14 ottobre 2007

Omaggio al Nonsense

- Ehi, Chuck!
Urlava con rabbia da un capo all’altro d’una piazza gremita di gente.
- Sai quella scheda telefonica, sì, quella sim card che t’avevo regalato l’inverno scorso e che a maggio m’hai restituito?
- Sì, ho capito! ...Ma perché strilli da laggiù?
- Sei un bastardo! Un bastardo! Me l’hai ridata senza neppure cancellare un sms che avevi ricevuto!
- Cosa vai urlando? Cosa urli qui in mezzo a tutta questa folla? È passato un sacco di tempo!
- Non importa quanto ne sia passato! Me l’hai restituita con un sms in memoria, senti qui: «Ma che hai sbroccato? Perché non mi vieni a prendere stasera…sulla tua torpedo bleeu?».
- Allora? Che vuoi adesso?
- Il numero non era registrato sotto un nome! Tre-tre-nove, nove, quattro, zero, due, otto, uno, sette… Di chi è questo cellulare? A cosa t’è servita la sim card che t’avevo regalato per le nostre telefonate? Eh??
- Dina! Sta’ zitta! Stai armando una caciara! Non c’è persona che non si sia voltata a guardare!! Quanto ti odio!

Dina trasalì e improvvisamente aprì gli occhi. Un incubo. Aveva il collo bagnato di sudore. Si alzò, andò in bagno ad asciugarsi, poi in cucina a bere dell’acqua.
Chuck era partito per alcuni giorni. …Voleva parlargli di quell’orribile sogno. No, anzi. Doveva raccontarlo alla psicoterapeuta, quale inquietante significato celava?
Andò al tavolo cercando carta e matita e appuntò il sogno finché lo ricordava nei particolari. Cosa diceva l’sms? Ah sì, la torpedo blu… e il numero…incredibile! Si rammentava addirittura la sequenza numerica: 339…940, 28, 17 come la leggesse ancora dal cellulare!
Controllò l’appuntamento con la dottoressa, era per le 11,30. Bene. L’ansia si placò. Tornò a letto con un bicchiere d’acqua in mano e l’asciugamano appoggiato sulla spalla.


Alle 11,30 pigiava fremente sul nome «Dott.ssa Anna Gambiolini».
- Buongiorno Dina, come sta?
- Sono abbastanza turbata dottoressa, ho avuto un incubo.
- Ah, bene, abbiamo materiale sul quale lavorare…
- Veramente, oltre al mio incubo, sono rimasta ancora più turbata quando ho sentito Chuck, il mio ragazzo…
- Dobbiamo lavorare sui sogni.
- Sì, infatti! La cosa particolare è che anche lui ha avuto un incubo, stamattina ce li siamo raccontati a vicenda!
- Ve bene, Dina… Però ho in cura lei, non il suo fidanzato.
- Dottoressa, so bene che tutto ciò è al di fuori del razionale, le assicuro però che questa particolare coincidenza mi scuote molta ansia…
- Se la può tranquillizzare, mi parli anche del sogno del suo “Chuck”…
- Lui non si chiama così, è il soprannome che gli ho dato io…
- Questo non interessa all’analisi, andiamo avanti.
- Chuck ha detto che ieri sera si è bevuto una birra fredda dopo cena, mentre era in digestione, perciò durante la notte si è sentito male…
- Dina, evitiamo particolari non pertinenti.
- Sto arrivandoci! Insomma, lui ha avuto un incubo contemporaneo al mio. Ha sognato un uomo in auto con la moglie, litigavano, e quello la buttava giù dalla vettura per poi cercare d’investirla. Chuck guardava la scena e vedeva che la donna restava a seno nudo sul cofano dell’auto, con i vestiti strappati nell’impatto. Poi si accorgeva che l’uomo nell’auto provava a investire anche lui…
- Non conoscendo il suo ragazzo non posso cogliere il significato di tali immagini, vogliamo parlare del motivo per cui la agita?
- Sì, ecco… Ho sognato che ero in una piazza grande, come un’antica agorà, affollatissima. Lì vedevo lui dall’altro capo della piazza, e da quella distanza prendevo a urlargli contro accusandolo forse d’avermi tradita. Gli rinfacciavo d’aver trovato sulla sim card il messaggino non cancellato d’una donna…
- Questa dimenticanza di cancellazione d’un sms la interpreta come qualcosa che l’inconscio vuole suggerirle? Ha forse sentore che il suo fidanzato vorrebbe farle sapere ciò che le ha precedentemente occultato?
- Non saprei… Aspetti, completo il racconto del sogno. La mittente del messaggio gli proponeva di passarla a prendere sulla sua “torpedo blu”. Nella piazza gli urlavo che era un bastardo, tutti ci guardavano, ero così furibonda che non mi importava! Pensi che stranezza: mi è rimasto impresso il cellulare che ho letto nel sogno, almeno mi sembra sia quello!
- Un numero che non ha dimenticato neppure cessando la fase onirica… – ripeté meccanicamente la psicoterapeuta, poi, quasi giungesse da altrove, replicò:
- La donna diceva «vieni a prendermi stasera sulla tua torpedo blu»? …La canzone di Gaber?
I lineamenti del viso della dottoressa si irrigidirono, il suo busto si raddrizzò legnosamente sulla sedia.
- Sì. C’è qualche indizio significativo?
- No, no… Interessante. Mi stava spiegando che le è rimasta impressa una sequenza numerica?
- Sì, eccola, l’ho scritta subito: tre-tre-nove, nove-quattro-zero, due-otto, uno-sette.
La dottoressa Anna Gambiolini parve impallidire.
- Ma non vedo collegamento tra il suo incubo e quello del fidanzato…
- Veramente io ho una strana sensazione… Guardi che caso! Ho sognato che lui mi teneva nascosto qualcosa e che aveva bluffato con me, mentre lui sognava una coppia che litigava e un uomo che voleva investire una donna. Nel suo sogno è espressa una forte aggressività nei confronti di quella donna, moglie o amante che fosse, ma la stessa aggressività l’ha diretta poi verso un uomo… Forse un altro se stesso?
- Brava Dina. – esordì la psicoterapeuta deglutendo - potrebbe sedersi sulla mia poltrona. È diventata abile nell’analisi dell’immaginario inconscio…
- Sono turbata, ci dobbiamo sposare... il sogno mi ha messo in allarme! Poi stamattina s’è aggiunto l’incubo di Chuck…
- “Chuck”. – ripeté la psicoterapeuta.
- Dottoressa? Mi sembra scossa anche lei… Come interpreta tutto ciò?
Anna Gambiolini si agitava con visibile disagio, lanciando insistentemente occhiate al pacchetto di sigarette sul tavolo.
- Eh, Dina, dal tuo sogno emerge che non hai fiducia in Chuck. Più profondamente direi che non ti vuoi sposare. L’inconscio sta inviando chiari messaggi. Non vuoi chiuderti nel vincolo matrimoniale, temi d’essere tradita. Dovresti riflettere prima di fare questo passo! Inoltre, osservando il sogno del fidanzato in particolare coincidenza col tuo, ma è solo una banale casualità, sembrerebbe che anche lui tema il passo del matrimonio… Mi dispiace, l’orologio dice che la seduta è terminata. Abbiamo già un appuntamento per la prossima volta?
La psicoterapeuta l’accompagnò alla porta.
Prima di uscire, con fare riflessivo, Dina precisò:
- Dottoressa, si è accorta che ha iniziato a darmi «del tu?»
- Oh! Mi è sfuggito… Mi scusi Dina. Buona giornata… -, ribattè Anna Gambiolini sorridendo affettuosamente e chiudendo l’uscio.
Finalmente sola. Appoggiata la schiena contro lo stipite scivolò con lentezza giù, fino a sedersi a terra. Non riusciva a capacitarsi. Il suo amante era il fidanzato di Dina. Era sotto shock. Come poteva essere che Dina avesse sognato il suo numero di cellulare? E la battuta sulla torpedo blu? Lei gliel’aveva fatta per l’acquisto della nuova auto! Cosa poteva saperne la sua paziente? Cosa stava accadendo nell’universo? Era l’inconscio collettivo? Quel bastardo! Non le aveva mai detto d’avere una fidanzata. Non solo, l’incubo di lui rivelava il desiderio di sbarazzarsi dell’amante, proprio di lei!

