che si occupano del sociale, blog di poesie, o di racconti letterari, blog in cui si tratta dei mali politici, blog che parlano di blog o di iniziative di blogger.
Ce n’è per tutti i gusti, nel corso d’una passeggiata nel web a catturare ciò che più aggrada al nostro carattere, ricerca, o stato d’animo.

A casa mia, quando ero piccola, c’era una macchina da scrivere Olivetti,
di quelle che devi pigiare sui tasti con colpo secco per vedere il braccetto partire e lasciare la sua impronta d’inchiostro dal nastro al foglio. Sbuffando senza idee, mi mettevo a giocare con l’Olivetti, e non sapendo cosa scrivere, buttavo giù la prima banalità interiore:
«Oggi non so che fare, mi annoio, le mie amichette non possono venire a giocare qui da me, allora uso te, macchina da scrivere»
Per tamburellare queste poche righe ne passava di tempo! Ed erano zeppe d’errori. Andavo alle elementari, e fu così che imparai a usare la tastiera… Chi me l’avrebbe detto che non me ne sarei staccata più!

E poi il diario, altro compagno dei miei silenzi da bambina.
Silenzi obbligati.
Se qualcuno mi avesse chiesto: «Che c’è? Che hai?», avrei cercato delle risposte. In realtà mi è stato insegnato altro, ovvero a sopportare.
A dirla tutta, hanno tentato d’insegnarmelo, il mio carattere però è recalcitrante in questo.
E la scrittura mi ha tenuta per mano nella crescita, compagna fedelissima che con me s'è sviluppata. Voce viva dei silenzi e dei malesseri, degli amori più intensi e dei segreti più intimi.
Ho scritto innumerevoli lettere, di pagine e pagine, a amici e amiche lontane. Ho ancora il dito medio con il “callo” dello scrittore, anche se ormai, con l’avvento del computer, si è ridimensionato. Dal cartaceo all’elettronica, e le lettere corpose strizzate in buste e riempite di francobolli sono diventate e-mail.

Via via tutto si trasforma, e Daniela è diventata «danDapit» quando un’altra Daniela le ha chiesto: «Ma perché non apri anche tu un blog?», massì, così scrivo…

SCRIVO.
Scrivo ciò che sento, penso, le emozioni da trasformare in racconti, l’umanità da fotografare come un reporter senza “camera”, reporter di viaggi interiori.
E siccome oggi parlo attorno a una tavola imbandita, racconterò qualcosa che spesso mi viene chiesto sui nomi scelti per il blog.

Setalend.
Molti anni fa mi divertii ad anagrammare nome e cognome, ne risultò qualcosa di poetico che conteneva la parola “Seta”. Sì, ne risultarono due materiali: la Seta e un altro.
Il giorno che aprii il blog (due semplici passi per aprirlo!) alla domanda di come lo volessi chiamare, in un primo momento il vuoto, poi mi tornò in mente l’anagramma, così ne usai un pezzetto (Seta).
Anche “lend” ne è una parte, viene dal nome Daniela.

Avrei potuto chiamarlo “Setaland”, terra di seta, metà in italiano e metà in inglese, ma che orrore!
Divenne “Setalend”.


danDapit.
Nasce da un vecchio indirizzo di posta elettronica il cui nome era “dapit”.
Un giorno di vari anni fa un collega - visto che io ancora non ne ero capace- stava gentilmente aprendomi un account di posta, però nome e cognome miei erano già occupati. Avrei dovuto usare dei numeri, per i quali provo sincera antipatia. In fretta e furia mi feci venire in mente qualcos’altro: DAniela - mio primo nome, PI come Patrizia - mio secondo nome, T il cognome. DAPIT.
Quando ho aperto il blog ho aggiunto un “dan” a precedere, e ne è risultato danDapit, da cui ora si sono ulteriormente sviluppati: “Danda”, o “dandina”… E sorrido…

Ieri e oggi a casa con l’influenza, ho fatto come quando ero bambina, mi annoiavo, ho scritto sulla Olivetti.

Buona la crostata? Vi è piaciuta?

È arrivato l'inverno in un sol colpo, amo il sole, e il freddo mi atterra.
Questo tea caldo ci voleva…

Lo sapete che c’è un disegno di legge per tassare i blog?
L’ho saputo leggendo questo post di Spiderfedix!

(per visualizzare il disegno di legge: Clich here)


Un abbraccio e una tazza di tea a chi passa di qui!






