15 maggio 2009

L'Italia sarà "un tragico ghigno che ci seppellirà".


Nel teatro greco la maschera nascondeva quasi totalmente il capo dell'attore.
La voce usciva da una grande apertura che la amplificava.
Le maschere erano caratterizzate da colori diversi (bianco per i ruoli femminili, bruno per quelli maschili)
e lo spettatore poteva capire più facilmente il dramma.

Berlusconi: "Ci saranno le veline?"
(articolo da La Repubblica 15 maggio 2009)

ROMA - Berlusconi non perde occasione per fare battute sulle veline. Anche oggi, a Palazzo Chigi, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Mentre Giorgia Meloni illustra un provvedimento sulle comunità giovanili, il premier la interrompe: "Possono iscriversi anche le veline, possibilmente minorenni? Così sarò obbligato ad andarci, per coerenza...". Nessuna parola, però, ai cronisti che gli chiedono di commentare la risposta del direttore di Repubblica -Ezio Mauro- pubblicata oggi sul quotidiano. Per i giornalisti, dal premier solo un cenno di diniego con le mani.

"La sua funzione pubblica comporta che renda conto anche dei comportamenti privati". Massimo D'Alema interviene nella vicenda delle domande lasciate senza risposte dal presidente del Consiglio. "Del tutto appropriate quelle che Repubblica gli ha rivolto - dice - ma preoccupa la sua ben nota intolleranza verso la libertà di informazione".

Su veline e minorenni la boutade è sempre in agguato. Il 30 aprile Berlusconi ci ha aperto il suo intervento all'assemblea della Coldiretti. "Scusate se non ho portato le veline". E poi: "Mi rifarò, anche perché pensando ai vostri ventimila punti vendita, e pensando che qualche volta, il sabato, anche noi maschietti andiamo a fare la spesa, se avete bisogno di belle commesse sapete a chi rivolgervi".

Il 6 maggio è in Campidoglio, col sindaco Gianni Alemanno, per la presentazione della norma su Roma Capitale. E racconta di una sua visita in Finlandia. "Amo la Finlandia e le finlandesi, purché siano maggiorenni...".

Il 9 maggio passeggia fra orafi e antiquari in via dei Coronari a Roma. Lo avvicinano alcuni ammiratori. Una ragazza gli chiede se può fare una foto con lei. "Quanti anni hai? Ventitré? Allora si può fare", dice ridendo il premier. Stessa scena pochi istanti dopo. Un ragazzo chiede al Cavaliere di fare una foto con lui, "anche se non sono una bella donna". "Lei è minorenne? Ah, è maggiorenne, allora va bene", risponde il premier anche questa volta.

Nello stesso giorno, Berlusconi annuncia la sua presenza in Piemonte per la campagna elettorale, a sostegno dei candidati. Sarà sia a Torino, dice, che sul Lago Maggiore. "Verrò sul lago, e vi porterò tutte le veline", comunica a Enzo Ghigo, coordinatore regionale del Pdl.

A Shark el Sheikh, sul Mar Rosso (in occasione di un vertice con il presidente egiziano Hosni Mubarak), si intrattiene con alcuni turisti italiani. Parla di tutto, dal calcio alle polemiche sulle vicende personali, alla politica. E arriva la battuta: "Come vedete, stavolta non mi sono portato le veline...".

Ieri, l'intervento agli stati generali dell'Ance, i costruttori riuniti alla Fiera di Roma. Il presidente del Consiglio arriva in ritardo. E alla platea dice: "So che qualche birichino, fra voi, avrà pensato che ero occupato con le veline...".

14 maggio 2009

NATALIA ASPESI parla "del caso"

Ritaglio articoli, come si ritagliano figurine, foto, pezzi di collage, per incollarle sul mio album, ovvero, Blog.
L'Italia del 2009: pubblico o privato che sia, che differenza fa? o vizi privati e pubbliche virtù?
O anche, visto che c'è chi può: Vizi pubblici e nel privato zozzeria chiusa nell'armadio, o schiacciata sotto al tappeto, poi profumo sulla puzza di marcio e di vecchio, ché nessuno se ne accorge.


Lo Stivale dà calci a sè stesso, ma donne e uomini italiani sorridono ammiccanti e contenti.

Non scrivo roba mia, riporto voci e parole da chi è del mestiere e fa giornalismo.

Veronica e le donne
al tempo del Cavaliere


(articolo di NATALIA ASPESI da La Repubblica 13 maggio 2009)

Lui un buon uomo addolorato, un marito ferito, un padre che, pur oberato dai suoi impegni internazionali, passa le serate col figlio e spera solo in una riconciliazione, in nome dell'amore e della famiglia: lei una povera donna che è caduta in una trappola mediatica, una moglie che si è fatta plagiare, una persona fragile, incapace di autonomia, forse addirittura disturbata, per non dire matta.

La vera trappola mediatica è invece la "rotocalchizzazione", quella che il potente sbarramento di quotidiani, settimanali, mensili, televisioni, siti al servizio del premier, ogni giorno si spalanca su Veronica Lario, per macchiarla, denigrarla, distruggerla. Per fare di lei non una moglie che non sopportando più le umiliazioni e le stranezze del marito, chiede come è suo diritto la separazione, ma una creatura suggestionabile, instabile, irragionevole, soggetta a incubi, forse addirittura pericolosa a sé e agli altri. É come se all'impero della comunicazione di cui il premier è padrone, fosse stato ordinato non tanto di far rilucere le sante ragioni di un marito sofferente per le folli accuse di una moglie, contemporaneamente sottolineando la sventatezza e i torti di lei: ma piuttosto di rendere questa moglie da subito inaffidabile, incapace di intendere e volere, nel caso decidesse prima o poi di dire la sua: perché nessuno conosce, oltre alle virtù di un marito, i suoi segreti, gli errori, le debolezze, i peccati, gli abissi, più di una compagna di trent'anni di vita.

Ma la signora Lario tace, non reagisce a nessuna provocazione, ha scelto, con grande intelligenza e fermezza, il silenzio, l'ombra, l'invisibilità. E nella volgare ragnatela di pettegolezzi, pareri, offese, diagnosi, barzellette, sondaggi, supposizioni, invettive, sghignazzi, ragazzette e ministre e vecchie foto, che stanno macchiando la sempre più servizievole e provinciale informazione italiana, quel silenzio, quell'ombra, quell'invisibilità, mettono a disagio i lanzichenecchi dell'insulto, li fanno sentire impotenti, nell'incapacità di creare un vero e proprio scontro che consenta loro aggressioni sempre più violente e infamanti.

Il silenzio, per ora, è la lama più affilata che la signora Lario, una moglie come tante, come tante offesa, che ha con sé solo il potere delle sue ragioni e della sua ragione, può opporre non a un marito come tanti, ma a un premier che si crede invincibile e immortale, ricchissimo e certo che tutto sia in vendita, che ha con sé un governo che mai dissente, una maggioranza parlamentare ubbidiente, una moltitudine di avvocati sapienti, una folla di cortigiani disposti a tutto, un muro compatto di giornali e televisioni di massimo cinismo, una parte rilevante degli italiani, uomini e donne, intrappolati da una specie di incantamento che nulla scalfisce. Forse le ultime avventure familiari ed extrafamiliari? Dipende: un sondaggio Swg dice che il 67% degli italiani si schiera con Veronica, mentre dai focus group di parte risulta che stanno con Silvio l'85% delle donne italiane.

Delle donne, italiane! Di sicuro una balla, o una macroesagerazione, ma è vero che le ultime vicende personali di cui è stato protagonista il presidente del consiglio, hanno esasperato una nuova mutazione, un ripiegamento, una perdita di equilibrio del costume italiano, segnando la fine del politicamente corretto di genere, del rispetto verso le donne; di quelle fantomatiche pari opportunità che dopo aver prodotto una deliziosa ministra carica di sue invidiabili opportunità e quindi antifemminista, servono solo a privilegiare ragazze giovani e carine, di cui si decantano le lauree plurime, come se bastassero a sostituire esperienza, passione, sacrificio, competenza.