Suonò il campanello. Guardò l’ora. Le 12,30. Non aspettava altri pazienti. Forse il postino con una raccomandata?
Aprì la porta. Dina le era davanti ferma sul pianerottolo.
- Dottoressa, mi scusi, ho ricordato un particolare. Per un periodo Chuck si sbagliava quando doveva pronunciare il mio nome. Senza accorgersene, interloquiva spesso con un «Anna». Pensavo si confondesse con la sorella che si chiama così…
- Ah… ah… – La psicoterapeuta trattenne il respiro.
- Ascolti, desidero provare a digitare quel numero, ma voglio farlo qui con lei. Da sola mi sentirei stupida, posso? Ci metto un attimo, tanto non può rispondermi una Anna, sarebbe il colmo! Il mio era solo un sogno, che diamine!
Dina aveva già composto il numero e la Gambiolini era ancora con una mano in aria per fermarla, in un fallito intento.
Gli accordi d’una celebre “Per Elisa” presero a risuonare all’interno dello studio.
- Uh, dottoressa, sono veramente inopportuna! La stanno chiamando, forse è suo marito e io la sto disturbando. Vado…
Nell’attimo in cui Dina interruppe la linea e notò contemporaneamente che la musica nell’aria si spegneva, lo sguardo volò sulla targhetta del campanello: «Dott.ssa Anna Gambiolini».
Gli occhi cambiarono istantaneamente traiettoria, in un lampo furono sul volto sbigottito della psicoterapeuta.
Anna nel panico gridò: «Non sapevo nulla!», sbattendo la porta in faccia alla ragazza.


Dina non sposò Chuck. Sparì dalla sua vita. E smise di andare in analisi.

Anna Gambiolini tornò in terapia dal suo vecchio analista, cessando per anni di lavorare. Non si separò dal marito.

Chuck andò a vivere in un paesino dell’entroterra, si innamorò d'una fioraia e le regalò l’intero negozio. Fu con lei che scoprì l’amore, e per esprimerlo non gli sarebbe bastato un mazzo di rose, ma un luogo ricolmo di Fiori… sì.

03 ottobre 2007

°°° °°° VUOTO °°° °°°



Cercava il nome sul citofono, era la seconda volta che andava da lui, e la prima erano saliti insieme.
Sul pianerottolo la porta era socchiusa, l’aveva spinta e se l’era trovato di fronte sorridente. Subito dei baci, e dai baci le sue mani già le scorrevano con foga sopra ai vestiti, poi febbrili dentro, in un approccio senza dialoghi, schietto nella propria volontà.
Aveva pensato che avrebbero mangiato qualcosa insieme… Due parole e dei sorrisi, immagine d’un preludio all’unione delle emozioni sensoriali, perciò fra un bacio e l’altro gli aveva chiesto:

- Hai cenato?
Lui aveva risposto che non aveva fame senza arrestare l’impeto del suo trasporto.
Le dispiaceva accorgersi che non provava la stessa forza emozionale dei precedenti incontri, quando bocca su bocca l’impulso la rapiva divenendo torrente in piena nel corpo, sulla pelle.
Stavolta una sottile voce sussurrava profonda e lontana:
«Non così!».
La voce suggeriva, ma lei s’abbandonava, lasciando che le sue membra rispondessero alle carezze, al calore, agli odori. Per natura, per voluttuosità, per riconoscimento, per desiderio che andava salendo come onda…