14 ottobre 2007

Omaggio al Nonsense

- Ehi, Chuck!
Urlava con rabbia da un capo all’altro d’una piazza gremita di gente.
- Sai quella scheda telefonica, sì, quella sim card che t’avevo regalato l’inverno scorso e che a maggio m’hai restituito?
- Sì, ho capito! ...Ma perché strilli da laggiù?
- Sei un bastardo! Un bastardo! Me l’hai ridata senza neppure cancellare un sms che avevi ricevuto!
- Cosa vai urlando? Cosa urli qui in mezzo a tutta questa folla? È passato un sacco di tempo!
- Non importa quanto ne sia passato! Me l’hai restituita con un sms in memoria, senti qui: «Ma che hai sbroccato? Perché non mi vieni a prendere stasera…sulla tua torpedo bleeu?».
- Allora? Che vuoi adesso?
- Il numero non era registrato sotto un nome! Tre-tre-nove, nove, quattro, zero, due, otto, uno, sette… Di chi è questo cellulare? A cosa t’è servita la sim card che t’avevo regalato per le nostre telefonate? Eh??
- Dina! Sta’ zitta! Stai armando una caciara! Non c’è persona che non si sia voltata a guardare!! Quanto ti odio!

Dina trasalì e improvvisamente aprì gli occhi. Un incubo. Aveva il collo bagnato di sudore. Si alzò, andò in bagno ad asciugarsi, poi in cucina a bere dell’acqua.
Chuck era partito per alcuni giorni. …Voleva parlargli di quell’orribile sogno. No, anzi. Doveva raccontarlo alla psicoterapeuta, quale inquietante significato celava?
Andò al tavolo cercando carta e matita e appuntò il sogno finché lo ricordava nei particolari. Cosa diceva l’sms? Ah sì, la torpedo blu… e il numero…incredibile! Si rammentava addirittura la sequenza numerica: 339…940, 28, 17 come la leggesse ancora dal cellulare!
Controllò l’appuntamento con la dottoressa, era per le 11,30. Bene. L’ansia si placò. Tornò a letto con un bicchiere d’acqua in mano e l’asciugamano appoggiato sulla spalla.