Le donne sono tornate a essere il bersaglio del maschilismo più fascistoide, con giornali che delle signore che danno fastidio pubblicano subito foto discinte e rastrellamento di ex amanti, perché la donna torna ad essere solo corpo, solo sesso, da disprezzare, irridere, additare al pubblico ludibrio, oppure, se servizievole, da esaltare e promuovere, soprattutto nella freschezza e stupidaggine della minore età. Bastava vedere nell'ormai celebre puntata di Annozero, con che disprezzo virilista l'avvocato Ghedini al servizio del premier e quindi promosso parlamentare, trattava Emma Bonino, la cui fermezza, e intelligenza, e preparazione, e storia, meritano sempre ascolto; ma non per Ghedini, cresciuto alla scuola che se irridi e parli sulle parole dell'altro, quelle parole preziose vengono cancellate. E nella stessa trasmissione si ha avuto la conferma che anche le donne hanno perso la testa: dopo che Noemi Letizia è stata paragonata a Cenerentola, la direttrice di un settimanale rosa, graziosa anche se non minorenne, ha spiegato il suo appoggio al presidente del consiglio in veste di marito perché "è bellissimo" e pure molto galante. Il boato del pubblico l'ha molto stupita, e amareggiata. Tutti i settimanali di gossip, non solo quelli di proprietà berlusconiana, con qualche distinguo, hanno elogiato, in questa occasione di prezioso pettegolezzo, oltre al politico, il tombeur des femmes, dando vita al nuovo Principe Azzurro che fa impazzire le donne: ultrasettantenne, sempre truccato, con cinque figli e due mogli, simpaticamente donnaiolo, e con un patrimonio e un potere immenso che nessun principe azzurro tradizionale si è mai sognato di possedere. Il colpo finale lo ha dato la piccola massima diva del momento, la diciottenne Noemi che con la sua grazia gentile è un clone indistinguibile delle sue coetanee, tutte con capelli biondi e lisci, corpicino stretto, sorriso fisso, pazze per lo shopping, meta Il Grande Fratello, per lei oltre a papi, si capisce.

E' stata lei, in totale incoscienza, a sfoderare una parola che era uscita dal vocabolario di uomini e donne persino in confessionale, che non era più comparsa tra i problemi, le angustie e le indispensabili virtù femminili: proprio lei ci ha ricordato che "la verginità è un valore importante" e chissà come si dispereranno i suoi cloni, che se ne erano dimenticate e potrebbero da adesso sentirsi fuori moda.

Chi evidenzia una retorica pubblica con accenti d'intolleranza o xenofobia?

Il capo dello Stato alle Fondazioni europee: "La risposta alla povertà non passa dalla difesa degli Stati nazionali. Occorre un nuovo ciclo di sviluppo"

Immigrazione, il monito di Napolitano:
"Si diffonde retorica pubblica xenofoba"


Giorgio Napolitano

ROMA - Giorgio Napolitano ha attaccato questa mattina "il diffondersi di una retorica pubblica che non esita - anche in Italia - ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia".
Parlando all'assemblea annuale delle Fondazioni europee, il capo dello Stato ha aggiunto: "Questo è tanto più importante nei nostri paesi dove le differenze in termini di origini etniche, religiose e culturali sono aumentate. Qui il rischio che queste differenze si traducano in un fattore di esclusione è sempre presente ed è aggravato dal diffondersi di una retorica pubblica che non esita, anche in Italia, ad incorporare accenti di intolleranza o xenofobia".

Il Capo dello Stato ha sottolineato il dovere di innescare un "nuovo ciclo di sviluppo che non intacchi i livelli di equità e di coesione sociale raggiunti, ma anzi li migliori significativamente. Le nostre società devono dimostrare che questo è un obbiettivo raggiungibile. E' un sentiero stretto e impervio, ma è l'unico che l'Europa può ragionevolmente percorrere". Alle risorse dello Stato, ha detto, devono sommarsi altre risorse, di privati, e il ruolo delle Fondazioni è importante.

"Se si vuole far fronte alle sfide che provengono dalla povertà vecchia e nuova, e dalle disuguaglianze inaccettabili fra e all'interno delle nazioni - è l'avvertimento di Napolitano - non possiamo certo rispondere con la mera conservazione e la difesa degli interessi nazionali". "Negli ultimi decenni la povertà e l'impoverimento non sono stati collocati in cima all'agenda politica, ma oggi li troviamo nuovamente al centro del dibattito pubblico. Infatti, nell'attuale congiuntura, non solo potremmo non riuscire a recuperare coloro che si trovano ancora al di sotto della soglia di povertà, ma rischiamo di vedere tanti altri cadere oltre la soglia", afferma il capo dello Stato.

La riflessione di Napolitano va oltre: "Dobbiamo, inoltre, chiederci se le politiche pubbliche non abbiano concorso anch'esse a determinare questo processo, sia per le loro manchevolezze tecniche, sia perché la tensione verso l'eguaglianza e la solidarietà, che a lungo è stata una forza trainante in gran parte delle culture politiche europee, abbia finito per affievolirsi".

articolo da "La Repubblica"/14 maggio 2009



13 maggio 2009

Saviano: "i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo"

Il coraggio dimenticato
di ROBERTO SAVIANO

"Versione integrale dell'articolo di Roberto Saviano uscito oggi su Repubblica"

Chi racconta che l'arrivo dei migranti sui barconi porta valanghe di criminali, chi racconta che incrementa violenza e degrado, sta dimenticando forse due episodi recentissimi ed estremamente significativi, che sono entrati nella storia della nostra Repubblica. Le due più importanti rivolte spontanee contro le mafie, in Italia, non sono partite da italiani ma da africani. In dieci anni è successo soltanto due volte che vi fossero, sull'onda dello sdegno e della fine della sopportazione, manifestazioni di piazza non organizzate da associazioni, sindacati, senza pullman e partiti.

Manifestazioni spontanee. E sono stati africani a farle. Chi ha urlato: "Ora basta" ai capizona, ai clan, alle famiglie sono stati africani. A Castelvolturno, il 19 settembre 2008, dopo la strage a opera della camorra in cui vengono uccisi sei immigrati africani: Kwame Yulius Francis, Samuel Kwaku e Alaj Ababa, del Togo, Cristopher Adams e Alex Geemes della Liberia e Eric Yeboah del Ghana. Joseph Ayimbora, ghanese, viene ricoverato in condizioni gravi. Le vittime sono tutte giovanissime, il più anziano tra loro ha poco più di trent'anni, sale la rabbia e scoppia una rivolta davanti al luogo del massacro. La rivolta fa arrivare telecamere da ogni parte del mondo e le immagini che vengono trasmesse sono quelle di un intero popolo che ferma tutto per chiedere attenzione e giustizia. Nei sei mesi precedenti, la camorra aveva ucciso un numero impressionante di innocenti italiani. Il 16 maggio Domenico Noviello, un uomo che dieci anni fa aveva denunciato un'estorsione ma appena persa la scorta l'hanno massacrato. Ma nulla. Nessuna protesta. Nessuna rimostranza. Nessun italiano scende in strada. I pochi indignati, e tutti confinati sul piano locale, si sentono sempre più soli e senza forze.

Ma questa solitudine finalmente si rompe quando, la mattina del 19, centinaia e centinaia di donne e uomini africani occupano le strade e gridano in faccia agli italiani la loro indignazione. Succedono incidenti. Ma la cosa straordinaria è che il giorno dopo, gli africani, si faranno carico loro stessi di riparare ai danni provocati. L'obiettivo era attirare attenzione e dire: "Non osate mai più". Contro poche persone si può ogni tipo di violenza, ma contro un intera popolazione schierata, no. E poi a Rosarno. In provincia di Reggio Calabria, uno dei tanti paesini del sud Italia a economia prevalentemente agricola che sembrano marchiati da un sottosviluppo cronico e le cui cosche, in questo caso le 'ndrine, fatturano cifre paragonabili al PIL del paese.

La cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, come dimostra l'inchiesta del GOA della Guardia di Finanza del marzo 2004, aveva deciso di riciclare il danaro della coca nell'edilizia in Belgio, a Bruxelles, dove per la presenza delle attività del Parlamento Europeo le case stavano vertiginosamente aumentando di prezzo. La cosca riusciva a immettere circa trenta milioni di euro a settimana in acquisto di abitazioni in Belgio.