Le piaceva far l’amore con lui. Di volta in volta lo svelamento d'una nuova trasformazione mentre le emozioni, scandite nel crescendo, danzavano l’intensità d’un fuoco ancora da scoprire. Lo stupore la riempiva nell’istante in cui emergeva per poi risuonarle come intima eco per ore e giorni.
Tra di loro percepiva il dono d’un sé, il darsi nel dedicarsi, l’amore fisico come filigrana nell’essenza d’una metafora. Densità e oblio, viaggio d’un piacere condiviso d’attimo in attimo.
Così era sempre stato.
Non quella sera.
Era lui diverso o lei?
Mancava il terreno su cui posare i passi, era l’eredità di un’assenza comunicativa. Momenti d’unione come isole nella vasta distesa d’un nulla.
Stavano divenendo appuntamenti sessuali senza continuità di parole. Svuotati di contenuto, privi di pensieri, ridotti all’osso di carne povera. Un uomo e una donna, due corpi. Negazione d’un resto.

Quando ormai sazi di pelle e sospiri avevano cercato un’altra dimensione, Elvira aveva saputo che la dispensa era vuota. Non aveva niente da offrirle, lui non pranzava mai a casa. La donna era cosciente di non potersi aspettare nulla, era solo un passaggio in attesa della compagna giusta.
Si davano baci, sorrisi e intensità in quel crocevia di tempi accordati, ma l’idea d’una birra in frigo lei non poteva valerla.
Anche la sua casa li aveva ospitati, e nell'antro d’una cucina affatto generosa, due piatti di pasta, una colazione, un paio di hamburger, o spicchi di delizioso melone erano via via comparsi con dolcezza conviviale.
- Ascolta… - aveva spiegato lei con voce di calmo respiro – …per una donna fare l’amore è un aprirsi, movimento in espansione. Quando tu sei dentro di me, non lo sei solo fisicamente, tu mi sei dentro con la tua vita, e io mi espando per sentirti, contenerti e darmi… Ma appena esco dalla porta, per te è già tutto finito, spranghi con saracinesche. Ogni uomo fa così, mentre ogni donna si espande per poi vedersi costretta a ricontrarre corpo, emozioni, sentimenti. Questo movimento fa male. Espansione e ritorno. Fa male.
Lui silenziosamente aveva annuito.

Se ne era andata prigioniera d'una povertà interiore con cui aveva cercato di lottare o far pace. Con quella aveva dormito e si era svegliata, gemella al cielo grigio e oppresso del nuovo giorno. Infine aveva girato lo sguardo verso ciò che aveva ricevuto, lasciato che l’affetto emergesse, aperto la finestra alla comprensione.
Nel programma serale c’era una festa, ci sarebbero andati insieme, occasione per rivedersi e condividere. Non doveva coltivare tristi visioni, né permettere alla sgradevolezza di dilagare.


Ai saluti d’arrivo Elvira respira aria scarica, e con poco si accorge che gli approcci comunicativi sono destinati a fallire. Lui glissa, si innervosisce al dialogo.

Variopinta e caotica la festa li accoglie sulla terrazza affollata di persone, dove si mescolano e si sovrappongono presentazioni, ferve vita, musica, balli. Le ore trascorrono tra volti mai visti, e quelli conosciuti, parole scarse, e ancora la mischia.
Lei immagina scambi d’affetto nel retroscena notturno, lieto fine d’un intimo appartarsi. Ma in auto lui avverte d’essere stanchissimo. Qualche bacio, e si ripetono tappe d’insofferenza verso discorsi da lui aperti e da lei portati avanti.
- Devo andare! Sono giunto al punto di non ritorno. Assolutamente devo andare.
Accoccolata su di lui, lei si raddrizza sul sedile, docile si fa riaccompagnare.
I pensieri le scorrono torvi, inarrestabili.
«Sono stufa! Che senso ha restare tra me e lui invasa dall’avvilimento d’essere fuori posto? Un peso, una mendicante che elemosina attenzioni in stentate briciole… Non posso valere quanto un buco che compensa dieci giorni di astinenza sessuale! Basta. Ora basta.»
Lo saluta freddamente.
- Che c’è? - chiede lui.
- Niente.
Sa che se provasse a spiegare lui aprirebbe lo sportello per buttarla fuori, inutile rispondere. Non è però capace d’indifferenza nel saluto tranquillo d’una falsa complicità.
Scende dall’auto, serrata nella decisione che è l’ultimo atto. Non lo rivedrà.

Si sbaglia, il cellulare le è caduto là sul sedile, e se ne accorge ormai a notte fonda. Non può avvertirlo, ogni numero è sul telefonino che non ha.

Il mattino seguente l’indice punta per la seconda volta, pigiando, il nome sul citofono.
Lui dorme ancora, non ha visto nulla nell’auto, deve scendere per controllare.
- Va bene, aspetta, dammi il tempo di vestirmi.
Elvira si rassicura, in cinque minuti sarà lì e insieme andranno in garage.

Dopo mezz’ora il dito di nuovo affonda sulla targhetta del citofono. Stavolta lui non risponde.
Sente sfaldarsi i resti d’una fiducia già troppo messa alla prova. È una corrispondenza inesistente.
Silenzio. Attesa. Entrano ed escono persone dal portone, il sole è alto, quasi mezzogiorno.
Finalmente lo vede emergere dalla rampa del garage alla guida dell'auto.
S'arresta e la cerca con lo sguardo.
- Ma quanto tempo ci hai messo?
- Ehi, ma guarda che è domenica mattina, di solito dormo fino all’una!
Elvira prende il cellulare dalle sue mani mentre risuona dei messaggi che all’aria aperta ora arrivano. Lui cerca di correggersi:
- Va bene, comunque puoi tranquillizzarti adesso…
Non aggiungono altro in piedi davanti al veicolo col motore acceso.
Non sa come salutarlo Elvira, nota rigidità e impaccio anche dall’altra parte. Teme che baciandolo sulle labbra, come le sarebbe istintivo, lui reagirebbe bruscamente. Opta per la sobrietà, gli avvicina il viso e gli deposita un bacio sulla guancia:
- Ok, ciao.
Lei si avvia verso il proprio parcheggio, lui rimonta in auto. Le passa accanto fissando dritto davanti a sé.