Alle 11,30 pigiava fremente sul nome «Dott.ssa Anna Gambiolini».
- Buongiorno Dina, come sta?
- Sono abbastanza turbata dottoressa, ho avuto un incubo.
- Ah, bene, abbiamo materiale sul quale lavorare…
- Veramente, oltre al mio incubo, sono rimasta ancora più turbata quando ho sentito Chuck, il mio ragazzo…
- Dobbiamo lavorare sui sogni.
- Sì, infatti! La cosa particolare è che anche lui ha avuto un incubo, stamattina ce li siamo raccontati a vicenda!
- Ve bene, Dina… Però ho in cura lei, non il suo fidanzato.
- Dottoressa, so bene che tutto ciò è al di fuori del razionale, le assicuro però che questa particolare coincidenza mi scuote molta ansia…
- Se la può tranquillizzare, mi parli anche del sogno del suo “Chuck”…
- Lui non si chiama così, è il soprannome che gli ho dato io…
- Questo non interessa all’analisi, andiamo avanti.
- Chuck ha detto che ieri sera si è bevuto una birra fredda dopo cena, mentre era in digestione, perciò durante la notte si è sentito male…
- Dina, evitiamo particolari non pertinenti.
- Sto arrivandoci! Insomma, lui ha avuto un incubo contemporaneo al mio. Ha sognato un uomo in auto con la moglie, litigavano, e quello la buttava giù dalla vettura per poi cercare d’investirla. Chuck guardava la scena e vedeva che la donna restava a seno nudo sul cofano dell’auto, con i vestiti strappati nell’impatto. Poi si accorgeva che l’uomo nell’auto provava a investire anche lui…
- Non conoscendo il suo ragazzo non posso cogliere il significato di tali immagini, vogliamo parlare del motivo per cui la agita?
- Sì, ecco… Ho sognato che ero in una piazza grande, come un’antica agorà, affollatissima. Lì vedevo lui dall’altro capo della piazza, e da quella distanza prendevo a urlargli contro accusandolo forse d’avermi tradita. Gli rinfacciavo d’aver trovato sulla sim card il messaggino non cancellato d’una donna…
- Questa dimenticanza di cancellazione d’un sms la interpreta come qualcosa che l’inconscio vuole suggerirle? Ha forse sentore che il suo fidanzato vorrebbe farle sapere ciò che le ha precedentemente occultato?
- Non saprei… Aspetti, completo il racconto del sogno. La mittente del messaggio gli proponeva di passarla a prendere sulla sua “torpedo blu”. Nella piazza gli urlavo che era un bastardo, tutti ci guardavano, ero così furibonda che non mi importava! Pensi che stranezza: mi è rimasto impresso il cellulare che ho letto nel sogno, almeno mi sembra sia quello!
- Un numero che non ha dimenticato neppure cessando la fase onirica… – ripeté meccanicamente la psicoterapeuta, poi, quasi giungesse da altrove, replicò:
- La donna diceva «vieni a prendermi stasera sulla tua torpedo blu»? …La canzone di Gaber?
I lineamenti del viso della dottoressa si irrigidirono, il suo busto si raddrizzò legnosamente sulla sedia.
- Sì. C’è qualche indizio significativo?
- No, no… Interessante. Mi stava spiegando che le è rimasta impressa una sequenza numerica?
- Sì, eccola, l’ho scritta subito: tre-tre-nove, nove-quattro-zero, due-otto, uno-sette.
La dottoressa Anna Gambiolini parve impallidire.
- Ma non vedo collegamento tra il suo incubo e quello del fidanzato…
- Veramente io ho una strana sensazione… Guardi che caso! Ho sognato che lui mi teneva nascosto qualcosa e che aveva bluffato con me, mentre lui sognava una coppia che litigava e un uomo che voleva investire una donna. Nel suo sogno è espressa una forte aggressività nei confronti di quella donna, moglie o amante che fosse, ma la stessa aggressività l’ha diretta poi verso un uomo… Forse un altro se stesso?
- Brava Dina. – esordì la psicoterapeuta deglutendo - potrebbe sedersi sulla mia poltrona. È diventata abile nell’analisi dell’immaginario inconscio…
- Sono turbata, ci dobbiamo sposare... il sogno mi ha messo in allarme! Poi stamattina s’è aggiunto l’incubo di Chuck…
- “Chuck”. – ripeté la psicoterapeuta.
- Dottoressa? Mi sembra scossa anche lei… Come interpreta tutto ciò?
Anna Gambiolini si agitava con visibile disagio, lanciando insistentemente occhiate al pacchetto di sigarette sul tavolo.
- Eh, Dina, dal tuo sogno emerge che non hai fiducia in Chuck. Più profondamente direi che non ti vuoi sposare. L’inconscio sta inviando chiari messaggi. Non vuoi chiuderti nel vincolo matrimoniale, temi d’essere tradita. Dovresti riflettere prima di fare questo passo! Inoltre, osservando il sogno del fidanzato in particolare coincidenza col tuo, ma è solo una banale casualità, sembrerebbe che anche lui tema il passo del matrimonio… Mi dispiace, l’orologio dice che la seduta è terminata. Abbiamo già un appuntamento per la prossima volta?
La psicoterapeuta l’accompagnò alla porta.
Prima di uscire, con fare riflessivo, Dina precisò:
- Dottoressa, si è accorta che ha iniziato a darmi «del tu?»
- Oh! Mi è sfuggito… Mi scusi Dina. Buona giornata… -, ribattè Anna Gambiolini sorridendo affettuosamente e chiudendo l’uscio.
Finalmente sola. Appoggiata la schiena contro lo stipite scivolò con lentezza giù, fino a sedersi a terra. Non riusciva a capacitarsi. Il suo amante era il fidanzato di Dina. Era sotto shock. Come poteva essere che Dina avesse sognato il suo numero di cellulare? E la battuta sulla torpedo blu? Lei gliel’aveva fatta per l’acquisto della nuova auto! Cosa poteva saperne la sua paziente? Cosa stava accadendo nell’universo? Era l’inconscio collettivo? Quel bastardo! Non le aveva mai detto d’avere una fidanzata. Non solo, l’incubo di lui rivelava il desiderio di sbarazzarsi dell’amante, proprio di lei!