L'egemonia sul territorio è totale, ma il 12 dicembre 2008, due lavoratori ivoriani vengono feriti, uno dei due in gravissime condizioni. La sera stessa, centinaia di stranieri - anche loro, come i ragazzi feriti, impiegati e sfruttati nei campi - si radunano per protestare. I politici intervengono, fanno promesse, ma da allora poco è cambiato. Inaspettatamente, però, il 14 di dicembre, ovvero a due soli giorni dall'aggressione, il colpevole viene arrestato e il movente risulta essere violenza a scopo estorsivo nei riguardi della comunità degli africani. La popolazione in piazza a Rosarno, contro la presenza della 'ndrangheta che domina come per diritto naturale, non era mai accaduto negli anni precedenti.

Eppure, proprio in quel paese, una parte della società, storicamente, aveva sempre avuto il coraggio di resistere. Ne fu esempio Peppe Valarioti, che in piazza disse: "Non ci piegheremo", riferendosi al caso in cui avesse vinto le elezioni comunali. E quando accadde fu ucciso. Dopo di allora il silenzio è calato nelle strade calabresi. Nessuno si ribella. Solo gli africani lo fanno.

E facendolo difendono la cittadinanza per tutti i calabresi, per tutti gli italiani. Difendono il diritto di lavorare e di vivere dignitosamente e difendono il diritto della terra. L'agricoltura era una risorsa fondamentale che i meccanismi mafiosi hanno lentamente disgregato facendola diventare ambito di speculazioni criminali. Gli africani che si sono rivoltati erano tutti venuti in Italia su barconi. E si sono ribellati tutti, clandestini e regolari. Perche da tutti le organizzazioni succhiano risorse, sangue, danaro.

Sulla rivolta di Rosarno, in questi giorni, è uscito un libretto assai necessario da leggere con un titolo in cui credo molto. "Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l'Italia" di Antonello Mangano, edito da Terrelibere. La popolazione africana ha immesso nel tessuto quotidiano del sud Italia degli anticorpi fondamentali per fronteggiare la mafia, anticorpi che agli italiani sembrano mancare. Anticorpi che nascono dall'elementare desiderio di vivere.

L'omertà non gli appartiene e neanche la percezione che tutto è sempre stato così e sempre lo sarà. La necessità di aprirsi nuovi spazi di vita non li costringe solo alla sopravvivenza ma anche alla difesa del diritto. E questo è l'inizio per ogni vera battaglia contro le cosche. Per il pubblico internazionale risulta davvero difficile spiegarsi questo generale senso di criminalizzazione verso i migranti. Fatto poi da un paese, l'Italia, che ha esportato mafia in ogni angolo della terra, le cui organizzazioni criminali hanno insegnato al mondo come strutturare organizzazioni militari e politiche mafiose. Che hanno fatto sviluppare il commercio della coca in Sudamerica con i loro investimenti, che hanno messo a punto, con le cinque famiglie mafiose italiane newyorkesi, una sorta di educazione mafiosa all'estero.

Oggi, come le indagini dell'FBI e della DEA dimostrano, chiunque voglia fare attività economico-criminali a New York che siano kosovari o giamaicani, georgiani o indiani devono necessariamente mediare con le famiglie italiane, che hanno perso prestigio ma non rispetto. Altro esempio eclatante è Vito Roberto Palazzolo che ha colonizzato persino il Sudafrica rendendolo per anni un posto sicuro per latitanti, come le famiglie italiane sono riuscite a trasformare paesi dell'est in loro colonie d'investimento e come dimostra l'ultimo dossier di Legambiente le mafie italiane usano le sponde africane per intombare rifiuti tossici (in una sola operazione in Costa D'Avorio, dall'Europa, furono scaricati 851 tonnellate di rifiuti tossici).

E questo paese dice che gli immigrati portano criminalità? Le mafie straniere in Italia ci sono e sono fortissime ma sono alleate di quelle italiane. Non esiste loro potere senza il consenso e la speculazione dei gruppi italiani. Basta leggere le inchieste per capire come arrivano i boss stranieri in Italia. Arrivano in aereo da Lagos o da Leopoli. Dalla Nigeria, dall'Ucraina dalla Bielorussia. Gestiscono flussi di danaro che spesso reinvestono negli sportelli Money Transfer. Le inchieste più importanti come quella denominata Linus e fatta dai pm Giovanni Conzo e Paolo Itri della Procura di Napoli sulla mafia nigeriana dimostrano che i narcos nigeriani non arrivano sui barconi ma per aereo. Persino i disperati che per pagarsi un viaggio e avere liquidità appena atterrano trasportano in pancia ovuli di coca. Anche loro non arrivano sui barconi. Mai.

Quando si generalizza, si fa il favore delle mafie. Loro vivono di questa generalizzazione. Vogliono essere gli unici partner. Se tutti gli immigrati diventano criminali, le bande criminali riusciranno a sentirsi come i loro rappresentanti e non ci sarà documento o arrivo che non sia gestito da loro. La mafia ucraina monopolizza il mercato delle badanti e degli operai edili, i nigeriani della prostituzione e della distribuzione della coca, i bulgari dell'eroina, i furti di auto di romeni e moldavi. Ma questi sono una parte minuscola delle loro comunità e sono allevate dalla criminalità italiana. Nessuna di queste organizzazioni vive senza il consenso e l'alleanza delle mafie italiane.

Nessuna di queste organizzazioni vivrebbe una sola ora senza l'alleanza con i gruppi italiani. Avere un atteggiamento di chiusura e criminalizzazione aiuta le organizzazioni mafiose perché si costringe ogni migrante a relazionarsi alle mafie se da loro soltanto dipendono i documenti, le abitazioni, persino gli annunci sui giornali e l'assistenza legale. E non si tratta di interpretare il ruolo delle "anime belle", come direbbe qualcuno, ma di analizzare come le mafie italiane sfruttino ogni debolezza delle comunità migranti. Meno queste vengono protette dallo Stato, più divengono a loro disposizione. Il paese in cui è bello riconoscersi - insegna Altiero Spinelli padre del pensiero europeo - è quello fatto di comportamenti non di monumenti. Io so che quella parte d'Italia che si è in questi anni comportata capendo e accogliendo, è quella parte che vede nei migranti nuove speranze e nuove forze per cambiare ciò che qui non siamo riusciti a mutare. L'Italia in cui è bello riconoscersi e che porta in se la memoria delle persecuzioni dei propri migranti e non permetterà che questo riaccada sulla propria terra.

(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

13 maggio 2009

12 maggio 2009

"L'assalto di una pericolosa massa di delinquenti"

Parla Morelli, presidente delle organizzazioni non governative italiane
"Sbagliato fare accordi con la Libia che non ha firmato la convenzione di Ginevra"

Respingimenti, la protesta delle Ong
"Berlusconi due volte inadempiente"


"Spariti gli interventi per lo sviluppo dei paesi emergenti"

(articolo da La Repubblica di CARLO CIAVONI del 12/5/2009)

ROMA - Sergio Morelli, presidente delle Ong italiane si aggiunge alla protesta delle Nazioni Unite in relazione alla politica delle espulsioni indiscriminate praticata dal governo italiano. "Ci sono due palesi e inaccettabili inadempienze del Presidente del Consiglio" - dice Morelli - che insiste nel dire che la linea adottata dal ministro Maroni altro non è che la traduzione delle decisioni da lui stesso sottoscritte in Libia un mese fa con Gheddafi.

"La prima si riferisce al fatto che l'accordo evocato da Berlusconi è stato negoziato con un paese, la Libia, che non figura tra i firmatari della convenzione di Ginevra del luglio 1951, che sanciva principi di accoglienza e solidarietà nei confronti di chi fugge da luoghi dove i diritti umani vengono umiliati e calpestati. Principi diametralmente opposti a quelli di fatto praticati oggi dal governo italiano".