Nella propria casa Elvira chiude la finestra sulla sera ormai scesa. Lì accanto l’apparecchio telefonico inizia a trillare, riempiendo la stanza d’un suono acceso e vibrante.
- Elvira! Come sono felice… Sono innamorata! Sapessi che week-end bellissimo, lui è un uomo speciale!
- Sono contenta Maria, veramente! Sono contenta per voi…
- Vedi? Non tutti gli uomini sono uguali, esistono anche quelli che sanno dare!
- Ah, Maria… per piacere, non mi dire così! Lo so che esistono, lo so bene! Il problema è incontrarli. Incrociare la persona che ci corrisponde. Si tratta di buona fortuna nel trovare corrispondenza a ciò che noi siamo e desideriamo... Forse non riesco a riconoscermi valore, a questo corrispondono incontri in cui non ricevo valore…
- Cosa è successo? Come è andata per te, Elvira?
- Il cellulare è stato la mia giusta corrispondenza!
- Come? Che vuoi dire?
- Voglio dire che ciò che mi corrisponde è il vuoto. La dimenticanza, la perdita e un recupero in mezzo allo squallore.
- Mi dispiace… Mi dispiace…
- Anche a me, Maria… Anche a me…

16 settembre 2007

quando Anita crescerà

- Anita! Fai giocare tuo fratello, su!

- Mamma, uffa! …non mi va, vuole vincere sempre lui!

- Su Anita, tu sei più grande! Che ti importa di perdere, fallo vincere, no? Su, su, vai a giocarci, altrimenti si annoia… Sei la donnina di casa, tu! Sono stata tanto contenta che sei nata per prima, così mi aiuti… Lucio! Lucignolo!! Vieni, ché Anita ora gioca con te…
Con innocente pazienza Anita prende tra le mani la scatola del Monopoli che il fratellino le porge, e sul tavolo apparecchia il tabellone, i segnaposto, le carte delle Probabilità e degli Imprevisti, distribuisce le mazzette dei soldi, poi si occupa della spartizione dei contratti.
Lei ha tre anni di più, gioca con mosse da economista e imprenditrice, e prende via via vantaggio. Il fratellino resta senza soldi, accumula debiti, perde.
La bocca di Lucignolo si spalanca e dall’ugola escono urla e strepiti, pianti d’elevata potenza.
La madre accorre. Forse Anita l’ha picchiato sovrastandolo con la sua altezza, ah, povera creatura vittima delle violenze d'una spietata sorella maggiore! …No, lui strepita nella disperazione più accorata perché non accetta perdite, vuole giocare e vincere, e così ogni volta.
E ogni volta quelle urla schiacciano la bambina alla sedia, colpevole.
La madre è spazientita.
- Lo sai che fa così! Senti che strilli! Potevi farlo vincere! Ma cosa ti costa? Almeno sta zitto, e stiamo tutti in pace!
Sbuffa Anita.
È confusa, nell'animo prova sensazione d'ingiustizia, eppure resta colpevole.
Lei è la sbagliata.
Deve dargliela vinta, perché? Perché è la più grande? È questa la sorte dei primogeniti? Deve solo far finta di giocare, non impegnarsi, e annoiarsi nel perdere? Perché?
Deve intrattenerlo e preoccuparsi che si diverta. Si annoia lei, così! Si tratta di far piacere alla mamma e al fratellino? Forse è un'egoista con i suoi pensieri e le sue delusioni…

- Anita!
- Che c’è Lucignolo?
- Vieni!
- Dove? Che c’è?
- Senti, facciamo un gioco…vai in salone e chiudi le porte. Quando busso sporgi solo il viso chiedendo: «chi è?»…
- E poi?
- E poi, aspetta! È una sorpresa…
Anita segue le istruzioni incuriosita. Va in salone e attende che Lucignolo bussi alle porte. Poi fa esattamente quanto lui le ha spiegato e si affaccia sporgendo il viso:
- Chi è?
Lucignolo, più basso di lei, le è di fronte con espressione di gioia furbesca, la fissa e suggerisce contento:

- Sorridi!
Anita s’apre al sorriso con i denti in mostra. Da dietro alla schiena il fratellino fa emergere il braccio, atterrando con soddisfazione il martello stretto nella mano sul bianco smalto d’Anita.
SDENG! Colpo secco sugli incisivi.
- Ma sei scemo? Mi hai fatto male!
Lucio si sganascia dalle risate.















Squilla il telefono di casa... ah, quel telefono posizionato in corridoio, vicino alla cucina!
La madre è lì che traffica ai fornelli, non ci sarà intimità per la sua conversazione.
È il suo ragazzo, e lei è arrabbiata. La voce è alterata nel rispondere, parla ostentando quanto è seccata.
Appena maggiorenne, Anita è alle prese con i primi bisticci di cuore.
Lui promette sempre che la chiamerà, poi sparisce. Quante scuse! Ogni giorno c’è un motivo.

La madre sta in attento ascolto.
Si avvicina, si apposta.
Interviene.
- Ma non lo trattare così, no? Non lo trattare male, poveraccio!
Anita si concentra sulla conversazione interna alla cornetta, tenta di ignorare ciò che è esterno, eppure la presenza materna lì di fronte le crea disturbo.
Vorrebbe fare di testa sua, lo sa lei come stanno le cose! Volta le spalle alla madre, cerca di raggomitolarsi per proteggersi.