Suonò il campanello. Guardò l’ora. Le 12,30. Non aspettava altri pazienti. Forse il postino con una raccomandata?
Aprì la porta. Dina le era davanti ferma sul pianerottolo.
- Dottoressa, mi scusi, ho ricordato un particolare. Per un periodo Chuck si sbagliava quando doveva pronunciare il mio nome. Senza accorgersene, interloquiva spesso con un «Anna». Pensavo si confondesse con la sorella che si chiama così…
- Ah… ah… – La psicoterapeuta trattenne il respiro.
- Ascolti, desidero provare a digitare quel numero, ma voglio farlo qui con lei. Da sola mi sentirei stupida, posso? Ci metto un attimo, tanto non può rispondermi una Anna, sarebbe il colmo! Il mio era solo un sogno, che diamine!
Dina aveva già composto il numero e la Gambiolini era ancora con una mano in aria per fermarla, in un fallito intento.
Gli accordi d’una celebre “Per Elisa” presero a risuonare all’interno dello studio.
- Uh, dottoressa, sono veramente inopportuna! La stanno chiamando, forse è suo marito e io la sto disturbando. Vado…
Nell’attimo in cui Dina interruppe la linea e notò contemporaneamente che la musica nell’aria si spegneva, lo sguardo volò sulla targhetta del campanello: «Dott.ssa Anna Gambiolini».
Gli occhi cambiarono istantaneamente traiettoria, in un lampo furono sul volto sbigottito della psicoterapeuta.
Anna nel panico gridò: «Non sapevo nulla!», sbattendo la porta in faccia alla ragazza.


Dina non sposò Chuck. Sparì dalla sua vita. E smise di andare in analisi.

Anna Gambiolini tornò in terapia dal suo vecchio analista, cessando per anni di lavorare. Non si separò dal marito.

Chuck andò a vivere in un paesino dell’entroterra, si innamorò d'una fioraia e le regalò l’intero negozio. Fu con lei che scoprì l’amore, e per esprimerlo non gli sarebbe bastato un mazzo di rose, ma un luogo ricolmo di Fiori… sì.

03 ottobre 2007

°°° °°° VUOTO °°° °°°



Cercava il nome sul citofono, era la seconda volta che andava da lui, e la prima erano saliti insieme.
Sul pianerottolo la porta era socchiusa, l’aveva spinta e se l’era trovato di fronte sorridente. Subito dei baci, e dai baci le sue mani già le scorrevano con foga sopra ai vestiti, poi febbrili dentro, in un approccio senza dialoghi, schietto nella propria volontà.
Aveva pensato che avrebbero mangiato qualcosa insieme… Due parole e dei sorrisi, immagine d’un preludio all’unione delle emozioni sensoriali, perciò fra un bacio e l’altro gli aveva chiesto:

- Hai cenato?
Lui aveva risposto che non aveva fame senza arrestare l’impeto del suo trasporto.
Le dispiaceva accorgersi che non provava la stessa forza emozionale dei precedenti incontri, quando bocca su bocca l’impulso la rapiva divenendo torrente in piena nel corpo, sulla pelle.
Stavolta una sottile voce sussurrava profonda e lontana:
«Non così!».
La voce suggeriva, ma lei s’abbandonava, lasciando che le sue membra rispondessero alle carezze, al calore, agli odori. Per natura, per voluttuosità, per riconoscimento, per desiderio che andava salendo come onda…

Le piaceva far l’amore con lui. Di volta in volta lo svelamento d'una nuova trasformazione mentre le emozioni, scandite nel crescendo, danzavano l’intensità d’un fuoco ancora da scoprire. Lo stupore la riempiva nell’istante in cui emergeva per poi risuonarle come intima eco per ore e giorni.
Tra di loro percepiva il dono d’un sé, il darsi nel dedicarsi, l’amore fisico come filigrana nell’essenza d’una metafora. Densità e oblio, viaggio d’un piacere condiviso d’attimo in attimo.
Così era sempre stato.
Non quella sera.
Era lui diverso o lei?
Mancava il terreno su cui posare i passi, era l’eredità di un’assenza comunicativa. Momenti d’unione come isole nella vasta distesa d’un nulla.
Stavano divenendo appuntamenti sessuali senza continuità di parole. Svuotati di contenuto, privi di pensieri, ridotti all’osso di carne povera. Un uomo e una donna, due corpi. Negazione d’un resto.

Quando ormai sazi di pelle e sospiri avevano cercato un’altra dimensione, Elvira aveva saputo che la dispensa era vuota. Non aveva niente da offrirle, lui non pranzava mai a casa. La donna era cosciente di non potersi aspettare nulla, era solo un passaggio in attesa della compagna giusta.
Si davano baci, sorrisi e intensità in quel crocevia di tempi accordati, ma l’idea d’una birra in frigo lei non poteva valerla.
Anche la sua casa li aveva ospitati, e nell'antro d’una cucina affatto generosa, due piatti di pasta, una colazione, un paio di hamburger, o spicchi di delizioso melone erano via via comparsi con dolcezza conviviale.
- Ascolta… - aveva spiegato lei con voce di calmo respiro – …per una donna fare l’amore è un aprirsi, movimento in espansione. Quando tu sei dentro di me, non lo sei solo fisicamente, tu mi sei dentro con la tua vita, e io mi espando per sentirti, contenerti e darmi… Ma appena esco dalla porta, per te è già tutto finito, spranghi con saracinesche. Ogni uomo fa così, mentre ogni donna si espande per poi vedersi costretta a ricontrarre corpo, emozioni, sentimenti. Questo movimento fa male. Espansione e ritorno. Fa male.
Lui silenziosamente aveva annuito.