"La seconda inadempienza - ha aggiunto Sergio Morelli - consiste nell'aver cancellato dagli orizzonti politici del governo l'unica vera soluzione che potrebbe contribuire ad attenuare i flussi migratori dai paesi poveri del mondo: e cioè l'investimento di risorse economiche destinate allo sviluppo nelle zone depresse e depredate del Pianeta. È' sufficiente ricordare il taglio del 56% dei fondi per la cooperazione. Un'altra un'inadempieza in conflitto con l'impegno sottoscritto dall'Italia di destinare almeno lo 0,7% del Pil, oggi ridotto allo 0.09%: sette volte più basso del minimo per il quale il nostro Paese si era impegnato a livello internazionale".

Ma c'è un altro dato che Morelli ha tenuto a ricordare: "Secondo una recente statistica dell'UNHCR, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati - il 70% delle persone che riescono a sopravvivere alle traversate in mare sui barconi che partono dalle coste libiche risultano rifugiati, cioè in fuga da paesi dove, secondo il diritto internazionale, i diritti umani non vengono rispettati o non esistono affatto. Quello che invece si cerca di affermare - ha concluso Morelli - è l'idea che si stia arginando, a largo delle nostre coste, l'assalto di una pericolosa massa di delinquenti".

Convenzione 1951: principio fondamentale di "non refoulement"

L'Alto commissariato Onu per i rifugiati ha scritto alle autorità del nostro Paese
"Grave preoccupazione per una linea che mette in discussione un principio basilare"

Le Nazioni Unite al governo italiano
"Riammettere i migranti respinti"


articolo da "La Repubblica" 12/5/2009

GINEVRA - L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) interviene nella questione dei migranti riportati in Libia. Con toni inequivocabili esprime "grave preoccupazione" e chiede alle autorità italiane di "riammettere quelle persone rinviate dall'Italia e identificate dall'Unhcr quali individui che cercano protezione internazionale". Nella lettera inviata al governo italiano viene quindi riaffermato che per l'Onu il principio del non respingimento non conosce limitazione geografica.

"L'Unhcr-Roma - dice a Ginevra il portavoce Ron Redmond - ha mandato stamattina una missiva al governo italiano per affermare che l'Unhcr, pur essendo cosciente del problema che l'immigrazione irregolare pone all'Italia e agli altri Paesi dell'Ue, resta gravemente preoccupato che la politica ora applicata dall'Italia mini l'accesso all'asilo nell'Unione europea e comporti il rischio di violare il principio fondamentale di non respingimento" (non refoulement) previsto dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati.

"Il principio di non respingimento - prosegue Redmond in un briefing alla stampa - non conosce limitazione geografica e gli Stati sono obbligati a rispettare questo principio ovunque esercitano la loro giurisdizione, in alto mare incluso".

Il portavoce ricorda poi che la Libia non ha firmato la Convenzione del 1951 e che non vi sono quindi garanzie che le persone bisognose di protezione internazionale possano trovarla in Libia. "L'Unhcr si sta sforzando di fornire assistenza umanitaria e protezione alle persone rinviate in Libia dall'Italia e dai primi colloqui risulta che alcune di loro chiedono protezione internazionale e potrebbero avere diritto a tale protezione. Si tratta ad esempio di persone provenienti dalla Somalia e dall'Eritrea", aggiunge Redmond.

Infine il passaggio in cui l'Unhcr chiede alle autorità del nostro Paese di riammettere i migranti: "In considerazione del fatto che gli Stati sono responsabili delle conseguenze delle loro azioni che colpiscono persone sotto la loro giurisdizione, chiediamo al governo italiano di riammettere quelle persone respinte e identificate dall'Unhcr quali individui che chiedono protezione internazionale. Le loro domande d'asilo potrebbero allora essere determinate in conformità alla legge italiana".

Secondo i dati dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, nel 2008 oltre il 75% di coloro giunti in Italia via mare ha fatto richiesta di asilo e al 50% di questi è stata concessa una forma di protezione internazionale. Più del 70 % delle circa 31mila domande d'asilo nel 2008 in Italia provenivano da persone sbarcate sulle coste meridionali del Paese.

10 maggio 2009

"Grazie, e che Dio vi benedica"

Parla un immigrato nigeriano "respinto" con altri duecento sulle coste della Libia

Dalla prigione l'appello dei dannati
"Ci trattano come bestie, salvateci"


articolo da La Repubblica di FRANCESCO VIVIANO / 10 maggio 2009


LAMPEDUSA - "Due donne sono morte, sono morte poco dopo che siamo sbarcati a Tripoli dalle motovedette italiane. Erano sfinite, come tanti altri... Ci hanno lasciati sulla banchina, sotto il sole per ore e ore. E quelle due donne, trascinate sulla banchina, non ce l'hanno fatta. Altri due uomini sono in fin di vita. Aiutateci, veniteci a salvare, vi chiediamo di avere pietà. Ci sono altre donne e dei bambini, non lasciateci qui".

Il grido di dolore, di disperazione, arriva da una prigione libica, a Al Zawia, a pochi chilometri da Tripoli, dove da giovedì scorso si trovano rinchiusi decine di immigrati "respinti" dalle motovedette della Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera, che inizialmente li avevano soccorsi a bordo di tre barconi nel Canale di Sicilia. L'uomo che parla è un nigeriano, ha 22 anni, è con la moglie di 18 anni, che ha abortito dopo i giorni in mare e ora nella prigione libica. E tra le donne rispedite a Tripoli, due, come conferma Christopher Hein, presidente del Cir (Consiglio Internazionale per i Rifugiati) erano incinte.

"Una di loro - afferma Hein - era in gravi condizioni. Il rappresentante a Tripoli del Cir ha visto che è stata trasferita d'urgenza in un ospedale di Tripoli. Finora nessuno degli esponenti delle organizzazioni umanitarie ha avuto la possibilità di entrare nei centri e vedere cosa accade. Le autorità libiche non ci hanno concesso i permessi, le pratiche burocratiche sono lunghe e difficili. Sono seriamente preoccupato".
Ma come sono morte queste donne? Chiediamo al "prigioniero": "Sono morte alcune ore dopo essere state lasciate sulla banchina insieme agli altri. I militari libici trascinavano le donne che erano prive di sensi per la stanchezza mentre altri, anche loro svenuti, venivano lasciati a terra senza nessuna assistenza. Adesso ci hanno ammassato in queste prigioni, stanno separando i cristiani dai musulmani e abbiamo molta paura. La polizia libica e quella italiana lavoravano insieme, gli italiani ci hanno salvati ma poi ci hanno lasciati a Tripoli".

Il caos che regna dentro la prigione arriva anche alle nostre orecchie, l'uomo parla tentando di non farsi vedere dai militari libici. "Sono cattivi qui, non ci danno da mangiare, ci trattano come animali. Stiamo soffrendo tutti, in questo momento ci sono due uomini privi di conoscenza a causa della grande fatica che abbiamo affrontato e delle botte dei poliziotti. Vi preghiamo: fate qualcosa. Fateci andare via da qui, qualsiasi posto va bene per noi, abbiamo bisogno di voi ora, stiamo soffrendo".

Spesso la conversazione telefonica è disturbata, cade la linea, riproviamo a chiamare e per fortuna il "prigioniero" ci risponde.

Il suo nome è contenuto nella lunga lista dei 238 (e non 223 come detto dalle fonti italiane) extracomunitari rispediti in Libia, quasi tutti nigeriani, etiopi, eritrei e somali. Ci dice che è nigeriano e che, come tutti gli altri, prima di arrivare in Libia ha fatto un lungo viaggio con la moglie. "Siamo stati in Libia tanto tempo, ci maltrattavano, e quando finalmente ci hanno concesso di partire l'abbiamo fatto, ma è stato tutto inutile. Molti di noi sono morti durante la traversata del deserto e quelli che sono sopravvissuti speravano di avere finalmente raggiunto l'Italia".
Il nostro interlocutore ci comunica che uomini e donne sono rinchiusi in prigioni separate. "Anche mia moglie è stata portata via, ho paura che possano farle del male come spesso è accaduto a tante donne che sono state in Libia. Molte di loro vengono violentate e restano anche incinte. Mia moglie l'ho sempre protetta, ma adesso è sola e non so cosa possa accadere. Vi supplichiamo, aiutateci, non ci abbandonate".

La conversazione con il "prigioniero" nigeriano si conclude con una frase paradossale: "Grazie - dice al cronista - e che Dio vi benedica".