La donna non si muove, fedele alla sua osservazione come una sentinella in vedetta. E quando lei dimostra ancora disappunto al ragazzo, s'intromette affilata e certa:
- Ci resta male! Non lo mortificare! Non essere cattiva…

Anita ha imparato che gli uomini non possono perdere.
È necessario lasciarli vincere. Anche quando le carte vincenti sono nelle mani femminili, anche quando sono prepotenti, incuranti, sono sempre dei bimbi.
Occorre colmarli d'attenzioni e rassicurarli, offrendo loro la vittoria affinché non provino delusioni, mortificazioni, arresti.

Anita ha imparato che le donne sono sorelle maggiori nella vita.

09 settembre 2007

Quante Pomarance? Tredici o quattordici ce ne erano!


Appuntamento alla stazione di Cecina in un assolato sabato d’inizio settembre.
Il treno da Bologna è in orario. Quello da Roma è in ritardo, ma la porta del vagone s’apre proprio di fronte a Lucia seduta in attesa su una panchina.
Risa di stupore e di gioia.
Aspettiamo gli altri sorseggiando un caffè d’orzo e raccontandoci le novità più urgenti.
C’è tutto il tempo dell’infinito universo, tra il vento e il sole, l’ombra degli alberi, la spensieratezza e le grida di rondini dell’ultima vacanza estiva.
Henry giungerà su una due posti cabriolet, insieme al Principe Sofisticato, mentre Hertz darà un passaggio a Rodocrosite da Firenze.
Chi viene dalla Costa Azzurra, chi da Ferrara, chi dalla Norvegia, chi dal Veneto, chi da Frascati, chi da Perugia... e fra i tanti qualcuno mancherà!
L'unica mia conoscenza è Lucia.

«Mi è giunta un'e-mail da Artemisia per invitarmi a un incontro tra blogger, partiamo?»
C’eravamo salutate sul binario della stazione Termini solo una settimana prima.
«Ma non conosco nessuno! Non sono blog su cui capito!»
«Sui blog di Henry e Artemisia sei passata… Dai, se non vieni tu, io non vado!»
La complicità dell’amicizia
è una vite che non smette mai di girare cercando profondità nell’incessante avvitamento.
Mi basta una notte, il giorno dopo sono già lì a controllare gli orari dei treni. Cecina sarà il luogo dell’appuntamento che dal virtuale condurrà al reale.
Per me è un’avventura nell’incognito.

Ma chi sono i blogger?
Uomini, donne, giovani, adulti, che scrivono e allacciano ponti virtuali tra esseri umani confusi nella vasta rete dell’immaginario.

Quando Henry, il Principe, Hertz, Rodocrosite passeranno a prenderci, ci siederemo sorridenti ed emozionati davanti a una birra, tra l’ombra, il sole, e il vento che scompiglia i capelli.
«Che blog sei tu?»
Visi sorridenti, sconosciuti, simpatici, un filo ci lega e raccontiamo di noi con entusiasmo fanciullo, smarriti nella novità, nel rituale iniziato da bimbi sulla spiaggia: «Ciao bambino, come ti chiami? Vuoi giocare con me?»

Poi due là, quattro di qua, distribuiti all’interno delle auto e di nuovo in viaggio sulla strada, cercheremo Il Guado del Sole. Luogo da fiaba tra morbide colline, immerso in uno sperduto cuore toscano di fertili onde verdi.
All’arrivo ancora smarrimento, altri visi sconosciuti ci vengono incontro. Presentazioni, baci, saluti. Gli occhi accarezzano e s’adagiano nello spettacolo della natura circostante, il tramonto ci sorride festoso, e un’azzurra piscina richiama con i suoi bagliori. Qualcuno vi sguazza alle ultime lingue di luce dorata.

Tu che blog sei?
Rimbalza la domanda, mentre si catturano nomi difficili da trattenere.
C’è chi indossa di corsa il costume, c’è chi già si conosce, e l’abbraccio è una spirale a fiato sospeso.
Tuffi nell’acqua tra brividi a pelle d’oca. Io osservo ancora stordita.

Il tramonto indora ogni cosa, si aprono le danze a scatti fotografici senza tregua, e a disagio di fronte agli obbiettivi che inquadrano, penso a via Veneto de “La Dolce Vita”, certamente meno immortalata di quell’ora a fine giornata sui bordi d’una piscina.




Fotografi professionisti e fotografi amatoriali, i blogger si scatenano fra lucenti riflessi liquidi, verdi tonalità collinari e oro di sole scendente, sui volti appena scoperti.


Formeremo una lunga tavolata, come un pranzo di Natale, tredici a tavola? No! Si aggiunga un posto! Ci sono anche due bimbe, delle mamme, ragazzi dell’86... Dell’86?!? Esclamazioni di sconcerto. Sono i ragazzi del ’69 che barcollano increduli di fronte a quell’anno di nascita. Sono la più grande, e dire che una volta mi trovavo ad essere sempre la più piccola del gruppo!
Vino, risate, battute… Forse ci eravamo incontrati in qualche precedente vita? L’emozione si spande, complice di sguardi che s’intrecciano e di brindisi che si levano.
La cena scorre come un banchetto luculliano fino al caffè. È solo mezzanotte. Eh, già! Solo mezzanotte e il mal di testa mi atterra.
Donna Danda De’ Pit si ritirerà nelle sue stanze, intanto nei saloni proseguirà la festa sino al mattino, la corte è al completo: il Principe Valerio di Caropepe, Donna Violante Marchesa di Belmonte, il Conte Federigo Della Spiga, Sua Eccellenza Danilo Di Calcata, Donna Lucia De' Tre Desideri, Sua Eccellenza Luigi degli Orefici, Donna Claudia di Mergellina, Donna Roberta din'goppa o’ Vomero, Sua Eminenza Don Antonio dell'ordine dei Gesuiti, Sua Eccellenza Fabio della Scala, Donna Camilla di val Pedrosa, Sua Eccellenza Paolo dei Nordisti.