Se ne era andata prigioniera d'una povertà interiore con cui aveva cercato di lottare o far pace. Con quella aveva dormito e si era svegliata, gemella al cielo grigio e oppresso del nuovo giorno. Infine aveva girato lo sguardo verso ciò che aveva ricevuto, lasciato che l’affetto emergesse, aperto la finestra alla comprensione.
Nel programma serale c’era una festa, ci sarebbero andati insieme, occasione per rivedersi e condividere. Non doveva coltivare tristi visioni, né permettere alla sgradevolezza di dilagare.


Ai saluti d’arrivo Elvira respira aria scarica, e con poco si accorge che gli approcci comunicativi sono destinati a fallire. Lui glissa, si innervosisce al dialogo.

Variopinta e caotica la festa li accoglie sulla terrazza affollata di persone, dove si mescolano e si sovrappongono presentazioni, ferve vita, musica, balli. Le ore trascorrono tra volti mai visti, e quelli conosciuti, parole scarse, e ancora la mischia.
Lei immagina scambi d’affetto nel retroscena notturno, lieto fine d’un intimo appartarsi. Ma in auto lui avverte d’essere stanchissimo. Qualche bacio, e si ripetono tappe d’insofferenza verso discorsi da lui aperti e da lei portati avanti.
- Devo andare! Sono giunto al punto di non ritorno. Assolutamente devo andare.
Accoccolata su di lui, lei si raddrizza sul sedile, docile si fa riaccompagnare.
I pensieri le scorrono torvi, inarrestabili.
«Sono stufa! Che senso ha restare tra me e lui invasa dall’avvilimento d’essere fuori posto? Un peso, una mendicante che elemosina attenzioni in stentate briciole… Non posso valere quanto un buco che compensa dieci giorni di astinenza sessuale! Basta. Ora basta.»
Lo saluta freddamente.
- Che c’è? - chiede lui.
- Niente.
Sa che se provasse a spiegare lui aprirebbe lo sportello per buttarla fuori, inutile rispondere. Non è però capace d’indifferenza nel saluto tranquillo d’una falsa complicità.
Scende dall’auto, serrata nella decisione che è l’ultimo atto. Non lo rivedrà.

Si sbaglia, il cellulare le è caduto là sul sedile, e se ne accorge ormai a notte fonda. Non può avvertirlo, ogni numero è sul telefonino che non ha.

Il mattino seguente l’indice punta per la seconda volta, pigiando, il nome sul citofono.
Lui dorme ancora, non ha visto nulla nell’auto, deve scendere per controllare.
- Va bene, aspetta, dammi il tempo di vestirmi.
Elvira si rassicura, in cinque minuti sarà lì e insieme andranno in garage.

Dopo mezz’ora il dito di nuovo affonda sulla targhetta del citofono. Stavolta lui non risponde.
Sente sfaldarsi i resti d’una fiducia già troppo messa alla prova. È una corrispondenza inesistente.
Silenzio. Attesa. Entrano ed escono persone dal portone, il sole è alto, quasi mezzogiorno.
Finalmente lo vede emergere dalla rampa del garage alla guida dell'auto.
S'arresta e la cerca con lo sguardo.
- Ma quanto tempo ci hai messo?
- Ehi, ma guarda che è domenica mattina, di solito dormo fino all’una!
Elvira prende il cellulare dalle sue mani mentre risuona dei messaggi che all’aria aperta ora arrivano. Lui cerca di correggersi:
- Va bene, comunque puoi tranquillizzarti adesso…
Non aggiungono altro in piedi davanti al veicolo col motore acceso.
Non sa come salutarlo Elvira, nota rigidità e impaccio anche dall’altra parte. Teme che baciandolo sulle labbra, come le sarebbe istintivo, lui reagirebbe bruscamente. Opta per la sobrietà, gli avvicina il viso e gli deposita un bacio sulla guancia:
- Ok, ciao.
Lei si avvia verso il proprio parcheggio, lui rimonta in auto. Le passa accanto fissando dritto davanti a sé.


