21 ottobre 2006

"la realtà / il sogno ... lo struzzo"



Penultimo anno di liceo. La professoressa di matematica fa l’appello, intanto con attenzione scruta sul Registro la situazione di ciascun alunno scendendo lungo l’elenco alfabetico. Il suo dito continua a scorrere, e scorre, scorre seguendo la linea verticale, quando, con lo sguardo giunto in fondo, la voce possente esplode agghiacciante:

- VERDI!! -, fiato mozzato della platea per l'inaspettata breve pausa, riprende: - Una, due, tre, quattro….22 assenze! –

In realtà non ho memoria del numero preciso, ma ricordo che le contò una per una davanti alla classe che restava in silenzio - nessuno fiatava davanti a lei, la più temuta, una Generalessa imponente nella corporatura e nelle corde vocali! - .

Ultimato tale conteggio alzò gli occhi e mi fissò, lasciando intendere senza ombra di dubbio che erano state maggiori le assenze delle presenze durante il secondo quadrimestre. Eravamo ormai a maggio…

Avevo 18 anni compiuti da poco, la libertà che mi accarezzava come l’aria, la primavera nel sangue, la voglia di correre e bruciare le mie energie nel sole della primavera….
Quante volte ero arrivata oltre l’orario limite concesso, i soliti famosi cinque minuti in più: 8 e 35, e avevo trovato la porta dell’aula chiusa, liscia e in linea di continuità con la parete. Impossibile entrare: chi ritardava saltava la lezione. Punto. La Prof era categorica e ferma, ed io una ritardataria sin dalle elementari e così per il resto della mia esistenza!
Altre volte, non avendo studiato, l’assenza era la celebre -in gergo- “Sega” a scuola: vagavamo con tranquillità adolescenziale sotto il tiepido sole primaverile per i vicoli di Campo di Fiori, tra una puntata in latteria, e una chiaccherata con i freackettoni di piazza Navona, in un tempo senza meta e senza ansia.

Si erano così accumulate le ore che lei, con militare meticolosità, stava adesso contando…
Quello sguardo, quell’enumerarmi una per una le mie assenze, quella ghigliottina che andava disegnandosi nell'etere pronta ad affilarsi sul mio collo, così concreta e così poco immaginaria, mi lasciarono nel sospeso di una vita che mi apparteneva, sul lato che mostrava la mia colpa, ma che in definitiva non mi apparteneva affatto a causa dei miei debiti; io dovevo rendere ciò che avevo sottratto! (A chi avevo rubato? Alla scuola? Ai genitori? Alla prof? Avevo rubato il tempo che non mi apparteneva!! Ladra, ladra!) Rimasi sospesa nel respiro, sospesa a mezz’aria nell’aula, sospesa sulle teste dei miei compagni, nell’interrogativo di cosa dovessi fare, cosa rispondere, di come dovessi muovermi, o di cosa avrei potuto fare per riparare a quelle mancanze a cui mi si richiamava come davanti al Giudizio Universale!

Fui rimandata a settembre in tutte e due le materie della Generalessa: matematica e fisica.
Per l’intera estate ebbi l’incubo di studiare Fisica, che mi era terribilmente antipatica (e che, mettendomi a disagio con le sue regole, mi faceva sentire pure stupida!)… Matematica non mi preoccupava, ma Fisica sì!
Finì tutto.
Gli esami di settembre superati, l’ultimo anno di liceo, la maturità, poi il resto della vita… L’università, i viaggi, l’andare a vivere per fatti miei, la nascita di una figlia…

Passarono gli anni.
Spesso mi capitava, svegliandomi la mattina, di accorgermi d’aver di nuovo ripetuto lo stesso sogno, la stessa immagine che da tempo riappariva durante il sonno notturno. Ancora lei, la Professoressa di Matematica, che incideva il mio cognome nell’aria, ad alta voce, in modo stentoreo, iniziando a contare tutte le assenze fatte durante l’ora di Fisica: “Una, due, tre, quattro… venticinque!”, mentre mi fissava al di sopra degli occhiali, ponendosi come un Gendarme al confine di passaggio: “Qui dovevi giungere alfine, e oltre non vai, devi sdoganare!”.


Possibile che un episodio così remoto tornasse a perseguitarmi?
Possibile che quella donna potesse incutermi ancora tanto timore?
Possibile che, nel turbamento che il sogno lasciava, rimanesse un conto sospeso?

Gli esseri umani sono nel profondo dotati di genialità! Se si pongono domande, le risposte infine giungono, magari sotto il fumettistico aspetto di lampadine illuminanti…
Il sogno stava suggerendomi qualcosa.

Nel mio vivere continuavo ad accumulare assenze: invece di affrontare andavo per scappatoie, ritardi, fughe, compromessi. Non me ne accorgevo, non volevo vederlo, era scomodo guardare la realtà in faccia, ma nessuno mi avrebbe fatto uno sconto, il sospeso aumentava, e la mia vita mi stava chiedendo insistentemente presenza!

Da quella piccola illuminazione, dopo tanta iterazione, finalmente la Prof di matematica e il suo enumerarmi senza indulgenza le mancanze, scomparvero dai miei sogni notturni, limitando la loro immagine ad un lontano e sfocato ricordo scolastico, non più un incubo persecutorio ed insistente.

La signorina Verdi sgusciò con la testa dalla sabbia, allungò l'agile collo snello, e smise di fare lo struzzo. Almeno ci provò!

2 commenti:

Francesco ha detto...

Complimenti signora VERDI!!!
e che cognome importante;)

danDapit ha detto...

Ehmmm... Verdi...
Rossi...
Bianchi...
Sono quei cognomi un po' "anonimi"...
A parte Giuseppe, che lo ha fatto diventare celebre, il suo VERDI!
;oD