So che assenzio, vino e altri liquori hanno scaldato i cuori, insieme a letture di poesie e racconti che ciascun membro di Corte ha liberato dal blog-scrigno per condividerle, a lume di candela, tra soffici cuscini nei saloni dell’incontro.


Due giorni da fiaba immersi nelle colline, tra sorrisi di persone che, appena abbracciate, sembrava di conoscere da sempre. L’animo fanciullo ha sorriso, riso e giocato. Ha osservato, fotografato, ritagliato. L’azzurra acqua della piscina ha accolto ancora la realtà di corpi virtuali, e le chiacchiere di vita si sono espanse nell’aria insieme al sole e alle pelli abbronzate.
La mattina ha l’oro in bocca e Donna Laura dell'Imago è giunta al tavolo della colazione in quel mentre, assente prima, presente finalmente.

Gli scatti fotografici ininterrottamente hanno continuato solerti il lavoro per documentare ciò che da virtuale s’è trasformato in realtà, e la creatività s’è sbizzarrita nel cogliere particolari e armonie d’ogni oggetto e volto.

E se la cena era stata una vigilia natalizia, il pranzo è divenuto una merenda scolastica. I compagni di classe ormai affiatati immaginavano già il prossimo incontro, inventavano trame per storie da continuare, nuovi personaggi, quelli da far sparire. C’era chi si emozionava al pensiero del saluto ormai prossimo, e chi faceva confessioni sulla propria fama.

La foto di gruppo, ritratto di Corte al completo, ha coronato, con smorfie e moine, aggiustamenti di corsetto e scelta del pittore, l’ultimo istante d’un film sceneggiato dalla fantasia dei suoi interpreti.

Sul treno del ritorno non sono rimasta immersa nel silenzio del ricordo.
Il mio viaggio verso Roma è stato in auto, in compagnia della coppia più simpatica e innamorata che mi è capitata d’incontrare in questi recenti anni di perpetue fughe dai sentimenti.
Dolce conclusione al bel week-end da fiaba alla corte del Guado del Sole, sono stata cullata da racconti di vita miscelati a confidenze sorridenti fin sulla soglia di casa.



29 agosto 2007

°*°*°*°* Donne, mongolfiere in volo *°*°*°*°


Avevo il suo viso davanti.
Volto da Madonna del Rinascimento, lo definì qualcuno.
Volto dai lineamenti orientali tra i colori d’una principessa nordica. Così a me appariva nell’osservare la pacata grazia con cui mi parlava, accompagnandosi a una gestualità quasi impercettibile.
Poco più di trent’anni, e oltre quei grandi occhi limpidi molta determinazione. La stessa che coltiva un artista che sta creando la sua opera e si afferri cieco alla labile traccia del proprio intuito. Ostinatamente. Fin in fondo. Sentiero che si perde nel folto d’un bosco.
Ogni cosa è dubbio, ma questa è l’unica via che porta al nuovo.
La principessa di fronte a me raccontava, io l’ascoltavo lasciandomi rapire dalle emozioni che il suo percorso mi dava.
Da bimba si trasformava in donna.

Danzando leggera la bionda fanciulla aveva lasciato che un candido sorriso, spiccante nella sua dolcezza, l’affascinasse e rapisse. Seducente lui! Simpatica canaglia dalle scure iridi, luminose e vispe sulle bronzee tonalità mediterranee.

Sui passi del loro intreccio, solo un gioco per l’uomo ma una scoperta per la giovane donna, il destino scoccò, beffardo, il dardo del concepimento.
I grandi occhi chiari e le morbide labbra sorridenti delicatamente inanellavano i cerchi della storia. Il corpo restava composto ed elegante, simile a ballerina che nella danza mantiene flessuose movenze, mentre il volto declinava parole senza incedere all’incrinatura dell’intimo emozionale.
Tutto per caso, per sovrapposizioni d’accadimenti, per disguidi di date non corrispondenti, per erronee diagnosi, tardi aveva compreso d’aspettare un bimbo.
S’era trovata a decidere sulla propria esistenza e per quella che stava maturandole nel ventre. Aveva scelto. Scegliendo la vita, non l’interruzione.

Il ragazzo dai capelli d’ebano era felice.
Vivaci e sorridenti i suoi occhi sprizzavano orgoglio e gioia per ciò che inaspettatamente accadeva. Stava per divenire padre.

La giovane aveva deciso per ciò che il suo cuore indicava importante.
Cos’è importante? Dove va ricercato l’oro?

Non tornare indietro, ma andare avanti.

Non chiudere, ma aprire.

Non sottrarre, ma sommare.

Non rinunciare, ma vivere.

Sapeva che il ragazzo del sud, entusiasta per l’inopinata paternità, non desiderava unirsi a lei. Lui aveva bisogno di camminare nel mondo ancora cercando, per vagliare da solo senza sentirsi designato dal fato, o da chi sembrava lo avesse scelto.

La guardavo. Ammiravo il suo coraggio.
Non era incoscienza, ma coraggio di vivere.
Non era incoscienza, ma saggezza. La saggezza di sapere che la vita genera vita, e la vita è forza.
È scorrere.
È affrontare senza tirarsi indietro.

Al posto suo sarei stata codarda, non avrei scelto la vita.
Lo so, mi sarei disperata. Avrei avuto paura. Non avrei deciso di diventare madre sentendomi sola.
Rifiutata nella mia femminilità, nel mio essere donna.

Oh, sì! Come madre lui mi accetta, spalanca il portone, ne è contento.
È colmo di gioia nel divenire padre e non rifiuta che io sia la madre del figlio. A favore del lieto evento ho la libertà di scegliere e lasciar nascere il nostro bambino. Desidera essere padre e infinite emozioni ispirano il suo animo, pur fermo nella propria ragione che fra noi non possa funzionare.
Non occorre provare.
L’affetto è cosa da discernere. Uguale alle fondamenta d’un palazzo esiste, ma non basta a saggiare sentieri.
La donna che lui immagina non è qui.
Altrove, sarà altrove.