Nella propria casa Elvira chiude la finestra sulla sera ormai scesa. Lì accanto l’apparecchio telefonico inizia a trillare, riempiendo la stanza d’un suono acceso e vibrante.
- Elvira! Come sono felice… Sono innamorata! Sapessi che week-end bellissimo, lui è un uomo speciale!
- Sono contenta Maria, veramente! Sono contenta per voi…
- Vedi? Non tutti gli uomini sono uguali, esistono anche quelli che sanno dare!
- Ah, Maria… per piacere, non mi dire così! Lo so che esistono, lo so bene! Il problema è incontrarli. Incrociare la persona che ci corrisponde. Si tratta di buona fortuna nel trovare corrispondenza a ciò che noi siamo e desideriamo... Forse non riesco a riconoscermi valore, a questo corrispondono incontri in cui non ricevo valore…
- Cosa è successo? Come è andata per te, Elvira?
- Il cellulare è stato la mia giusta corrispondenza!
- Come? Che vuoi dire?
- Voglio dire che ciò che mi corrisponde è il vuoto. La dimenticanza, la perdita e un recupero in mezzo allo squallore.
- Mi dispiace… Mi dispiace…
- Anche a me, Maria… Anche a me…

16 settembre 2007

quando Anita crescerà

- Anita! Fai giocare tuo fratello, su!

- Mamma, uffa! …non mi va, vuole vincere sempre lui!

- Su Anita, tu sei più grande! Che ti importa di perdere, fallo vincere, no? Su, su, vai a giocarci, altrimenti si annoia… Sei la donnina di casa, tu! Sono stata tanto contenta che sei nata per prima, così mi aiuti… Lucio! Lucignolo!! Vieni, ché Anita ora gioca con te…
Con innocente pazienza Anita prende tra le mani la scatola del Monopoli che il fratellino le porge, e sul tavolo apparecchia il tabellone, i segnaposto, le carte delle Probabilità e degli Imprevisti, distribuisce le mazzette dei soldi, poi si occupa della spartizione dei contratti.
Lei ha tre anni di più, gioca con mosse da economista e imprenditrice, e prende via via vantaggio. Il fratellino resta senza soldi, accumula debiti, perde.
La bocca di Lucignolo si spalanca e dall’ugola escono urla e strepiti, pianti d’elevata potenza.
La madre accorre. Forse Anita l’ha picchiato sovrastandolo con la sua altezza, ah, povera creatura vittima delle violenze d'una spietata sorella maggiore! …No, lui strepita nella disperazione più accorata perché non accetta perdite, vuole giocare e vincere, e così ogni volta.
E ogni volta quelle urla schiacciano la bambina alla sedia, colpevole.
La madre è spazientita.
- Lo sai che fa così! Senti che strilli! Potevi farlo vincere! Ma cosa ti costa? Almeno sta zitto, e stiamo tutti in pace!
Sbuffa Anita.
È confusa, nell'animo prova sensazione d'ingiustizia, eppure resta colpevole.
Lei è la sbagliata.
Deve dargliela vinta, perché? Perché è la più grande? È questa la sorte dei primogeniti? Deve solo far finta di giocare, non impegnarsi, e annoiarsi nel perdere? Perché?
Deve intrattenerlo e preoccuparsi che si diverta. Si annoia lei, così! Si tratta di far piacere alla mamma e al fratellino? Forse è un'egoista con i suoi pensieri e le sue delusioni…

- Anita!
- Che c’è Lucignolo?
- Vieni!
- Dove? Che c’è?
- Senti, facciamo un gioco…vai in salone e chiudi le porte. Quando busso sporgi solo il viso chiedendo: «chi è?»…
- E poi?
- E poi, aspetta! È una sorpresa…
Anita segue le istruzioni incuriosita. Va in salone e attende che Lucignolo bussi alle porte. Poi fa esattamente quanto lui le ha spiegato e si affaccia sporgendo il viso:
- Chi è?
Lucignolo, più basso di lei, le è di fronte con espressione di gioia furbesca, la fissa e suggerisce contento:

- Sorridi!
Anita s’apre al sorriso con i denti in mostra. Da dietro alla schiena il fratellino fa emergere il braccio, atterrando con soddisfazione il martello stretto nella mano sul bianco smalto d’Anita.
SDENG! Colpo secco sugli incisivi.
- Ma sei scemo? Mi hai fatto male!
Lucio si sganascia dalle risate.