08 maggio 2009

Il rimpatrio dei CLANDESTINI

Su La Repubblica clicco l'articolo che titola parlando di stupri e torture, del viaggio di ritorno in Libia per coloro che erano riusciti a fuggire.

E mentre leggo, è più forte di me, mi immedesimo. Mi sento una fuggiasca che cerca di salvarsi e viene riportata là, da dove era scappata per un briciolo, ancora, d'istinto di sopravvivenza.
Quell'istinto così naturale, ma che davanti al sentirsi prigioniero senza scampo, non ha più ragione d'esistere, a quel punto l'unica "soglia" da varcare per non soffrire, per non essere torturato, è la morte.
Ho pianto, mi sono sentita disperata, e non posso pensare che duecento persone siano state riportate nell'inferno, rispedite là.

Riporto l'articolo, seppure è su un quotidiano, alla portata di tutti, non c'è bisogno del mio blog per leggerlo.
Ma io voglio fissarlo sul blog.


Il racconto. Tra le reduci del Pinar: meglio morire che tornare lì.
"Voi italiani siete buoni, come potete fare una cosa del genere?"
"Li avete mandati al massacro
in quei lager stupri e torture"


articolo di FRANCESCO VIVIANO da "La Repubblica", 8/5/2009


LAMPEDUSA - "Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".

I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.

"Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".

Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".

Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavano, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".

"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".

(racconti di Hope e Florence)

8 maggio 2009

08 dicembre 2008

"Pietruzze miliari sulla strada dell'infinito"


Tra vapori e profumi che inondavano l’aria della cucina mi muovevo lesta, ritmata dalle successione dei gesti da compiere.
Non mi piace cucinare.
La dedicazione del tempo che non ho e che occorre per comporre con amore cibi da gustare, è fra le principali motivazioni. Ma il cinque dicembre è stato un giorno speciale, e per l’occasione mi sono lasciata coinvolgere dalla mia stessa emotività nel trasporto di cosa preparare, della spesa per gli ingredienti, e d’una libertà priva di gravità per le sconosciute ore di preparazione.

So che di solito tendo a scelte escludenti. Stavolta invece un sotterraneo entusiamo mi ha condotta nell’immaginazione verso una completezza che superava una crostata, includeva un rustico e persino un’abbondante pasta al forno.
Quante persone sarebbero venute? Un esiguo gruppetto o la maggior parte di quelle a cui avevo rivolto l’invito? Invito a coloro che avevano popolato il passato, a coloro che erano nel presente e a coloro che ci saranno per una parte del futuro.

Inaspettatamente è diventato un gioco. Un gioco con me stessa…

Un’improvvisa letizia mi sale nell’animo mentre impasto farina, zucchero e uova per la crostata, ho voglia di musica intorno, e mentre spalmo marmellata, arrotolo pezzi di pasta frolla dando forma alle listarelle per la superficie a grata, i fianchi inarrestabili seguono il ritmo d’ogni nuova canzone.
Revival, e il ritmo si fa più vibrante nel sangue. I fornelli accesi, il sugo che bolle, la besciamella da girare, il forno che dora la crostata, e il mio perpetuo freddo che si scioglie come neve al sole. Via il maglione. La musica più alta, le note sono le mie onde, e mentre taglio a tocchetti mozzarella e formaggio, via anche la felpa. Fa caldo nel mio antro culinario.
Gli spinaci per il rustico sono pronti, la ricotta, le uova, il sale, la noce moscata… i piedi impovvisano scalzi passi di danza. Abbandono coltello, provola e speck e piroettando volo ballando felice e ricca di ritmo allo specchio, le gambe s’alzano in ampie falcate, salto, giro, torno al tavolo, taglio e riparto. La musica riempie la stanza e mi sento felice, allegra, contenta di cucinare come stessi dipingendo un quadro! I profumi s’intrecciano, io corro qua e là, mai sentito tanto caldo con termosifoni spenti e bufera all’esterno!


È un giorno speciale il cinque dicembre…
Improvvisamente sorge coscienza di ciò.
Solo una settimana prima il pensiero vi si era soffermato dando valore a una data, passaggio che poteva restare un numero di calendario, uguale al ricordo d’onomastici, o scivolata qualsiasi d’ulteriori ventiquattr’ore d’un 2008 che volge al suo termine.
Invece ecco che decido di fissarlo, come foto sull’album, nel dirlo a quanti possano condividerlo con me.


Era il 5 dicembre di dieci anni fa quando, con una breve cerimonia al centro culturale buddista, ricevetti una pergamena in carta di riso simboleggiante la sacralità dell’esistenza.
Allegoria in caratteri sanscriti per raccontare l’infinito potenziale racchiuso in ogni singolo essere umano. Pergamena che vive custodita nella mia casa, dalla mia vita, e che giorno per giorno, attimo dopo attimo è stato il motore di risveglio della mia natura più profonda e celata.

È stata una scelta quella di dieci anni fa, non un caso, non un capriccio, o un effimero stato d’animo.

Reduce da una tempesta che aveva lasciato relitti galleggianti, devastazione e dinanzi a me il vuoto d’una direzione da cui ripartire, incontrai un’amica, funzione dell’illuminato che fornisce una pallida lucerna per fendere il buio.
Afferrai la lucerna senza sapere cosa farne e come usarla. Iniziai a sfregarla come sapevo aveva fatto Aladino con la sua lampada. Esprimi i desideri. Ma il Genio non si materializzava.
Nonostante ciò a qualcosa servì. Imparai a dar forma immaginativa ai miei ormai ammutoliti obbiettivi. A estrarli dal pozzo oscuro dell’impotenza.
E il desiderio è un seme che cade nella terra e apre sentieri.


Era finita una storia d’amore e di famiglia. Avevo una casa a cui tornare, ma ogni via per poterla raggiungere sembrava impedita da impossibilità insormontabili.
Sfregai la lampada esprimendo desideri che non si realizzavano, finchè…
Finchè la tenacia dell’invisibile bersaglio coltivato non maturò così tanta forza da spingermi a sfidare l’impossibile decidendo che sarei tornata comunque alla mia dimora.
Le determinazione è il propulsore per accendere di movimento ogni circostanza.
La fabbrica delle idee prese a lavorare, e come una pennellata di densa tempera ne richiama un’altra accanto aggiungendo tinte sempre più vivaci e piene, così si compose il quadro e la strada s’aprì.
Un anno dopo, a partire dall’attimo d’incontro con la fioca lanterna, ero nella mia casa.

Ero riuscita a giungere dove mai avrei immaginato se mi fossi fermata alla base della cruda realtà di mancanze, difficoltà, ostacoli pratici, e inattuabilità.
Mi guardavo attorno estasiata e incredula.
Ogni parete aveva un colore diverso, rosa, azzurro, blu, verde, giallo, celeste. L’angolo cottura con i suoi pensili scelti a intuito e ora in perfetto incastro, il muretto divisorio con la mensola di legno chiaro, una stanza per ciascuno, nei settanta metri quadrati che avevo lasciato da duo per tornarvi in trio.


Dopo il trasloco e le casse svuotate, i libri allineati sulla libreria adesso montata, ogni oggetto nel luogo dove l’immaginazione l’aveva collocato nell’immateriale composizione disegnata, decisi che lì, nel cuore di quelle pareti che erano il mio rifugio e prezioso terreno su cui poter muovere passi d’indipendenza e rinnovata costruzione, lì, desideravo nascessero le radici del nuovo percorso intrapreso.
Era la scelta d’un profondo cambiamento, il sorgere del credo verso l’infinito potenziale che custodiamo ma a cui fino ad allora avevo temuto di prestar fiducia.

Decisi di aprire la vita, decisi che non volevo più perdermi per amore, pur volendo amare.

Le decisioni sono fari che illuminano la navigazione umana.

Il 5 dicembre 1998 ero emozionata, confusa, stordita.
Ricevetti fra le dita fredde e tremanti lo scatolino che conteneva la pergamena arrotolata. Lo ricevetti dalle mani d’una donna il cui soprannome assomiglia –gioco del fato- al mio attuale: Dadina.
Un personaggio storico del buddismo in Italia, colei che ha tradotto dal giapponese in italiano la maggior parte degli scritti di studio sul Sutra del Loto. Una donna che vive nel cuore di molti sebbene non lei non sia più qui.