La gioia d’una gestazione. Nove mesi in cui una vita poco a poco matura all’interno d’un corpo formando cellule, formando il nuovo essere.
Maternità sono nove mesi da Matrioska, e la consapevolezza d’un evento unico e ricco.
Quanto è possibile ritagliare tutto ciò per viverlo fino in fondo senza rapimenti negativi?
Io, donna egoista, collerica, pratica, avrei guardato alla mia disperazione. Al rifiuto. Mi sarei equiparata ad una macchina incubatrice.
La ferita non avrebbe lasciato spazio che al mio egocentrismo, e a una sola operazione aritmetica: la sottrazione.

Osservo la principessa dagli occhi grandi e limpidi emozionandomi nell’ascoltarla. Si scuote il mio essere donna e con i brividi sulla pelle condivido le sue parole.
Posta di fronte allo stesso bivio so che i miei trent'anni non avrebbero risposto con altrettanta saggezza, coraggio e forza.
Mi sento come fossi su di un treno in corsa, e col viso schiacciato al finestrino cercassi di catturare il paesaggio in fuga.
Non mi capacito dell'incredibile distanza fra la cultura delle donne e quella degli uomini. Mi smarrisco nell'amarezza di affetti ormai sempre più simili a erosi canyon. Ammutolisco disfatta allo scenario di emozioni imbavagliate e abbandonate come amanti nell’armadio, dove, celate soprattutto a se stessi, si spolperanno riducendosi ad ammassi d’ossa. Degli scheletri. Da cacciare, rinnegare, maledire.

La principessa non ha lo sguardo nel buio abissale dove l’ho infilato io, lei scruta oltre l’orizzonte verso l’infinito.
Per questo il suo bimbo nascerà. E la vita proseguirà evolvendo.
Senza arresti, quelli che la mente giudica opportuni.

Senza limiti.

20 agosto 2007

Un ANNO DA BLOGGER!


Oggi compio un anno da blogger!
Per festeggiare il compleanno
vi lascio da leggere
uno strampalato GIALLO!


Cin Cin!

Il GIALLO del BAR BELLARIA


Il cellulare prese a vibrare. Avevo tolto la suoneria con l’intenzione di non rispondere a nessuno.
Maledetta curiosità. Guardai il display. Numero privato.
Di nuovo, maledetta curiosità.
- Sì?
- Buongiorno, non mi conosce, ho bisogno di parlarle.
- Per quale motivo?
- Mi hanno dato il suo numero, mi hanno detto che lei è a capo di un’agenzia investigativa, siete tre donne, e brave.
- Signora… è il 13 agosto.
- Lo so. Mi hanno anche detto che rifiuta raramente.
- Le hanno detto troppo.
- Sto cercando mio marito…
- Vuole scherzare, vero?
- No, affatto. E non mi dica di rivolgermi a “Chi l’ha visto” o alla polizia.
- Va bene, non glielo dico e la saluto.
- Mi ascolti! Mi dia un appuntamento… ci sono forti interessi economici in ballo, avete molto da guadagnarci.
- 13 agosto, signora. Signora…?
- Santiago.
- 13 agosto signora Santiago, 13 agosto.
Un sospiro. Maledetta curiosità.
- …Va bene.
- Dove? Quando? È necessario quanto prima. Oggi pomeriggio è possibile?


L'attesi in una sala da tè tra i vicoli di Roma.
La signora Santiago arrivò tenendo per i manici una sporta di carta da cui estrasse varie cartelle ordinate.
- Le sue colleghe?
- Non c’è bisogno di muoversi in tre. Esponga il problema.
- Ecco, ho qui gli incartamenti. Mio marito aveva un bar nella Lomellina.
- Siamo a vari chilometri da lì.
- Il Bar Bellaria. Lo ha venduto, poi è sparito.
- Che vuol dire? Che non sapeva che lo stava vendendo e che appena è avvenuta la vendita è sparito con il ricavato?
- Sì. È così. Non mi sono accorta di nulla.
- Siamo a Roma signora Santiago. Doveva rivolgersi a un detective della Lomellina.
- Mio marito è venuto a Roma. Le indagini mi hanno condotta qui. Poi ho perso le tracce.
- La vendita di un bar non procura così tanto denaro. Quali interessi economici ci sono?
- Non è solo il bar. La causa di tutto è un’eredità di cui ha beneficiato a mia insaputa. Eredità che lo ha fatto decidere a vendere e fuggire. Questo è un suo documento, ecco: Carlo Santiago. Un cugino è defunto lasciandogli una fortuna… la sua famiglia originariamente era di qui.
- Una famiglia romana di cognome Santiago? Antenati spagnoli? …Non importa. Quale documentazione mi fornisce?
- Ho qua copie degli atti: la vendita del Bar Bellaria. Alcune foto scattate a mio marito qui a Roma. Un’altra cosa… nel bar c’era un tavolo da biliardo. È scomparso.
- Un tavolo da biliardo non viaggia come bagaglio a mano, signora Santiago!
- Lo so bene. Le sembrerò sprovveduta. Non mi sono accorta di nulla, di nulla. Solo quando non è rincasato e ho provato a cercarlo, mi sono resa conto che qualcosa non funzionava. Il bar era chiuso, il cellulare sempre spento. Ho guardato nell’armadio: alcune camicie erano sparite, e l’unica borsa da viaggio che avevamo non c’era più.
- E non ha avvisato la polizia.
- Assolutamente no. Lo so che è scappato da me. Ora ha i soldi per fare una vita diversa: l’eredità del cugino che lui odiava. Voglio trovarlo e urlargli in faccia la sua doppiezza e vigliaccheria. E non mi basta! Voglio una parte dell’eredità! Avrà cambiato identità, vita, ma se lo trovo… dal punto di vista legale ha tutto da perdere, lo lascio sul lastrico! Senza soldi e solo.