Squilla il telefono di casa... ah, quel telefono posizionato in corridoio, vicino alla cucina!
La madre è lì che traffica ai fornelli, non ci sarà intimità per la sua conversazione.
È il suo ragazzo, e lei è arrabbiata. La voce è alterata nel rispondere, parla ostentando quanto è seccata.
Appena maggiorenne, Anita è alle prese con i primi bisticci di cuore.
Lui promette sempre che la chiamerà, poi sparisce. Quante scuse! Ogni giorno c’è un motivo.

La madre sta in attento ascolto.
Si avvicina, si apposta.
Interviene.
- Ma non lo trattare così, no? Non lo trattare male, poveraccio!
Anita si concentra sulla conversazione interna alla cornetta, tenta di ignorare ciò che è esterno, eppure la presenza materna lì di fronte le crea disturbo.
Vorrebbe fare di testa sua, lo sa lei come stanno le cose! Volta le spalle alla madre, cerca di raggomitolarsi per proteggersi.

La donna non si muove, fedele alla sua osservazione come una sentinella in vedetta. E quando lei dimostra ancora disappunto al ragazzo, s'intromette affilata e certa:
- Ci resta male! Non lo mortificare! Non essere cattiva…

Anita ha imparato che gli uomini non possono perdere.
È necessario lasciarli vincere. Anche quando le carte vincenti sono nelle mani femminili, anche quando sono prepotenti, incuranti, sono sempre dei bimbi.
Occorre colmarli d'attenzioni e rassicurarli, offrendo loro la vittoria affinché non provino delusioni, mortificazioni, arresti.

Anita ha imparato che le donne sono sorelle maggiori nella vita.

09 settembre 2007

Quante Pomarance? Tredici o quattordici ce ne erano!


Appuntamento alla stazione di Cecina in un assolato sabato d’inizio settembre.
Il treno da Bologna è in orario. Quello da Roma è in ritardo, ma la porta del vagone s’apre proprio di fronte a Lucia seduta in attesa su una panchina.
Risa di stupore e di gioia.
Aspettiamo gli altri sorseggiando un caffè d’orzo e raccontandoci le novità più urgenti.
C’è tutto il tempo dell’infinito universo, tra il vento e il sole, l’ombra degli alberi, la spensieratezza e le grida di rondini dell’ultima vacanza estiva.
Henry giungerà su una due posti cabriolet, insieme al Principe Sofisticato, mentre Hertz darà un passaggio a Rodocrosite da Firenze.
Chi viene dalla Costa Azzurra, chi da Ferrara, chi dalla Norvegia, chi dal Veneto, chi da Frascati, chi da Perugia... e fra i tanti qualcuno mancherà!
L'unica mia conoscenza è Lucia.

«Mi è giunta un'e-mail da Artemisia per invitarmi a un incontro tra blogger, partiamo?»
C’eravamo salutate sul binario della stazione Termini solo una settimana prima.
«Ma non conosco nessuno! Non sono blog su cui capito!»
«Sui blog di Henry e Artemisia sei passata… Dai, se non vieni tu, io non vado!»
La complicità dell’amicizia
è una vite che non smette mai di girare cercando profondità nell’incessante avvitamento.
Mi basta una notte, il giorno dopo sono già lì a controllare gli orari dei treni. Cecina sarà il luogo dell’appuntamento che dal virtuale condurrà al reale.
Per me è un’avventura nell’incognito.

Ma chi sono i blogger?
Uomini, donne, giovani, adulti, che scrivono e allacciano ponti virtuali tra esseri umani confusi nella vasta rete dell’immaginario.

Quando Henry, il Principe, Hertz, Rodocrosite passeranno a prenderci, ci siederemo sorridenti ed emozionati davanti a una birra, tra l’ombra, il sole, e il vento che scompiglia i capelli.
«Che blog sei tu?»
Visi sorridenti, sconosciuti, simpatici, un filo ci lega e raccontiamo di noi con entusiasmo fanciullo, smarriti nella novità, nel rituale iniziato da bimbi sulla spiaggia: «Ciao bambino, come ti chiami? Vuoi giocare con me?»

Poi due là, quattro di qua, distribuiti all’interno delle auto e di nuovo in viaggio sulla strada, cercheremo Il Guado del Sole. Luogo da fiaba tra morbide colline, immerso in uno sperduto cuore toscano di fertili onde verdi.
All’arrivo ancora smarrimento, altri visi sconosciuti ci vengono incontro. Presentazioni, baci, saluti. Gli occhi accarezzano e s’adagiano nello spettacolo della natura circostante, il tramonto ci sorride festoso, e un’azzurra piscina richiama con i suoi bagliori. Qualcuno vi sguazza alle ultime lingue di luce dorata.