«Praticavate davanti al muro? Va beh, adesso potete praticare davanti al Gohonzon, fa lo stesso!», esordì quel giorno con fare pragmatico e burlesco, quale era la sua simpatica indole.


Sono trascorsi dieci anni, e guardandomi indietro sento che ho attraversato, aprendo infiniti sentieri col macete della fiducia e d’una fede sconosciuta, una densa e intricata selva nel mio entroterra d’esistenza.
Quando ero bambina, concluso un ciclo scolastico, mi piaceva fare lo stesso. Guardarmi indietro per comprendere e vedere.
Stupendomi m’accorgevo che dalla prima alla quinta elementare il mio mondo s’era trasformato e io avevo scoperto e raggiunto nuovi orizzonti, non ero più quella timida piccina che a mala pena sapeva leggere e scrivere.
E quando finii le medie, e quando terminai il liceo… E quando… Ogni volta lo sguardo si voltava oltre le spalle per osservare cosa avevo tracciato, chi ero, meravigliandomene. Quante cose potevano esser contenute in soli cinque anni!

Oggi una tappa importante.
Dieci anni in cui apparentemente nulla è cambiato.
Non c’è la trasformazione da bambina a adolescente, da adolescente a donna, non sono neppure diventata madre, nè mi sono sposata o divorziata. Sono sempre nella stessa casa. Persone sono entrate e poi uscite. Ho amato e ho smesso d’amare. Ho conosciuto e perso. Ho cavalcato destrieri imbizzarriti ma sono rimasta in sella. Onde impetuose sembravano inghiottirmi, ma sono rimasta illesa. Sono diventata più forte.
Ho conosciuto me stessa, mi sto amando. E amo cose nella mia vita che una volta non riuscivo ad apprezzare.
Non è accaduto nulla, ma la rivoluzione interiore sta creando la metamorfosi, come il bozzolo di seta contiene una leggiadra farfalla variopinta.

E senza sfregar più la lampada cercando il Genio d'una fiaba a cui commissionar desideri, ora esploro la sincerità del dialogo col Genio che è in me.
Ho ascoltato il suo suggerimento, perciò ho brindato insieme alle persone più vicine nello spirito e nel cuore, per condividere il significato e la comprensione d’un passaggio.
La consapevolezza e la gioia d'oggi hanno sostituito lo stordimento e l’emozione confusa del primo incedere.

Invisibile la matita ha imparato a tracciar disegni, la mente compone gli accordi.
Importante è saper dar valore.

03 dicembre 2008

Passo passo...


due novembre
tre dicembre
sto per tornare,
promessa solenne!


02 novembre 2008

29 ottobre a piazza Navona... LEI c'era!


Silvia, una ragazza di 21 anni universitaria della Facoltà di medicina, il 30 ottobre invia una mail a amici e alla sorella maggiore pregando di non cestinarla e di diffonderla.
La sorella a sua volta la invia, fra tanti, anche a me.

Racconta di ciò che è accaduto alla manifestazione di protesta a Piazza Navona il 29 ottobre contro il decreto Gelmini.
La pubblico sul blog affinchè, chi di qui transita, la possa leggere.

"29 ottobre a piazza Navona... Io c'ero! LEGGETE, è IMPORTANTE!"


"Una cosa è certa: dal primo giorno di questo governo ho avvertito una sensazione che tradotta significa che il tempo scorre all’indietro. Grembiule, maestro unico, università “quasi privatizzata”, militarizzazione del territorio, aggressioni, razzismo… Ma mai come oggi ho avuto così tanta paura, catapultata in una realtà diversa da quella che si legge sui giornali e che ogni giorno vediamo in tv.
Paura per me e per questa Italia che non apre gli occhi, che non si informa, che non combatte, che se ne frega.
Ieri a Roma pioveva a dirotto, eppure ragazzi dei più disparati schieramenti politici si sono ritrovati sotto al Senato per un sit-in durato tutta la notte. Stamattina sono stati raggiunti da altri 15.000 studenti che, in maniera pacifica, hanno manifestato e urlato tutto il loro dissenso nei confronti di una riforma che riforma non è.
E mentre il decreto Gelmini diventava legge, piazza Navona si preparava allo scontro. Io ero lì, con altri quattro compagni di corso. Non abbiamo preso parte al corteo degli universitari partito dalla Sapienza e che ancora doveva arrivare e, a parte altre poche mosche bianche, la piazza era stracolma di liceali.
La polizia era ovunque e non si poteva arrivare lì senza passare davanti ad almeno una decina di pattuglie… Insomma, tutti quelli che entravano o uscivano da quella piazza lo facevano sotto gli occhi delle forze dell’ordine. Se solo avessero fatto il loro dovere non ci sarebbero stati scontri…
Invece ai controlli sono “sfuggite” teste con tanto di casco, spranghe e catene.

Mentre cerchiamo di intonare i cori, da dietro la fontana del Bernini parte la prima carica… Ora sento solo urla e gente che mi spinge… Corriamo in un bar. Stiamo tutti bene, ci diciamo che non è successo niente, riusciamo.
Mentre cerchiamo di capire cosa è successo mi sento chiamare, è una ragazza che conosco; mi dice che ci sono degli infiltrati del blocco studentesco (estrema destra universitaria) e che hanno ferito alla testa un ragazzino.

Decidiamo di metterci un po’ in disparte. Non facciamo in tempo a sederci che parte la seconda carica… Stavolta la folla impazzisce e noi ci perdiamo… Abbiamo paura: si iniziano a vedere coltelli, bottiglie rotte, bastoni chiodati… Inizia lo scontro.
E la polizia? Totalmente inerme, a braccia conserte a guardare la scena.

Che altro dire?
Al centro la maggior parte delle strade era chiusa al traffico, le restanti strade occupate dai cortei, ciò nonostante un camioncino è magicamente arrivato a piazza Navona. Da lì sono scesi altri ragazzi di blocco studentesco con passamontagna, caschi neri e manganelli con tanto di tricolore.
Ma c’erano anche persone molto più grandi di 30, forse quasi 40 anni.
Non si è più capito nulla, io pensavo solo a scappare…

Tra sedie e tavoli che volavano quelli che ci hanno rimesso sono stati soprattutto gli studenti del liceo.
Dopo, e sottolineo dopo, che questi sono stati picchiati a sangue davanti alla più totale indifferenza della polizia, è arrivato il corteo degli universitari, poi i centri sociali. Si sono messi in mezzo, questo è vero, ma per difendere i pochi malcapitati.
E quando quelli del blocco si sono trovati in minoranza, quando chi poteva ha iniziato a reagire, è intervenuta la polizia.
Se non fossi stata presente non ci avrei creduto, i media poi riportano verità opinabili.
Potrei dire altro, molto altro ma lascio a voi le domande, a voi le risposte…
Silvia


13 ottobre 2008

Certo che fa bene...


Poesia. Oggi, ieri, domani, ho bisogno della poesia.
Oggi torno alla poesia e attingerò non da me stessa, ma da altre parole incontrate che, con tocchi di pennello, delinenano immagini.

Senza poesia il mondo è grigio. Si spegne la speranza, si inaridisce il cuore, i suoni trovano il vuoto del nulla.

“Coltivare lo spirito poetico nella nostra vita
significa nutrire di speranza il futuro della Terra”
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)


Estratto da: “Il cuore è una piazza” - di Gianna Mazzini

Poesia.
Non è solo il modo in cui si accostano le parole, o in cui si costruiscono i versi a commuovere. Non è mai solo la metrica, il ritmo, la rarefazione delle parole nello spazio bianco.
È piuttosto il modo di guardare alle cose. Lo spirito poetico è un modo di guardare alle cose libero, sganciato da ogni schema.
Spirito poetico è parlare con un muro o con la luna sapendo che ascoltano.
Oppure dire dell'alba che è ansiosa, dare il buongiorno alla mezzanotte, desiderare il tramonto in una tazza. Quando vive lo spirito poetico, sono possibili tutti i discorsi, tutti i pensieri e tutti gli interlocutori.