Queste le ultime parole che udii dalla signora Santiago circa il marito. Per il resto ci accordammo sul compenso.


L’investigazione delle Charlie’s Angels si concluse infallibilmente con velocità e successo.
Il tavolo da biliardo fu il fulcro di partenza della ricerca.
Carlo Santiago lo aveva fatto arrivare a Roma per poi venderlo a un commerciante arricchito, abitante in una suntuosa villa del quartiere Coppedè.
Non risultò facile rintracciare tale Giancarlo Spani, che durante il periodo del Ferragosto si trovava sulla Costa Smeralda; soprattutto non fu semplice avere da lui delle informazioni. Il tavolo da biliardo gli era stato venduto da un certo Patrizio Fioretti, alias Carlo Santiago.
Seguendo le tracce del Fioretti approdammo a Malta.

Come aveva riportato la signora Santiago, il marito era stato il destinatario d’una favolosa eredità. Ora viveva a Malta ed era diventato Paul Sannat: ricco proprietario, nella zona più frequentata dai turisti, di una piscina con centro ricreativo e lussuoso bar annesso, in cui non mancava un tavolo da biliardo.
Paul Sannat, alias Patrizio Fioretti, alias Carlo Santiago, nella sua nuova vita faceva parte dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, e in poco tempo era riuscito a tessere intorno a lui una rete di potente protezione.
L’ex proprietario del bar Bellaria, già infedele durante i trent’anni di vita coniugale nella Lomellina, nelle vesti di Paul Sannat aveva due amanti e una convivente.
Io sono una brava investigatrice, ma lui era un occultatore geniale. Un prestigiatore dal cappello pieno di conigli, colombe, colorati foulard.

Stilammo il rapporto per consegnarlo alla signora Santiago e riceverne il compenso.
Nonostante il cinismo sviluppato col tempo, non ebbi il coraggio di contattarla. E neppure mi stupii che lei scegliesse di non farsi risentire più.

Mi parve di riconoscerla, vicino al Pantheon, un tredici d'agosto di tre anni dopo. Suonava la fisarmonica per i passanti.

15 agosto 2007

@ # @ ^ ^ Metà Agosto ^ ^ @ # @


B U O N
F E R R A G O S T O !


(ovvero buon agosto,
e buon resto di estate)


A Tutti i Bloggers di Passaggio!

02 agosto 2007

"quindici righe per due"

*** Lucia ha proposto di scrivere racconti di 15 righe,
l'idea mi è piaciuta e l'ho raccolta.
Il mio racconto è di 15 x 2 = 30 righe
Imparando a contenermi,
inserisco una variante alla sua proposta usando la tabellina del due.
Farò meglio la prossima volta! ***
^____^




Natalia silenziosa attendeva nel salotto al buio insieme a zii, cugini, nonni, la proiezione del filmetto girato 16 anni addietro.
Eccola lì a due anni mentre col visetto stupito corre verso l’obbiettivo, sempre più vicina, sempre più vicina, fino a entrarvi. Tutti ridono davanti a quei ricordi e alla rispolverata pellicola.
La voce della madre supera sorrisi, commenti e brevi risate:
«Ah, eri così bellina da piccola…», la nonna paterna completa la frase: «Eh sì, si è rovinata col crescere!».
«Infatti, si è rovinata col crescere! Quando era piccola mi fermavano in strada per dirmi “Che bella bambina, complimenti signora!”»
Natalia inghiotte la frase, la sente che scende amara nella gola, e giù, nell’apparato digerente.
Conosceva quel pensiero, sentirlo ripetere al centro d’una storica platea l’affonda.
Titanic squarciato dall’iceberg.

Seguirono giorni di fuga nel passato. Chiusa nella sua stanza al buio osservava i filmetti in sequenza, studiando l’estinta delicatezza da bimba e divorando tocchi di ciambellone materno con altra cibaria, per ingrassare, diventare grossa e repellente. Tanto ormai s’era rovinata col crescere.
L’ago della bilancia l’accontentò spostandosi in avanti di tondi venti chili.
Allo specchio detestava il proprio viso e si faceva schifo. Non potendo affettare la sua mole, sforbiciava pezzi di capelli.


«Ricordi mamma, quando ripetevi che bellina da piccola, m'ero rovinata col crescere?»
«Certo! Ormai ne è passato di tempo! Comunque era la verità… »
«Pensa, un paio d’anni fa un uomo m’ha avvertita che il mio fascino sarebbe durato ancora per poco... »
«Giusto, Natalia...»
«Lasciami finire! ...Oggi sulla spiaggia un amico molto più giovane m’ha lasciata a bocca aperta nel dirmi che ci sono donne belle e donne sexy, mentre io sono sia bella che sexy!»

«Ah, allora è merito mio se dopo tanti anni ancora fai bella figura! Per non sentirti brutta ti sei sforzata di migliorare!»
«Esatto, grazie mamma»

01 agosto 2007

!!!!! BATTAGLIA D'OSCURAMENTO !!!!!!!


INVITO TUTTI AD ANDARE SUL BLOG DI GRAZIA,
E LEGGERE CON ATTENZIONE IL SUO S.O.S. -

VIENE SEGNALATO UN SITO (BLOG DI BLOGSPOT) DA DENUNCIARE E OSCURARE PER IL SUO CONTENUTO: PORNOPEDOFILIA.
QUALSIASI INTERVENTO PER OSCURARE ANCHE UN SOLO SITO COME QUESTI,
E' GIA' UN PASSO PER CREARE
DEL VALORE
CHE L'ESSERE UMANO HA PERSO!


UN CLICK PER ANDARE DA GRAZIA,
UN CLICK PER OSCURARE UN SITO PORNOPEDOFILO.


SE CI SONO ALTRI MEZZI PER FERMARLI, USIAMOLI!
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--> Tale sito era stato disattivato il 31 luglio.
Ora è di nuovo in funzione.
Riprendiamo la battaglia per oscurarlo!
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