Tu che blog sei?
Rimbalza la domanda, mentre si catturano nomi difficili da trattenere.
C’è chi indossa di corsa il costume, c’è chi già si conosce, e l’abbraccio è una spirale a fiato sospeso.
Tuffi nell’acqua tra brividi a pelle d’oca. Io osservo ancora stordita.

Il tramonto indora ogni cosa, si aprono le danze a scatti fotografici senza tregua, e a disagio di fronte agli obbiettivi che inquadrano, penso a via Veneto de “La Dolce Vita”, certamente meno immortalata di quell’ora a fine giornata sui bordi d’una piscina.




Fotografi professionisti e fotografi amatoriali, i blogger si scatenano fra lucenti riflessi liquidi, verdi tonalità collinari e oro di sole scendente, sui volti appena scoperti.


Formeremo una lunga tavolata, come un pranzo di Natale, tredici a tavola? No! Si aggiunga un posto! Ci sono anche due bimbe, delle mamme, ragazzi dell’86... Dell’86?!? Esclamazioni di sconcerto. Sono i ragazzi del ’69 che barcollano increduli di fronte a quell’anno di nascita. Sono la più grande, e dire che una volta mi trovavo ad essere sempre la più piccola del gruppo!
Vino, risate, battute… Forse ci eravamo incontrati in qualche precedente vita? L’emozione si spande, complice di sguardi che s’intrecciano e di brindisi che si levano.
La cena scorre come un banchetto luculliano fino al caffè. È solo mezzanotte. Eh, già! Solo mezzanotte e il mal di testa mi atterra.
Donna Danda De’ Pit si ritirerà nelle sue stanze, intanto nei saloni proseguirà la festa sino al mattino, la corte è al completo: il Principe Valerio di Caropepe, Donna Violante Marchesa di Belmonte, il Conte Federigo Della Spiga, Sua Eccellenza Danilo Di Calcata, Donna Lucia De' Tre Desideri, Sua Eccellenza Luigi degli Orefici, Donna Claudia di Mergellina, Donna Roberta din'goppa o’ Vomero, Sua Eminenza Don Antonio dell'ordine dei Gesuiti, Sua Eccellenza Fabio della Scala, Donna Camilla di val Pedrosa, Sua Eccellenza Paolo dei Nordisti.

So che assenzio, vino e altri liquori hanno scaldato i cuori, insieme a letture di poesie e racconti che ciascun membro di Corte ha liberato dal blog-scrigno per condividerle, a lume di candela, tra soffici cuscini nei saloni dell’incontro.


Due giorni da fiaba immersi nelle colline, tra sorrisi di persone che, appena abbracciate, sembrava di conoscere da sempre. L’animo fanciullo ha sorriso, riso e giocato. Ha osservato, fotografato, ritagliato. L’azzurra acqua della piscina ha accolto ancora la realtà di corpi virtuali, e le chiacchiere di vita si sono espanse nell’aria insieme al sole e alle pelli abbronzate.
La mattina ha l’oro in bocca e Donna Laura dell'Imago è giunta al tavolo della colazione in quel mentre, assente prima, presente finalmente.

Gli scatti fotografici ininterrottamente hanno continuato solerti il lavoro per documentare ciò che da virtuale s’è trasformato in realtà, e la creatività s’è sbizzarrita nel cogliere particolari e armonie d’ogni oggetto e volto.

E se la cena era stata una vigilia natalizia, il pranzo è divenuto una merenda scolastica. I compagni di classe ormai affiatati immaginavano già il prossimo incontro, inventavano trame per storie da continuare, nuovi personaggi, quelli da far sparire. C’era chi si emozionava al pensiero del saluto ormai prossimo, e chi faceva confessioni sulla propria fama.

La foto di gruppo, ritratto di Corte al completo, ha coronato, con smorfie e moine, aggiustamenti di corsetto e scelta del pittore, l’ultimo istante d’un film sceneggiato dalla fantasia dei suoi interpreti.

Sul treno del ritorno non sono rimasta immersa nel silenzio del ricordo.
Il mio viaggio verso Roma è stato in auto, in compagnia della coppia più simpatica e innamorata che mi è capitata d’incontrare in questi recenti anni di perpetue fughe dai sentimenti.
Dolce conclusione al bel week-end da fiaba alla corte del Guado del Sole, sono stata cullata da racconti di vita miscelati a confidenze sorridenti fin sulla soglia di casa.