I bambini sono poeti per natura. Perché guardano con meraviglia e si domandano tanti perché e hanno tutti un senso. Non ha ancora prevalso quella griglia rigida che divide quello che è sensato da quello che non lo è. Per i bambini non esiste solo quello che è ragionevolmente possibile. Per questo il cielo può essere di tutti i colori, nei disegni, e le case possono avere porte ovunque o da nessuna parte.
Bisognerebbe fare in modo che questo "spirito poetico" duri più a lungo possibile, che non sparisca quando si cresce, né quando qualcosa o qualcuno ci delude.
Perché lo spirito poetico aiuta ogni impresa umana.
Quando la poesia sta negli occhi di chi fa scienza, aiuta a scoprire cose mai viste prima; quando sta nel cuore di chi combatte un'ingiustizia risveglia e aumenta la possibilità di farcela.
È uno sguardo capace di legare quello che è fuori a quello che è dentro.
Capace di creare ponti fra le sensazioni e gli oggetti, di riempire lo spazio fra il buio e il "non so", tra il piccolo e il grande. Fa usare l'immaginazione come fosse calce e mattoni, per costruire il pezzo che manca. Porta conforto e incoraggia.
Non è mai una cosa di lusso, né dovrebbe essere privilegio di pochi; perché è piuttosto una cosa come il pane o l'acqua, un bene che si rivela necessario quando non c'è più altro, qualcosa che serve proprio nei momenti più difficili.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)



Estratto da: “Parlando di verità invisibili” - di Manuela Vigorita

Quello che credo è che le parole della poesia siano in grado di portare con sé la gioia di esistere. Che possano portarla in giro per il tempo e nei luoghi e nei cuori. Che sappiano ricordarla, ricordare quanto vale. Come le note, o una danza, un'armonia di colori.
In fondo anche oggi che sono sole in un libro e prendono vita solo se qualcuno le legge, anche oggi ci sono parole che portano con sé la memoria tutta.
Ti ricordano che esistere è qualcosa di più profondo del possesso, del successo, dell'avidità con cui spesso la vita si divora. Va al di là dei confini giuridici, spaziali, di razze o religioni. È la memoria della nostra umanità che sa vedere e abbracciare. Ogni essere, ogni persona, ogni cosa. Che sa far risuonare il particolare, persino il nulla. Sa riconoscere quando la vita canta felice ed è protetta e curata, quando gli errori fanno stragi di ricchezze e di popolazioni. Sa cosa dire.
Per questo ho sempre provato tanta gratitudine per chi scrive, chi dipinge, chi suona, chi dedica una vita a raccontarti qualcosa. Non perché siano sempre persone speciali.
Sono persone.
Coi loro difetti, i loro errori.
Ho però gratitudine per la loro ostinazione, per il loro cercare su di una strada infinita. Perché non si sono arresi. Per il dono che lasciano e che non sempre trova ascolto, non sempre trova fortuna o amore.
Perché mi ricordano che non c'è galera non c'è prigione in cui possa rinchiudersi la meraviglia dell'essere umano.


Ecco. Per me la poesia è uno di quei miracoli che mi fanno amare l'essere umano. Che mi ricordano quanta meraviglia possa esistere dentro ognuno di noi, uno per uno. Mi ricorda che non sono nata per fare guerre, accumulare beni, dettare leggi agli altri, inquinare i mari e le terre di arroganza con la mia cecità. Né per odiare chi mi è diverso, per cercare il potere o sostenerlo. Non sono nata per distruggere speranze, togliere orizzonti agli sguardi, far finta di niente di fronte al dolore. Non sono nata neppure per contare i miei beni come se fossero miei, né per tacere. Né per chiudere gli occhi o morire.

Sono nata per partecipare, con gioia. Per ricordarmi di essere insieme nella gioia della vita. Per sostenerla, farle omaggio e onore. Per arricchire gli altri di quel poco o quel tanto che ho.

Forse, come tutti, sono nata per continuare a cercare quella bellezza che ogni poeta, ogni musicista, ogni scultore, ogni artista, ogni persona che cerca davvero con tutta se stessa mi giura. Mi giura che c'è.
(da “Buddismo e Società”, n°130-Sett/Ott 2008)




Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.
Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?
Perché tutta la nostra bruciante nostalgia
dovrebbe rimanere avvinta nel gelido pallore amaro?
Involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.
Cosa di nuovo ora consuma e spinge?
Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
male a ciò che racchiude.

Certo che è difficile quando le gocce cadono.
Tremano d’inquietudine pesanti, stanno sospese
si aggrappano al piccolo ramo si gonfiano, scivolano
il peso le trascina e provano ad aggrapparsi.
Difficile restare incerti, timorosi e divisi,
difficile sentire il profondo che trae, che chiama
e lì restare ancora e tremare soltanto
difficile voler stare
e voler cadere.

Allora, quando più niente aiuta
si rompono esultando i boccioli dell’albero,
allora, quando il timore non più trattiene,
cadono scintillando le gocce dal piccolo ramo,
dimenticano la vecchia paura del nuovo
dimenticano l’apprensione del viaggio –
conoscono in un attimo la più grande serenità
riposano in quella fiducia
che crea il mondo.


(“Certo che fa male” Karin Boye/1990-1941)

29 settembre 2008

Un tram chiamato Desiderio


Assentarsi a lungo dal blog significa intraprendere in seguito una lotta interiore per tornarvi e pubblicare un post.
Nuovo post. Rinnovamento, aggiornamento, vita e parole che continuano.
Si tratta di riaprire, riaprire finestre e comunicazioni, riaccendere dialoghi interrotti con un pubblico invisibile di cui non si sa se ancora è lì, se tornerà, o se, di tanto in tanto, si riaffaccerà.

Per me questo è il deterrente più condizionante, che mira a esasperare la mia latitanza, mentre dall’altra fa forza il dispiacere ad abbandonare la blogsfera, i suoi intrecci e le sue possibilità espressive.

Esordido con tale laconica premessa, mi tuffo ad aprire un nuovo post!


Ultimamente tendo a soffrire di claustrofobia, non una vera e propria patologia, piuttosto un'inclinazione caratteriale a vivere all’aria aperta e all’avventura che pian piano va riprendendo il sopravvento.
È mia natura chiedermi i motivi dei cambiamenti interiori, e se si volessero analizzare le concomitanze ci sarebbe da perdersi in meandri psicologici!
Saltando invece al concreto la realtà è che, trascorse un certo numero d’ore in ufficio, m'accorgo di patire mancanza d’aria. Una sensazione d'oppressione nettamente fisica. Mi sento stretta nelle mura dell’edificio, per di più l’estate quest’anno sembra si sia bruciata, non m'è bastata per vivere luoghi aperti.
Sole, mare, vastità.

Da qui si può dedurre la fatica a mantenere il contatto con la blogsfera e a dedicare i momenti liberi alla scrittura piuttosto che a spaziare nell'ambiente: in bicicletta, su una spiaggia, su un prato, o, altra attualissima novità, su per le montagne!

A luglio, passeggiando per le rive di Tevere Expò, notai uno stand con una coppia di ragazzi che avevano da offrire, sulla ridotta superficie del banco, unicamente dei depliant. Programmi escursionistici. L'attenzione fu catturata all’istante dallo stand essenziale e sgombro da folla, anzi, deserto.

Afferrate le brochures e meditate per i giorni a seguire, ho tentato di prenotarmi per delle gite in agosto, poi ci ho riprovato ai primi di settembre, ma per un motivo o per l’altro mai ho raggiunto l’obbiettivo.

Lo scorso sabato finalmente, a temperature ormai abbassate, sono riuscita ad arrivare all’appuntamento determinata come non mai.
Ore 7,30 a S. Giovanni.


Essere così mattiniera non è da me. Nel week-end, poi, è quasi scandaloso! Ma “Volere è Potere”.

Tanto è “Potere”, che inizio subito col piede sbagliato.
Calcolo un’ora di preparazione dal risveglio al momento d’uscire: la colazione, il pranzo al sacco, una doccia, le cose da infilare nello zaino… Ma la stanchezza gioca brutti scherzi, e finisco col puntare la sveglia non alle 5,50, bensì alle 6,50. Quando suona indugio a tirarmi fuori dal letto, brontolo con me stessa, poi con andatura da orso m’infilo in bagno.
Un occhio - l'altro è ancora chiuso - sbircia l’orologio accanto al lavandino e… sembra segni quasi le 7, no, mi sbaglio, non ci vedo… Guardo meglio… Sono le 7 meno cinque! NO!


Non so come ce l'abbia fatta in così breve tempo. Doccia, panino pronto, zaino preso in fretta e furia buttandoci dentro l'intera borsa quotidiana, senza il tempo per il passaggio degli oggetti, e alle 7,25 ero in auto!
Arrivo al traguardo con soli 10 minuti di ritardo. Ripeto: Volere è Potere.

I pasticci non finiscono.
Le “Prime Volte” sono da sempre quelle più difficili. Non si sa nulla di ciò che si sta per affrontare e brancolando nella nebbia ci si affida al caso, all’intuito, al desiderio di rompere il ghiaccio.
La sera prima avevo cercato di comporre l’abbigliamento adatto facendo affidamento sulla memoria d’un’escursione di luglio 2001, unica gita compiuta con associazioni che si dedicano alla montagna. Sulla scia del ricordo, e sprovvista d’un equipaggiamento da trekking, opto per un paio di jeans vecchi strappati su entrambe le ginocchia, e li adatto a bermuda sforbiciando laddove erano già strappati.
Una canottierina, un giacchetto, una felpina, un’altra felpa più pesante, le scarpe da trekking usate dalla figlia tredicenne agli scout, e via!

Incapace di valutare se fosse sufficiente, e troppo stanca per insistere, rimando la scelta d’altri indumenti alla lucidità della mattina.
Ed ecco lo sgambetto del destino nella sveglia.
Lanciandomi in corsa all’appuntamento, non ho aggiunto altro. Neppure un banalissimo, leggero ed essenziale k-way.


Arrivo trafelata e confusa sul luogo lasciando l’auto in seconda fila in prossimità d’un semaforo, scendo al volo con lo zaino abbracciato al petto, correndo verso il gruppetto degli escursionisti.
Non ero così in ritardo. Stavano aspettando un’altra persona che mai s’è aggiunta. Mi invitano a parcheggiare l’auto ché non c’è bisogno del mio mezzo.
Altra avventura trovare un parcheggio non a pagamento nell’area di S.Giovanni. Lo scovo a colpo di fortuna a Santa Croce, e da lì già inizia l’escursione per tornare verso S.Giovanni a piedi.
Il gruppo era esiguo: tre uomini, una ragazza che era la guida, e me.
Il contrasto fra il loro abbigliamento e il mio, a gambe nude dal ginocchio in giù, sembrava saltasse agli occhi, ma forte della mia incoscienza giocavo a rendermi indifferente (l’epilogo sarebbe: “necessità fa virtù!”).

In auto si parla d’esperienze di trekking.
Ascoltavo in silenzio, temendo il momento in cui avrei dovuto confessare che non mi cimentavo in escursioni da tempo, anzi, l’unica era stata 7 anni prima.
Il momento invece giunge, e così il mio raccontare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità!

La guida, seduta sul sedile anteriore, a quel punto si sporge indietro lanciando un’occhiata alla nudità dei miei polpacci e con gentilezza osserva: “Mi sa che avrai freddo… Sei venuta così?”

Facendo amicizia con Henry, l’uomo alla guida dell’auto su cui abbiamo viaggiato, ho poi saputo che vedendomi arrivare aveva pensato che avessi sbagliato gruppo e la mia meta fosse la spiaggia di Capo Cotta.
«Ti mancavano le infradito!»

Diretti sul Terminillo, ci fermiamo poco prima accanto a un grande albergo dove, oltre al bar per un caffè prima dell’escursione, vi è un negozio sportivo. Aperto.
Appena la portiera dell’auto si spalanca, una raffica gelida di vento m’investe. Il termometro segnava 6 gradi. E notoriamente il mio fisico non ha alcuna tolleranza al freddo.
Se fossi stata una strip da fumetto, avrebbero potuto disegnare la nuvoletta del mio immediato pensiero d'autentico Paperon de’ Paperoni, con occhi a registratore di cassa e numeri che vorticosamente girano mentre dollari alati prendono il volo!

Il gruppo s’infila con me nella bottega montanara per accompagnare l'obbligato shopping. In fretta e furia indosso un paio di pantaloni in saldo. Velluto a coste con pences sotto cintura, modello anni ’80. Mi fasciano fianchi e glutei, e corrispondono precisamente al colore bordò della felpa. Vado su e giù per il negozio, lesta, in cerca d’altro. Sotto al naso m'allestiscono pantaloni tecnici il cui prezzo è alle stelle. Stanzino, prova. Sono larghi. E la mia taglia? Arriva Henry con altre due paia: uno color mostarda, l’altro verde salvia. Mi decido.
In aggiunta è necessario per lo meno un k-way, nonostante a casa ne abbia già tre. La taglia d’adulto è troppo grande per me, sono costretta ad accontentarmi di quella da bimbo seppure le maniche arrivano a metà avambraccio.
Paperon de’ Paperoni va alla cassa. C’è poco da fare: o mangia la minestra o salta dalla finestra!

Bene, la sprovveduta escursionista è quasi pronta. Henry le offre in prestito un maglione di pile, poi delle scarpe da trekking che ha nel bagagliaio. Il numero sembra giusto, quelle fasciano la caviglia, sono scarpe serie! Intimorita dalla mia inesperienza sono ormai un'allieva che segue istruzioni.

Si parte dal Rifugio Sebastiani. Il vento schiaffeggia fortissimo.
Centauri cavalcanti possenti BMW fanno appena una sosta sulla strada, ma uno di loro viene buttato giù da una raffica di vento. Mentre qualcuno degli amici, compreso Henry, corrono in suo soccorso, un altro dei centauri non ce la fa a sostenere la moto e s’inclina lui pure, privo di forza per contrastare il vento. Osservo la scena da una postazione d'iniziale salita coprendomi come posso il viso con le mani mentre le raffiche ventose insistono e, senza crederci, finisco a terra anch'io! Lottando per riprendere l’equilibrio, tanto gli sguardi sono sul gruppo dei BMW, mi rimetto in piedi sperando che nessuno m’abbia vista.

Inevitabile chiedermi se ce la farò a raggiungere la cima del Terminillo, potrei fermarmi al rifugio di partenza e aspettarli. Ma la spesa per i pantaloni preme alla coscienza, non posso tirarmi indietro, devo sfidarmi.

Inizia l’avventura.
Arriverò sulla cima, a 2.216 metri, come testimoniano le foto da cui, fra occhiali, cappuccio, e baverino trattenuto dalle mani, di me s’intravede poco e niente (notare il k-way a metà avambraccio).


Henry sarà il Cavaliere dal nobile impegno d’incoraggiarmi e accudirmi, infatti non solo è colui che mi ha rifornito di maglione e scarpe, ma per l’intera escursione è stato l’angelo custode pronto a sostenere le perdite del mio equilibrio sui sassi, offrirmi fazzoletti per il naso gocciolante, tazze di caffè caldo dal suo thermos, energetiche barrette ai cereali, e perfino, da un certo punto in poi, i suoi guanti per le dita intirizzite tenute ritratte nelle maniche del felpone.

L’escursione è stata bellissima, soddisfazione probabilmente rafforzata dalle difficoltà superate. Dulcis in fundo, si sono aggregate al gruppo altre due ragazze conosciute sulla vetta, con cui, al termine dell’avventura, ci siamo uniti all’interno del Rifugio per riscaldarci.
Chi con un té accompagnato da torta alle more, chi con salsicce alla griglia!


Preferendo vita all'aperto e fatica fisica a quella cerebrale, ecco che almeno racconto il mio cimentarmi in arrampicate sui sentieri montani...

Ieri è stata la volta d'un'escursione sui Monti Cervia e Navegna, da cui spettacolare era il panorama sui laghi del Turano e del Salto, fra curve di monti all'intorno e sfumature cangianti di verde boscoso.

La natura è un respiro colmo di vita!